I salari degli italiani ed il cuneo fiscale

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I giornali Domenica hanno dato un certo risalto al rapporto dell'OCSE sui salari, che pone i salari netti dei lavoratori italiani al 23esimo posto (su 30 paesi). Il ministro Brunetta in un'intervista ha precisato che il livello salariale non ha nulla a che vedere con la crisi, essendo dovuto principalmente alla bassa produttività del lavoro. Il salario netto però dipende non solo dalla produttività, ma anche dalla tassazione. Non a caso, il rapporto si intitola "Taxing Wages". Spulciandone il sommario infatti, si scopre che l'Italia è al non invidiabile sesto posto nella classifica del cuneo fiscale, risultato riportato dai giornali con meno evidenza. 

In un articolo pubblicato nel 2006 su questo sito, Fabrizio spiegò che il cuneo fiscale è la differenza percentuale fra quanto un lavoratore costa all'impresa, e quanto lo stesso lavoratore percepisce. In assenza di tasse e contributi, il cuneo è pari a zero. Per un lavoratore italiano celibe senza figli, il cuneo è pari al 46.5%, e cioé il lavoratore porta a casa poco più della metà di quanto speso dal datore di lavoro per impiegarlo. La seguente tabella riporta i valori per tutti i paesi dell'OCSE:

Paese Cuneo fiscaleDiff. 2007
Belgio56.00.2
Ungheria54.1-0.44
Germania52.0-0.57
Francia49.30.04
Austria48.80.2
Italia46.50.25
Paesi Bassi45.00.69
Svezia44.6-0.71
Finlandia43.5-0.06
Rep. Ceca43.40.46
Grecia42.40.12
Danimarca41.2-0.19
Turchia39.7-3
Polonia39.7-3.18
Slovacchia38.90.29
Spagna37.8
-1.16
Norvegia37.70.15
Portogallo37.6-0.05
Lussemburgo35.9-0.45
Regno Unito32.8-1.21
Canada31.30.15
Stati Uniti30.10.44
Giappone29.50.19
Svizzera29.5-0.29
Islanda28.30.20
Australia26.9-0.78
Irlanda22.90.18
Nuova Zelanda21.2-0.36
Corea20.30.59
Messico15.1-0.82

 

Per l'Italia, il cuneo fiscale è in aumento non solo rispetto all'anno precedente, ma anche rispetto al 2005 (+1.1%). Vale la pena ricordare la promessa di Prodi di ridurlo del 5%.

La seguente tabella invece riporta ciò che il documento definisce come costo del lavoro totale (in dollari, a parità di potere d'acquisto, sempre per un lavoratore non coniugato e senza figli). Attenzione, non si tratta di costo del lavoro per unità di prodotto; si tratta del costo medio annuale di impiegare un lavoratore (a tempo pieno, presumo). In questa classifica l'Italia si trova nella non invidiabile 20esima posizione nella classifica dei paesi OCSE, e certamente, come dice Brunetta, la produttivitàha un effetto importante nel determinare questa posizione.

 

Paese Costo del lavoro Salario netto
Germania6163529585
Belgio5975826294
Regno Unito5676438145
Austria5661028984
Lussemburgo5617336007
Paesi Bassi5594330769
Norvegia5362033405
Francia5127925998
Svizzera5111836038
Corea5007939913
Svezia4979627587
Giappone4886234448
Grecia4604426521
Finlandia4588725926
Stati Uniti4403930783
Australia4342531744
Danimarca4171024525
Irlanda4066131350
Italia3994721372
Spagna3959524628
Canada3931727011
Islanda3506625142
Portogallo3070619161
Nuova Zelanda3000523644
Rep. Ceca2569014540
Turchia2298213858
Ungheria2250710331
Polonia2158713017
Slovacchia1916011707
Messico114429714

Anche le tasse, come si può osservare, fanno la loro parte: come evidenziato dalla stampa, rispetto all'Italia i salari netti sono inferiori solo in Portogallo, Rep. Ceca, Turchia, Polonia, Slovacchia, Ungheria, e Messico. Economie che vorremmo sperare non comparabili alla nostra. Purtroppo, stanno cominciando ad esserlo. Anche se Berlusconi ripetesse la promessa di Prodi di ridurre del 5% il cuneo, il reddito netto si attesterebbe sotto i 23400 euro. I margini di miglioramento sono pochi senza un massiccio aumento della produttività. Serve ricordare comunque che la produttività non aumenta senza incentivi, e che un carico fiscale di quasi il 50% ne toglie parecchi di incentivi.

