Perché Napster aveva ragione

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Abolire la proprietà intellettuale
Michele Boldrin, David K. Levine
Laterza, 2012

È ora disponibile in italiano, "Abolire la proprietà intellettuale", il libro di Michele e David che popolarizza la loro teoria sull'abolizione di copyright e brevetti. L'edizione originale in inglese del libro è pubblicata da Cambridge University Press con il titolo "Against Intellectual Monopoly". 

Sembra passato un secolo, ma nel Giugno del 1999, Shawn Fanning, un diciannovenne studente universitario, iniziò la trasformazione dell'industria musicale distribuendo gratuitamente Napster, un programma da lui creato per facilitare la distribuzione di canzoni registrate in formato MP3. Napster era cosi' semplice da usare che per molti dei suoi utilizzatori risultava difficile comprendere come potesse essere illegale scambiarsi cosi' naturalmente la musica dei propri cantanti preferiti. 

Quando Napster era all'apice del successo, Michele ed io pranzavamo ogni giorno assieme ad altri docenti colleghi del dipartimento di economia di Minnesota. I pranzi a Minnesota sono un evento speciale. Si parla raramente di teoria economica in senso stretto: si preferisce dissezionare gli eventi del giorno con il bisturi del neoclassicismo più radicale. Discussioni variamente animate sono all'ordine del giorno. 

Durante uno dei quei pranzi Michele annunciò di avere scoperto, assieme a David Levine, una giustificazione teorica dell'esistenza di Napster. Napster era forse illegale ma rendeva possibili attività socialmente utili. Ci spiegò che ciò che generazioni di economisti avevano imparato e scritto in numerosi libri di testo era sbagliato. Non è vero, cioé,  che la proprietà intellettuale e l'innovazione abbiano bisogno di speciali protezioni legislative; è vero piuttosto il contrario: brevetti e copyright limitano l'innovazione, e lui e David stavano scrivendo un paper che lo dimostrava.

Se ne discusse, a pranzo, per diversi giorni, come si discute di qualsiasi risultato teorico controverso, analizzando le ipotesi alla base della teoria e valutandone la loro plausibilità empirica che ne serve a convalidarne le conclusioni. A Michele l'esempio di Napster interessava solo in parte. Per lui Napster era, appunto, un esempio empiricamente interessante, ma lui e David avevano altre ambizioni. Nel loro impianto teorico non c'è differenza fra la creazione di un ritornello musicale, la scrittura di un romanzo, l'invenzione della fusione fredda, o di una nuova medicina. Sono tutti esempi di innovazione, e la loro teoria riguarda, genericamente, qualsiasi tipo di innovazione. Focalizzarsi su Napster significa, dal loro punto di vista, perdere l'accento su implicazioni ben più importanti: se il copyright limita l'innovazione e la creatività degli artisti musicali, le leggi sui brevetti limitano l'innovazione in campo farmaceutico, tanto per citare un'applicazione cara a tutti. L'attenzione alla generalità e alla portata rivoluzionaria del risultato si rivelò però una spada a doppio taglio. 

La tesi teorica tradizionale è che senza il monopolio creato da copyright o brevetti l'innovatore non innoverebbe. Se una invenzione o una canzone possono essere facilmente copiate, dove sta l'incentivo a crearle? La risposta di David e Michele è almeno in parte di una semplicità disarmante: in sostanza, occorre chiedersi se Bono degli U2  avrebbe o non avrebbe composto Pride se non avesse avuto l'aspettativa di guadagnarci milioni.  Quale sarebbe stata la sua occupazione alternativa? E anche senza protezione intellettuale, non avrebbero gli U2 comunque guadagnato milioni fra concerti, magliette, e merchandising di vario tipo? La posizione di David e Michele non è che copyright e brevetti siano del tutto inutili, ma che per troppo tempo si è assunto che siano necessari, e che invece esistono validi argomenti empirici per affermare che sono in molti casi dannosi, e che occorre dunque limitarne drasticamente l'applicazione. Va precisato che  l'argomento teorico formale e' piuttosto complicato, ma anche piu' generale di questo semplice esempio; ma per capirlo dovete essere in grado di leggervi l'articolo.

Sin dai suoi albori, la protezione legale della proprietà intellettuale ha avuto diversi contestatori. Un esempio oramai neanche tanto recente è costituito dal guru radical-comunista Richard Stallman, l'hacker-programmatore che da qualche lustro proselitizza attraverso la sua  fondazione "free software" l'abolizione di ogni forma di proprietà intellettuale con argomenti in parte convincenti, in parte del tutto ideologici. Tramite l'articolo di David e Michele, per la prima volta però la posizione viene assunta da due economisti conservatori (definizione non mia), e giustificata col rigore della teoria economica.

Nel Giugno 2001 Napster perse la sua battaglia legale contro le grandi case discografiche, che lo costrinsero a chiudere. Una seconda battaglia legale venne persa nel 2002 dal costituzionalista Lawrence Lessig, che non riuscì a convincere la Corte Suprema americana a bloccare l'estensione del copyright operata da una legge federale USA del 1998. Lessig decise di passare ad altro e sta ora studiando, forse non a caso, le cause della corruzione. Dopo qualche anno, nella lentezza che contraddistingue il processo editoriale della nostra professione, anche David e Michele persero la loro battaglia, quella accademica: la pubblicazione del loro articolo principale, intitolato "Perfectly Competitive Innovation" venne rifiutata da tutti le maggiori riviste economiche di interesse generale (venne poi pubblicato nel 2008 dal Journal of Monetary Economics, una delle principali riviste di macroeconomia). 

