Bastardi senza Gloria

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Nell’ultimo film di Quentin Tarantino, Bastardi senza Gloria, si parla di nazisti e di cacciatori di nazisti. Con un finale visionario.

 

Nel 1941, nella Francia occupata dai nazisti, per vie traverse si fronteggiano un ufficiale nazista, responsabile della cattura degli ebrei nei territori francesi, e un drappello di soldati ebrei-americani reclutati (incredibili le musiche di questo pezzo!) allo scopo di infiltrarsi tra le fila nemiche, conquistare letteralmente lo scalpo di quanti più nazisti possibile e ripagare, seppure parzialmente, i nazisti delle crudeltà che essi infliggevano in tutta Europa.

La trama del film può apparire per certi versi scontata, né appare del tutto nuova la sua anti-retorica di fondo, ovvero l’idea che i nazisti andassero colpiti senza alcuna pietà e infliggendo loro notevoli sofferenze, senza pretendere di associare alla propria condotta un tratto distintivo di umanità, in modo da marcare una differenza fra loro, i nazisti, e gli altri, i buoni: per questo i bastardi sono senza gloria e nemmeno la cercano. E infatti, nelle scene in cui i bastardi colpiscono, colpiscono secco, senza professare motivazioni auliche, occhi lucidi, o ripensamenti coscienziosi sul male che per essere combattuto richiede di essere assimilato e interiorizzato…al momento opportuno, arriva un bastardo armato di mazza e liquida in un solo colpo dubbi morali e nemici mortali.

Lo schema richiama quello delle innumerevoli saghe sullo scorta della “Sporca Dozzina”, e peraltro lo stesso Tarantino non ha fatto mistero di essersi ispirato a noti e meno noti film sulla tragedia nazista, anche se queste rivisitazioni sono proposte con lo stile tipico die regista, forse con qualche concessione di troppo al sangue e al suo copioso spargimento; insostenibile poi il solito espediente narrativo del nazista con l’uniforme perfettamente stirata, con gli stivali lucidissimi e la Luger d’ordinanza che alterna una mimica facciale oscillante fra momenti di incomprensibile impassibilità e momenti di reazione extra-piramidali di odio o gioia ancora più incomprensibili.

Ma è il finale che sorprende, non per l’inverosimile esito controfattuale che ci propone (la Storia purtroppo andò a finire in un altro modo), ma per l’idea che il vertice del Terzo Reich potesse essere eliminato durante una proiezione cinematografica propagandistica, e proprio dando alle fiamme le infiammabilissime pellicole di nitrato d’argento, che, veniamo a sapere, sono ancora più infiammabili della carta. E il finale è visionario perché associa la distruzione del cinema (l'edificio) alla possibilità di cambiare la Storia, e perché nel film si collega la distruzione del mezzo della propaganda, le pellicole appunto, alla morte degli ideatori e beneficiari di quella stessa propaganda. E così, alla fine, le fiamme della realtà prendono il sopravvento sulla finzione cinematografica.

Insomma, nonostante quello che si è detto la cinematografia non è l’arma più forte, e per me il messaggio più importante è che le cose e i fatti prendono, quasi sempre, il soppravvento sulle descrizioni false e deformate.

Ps: ottime musiche, tra le quali il solito Ennio Morricone.

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