Infine, vale la pena riportare anche la suddivisione del cuneo fiscale fra le sue componenti. Lo faccio solo per l'Italia: il cuneo del 46.5% è dovuto a tasse sul reddito nella misura del 15%, contributi previdenziali a carico del lavoratore, 7.2%, e contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, 24.3%. Il dato mi sembra fonte di preoccupazione. Se i contributi fossero semplicemente risparmi forzati, si tratterebbe di redditi che i lavoratori percepirebbero in un più o meno lontano futuro. Vista la situazione demografica, non c'è alcuna garanzia che questi contributi genereranno al momento della pensione un reddito paragonabile a quanto versato. Una riduzione sostanziale del cuneo fiscale sembra quindi quantomai difficile da attuare riducendo il carico fiscale. E ad attuarla riducendo i contributi pensionistici si richiano notevoli costi sociali. Ovviamente c'è anche un'altra soluzione: aumentare l'età della pensione.

 

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Commenti

Ci sono 67 commenti

Qualcuno mi può spiegare la seguente cosa. Francia e Germania hanno un cuneo fiscale più alto del nostro, poi però hanno un reddito netto che è anch'esso NETTAMENTE più alto del nostro.

Se ho capito bene, ciò si deve al fatto che la loro produttività è più alta. E in effetti qualche anno fa avevo letto uno studio che diceva una cosa del genere.

Allora, come mai D e F hanno produttività maggiore PUR con cuneo fiscale superiore?

Si dice che il cuneo elimina parecchi incentivi alla crescita della produttività, ma - chiedo senza avere tesi preconcette - i casi francese e tedesco sembrano suggerire che il cuneo fiscale non sia l'unica variabile e, oltretutto, neppure la più importante.

Il mio ragionamento è semplice: poichè tutto sommato siamo (o dovremmo) essere simili e F e D, magari più che tagliare il cuneo non dovremmo utilizzare quelle risorse altrimenti.

Spiegatemi se il mio ragionamento non quadra o, se, i dati francesi celano qualcosa che non ho visto.

 

 

Ho trovato online questo commento di Garibaldi. Rileva quanto ho rilevato io due secondi fa. Beh, mi fa piacere: non essendo economista, significa che sono proprio intelligente. :)

Magari chi mi risponde potrebbe dirmi se la ricetta proposta da Garibaldi ha senso o meno. A me sembra abbastanza convincente.

Io anche ho qualche perplessità: il salrio evidenziato è quello totale, o differenzia fra pubblico e privato?

Una domanda che mi pongo è questa: quanto, in Italia, il settore privato "mantiene" quello pubblico ?

La produttività di un operaio o impiegato di un'azienda italiana è paragonabile a quella di un norvegese o di un austriaco a parità di processo produttivo ? (potremmo vedere il settore bancario-assicurativo, ad esempio).

La paragonabilità esisterebbe anche se, dati fattori produttivi uguali, l'operaio iataliano prende 100 e produce 300, e l'operaio norvegese prende 200 e produce 600, perchè (secondo me) sarebbe interessante il rapporto, non i valori assoluti.

Chissà che ne uscirebbe fuori...

quanto, in Italia, il settore privato "mantiene" quello pubblico ?

Sembra che lo mantenga sempre di piú visto che i salari dei dipendenti pubblici crescono molto di piú di quelli privati

http://www.corriere.it/economia/09_maggio_19/sergio_rizzo_nel_pubblico_la_busta_paga_cresce_di_piu_c3478ca0-443a-11de-a9a2-00144f02aabc.shtml

A chi si chiede perché qualcosa non quadra .... ricordatevi il lavoro sommerso.