Normalmente la mancata pubblicazione in una rivista "top-5" non è un fatto che meriti particolari riflessioni: il processo di pubblicazione non è perfetto, decine di risultati importanti vengono pubblicati in riviste di minore importanza, così come decine di corbellerie sono pubblicate nelle riviste principali. Ma questo non credo sia stato un errore editoriale. Chiarisco per evitare equivoci che non ho informazioni riservate da rivelare. Ma a me sembra ovvio che l'establishment dell'economia abbia deciso che il risultato di Boldrin & Levine non andava pubblicato, o perché ritenuto non abbastanza rilevante/importante, o perché andava (in effetti, va) a cozzare contro i forti interessi di decine di carriere costruite sul risultato che B&L provano essere falso. Insomma, il loro paper ha subito la stessa sorte di Napster e della causa intentata da Lessig contro i grossi poteri delle industrie cinematografiche e discografiche. In questo senso, B&L avrebbero fatto meglio a titolare il loro paper "Why is Napster Right" o, più genericamente, ad inserire il loro risultato nel contesto della letteratura esistente evidenziando le condizioni sotto cui si verificava o non verificava piuttosto che sbandierarlo come una rivoluzione della disciplina economica. La mia opinione del tutto personale è che di rivoluzione si tratti; tuttavia, il re è saldo sul trono e i rivoluzionari hanno avuto, almeno inizialmente, pochi seguaci (questo post è in preparazione da almeno tre anni e quell'"almeno inizialmente" l'ho aggiunto poche ore fa: credo che le cose stiano cambiando, e che risultati empirici a supporto delle tesi di David e Michele stiano lentamente arrivando). 

Con questo libro David e Michele hanno, giustamente a mio avviso, deciso di rivolgersi ad un pubblico più ampio aprendo un altro fronte in questa guerra, quello intellettuale, o culturale, anziché strettamente accademico, producendo argomenti piuttosto convincenti.

Diversamente dal loro principale articolo accademico l'approccio del libro è strettamente empirico. Capitolo dopo capitolo, esempio storico dopo esempio storico,  Michele e David cercano di dimostrare due tesi. La prima, che l'assenza di copyright e brevetti non limita l'innovazione. La seconda, che la presenza di copyright e brevetti spesso limita l'innovazione, perché l'innovatore, invece che innovare, si siede sugli allori perdendo più tempo a combattere in tribunale chi cerca di migliorare la sua (dell'innovatore) invenzione. Nel secondo capitolo, per esempio, raccontano la storia di James Watt mostrando che il brevetto della sua macchina a vapore ritardò la rivoluzione industriale di due decenni. La ricostruzione storica di David e Michele rimane a mio parere convincente anche dopo essere stata dissezionata e criticata da alcuni storici.

Il libro contiene decine di altri esempi presi da varie industrie (quella cinematografica, musicale, chimica, farmaceutica, etc...), confrontando legislazioni di diversi paesi. Gli esempi sono corredati da spiegazioni che aiutano il lettore inesperto ad intuire anche la spiegazione teorica del loro risultato, pur senza giungere ad apprezzare completamente il dibattito accademico ovviamente. Nessuno di questi esempi, da solo, puo' convincere il lettore della tesi argomentata. Per usare un esempio a noi vicino, nel capitolo 9 viene documentato con dovizia di dati come l'Italia avesse una fiorente industria farmaceutica prima del 1978, quando la Corte Costituzionale ammise la possibilità di brevettare farmaci (prima non era possibile). La salute dell'industria farmaceutica italiana in tempi piu' recenti, beh... meglio lasciar perdere. Questo però non dimostra granché: occorre anche dimostrare che non si sarebbe innovato di più con la possibilità di brevettare, e che non vi siano altri fattori a confondere la correlazione evidenziata fra innovazione ed (assenza di) protezione legislativa. Questo tipo di dimostrazione, che vorrebbe trovare l'effetto causale, richiede un lavoro con i dati più rigoroso e metodico, lavoro che la comunità scientifica ha cominciato a svolgere, ma che richiede diversi anni e decine di studi per giungere a risultati apprezzabili.

Anche se nessuno degli esempi presentati è cruciale, nel suo assieme il libro risulta convincente. Retorica e sostanza sono efficaci nel confutare l'ipotesi tradizionale che, senza protezione legislativa, l'inventore non inventerebbe, il cantante non canterebbe, il programmatore non scriverebbe programmi. In questi mesi di crisi, ci si chiede spesso cosa generi crescita e benessere. La risposta è abbastanza ovvia: crescita e benessere vengono dall'innovazione. Meno ovvio è cosa generi innovazione, e come realizzare le condizioni perché si possa innovare. Una meditata riflessione sul ruolo della proprietà intellettuale sembra necessaria ed urgente e questo libro offre un contributo prezioso al dibattito. 

Una versione del libro in inglese è disponibile gratuitamente online

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