Merda

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Uno studio suggerisce il bolscevismo sia diarrea.

Dopo il gran fracasso intorno a Les Bienviellantes (Gallimard 2006, ora anche in edizione italiana presso G. Einaudi) Jonathan Littell (figlio di un ottimo scrittore) scodella vari parerga e paralipomena. Quello qui suggerito è Il secco e l'umido (Gallimard 2008 & Giulio Einaudi 2009.)

Littell riprende le tesi di Klaus Theweleit (in Männerphantasien: Frauen, Fluten, Körper, Geschichte 1977 Roter Stern Verlag, si trova anche presso Minnesota UP, e presso il Saggiatore) e le applica a Leon Degrelle.

Il soggetto: Degrellle (1906-1994) fu un politico di grande successo in Belgio, attestato su posizioni religiose cattoliche, corporative sul piano della politica economica. Causò una scissione nel partito religioso di cui faceva parte e fondò il Rexisme (prendendo spunto dai Cristeros messicani.) Una specie di partito cristiano combattente. Ammiratore, senza sorpresa, di Benito Mussolini, e in seguito folgorato da Hitler stesso (che apparentemente gli disse "Se avessi un figlio, vorrei fosse come Lei".) Fu, cruciale per ciò che si scrive, fondatore e, in seguito, Standartenführer della V brigata volontaria di Waffen SS Wallonien. Forse pure pretese di essere il fondatore della brigata, la sua formazione venne fatta dai tedeschi e il primo comando venne dato ad un ufficiale dei servizi coloniali. Degrelle, nei secoli fedeli, si fece coscritto come soldato semplice, e fece poi gloriosa carriera.Vide azione sul fronte dell'Europa orientale durante "Barbarossa" e, in seguito a guerra conclusa, si trasferì in Spagna, dove visse felice e contento fino alla fine dei suoi giorni. Dicono, i malevoli, che fu uno dei grandi costruttori di basi della Nato in Europa.

La tesi: la tesi è che esista una mente fascista, e che questa dipenda direttamente da un corpo fascista, la cui essenziale caratteristica è di non essersi mai separato dalla propria madre. Il fascista è un non-nato. Littell riprende in toto il tutto dal Theweleit. La tesi è di natura psicoanalitca e si basa su una analisi verbale del modo in cui il personaggio si esprime, in particolare nel suo tomo "La campagna di Russia" (per chi resista ai conati di vomito, è disponibile on-line; fate attentione se avete un webmaster di Nkvd perché IP indica da dove viene.)

Che cosa si sostiene? Che il pensar di questo personaggio (che non è tanto lontano dal fittizio M. Aue del romanzo) è ossessionato dalla rigidità del soldato vero, che si oppone all'umido calmucco, samojedo, e tataro. Breve citazione per dar un'idea del tono: "[...] i bambini che stanno diventando omosessuali cercano forse di salvarsi dallo stesso dilemma del soldato [fascista, il "non completamente nato"], ma trovano la soluzione in una forma particolare di sessualita, così è un peccato che Degrelle non sia mai stato capace di aprirsi a questa forma di piacere: forse per diventare umano, gli mancava appunto solo una bella inculata)." [J. Littell op. cit. ed. it, p45]

Valutazioni: da leggersi solo per chi ha lo stomaco solido e in buona salute. Contenuto, a mio avviso, interessante per chi non voglia subire waterboarding nel leggere Degrelle medesimo. Giudizio sulla tesi: è interessante perché mette in luce un aspetto della gran normalità del mostruoso - non mancano le usuali scemenze su Abu Ghraib, ma rimane che i colpevoli sono persone normali, e forse non è nefasto ricordarselo.

Sarebbe interessante capire se questi punti di vista (al sottoscritto la psicoanalisi fa un po' ridere come teoria della mente, dato il suo animismo davvero settecentesco) siano compatibili con il situazionismo contemporaneo. Per chi abbia interessi su quest'ultimo, Dr. John Doris of Washington University, St. Louis è la migliore introduzione al tema e il suo libro dedicato alla mancanza di carattere -- non, che io sappia, esiste traduzione in italiano dei suoi lavori. Mentre la teoria (situazionista) si basa su dati empirici, essenzialmente sperimentali, e suggerisce che non esista una natura morale di nessuno ma che, invece, chiunque reagisca a situazioni (ergo Lombroso ha proprio torto, non esiste la personalità violenta o criminale o gentile o inibita) il libro di Littell mostra all'opra come un personaggio, che in altre condizioni avrebbe al massimo le qualifiche per far il chierichetto alla università cattolica di Lovanio (dove studiò), si trovi nell'inferno di Korsun-Shevchenkosky (per chi ama i links, si veda, anche su Wikipedia "Cherkassy pocket") e si metta a scrivere di cavalli col pus e di soldati di cui rimase qualche pezzo della dimensione di un orecchio.

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Commenti

Ci sono 21 commenti

Tesi interessante, la situazionista, ma difficile da accettarsi verbatim a meno che non s'intenda come "situazione" una descrizione totale degli stati del mondo (nel qual caso abbiamo un'inutile tauotologia.