In un contesto di elevato e crescente economia sommersa ogni indicatore statistico su redditi, consumi, risparmio, produttività è sbagliato e fuorviante.

Ciao,

Francesco

 

PS: per quanto riguarda poi la differenza con altri paesi con un elevato cuneo fiscale, vale la pena di ricordare che da loro il welfare ed i servizi pubbici che si ricevono in cambio di quel prelievo sono di qualità e questo influisce positivamente sulla produttività. In Italia invece la burocrazia influsce negativamente sulle condizioni quadro, penalizzando l'economia. L'inefficenza della macchina amministrativa pubblica è un freno alla sviluppo.

 

Io me lo ricordo il "mitico" lavoro sommerso. Ma l'economia "nera" può riguardare il libero professionista, l'imprenditore e l'artigiano. Credo che interessi le categorie impiegatizie molto, ma molto meno, e comunque marginalmente. Da qui i dubbi sulla produttività.

Nota personale (e che quindi fa tutto, meno che testo): una misura della produttività la fornisce anche lo stato attraverso gli studi di settore e gli indici di congruità e coerenza. La mia società esce sempre congrua, ma non coerente, a causa dell'elevato rapporto immobilizzazioni/fatturato per addetto.

In soldoni: secondo lo Stato io e i miei impiegati produciamo troppo dato il livello di immobilizzazioni (che non sono poche), quindi io rischio un controllo della Finanza per "eccesso di produttività". Secondo il mio commercialista dovrei "fare del nero per rientrare nei parametri" (sic !). Mi immagino quanti imprenditori vorrebbero essere nella mia situazione, oppure lo sono, e fanno per l'appunto questo senza rischiare praticamente nulla, io invece rischio. Non è anche questa incoerenza ?

Finalino: al 19 Maggio 2009 non sono ancora usciti gli studi di settore del 2008, che, sempre secondo il mio commercialista, saranno deflattivi. Mi immagino quanto lavoro a Via XX Settembre per trovare la quadra..

 

A chi si chiede perché qualcosa non quadra .... ricordatevi il lavoro sommerso.

 

Dovresti essere piu' esplicito, e bisognerebbe anche sapere per capire l'effetto se i redditi riportati sono stimati sulle dichiarazioni dei redditi (ovvero sono sono quelli non sommersi) o dai consumi+risparmi (e allora includono tutti).  Io presumo che si parli unicamente di redditi non sommersi.

In questo caso l'effetto del sommerso e' che la situazione e' ancora peggiore di quella riportata dall'OCSE, perche' i redditi non sommersi di regola sono maggiori di quelli sommersi, e quindi avendo l'Italia piu' sommerso rispetto a tutti meno la Grecia, i redditi medi omnicomprensivi italiani sono posizionati peggio di quanto riportato.

Forse perché i giovani più promettenti scappano all'estero (credo ne facciate parte anche voi di nfA)?

Forse perché l'Italia sta diventando sempre più il paese dei privilegi e non della meritocrazia?

Forse perché abbiamo uno dei tassi più bassi di brevetti registrati fra i paesi presi in considerazione (ovvero si fa poca innovazione)?

non è che c'è una relazione "uno a meno uno" tra cuneo fiscale e produttività; è abbastanza accettato che le tasse sul lavoro siano distorsive dell'offerta di lavoro, in particolare quella di chi sta al "top" della distribuzione del reddito, cioè i più produttivi, in equilibrio (mi riferisco all'efficiency at the top dei modelli con informazione asimmetrica sull'effort alla "Mirrlees-Spence", per esempio). Ma la storia della produttività non finisce mica li...

E comunque: ragionando come hai fatto te, uno potrebbe fermarsi alla terza riga della seconda tabella, alla voce Regno Unito, e inferire che dove il cuneo fiscale è inferiore la produttività è superiore...

 

 

(mi riferisco all'efficiency at the top dei modelli con informazione asimmetrica sull'effort alla "Mirrlees-Spence", per esempio).

 

Jesus, Filippo, ma come la fai difficile! :-)

Mica serve tutta quella roba per concludere che chi è molto produttivo ed ha voglia di competere (se ne riceve benefici proporzionati) scapperà da un posto dove competere ed essere produttivi non conta e dove, se per caso prendi più di 50-70mila euro di stipendio, ti spennano come un tacchino due settimane prima di Thanksgiving! O no?

Anche se l'informazione è pubblica, anche se dichiaro chi sono e cosa faccio, se mi fregano il 70% di quello che produco (e costo all'azienda) me ne vado altrove dove me ne prendono solo il 35%. Se poi, perdippiù, quello che prendo viene tenuto basso nel nome di una qualche cretinata egualitario-giustizialista, allora scappo proprio a gambe levate.

Elementare, o no?

 

Diciamo che la risposta potrebbe fermarsi constatando che non sei riuscito neppure a piazzare il commento nello spazio adeguato - ma non scenderò a questi livelli.

Io non proponevo tesi, ma ponevo quesiti. Ho notato una correlazione interessante e l'ho fatta presente. E' la stessa che Garibaldi rileva nel suo commento. Lo stesso Garibaldi offre una spiegazione, come ne hanno proposte di loro quelli che hanno qui commentato.

Anzichè alzare i toni, potresti elaborare risposte.

Dici: "Ma la storia della produttività non finisce mica li...". Appunto, è proprio dove andava il mio commento. Non avendo tesi, ho lanciato un sasso. Magari vado nella direzione sbagliata.

 

 

chi sta al "top" della distribuzione del reddito, cioè i più produttivi

 

Mi piacerebbe sapere se l'assunto chi piu' produce piu' guadagna vale veramente anche in Italia. Spesso mi viene il dubbio che non lo sia affatto. Gli incentivi monetari sono talmente scollegati dal merito e dalla produttivita' che mi viene il dubbio che in Italia forse dovremmo usare un altro modello.

"Infine, vale la pena riportare anche la suddivisione del cuneo fiscale fra le sue componenti. Lo faccio solo per l'Italia: il cuneo del 46.5% è dovuto a tasse sul reddito nella misura del 15%, contributi previdenziali a carico del lavoratore, 7.2%, e contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, 24.3%. Il dato mi sembra fonte di preoccupazione. Se i contributi fossero semplicemente risparmi forzati, si tratterebbe di redditi che i lavoratori percepirebbero in un più o meno lontano futuro. Vista la situazione demografica, non c'è alcuna garanzia che questi contributi genereranno al momento della pensione un reddito paragonabile a quanto versato. Una riduzione sostanziale del cuneo fiscale sembra quindi quantomai difficile da attuare riducendo il carico fiscale. E ad attuarla riducendo i contributi pensionistici si richiano notevoli costi sociali. Ovviamente c'è anche un'altra soluzione: aumentare l'età della pensione."

Già ma di quanto? In queste condizioni quale potrebbe essere l'età di equilibrio? Più o meno di 90 anni?

Già ma di quanto? In queste condizioni quale potrebbe essere l'età di equilibrio? Più o meno di 90 anni?

Forse risponderà Michele che queste cose le ha studiate per lavoro... ma è probabile che chi ha meno di 45 anni dovrà aspettarsi sia un aumento considerevole dell'età pensionistica, sia un minore tasso di rimpiazzo. Io scherzo dicendo che tutto sommato non cambierà molto per le persone della mia generazione (a parte il fatto che si dovra' lavorare ben oltre i 60 anni): la differenza principale sarà che non si riuscirà a comprare la casa ai propri figli, a differenza di quanto hanno fatto i nostri genitori (beh, i genitori dei miei amici per la precisione). Ma qui sto speculando. 