Posto che in situazioni ambientali identiche (per quanto ci è dato osservare e per quanto attiene alle variabili suppostamente rilevanti) persone diverse compiono atti e prendono decisioni diverse (con valenze morali altamente divergenti) come non concludere (senza appellarsi a "diavoletti" inosservabili e nascosti nelle anime d'ognuno) che tali differenti scelte/azioni siano attribuibili a differenti stati dei cervelli in questione, ossia differenti "personalità"?

Ovviamente uno può sempre sostenere che la "situazione" include lo stato del cervello del soggetto che agisce, ma allora si finisce per girare in tondo.

Altra domanda: davvero l'evidenza empirica e sperimentale a disposizione NON suggerisce patterns di comportamento? Ossia che alcuni si incazzano prima/dopo di altri, che alcuni pazientano meno/più di altri, che alcuni mentono meno/più di altri, e via elencando lombrosismi?

Io non capisco cosa c'entra il situazionismo con tutto quello che c'è scritto!

Per me il situazionismo era altro...

Ah, voi intendete una particolare teoria morale...scusate...

 

Le tesi (di J. Doris, ma non solo) non sono tautologiche nel senso usuale in cui se "situazione" e' lo stato dell'universo, incluso beninteso tutte le condizioni, situazioni, sinapsi, moti dell'anima -- quel che si vuole-- dei cosidetti soggetti, allora e' tautologico che le reazioni alla situazione dipendono --in qualche senso di "dipendenza"-- dalla situazione.

No, e' assai piu' restrittivo il modo in cui viene usato il termine.

Gli esempi (che sono veramente coorti) cominciano dai casi di tipo Milgram e Zimbardo (Stanford, dagli anni 50 del secolo scorso fino a quando esperimenti con umani vengono vietati per ragioni etiche.)

Seguono infinite visioni di esperimenti (reali, contemporanei.) Ne cito uno che, nel suo piccolo, fece storia. In una situazione in cui si puo' o decidere di aiutare un mendicante o no, 87% dei soggetti lo aiuta ogni volta che trova una moneta in un telefono pubblico prima di incontrare il mendicante.

Come si vede la "situazione" che non viene mai definita direttamente da Doris, e' una fettina piccola assai dell'universo.

La tesi e' detta situazionista perche' suggerische che tutte le teorie morali (dette della "virtu'") secondo cui gli individui hanno caratteri (buoni, cattivi, misericordiosi, sadici, etc.) errano nel non considerare l'evidenza psicologica di come gli individui reagiscano a una situazione senza alcuna relazione a quel che e' la (supposta) loro personalita' morale.

Consiglio a chi interessi di consultare moralpsychology.net dove sono raccolti una massa di materiali e di critiche. Va rammentato pure che le teorie della virtu' hanno il loro apogeo nel confucianesimo classico e post-classico (compito dei maestri e' formare gentiluomini, e' un carattere che conta, non astratte formulazioni di doveri.)

Scusate per la noia, forse alcuni volevano il situazionismo alla Debord, ma qui la questione e' analoga a quella lanciata dagli economisti "empirici", esiste uno studio empirico della morale?

Molto interessante (lo studio empirico della morale e gli esperimenti citati). Mi chiedo pero' quale rilevanza abbiano questi esempi per comportamenti un po' piu'... "grossi". Mi spiego.

Non faccio fatica a credere che chi trova soldi nella cabina telefonica sia poi meglio disposto verso il homeless. Anche io se ho avuto una buona giornata lavorativa sono piu' disposto a dare un dollaro al signore che canta e suona in metropolitana. D'altra parte lo dice anche il proverbio, quindi dev'essere per forza vero: l'occasione fa l'uomo ladro.

La domanda (empirica) e': quanto pesano situazioni vs. caratteristiche personali in decisioni tipo: prendo la bustarella o no? Salvo il collega/amico/vicino ebreo/Tutsi/musulmano-bosniaco dalle ronde fasciste/naziste/Hutu/serbe?

Chiaramente, caratteristiche personali importano sicuramente: abbiamo miriadi di esempi in cui, nelle stesse situazioni (o come forse diremmo noi, posti davanti agli stessi incentivi), alcuni prendono la bustarella e altri no, alcuni nascondono il collega/amico/vicino e altri fanno finta di niente, ecc. La domanda e' quale sia il peso relativo di ciascuno di questi fattori.

 

La questione (di Giorgio Topa) e' affatto sensata.

Non sono esperto (se esiste un tale concetto) di morale, ma... gli studi citati (Zimbardo in tempi recenti, Milgram nel passato e pochi altri perche' i ragionamenti qui si fanno su comprensione di fatti storici, e' difficile far esperimenti in cui si controllano i fattori -- provate a mettere tre nazisti e due rabbini in una stanza e dite loro di seguire i propri istinti.. che fanno? pregano? leggono Talmud? sparano ai rabbini? invocano e bestemmiano? giocano a scacchi?) indicano che anche in casi "grossi" per usar questa terminologia le situazioni contano di piu' di tratti personali. I --molto discussi-- casi di Migram indicano che e' sufficiente che venga detto a qualcuno di torturare una persona e la grande maggioranza lo fa, coi patemi e stilemi che si immaginano, ma pochissimi rifiutano. Il che e' assai consistente con il fatto (non sperimentale) che nel caso del 101 battaglione di vigili urbani che vennero mandati a sterminare inermi, pochissimi si rfiutarono. I documenti, che van presi con le pinze come si dice, sono raccolti in traduzione italiana in Goldhagen, D. Volenterosi carnefici (del 1996, disponibile anche in italiano presso A. Mondadori dal 1997.) Mi rendo conto che citare un fatto storico non e' come far rotolar le biglie per vedere che ci sta attrito, ma e' forse il massimoc he si puo' fare.

Se invece l'obbiezione e' che la scelta di mandare i pizzardoni a sparare agli infanti,  non sia grossa a sufficienza... beh...

 

 

Gli economisti, questi saputelli imperialisti, parlano da sempre di etereogenità delle preferenze e d i centralità degli incentivi. Nel caso scolastico rappresentano l'atto di scelta fra A e B ("bene" e "male" ?) come dovuta all'interazione fra il desiderio di massimizzare un qualche criterio di beneficio personale (rappresentato da un ordine binario, usualmente convesso) dato il costo dei panieri a disposizione, i prezzi relativi delle componenti del paniere e le risorse totali a disposizione.

Un'implicazione ovvia di tale teoria è che quando il "bene" è conveniente (relativamente al "male") e/o le risorse sono abbondanti, se ne consuma parecchio. Quando vale l'opposto se ne consuma molto poco sino a farlo scomparire quando fare del "bene" è proibitivamente costoso. Gli economisti, questi cinici rompicoglioni, non credo si siano mai sorpresi di fronte all'ubiquità del male, tant'è che è su di una manifestazione del medesimo - l'egoismo nelle sue molteplici manifestazioni le quali, se ci pensate, includono quasi tutto il male possibile - che fondano il grosso del proprio teorizzare: togli la "banalità del male chiamato egoismo" e la teoria economica moderna evapora. Tanto per buttarla in politica: come spiegarsi la politica italiana se non partendo dall'ubiquità del male (e dell'idiozia, questa sua sorella minore)?

L'aspetto interessante, per me almeno, non è tanto che il "bene" diventi rapidamente troppo costoso per alcuni, ma che rimanga relativamente conveniente per altri - dai padre Kolbe alle Madri Terese, a chi nascondeva gli ebrei in granaio nel '45 - pur in situazioni che, apparentemente, lo dovrebbero rendere estremamente costoso. In fin dei conti, anche nell'esperimento di Milgram alcuni dei partecipanti rifiutarono gli ordini, mentre dopo Gaza svariate decine di membri di Tzahal hanno provato schifo di se stessi ed hanno confessato le proprie atrocità. Gli esempi, ovviamente, possono continuare per ore: son certo che persino qualcuno di noi, qualche volta, è stato "generoso" ed ha fatto del "bene" quando farlo gli costava assai in termini di "benefici materiali personali", ossia quando il prezzo del "bene" era molto alto. O no?

In altre parole: è la generosità o, più in generale, la perseveranza e tenacia del "bene" che ci sorprende e che merita d'essere compresa. Non tanto per creare l'uomo nuovo, ch'iddio ci scampi e liberi dagli uomini nuovi, ma semplicemente per cercare di disegnare incentivi localmente meno favorevoli al sempre incombente male.

P.S. Leggiucchiai Zimbardo's in tempore illo: chiacchere tante, sostanza everywhere vanishing.

Ho nessun dubbio sul tema (incluso che Phil Zimbardo sia piu' aria fritta che altro.)

Rimane che il 99% di quel che viene fatto (ad esempio dalle scuole) parte, si base, e presuppone l'idea che si possa in qualche senso "temprare" una personalita' (appunto tendente al bene etc.)

il che, se il ragionamento svolto dal situazionismo e' corretto e viene portato alle sue ultime conseguenza, e' impossibile.

la questione e' sottile, si debbono duqnue imporre incentivi occasionali (che dipendono da una occasione) oppure bisogna incentivare regole (che impongano la scelta desiderata)?

gli economisti son, quasi per natura, utilitaristi. non e' l'unica merce sul mercato.... l'utilitarismo

 

 

non è l'unica merce sul mercato.... l'utilitarismo

 

Spiegati meglio. Non ho capito a quale "mercato" tu ti riferisca.

Intendi le "motivazioni" degli individui?

Sul resto, come ben sai, condivido. In particolare condivido sia alquanto discutibile l'idea che gli esseri umani siano "forgiabili" nel senso "profondo" del termine. Però sono "incentivabili" e, dal punto di vista observational, le due cose son veramente difficili da separare in contesti che non siano di esperimenti strettamente controllati.

Solo (nb INTENDO solo) che per gli economisti l'utilitarismo e' l'unica oprione sul mercato (nel senso di accessibile.) I teorici della morale hanno, per ragioni affatto diverse, una gamma piu' vasta di opzioni (da kant al mio oggetto, detto oggi giorno teoria delle virtu', si veda M. Nussbaum, A. Sen, Aristotele, Confucio, etc.)