Con una semplice rule of thumb, direi che con una aliquota contributiva sostenibile (25% dovrebbe andar bene, -8% ca rispetto ad oggi), tre anni di lavoro servono per pagare un anno di pensione (da calcolarsi sottraendo alla vita media attesa l'età del pensionamento). In qs modo verrebbe garantito al pensionato lo stesso salario reale medio, nell'ipotesi in cui il rendimento implicito reale della contribuzione sia pari all'aumento del salario reale medio e al tasso di crescita del PIL. Infatti il salario al netto della contribuzione è pari a 100-25=75=25x3.

non sono un economista ma leggo lo stesso noisefromamerika per cercare di capire cosa stia succedendo in Italia.

Tuttavia, ho l'impressione a volte di capire sempre meno. Uno, perchè mi sembra che qualche volta gli economisti di professione ragionino come se i dati economici in Italia fossero completi e accurati -- commento che è già stato fatto in questo thread. A me pare che la logica stringente di alcune delle tesi presentate qui sia poco efficace quando il materiale su cui si esercita è tanto fluido.

Mi pare anche che a volte si ignori il ruolo del potere. In un commento di questo thread leggo per esempio che la decisione sul miglioramento della propria istruzione può essere fatta dipendere dall'eccessiva tassazione sul reddito. Solo nel paradiso degli economisti. I giovani che non studiano oltre la media, spesso lo fanno perchè sanno che lo studio DA SOLO non rende. Rende se accompagnato da contatti di famiglia, cioè dal potere che viene esercitato da chi ce l'ha, e in Italia l'ha spesso da generazioni, per premiare qualcuno e punire qualcun altro senza che ciò abbia nessun senso economico.

 

Grazie del commento, quanto dici ricalca esattamente l'approccio degli economisti, e cioé che le decisioni vengono determinate dall'insieme degli incentivi, sia monetari che non monetari, come tu sottolinei. Vale la pena ricordarlo, e ricordare che, certamente, anche rimosse le inefficienze di carattere economico, rimangono fattori culturali ed istituzionali che impediscono la crescita. 

Certamente però i fattori economici, come la struttura della tassazione sul reddito, non sono secondari, e vale la pena sottolinearli. 

Domanda: come mai vengono pubblicizzati i dati solo per lavoratori senza figli? Non sarebbe piu' logico pubblicare i dati medi, e i dati per 1,2,3,4 figli almeno?

Personalmente mi aspetto che la posizione dell'Italia peggiori per quanto riguardi il cuneo fiscale su posizioni nettamente piu' tassate rispetto a Francia e Germania nel caso di 2 figli e piu', forse anche per 1 solo figlio. Nonostrante tutta la ridicola propaganda a favore della famiglia da parte dei politici italiani, la tassazione italiana e' quella piu' punitiva forse del mondo nei confronti di chi ha 1,2,3 figli, cioe' la maggior parte delle famiglie, perche' riconosce 1/4 circa delle detrazioni di Francia e Germania e per di piu' rapidamente azzerate al crescere del reddito.

In generale sottolineo che discutere solo dei lavoratori senza figli e' abbastanza insensato e distorcente. Mi stupisce che l'OCSE abbia pubblicato dati cosi' parziali e sospetto ci sia di mezzo l'usuale superficialita' e desiderio di manipolare l'informazione della stampa italiana.

Risposta: non ho voglia di spendere $130 o giu di li' per comprarmi tutto il rapporto, quindi ho usato solo i dati riportati nel sommario a titolo esemplificativo. Se non ricordo mail il rapporto completo riporta anche i dati riguardanti una coppia con due figli.

 

Domanda: come mai vengono pubblicizzati i dati solo per lavoratori senza figli? Non sarebbe piu' logico pubblicare i dati medi, e i dati per 1,2,3,4 figli almeno?