Sul punto serio, siam largamente d'accordo ma ci torno appena posso e spiego direttamente quel che sembra a me sia il caso.

("mercato" nella frase del blogpost precedente significa solo "beni intellettuali che si possono acquisire", nel seno di "the only game n town")

Adriano, spiegami che davvero non capisco. Le due cose mi sembrano affatto differenti.

Tanto per semplificare BRUTALMENTE (i.e. giocando a "economisti verso il resto del mondo"):

- noi (ma anche gli evolutionay psychos) proponiamo una teoria positiva, che dice "gli esseri umani, ogni essere umano, hanno dei goals e delle preferenze profonde ben definite, che cercano più o meno di ottimizzare in tutto ciò che fanno, dentro i limiti del possibile e, soprattuto, dentro i limiti che la loro conoscenza ed interpretazione del mondo loro permette". In questo framework, la virtù o i principi morali hanno una natura strumentale, sono regole del gioco o strumenti cognitivi/intepretativi, oppure procedure accettate in tempo/luogo X e poi mutevoli/mutate. Le teorie morali/politiche/whatnot, in questa visione, sono strumenti per interpretare/capire il mondo e/o regole di comportamento funzionali alla massimizzazione di whatever preference order pincopallino ha. Il preference order ce l'ha perché ce l'ha, anche se è pure interessante chiedersi perché quello e non un'altro (cosa che experimental decision theorists, cognitive and evolutionary psychos si chiedono, se intendo bene).

- gli altri, cosa dicono? Che così non è? Cosa motiva gli esseri umani? Dicono che gli esseri umani sono motivati da principi morali assoluti in se e per se, ossia funzionali a null'altro che il rispetto di principi tipo "ama il prossimo tuo come te stesso"? Sia chiaro, parlo di teorie positive NON normative. Non mi frega se Confucio o la buona Philippa dicono che io DOVREI amare il prossimo come me stesso (campa cavallo ...), ma se, in media, io sono "fatto" in maniera tale che così tende a succedere.

Voglio dire, io penso che poca gente dovrebbe venire in Dolomite in Agosto e che i pochi legittimati a venirci dovrebbero farlo a piedi, rispettosamente, raccogliendo i loro maledetti rifiuti, senza gridare, eccetera. Però LORO, loro non fanno così e vengono ed ingorgano passo Sella ... Se mi chiedo perché lo fanno non parto dai miei principi morali sulla relazione uomo-montagna, ma da ciò che li spinge a venire a passo Sella ad intasare il passo di macchine invece di starsene a casetta.
Gli altri, i non economisti, che cosa dicono? Che costoro vengono a massacrarmi le palle perché guidati da un afflato morale? Sempre detto che il moralismo fa danno al prossimo ... :-)

 

levato

 

dunque, qui gioco in partibus infidelium.

Vi sono due ordini di dissenso. Una precisazione terminologica. Spesso quel che viene qui chiamato positivo e' descrittivo. Ragione semplice il "positivo" e' quel che si pone, osi impone, da "porre". La cosa e' irrilevante. Mantengo la terminologia per esser chiaro.

1 Gli uni (gli "economisti", per la cronaca, in questa accezione sono economista pure io, che di economia so quel che ho imparato, ma ha zero competenza economica e da tutti i suoi soldi a un fund manager) hanno una teoria positiva.

Accettiamo per farla breve la definizione (di Michele Boldrin): vi e' una struttura che e' data da X (X= la natura umana, o gli effetti dell'evoluzione, o la struttura del cervello dei primati piu' alti, o il fattore gioco-teoretico secondo la teoria preferita, etc. lo studio di X e' passato alla psicologia, nell'unico senso in cui vi e' una psicologia, ergo non e' piu' problema della teoria in quanto tale. X e' una serie ordinale (vale a dire che in essa valgono principi ad esempio di identita' e transitivita') di preferenze, la natura delle quali e' affatto arbitraria (a uno puo' piacere solo leggere in Mongolo antico, a un'altra persona il gelato, a un altro aver gran successo nello sport e odiare il rock 'n roll, ad altri piace scrivere trattati sulla morte, non meno che ad aver gran comando politico o finanziario, etc.) Data la teoria, le visioni morali politiche etc. sono strumentali in svariati sensi del termini (aiutano ad ottenere il raggiungimento delle proprie preferenze, mettono in essere un sistema di regole in cui viene accresciuta di probabilita' di raggiungerle, etc.). Punkt.

2. gli "altri" (per comodita' chiamateli i "morali") sostengono che esista un "imperativo" di ordine morale che e' diverso da tale X (la struttura riassunta in 1.) che cosa sia? tutti dissentono senza fine. vi e' chi vede questo come un fatto (creato dall'evoluzione? messo li dal dio degli eserciti? inculcato dai preti?) e vi e' pure chi non lo vede come un fatto, ma come un effetto di fattori assai profondi (il piu' famoso di questi e' Kant che penso', bizzarramente di dedurre principi normativi (opposto a "positivi", il contrario di descrittivo insomma) dalla razionalita' pura e dura [non credo che adesso nessuno ci creda, ma vi sono dissidenti anche su quello.] I morali pensano che la morale possa e volte persino debba andare contro quel che X indica (dovrei pensare a sopravvivere e invece mi faccio fucilare gridando viva Stalin (parte della mia famiglia ebbe tali interessanti deviazioni dalla cosidetta razionalita'.)) Gli economisti rispondono nel modo interessante, che e' quel che interessa a me (qui.)

Di fronte ad ogni deviazione da quel che e' prevedible, giustamente essi fanno notare (e' uno dei veri principi dell'economia che e' difficile attaccare in modo sensato) che il contenuto di X (le preferenze e il loro ordine) *non* e' dichiarabile, e' solo agibile, vale a dire viene solo esibito da un comportamento.

Per usare il mio tedioso esempio, sembra che X sia, per quasi tutti, di sopravvivere piuttosto che di morire in giovane eta'. Ma Radames (nome di guerra di mio zio, appassionato d'opera, caduto nel rastrellamento del Cansiglio nel 1944 -- questo e' solo per chi dice che sono sempre oscuro, il prezzo della chiarezza e' la lunghezza) si fa torturare e fucilare. Perche'? perche' il suo vero X consiste anche in una preferenza quasi assoluta (della forma: piuttosto che cedere ai tedeschi, meglio farsi fucilare) la quale viene rivelata dal suo comportamento.Se, controfattualmente, avesse ceduto ai crucchi, si sarebbe visto che le sue preferenze son ordinate in modo tale da dar piu' valore alla sua sopravvivenza, piuttosto che alla sua lealta' militare e politica.

 

Siccome non voglio scrivere brevi cenni sui massimi sistemi, chiudo solo con un quesito. data la struttura della discussione, il punto (debole?) della teoria positiva degli economisti e' il seguente. Esiste un fatto in grado di refutare la teoria? Propendo per una risposta negativa. Perche'? perche' qualsiasi fatto (in questo caso istanza di comportamento) mostra esattamente quale sia l'ordine delle preferenze e *null'altro*. Ergo han sempre torto i morali a ribattere sul chiodo di quanti sian i casi veraci o supposti di altruismo insensato (uno dei miei migliori amici mi porta ad esempio sempre tutta la cittadinanza di una citta' che spese una settimana insonne per far nuotare dei delfini che insistevano a atterrare saltando su una spiaggia in cui morivano di caldo, si noti che appunto nessuno si attende che i delfini abbiano comportamenti reciproci e che vangano a tirarmi su quando cado nella doccia.) Hanno torto perche' di fronte al comportamento altruistico X verra' intesa come avendo una altissima preferenza per, ad sempio, gli effetti di reputazione (ho la testa talmente piena di Rambam che penso sia ben far la carita' anonimamente e quindi mi sento meglio *io* se nessuno vede che ho dato soldi ai paralitci, agli orfani di Burma o quel che volete voi) che il comportamento ha ad altri.

Se sono sulla strada giusta, vi e' un problemino, non banale. La cosidetta teoria di X non e' una teoria, visto che esclude nessun comportamento, vale a dire, in questo contesto, esclude nessun fatto. Per chi abbia un minimo di conoscenza di che cosa sia una scienza, le scienze --tutte-- producono teorie refutabili, refutate, non ancora refutate. Con l'esclusione unica della matematica vera, che appunto non esclude nulla, essendo una particolare struttura assiomatica. Il mio suggerimento e' che la teoria, sommariamente descritta in 1. sia una teoria di forma matematica e non una teoria scientifica. 

Per chi mi conosce, spero sia chiario non sia un insulto.

 

 

nota, solo per i pedanti. 

A chi non comprenda cosa sia il riferimento alla carita', trovate qui una breve summa, che mi scuso e' in Inglese perhe' la prima che viene in Html e non ho il tempo per creare un Pdf dell'originale

 

 

<em>Eight Degrees of Charity: 
Rambam, Hilchot Mat'not Ani'im 10:1,7-14<em>

<em>
<em>

<em>Translated and copyright 1990, 2003 by Jonathan J. Baker<em>


[Interpolations] in brackets, {scriptural citations} in braces.
1) We are required to take more care about the mitzva ["command"] of tzedaka [Tzedaka, unlike "charity" (from Gk. karitas, "love"), is the Jewish legal requirement to do rightly with your fellow person -- that is, to support him when he is in need.(Deut. 15:7-8)] than for any other positive mitzva. For the mitzva of tzedaka is the sign of the righteous descendents of Abraham our father, as "[God] has made known to him [Abraham], so that he shall command his sons to do tzedaka." {Genesis XVIII:19} The throne of Israel is not established, nor does true faith stand except through tzedaka), for "through tzedaka will I [God] be established." {Isaiah LIV:14} And Israel will not be redeemed except through tzedaka, for "Zion will be ransomed through judgment and returned through tzedaka." {Isaiah I:27}

7) There are eight levels of tzedaka, each greater than the next. The greatest level, above which there is no other, is to strengthen the name of another Jew by giving him a present or loan, or making a partnership with him, or finding him a job in order to strengthen his hand until he needs no longer [beg from] people. For it is said, "You shall strengthen the stranger and the dweller in your midst and live with him," {Leviticus XXV:35} that is to say, strengthen him until he needs no longer fall [upon the mercy of the community] or be in need.