 

Non credo ci sia niente di "piu' logico" nel preferire dati sui lavoratri con figi o senza. Dipende cos'e' che vuoi analizzare. Se vuoi analizzare produttivita' del lavoro, effetto della tassazione sui redditi netti e la possibile relazione tra produttivita' e cuneo fiscale, allora mi sembra ovvio non utilizzare dati al lordo di politiche familiari. Se poi ti interessa analizzare il rapporto tra fertilita' e redditi netti, o i redditi netti della famiglia "tipo" in diversi paesi dell'OCSE, allora servono anche i dati su tutte le politiche di sostegno alla famiglia. Ma dico tutte pero', non solo detrazioni e deduzioni. Ad esempio, qui in Canada (paese OCSE) non esistono detrazioni per figli a carico. Oops. Quindi se guardi al reddito netto di una persona senza figli e una con dieci figli e' uguale. Poi pero' i governi danno assegni alle famiglie con figli, in base al reddito, solo che normalmente gli assegni vanno alla madre e non al padre dei bambini.

 

Personalmente mi aspetto che la posizione dell'Italia peggiori per quanto riguardi il cuneo fiscale su posizioni nettamente piu' tassate rispetto a Francia e Germania nel caso di 2 figli e piu'

 

No.

Il rapporto 2008 non lo trovo, forse ho cercato male, comunque ho trovato quello 2007. L'Italia stava un po' meglio in termini di Cuneo a 45.9% ed era settima invece di sesta. Se invece si guarda alle famiglie con 2 figli, la situazione migliora nettamente per l'Italia con un cuneo di 33.8% che la pone al 13mo posto (la Francia passa da 49.2% a 41.9%, la Germania da 52.2% a 36.4%). Il miglioramente e' dovuto quasi esclusivamente ai figli visto che coppie sposate senza figli hanno un cuneo di 42.3% (F: 41.9%, D: 47.3%).

 

 

Infine, vale la pena riportare anche la suddivisione del cuneo fiscale fra le sue componenti. Lo faccio solo per l'Italia: il cuneo del 46.5% è dovuto a tasse sul reddito nella misura del 15%, contributi previdenziali a carico del lavoratore, 7.2%, e contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, 24.3%.

 


Già ma occhio che qual 15% è progressivo mentre tutto il resto è proorzionale e quindi fortemente recessivo. Questo induce milioni a lavorare in nero, sfuggendo a imposte e contributi.
Non credo che si possa calcolare la produttività del sommerso ma poiché sfugge non solo a imposte ma anche a ostacoli burcratici (alcuni doverosi, altri degni del regno delle banane) potrebbe essere anche piu' produttivo, a parità di prodotto.

Ciao,

Francesco

A me sembra che non sia sempre vero.

A me, lavoratore bancario, negli anni è diminuito il salario ed è aumentata la produttività... e non c'entra il cuneo fiscale (o meglio forse c'entra ma non in modo determinante).

La maggior produttività se l'è cuccata tutta l'azionista...

E' un'anomalia italiana (come al solito) o meglio la solita presa per i fondelli mascherata da "dogma" economico?

Che bassa produttività -> basso salario non ci piove, altrimenti l'azienda fallisce. Ciò che stai confutando è basso salario -> bassa produttività, e su questo hai ragione.

io avrei un altra relazione Bassa Innovazione ->Bassa Produttività ->Bassi Salari

ora mi spiego, la gran parte delle PMI è rimasta a livello di innovazione/ICT a 15 anni fa c'è gente che vede ancora excel come software avvenieristico. O altri che hanno cominciato a disegnare in 3d solo 4 anni fa. Negli ultimi anni hanno tentato di aumentare la produttività tagliando i le spese ed in questo sia costi che investimenti.

Paragonare tout court D,F e I non serve molto perche' le produzioni sono allocate su settori diversi.

Mi piacerebbe vedere i dati per settore merceologico (ed eventualmente anche per grandezza dell'azienda) e mi piacerebbe vedere i dati sulla crescita dei salari e della redditivita' per settore.

Il mio personale pregiudizio (che sarei ben lieto di smentire) e' che il core delle industrie italiane sia a basso valore aggiunto ed ad alta intensita' di lavoro per cui grandi culi e pochi soldi.

Any hint?