8) Below this is the one who gives tzedaka to the poor, but does not know to whom he gives, nor does the recipient know his benefactor. For this is performing a mitzva for the sake of Heaven. This is like the Secret [Anonymous] Office in the Temple. There the righteous gave secretly, and the good poor drew sustenance anonymously. This is much like giving tzedaka through a tzedaka box. One should not put into the box unless he knows that the one responsible for the box is faithful and wise and a proper leader like Rabbi Hananya ben Teradyon.

9) Below this is one who knows to whom he gives, but the recipient does not know his benefactor. The greatest sages used to walk about in secret and put coins into the doors of the poor. It is worthy and truly good to do this if those who are responsible for collecting tzedaka are not trustworthy.

10) Below this is one who does not know to whom he gives, but the poor person does know his benefactor. The greatest sages used to pack coins into their scarves and roll them up over their backs, and the poor would come and pick [the coins out of the scarves] so that they would not be ashamed.

11) Below this is one who gives to the poor person before being asked.

12) Below this is one who gives to the poor person after being asked.

13) Below this is one who gives to the poor person gladly and with a smile.

14) Below this is one who gives to the poor person unwillingly.

 


Forthcoming i

 

Nell'ordine:

- "descrittivo" e non "positivo". Concordo. Per qualche ragione (anglofilia? preferenze? :-)) gli economisti usano "positive" e "normative", ma condivido che "descrittivo" sia preferibile, anche in inglese ed in italiano di certo. Use either, as you see fit.

- Se il corpo teorico che Adriano chiama X sia una teoria "scientifica" (i.e. se esista un esperimento che la possa "falsificare" o meno) è questione ampiamente dibattuta e, apparentemente, scarsamente risolta. Ad un certo livello essa è irrisolvibile o, meglio, è stata forse risolta nel senso per cui Adriano propende (ossia che non si tratti di una teoria "scientifica" ma di un sistema assiomatico appartenente alla stessa famiglia a cui appartiene, per dirne una, la topologia differenziale). Io stesso (in collaborazione con Luigi Montrucchio) ho contribuito a raggiungere questa conclusione: ad un certo livello di astrazione (una parte del) la teoria X è vuota di contenuto empirico perché non permette di escludere nessun comportamento (all'interno di una classe molto ampia di comportamenti, va aggiunto: neanche a quel livello "tutto" è veramente possibile). Questo però non implica la conclusione a cui Adriano arriva, per due ragioni.

- Alcune predizioni della teoria sono testabili, nel senso che alcuni comportamenti vengono esclusi. Questo vale in moltissimi campi di applicazione della teoria ma vale anche, la qual cosa è più rilevante, per quanto riguarda le preferenze. Per esempio, al fine di avere una teoria delle decisioni che funzioni gli economisti assumono che le preferenze siano "convesse": è perfettamente testabile, in laboratorio, se questo sia o non sia il caso. È anche testabile se sono "monotone" in questo e quello, cosa che pure la teoria assume o se vi sia, o meno, "avversione al rischio" e di che "forma" sia (attività, questa, a cui si dedica da alcuni anni Aldo Rustichini, per esempio). Vi sono abbondanti altri esempi, che risparmio per non tediare, ma che si possono introdurre se necessario. In altre parole, anche al livello più "fondamentale" (teoria delle decisioni) la teoria X è falsificabile.

- Nel caso in questione, a mio avviso, la domanda che sottende la discussione va posta in due stadi.

  1. È sensato il "programma scientifico" degli economisti, secondo il quale esistono "preferenze umane universali" (ossia, un ordine X con certe proprietà ben precise e che è comune a tutti gli esseri viventi che appartengono alla specie "homo sapiens sapiens")? Per rispondere affermativamente o meno a questa domanda occorre da un lato definire in cosa tali preferenze consistano e, dall'altro, procedere "sfogliando il carciofo", ossia eliminando tutto ciò che (nel comportamento umano) è di volta in volta attribuibile a "cultura" nel senso più lato. Non mi è ovvio se questa prima parte di tale programma sia fattibile e ben definita, ma non mi sembra impossibile. Mi sembra, fra le altre, definire pressapoco il programma scientifico di quelle discipline che si raccolgono sotto l'etichetta di "socio-biologia" o "evolutionary psychology". Ad ogni modo, questo è un punto che merita discutere: esistono costanti biologiche che determinano certe "preferenze" a-priori, in tutti gli umani, da sempre ed indipendentemente di dove siano nati, come siano cresciuti, eccetera? Di nuovo, mi sembra che la ricerca recente di Aldo voglia rispondere a una, piccola parte di, questa grande domanda.
  2. Ammesso che la risposta a 1. sia YES, allora possiamo chiederci se, nell'ordine X di preferenze "innate" vi sia, o non vi sia, un principio definibile come "morale" (qui occorre una definizione di cosa sia "morale" in tale contesto). Ammesso che la risposta sia NO, allora possiamo chiederci in che senso il principio (i principi?) "morale" (di nuovo, qui c'è bisogno di un'altra definizione di cosa sia "morale" nel caso NO) influenzano le azioni osservabili degli umani.

P.S. Questo mi sembra rispondere anche alla domanda che Marco B pone sopra: certo che credo che principi "morali" abbiano effetto sulle azioni delle persone! Sempre. Solo con le "preferenze innate" è impossibile prendere decisioni d'alcun tipo. Personalmente, ma qui parlo loosely, io associo le "preferenze innate" a quanto avviene più o meno a livello di "limbic system", mentre le cose che chiamiamo "morale, visione del mondo, ideali, principi, eccetera, e che hanno a mio avviso una natura "funzional-strumentale", vivono tutte (molto roughly) dalle parti della "frontal cortex". V'è abbondante evidenza che sia impossibile "prendere decisioni" - nel senso comunemente attribuito a queste parole, ossia non come lo fanno le fottute mosche che mi tormentano mentre scrivo - quando una di queste due parti del nostro cervello non funziona più. Quando una di queste parti se ne va smettiamo, per così dire, d'essere "umani". Se, poi, questo ci faccia diventare "troppo umani", non lo so ... appena mi succede vi scrivo!

 

Dice Adriano, parlando dell’economia:

 

Se sono sulla strada giusta, vi e' un problemino, non banale. La cosidetta teoria di X non e' una teoria, visto che esclude nessun comportamento, vale a dire, in questo contesto, esclude nessun fatto.

 

Io sono in disaccordo. Quella che presenti e’ la caricatura dell’economia che si trova fra qualche teorico delle decisioni. L’idea sarebbe:

 

1. L’unica cosa su cui gli economisti possono pronunciarsi sono le scelte economiche

2. In questo ambito, le preferenze sono rivelate dalle scelte fatte

3. Se fra a e b scegli b io dico che preferisci (per definizione) a su b

4. Tutte le preferenze sono possibili

 

L’economia e’ molto di piu’ di questa affermazione, anche in questioni vicine a quelle che interessano la discussione corrente, di natura morale. L’economia e’ un tentativo ambizioso di spiegare molto con poco. Facciamo un esempio in campo non controverso. Gli esseri umani decidono ogni giorno quanto consumano e quanto risparmiano. Quanto dei due scelgano si potrebbe spiegare con una ``propensione al risparmio’’ e una ``propensione al consumo’’, e qualcuno ha effettivamente fatte teorie su queste propensioni, che si estendono alla macroeconomia. Certe visioni di natura psicologica hanno questo aspetto. Queste teorie sono nel passato, fortunatamente, e sarebbe un disastro tornare indietro. Il problema per quelle teorie arriva quando si cerca di stabilire cosa succede al risparmio quando per esempio il tasso di interesse sale. Qui la teoria accennata e’ in difficolta’, a meno di introdurre una propensione alla risposta del risparmio al tasso di interesse.

 

Gli economisti sono piu’ ambiziosi, e dicono: quello che gli essere umani vogliono veramente e’ un certo flusso di consumi. Il risparmio e’ sussidiario, e viene scelto in base ai flussi di consumi futuri che permette. Da qui viene anche una certa predizione sulla variazione del risparmio in risposta all’aumento del tasso di interesse. Predizioni qualitative, difficile, magari ambigue ma predizioni. Quindi la teoria e’ molto restrittiva, quando fatta bene, infatti ora si scopre che forse lo e’ troppo.

 

Prima di continuare, una osservazione sulle teorie delle due propensioni. Sembra violare Occam in un modo ridicolo (due fattori per due comportamenti, cosi’son buoni tutti a fare teorie). Ma la teoria puo’sembrae piu’ accettabile se si osserva che ci sono aree del cervello che animano impulsi a consumare subito, e altre che controllano questi impulsi. Allora l’idea che ci siano due propensioni puo’ non sembrare piu’ cosi’ ridicola.

 

Espandiamo gli orizzonti. In campo morale l’economia cerca di fare lo stesso. Per esempio possiamo analizzare il problema dell’onore, e cercare di capire cose ci spinge ad agire per onore. L’economista cerca di nuovo di spiegare molto con poco. Per esempio introduce probabilita’ soggettive, incertezza su tipi, azioni come segnale, e cosi’ via, e crea una teoria della reputazione. Cosi’ come per il consumo e il risparmio, cosi’ per l’onore, possiamo decidere di fare azioni che sembrano contraddire il nostro interesse immediato perche’abbiamo in mente l’interesse futuro. E fa, come nel caso del risparmio, molte predizioni con poche assunzioni.