Off-topic, forse, ma sino a un certo punto.

Ho commesso l'errore di vedere spezzoni di Ballarò di stasera... un errore che non commettevo da tempo.

Vi allieto con un paio di gemme. Protagonisti: Floris, Amartya Sen, Vendola, Angeletti e una onorevole del PdL (anche responsabile della comunicazione o qualcosa di simile) di cui non ricordo il nome.Riassumo e parafraso come l'ho capita io - se da qualche parte ho travisato e mi spiegate che è così mi fate (un po' meno in)felice.

 

I. FIDUCIA.

Amartya Sen: perchè il libero mercato funzioni bene è necessario che vi siano democrazia, regole chiare, istituzioni che facciano rispettare tali regole e che si occupino di settori particolari quali pensioni, istruzione e insomma, dello stato sociale. Nel mercato è importante la fiducia, ma a tal fine, poichè le istituzioni di cui sopra sono molto importanti, è fondamentale che esse stesse siano affidabili.

Onorevole PdL (vari minuti dopo): le parole del Premio Nobel di poco fa descrivono perfettamente la posizione del presidente Berlusconi di fronte alla crisi: Berlusconi ha sempre detto che per uscire dalla crisi servono appunto fiducia e ottimismo: fiducia di investire e far circolare denaro.

Floris nella discussione che segue continua a parlare indifferentemente di fiducia e ottimismo generalizzati.Si comincia poi a parlare di sentenza mills, magistratura e giustizia. Tra l'altro, in studio è presente Catricalà, che per il momento tace (solo molto più tardi esordirà dicendo che... vabbe', no, magari me lo lascio per un altro post...).

Onorevole PdL: Ma che modo è di condurre la trasmissione? Che c'entra la crisi economica con la giustizia? Agli Italiani non interessa nulla!

Floris cambia argomento.

 

II. SALARI.

Onorevole Pdl: Tra le cose buone che il governo ha fatto per i salari c'è la detassazione degli straordinari.

Angeletti: La detassazione degli straordinari era una buona idea quando è stata fatta, ma poi non è servita a nulla perchè è arrivata la crisi e in tempi di crisi non si fanno straordinari.

Tabacci: Certo, e ciò dimostra che non è vero che il governo aveva previsto la crisi!

Vendola (molti minuti dopo, parlando dell'aumento della disoccupazione): Sugli straordinari c'è da dire che, paradossalmente, da una parte molte fabbriche chiudono e licenziano, ma dall'altra nelle fabbriche che restano si è costretti a fare più straordinari, moltissimi straordinari.

Onorevole del PdL: Allora vedete che la detassazione a qualcosa serve!

 

E via così...

 

Angeletti: La detassazione degli straordinari era una buona idea quando è stata fatta, ma poi non è servita a nulla perchè è arrivata la crisi e in tempi di crisi non si fanno straordinari.

Tabacci: Certo, e ciò dimostra che non è vero che il governo aveva previsto la crisi!

 

Il governo non aveva bisogno di prevedere la crisi, visto che al tempo (tarda primavera ed inizio estate 2008) era già in corso. Per questo ridusse la tassazione degli straordinari: per far finta di ridurre le tasse senza ridurle. Nel puro stile presaperilculo della premiata ditta BS&GT. Commentammo al tempo:

 

Detassare gli straordinari é una scelta miope in confronto alla alternativa, che consiste di ridurre la progressivitá dell'imposizione di almeno lo stesso ammontare. I piccoli e medi imprenditori del nord si stanno facendo burlare (dall'astuta casta e dai suoi comparielli) ancora una volta, mentre credono di aver fatto un affare perché prenderanno due briciole cash. Contenti voi ...

 

P.S. Anche Sen dice delle trivialità mica male, no? Ha spiegato che l'acqua bagna?

 

secondo Tremonti.

Così, per esempio, il geniale commercialista ritiene si riduca il costo del credito alle imprese.

Chi ha detto che il pianificatore non esiste? La questione aperta è se sia benevolente, ed onniscente, o no.