 

Qui arriviamo al punto: il vero contributo dell’economia per me e’ questo sforzo di spiegare molto con poco. Questa e’ una forza sostanziale, che gli economisti comportamentali potrebbero minare, e che fa l’economia una scienza, molto piu’ che una struttura formale matematica, come mi pare, come un complimento all’economia, descrivi.  Gli economisti sono sospettosi dei tentativi di introdurre propensioni perche’ magari quello che si assume come tale puo’ invece essere spiegato. La visione fondamentalista dell’economia e’ che tutto si puo’ spiegare con quasi nulla: cioe’ con un comportamento interessato basato su preferenze molto semplici (su consumo), in una realta’ quella si’ molto ricca e complicata (informazione incompleta, storie di scelte passate, comportamento strategico che richiede di pensare cosa gli altri pensano e cosi’ via.)  Questa visione magari non sara’ vera: pero’ e’ troppo presto per rinunciare.

 

Un commento alla domanda di Michele:

 

Altra domanda: davvero l'evidenza empirica e sperimentale a disposizione NON suggerisce patterns di comportamento? Ossia che alcuni si incazzano prima/dopo di altri, che alcuni pazientano meno/più di altri, che alcuni mentono meno/più di altri, e via elencando lombrosismi?

 

Altro che. Sappiamo anche di piu’: che tutte quelle cose che indichi sono ereditabili intorno al 60 per cento, e queto fra l’altro indica che Lucas si sbaglia sulla emigrazione. Ma questo e’ un altro post...

Il dissenso e' in parte semantico, su cosa voglia dire "economia". Ne sono persuaso e usai "economisti" tra virgolette per questa ragione.

 Il motivo per cui do la mia preferenza ad intendere economia come formale (vide supra) e' di natura scientifica, nonha nulla di normativo, vale a dire di dettare agli economisti che fare o che non fare.

Se la teoria e' formale cio' a cui si applica e' un insieme di variabili. Forse influenzato dalle idee di Don Ross (Uct, comm Fac & UofA at Birmigham) non vedo come si mostri che le teorie economiche si debbano applicare a esseri umani. Puo' benissimo essere che il soggetto che prende decisioni di risparmio e consumo (esempio di Aldo Rustichini, in questa discussione) non sia una persona. Il senso comune dice che il pezzo di carne detto palma sia identico a me stesso (piu' o meno anima, psyche, mente oq uel che pensate voi.) L'economia dice che e studia come soggetti variabili compiano certi atti: dove soggetto puo' esser un'impresa, una colonia neuronale, una zanzara, o mandire di bufali.

Il che mi sembra una forza e non una debolezza.

Se il "soggetto" e' una variabile e' plausibile che cio' che produce comportamento abbia nessuna corrispondenza biunivoca con quel che intendiamo per individuo, e quindi si apre tutta una serie di interessanti questioni su come un cervello funzioni, visto che puo' darsi il caso che vi siano centri di scelta che non sono mai in contatto col quartier generale, ammesso che uno ve ne sia (il super-io di Freud? la mente di Descartes? l'anima dei preti? il pensiero di Jerry Fodor?)

 

una nota che ha nessuna attinenza: avete osservato che common sense e' tradotto buon senso e non senso comune? vedasi le leggi sul "comune senso del pudore" che non e' common sense.

stavo solo pensando a come tradurre common sensical conceptions

Il principale contributo dell'economia (ed anche la sua definizione) e' da ricercare, io credo, non nei modelli che produce, quanto nelle conclusioni che riesce a formulare rispetto ai fenomeni che studia (diciamo vagamente, i fenomeni economici).

Io concordo che il modello "preferenze -> scelta"  sia di grandissimo valore al di fuori dell'economia, e possa essere applicato a insetti, piante e quant'altro. Ma non puo' questo modello chiamarsi  ''economia''. Sia perche' c'e' economia fatta al di fuori dal modello di cui si discute. Sia perche' l'origine del modello e' da ricercasi probabilmente in altre discipline (matematica,fisica,ingegneria?).

Rispetto alla seconda questione che poni (sperando di averla capita), io credo che sia plausibile che il comportamento umano sia piu' facilmente rappresentabile come il risultato di un insieme di impulsi parzialmente in contrasto tra loro, piuttosto che come scaturito da un centro decisionale unico (parlo di rappresentazione e rimango a livello di modelli perche' non mi sento in grado di fare asserzioni in merito ai meccanismi cerebrali che generano quelle che chiamiamo azioni). Tuttavia, anche in questo caso i modelli che utilizza l'economia potrebbero essere utili. Sia la teoria dei giochi (il multi-selves approach): guardando al risultato della interazione tra gli istinti autointeressati. Sia il modello classico, procedendo in reduced form e derivando le preferenze aggregate (un po' come si fa in teoria del consumatore per derivare la domanda aggregata e verificare che esiste una funzione di utilita' che la genera).

forse dovremo muovere su un altro post, solo perche' stiamo usando il "libro" (primo post) come puro pretesto.

 

 

Nel prosieguo si perde di vista il "punto." Per chi abbia interesse alla discussione (che ' piu' una discussion in economia e filosofia che sul libro di Littell) sui poteri predittivi e su che cosa predicano (gli economisti) e' buon esercizio ascoltare le, piuttosto sagge, osservazioni di un collega di Nfa (d.k. Levine, Washu, St. Louis, MO) e di un collega mio (a. Rosenberg, Duke, Durham, NC)

La discussione si puo' sia ascolatare che trasferir (sul proprio computer) da 

bloggingheads.tv