Bilal: Il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi

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Fabrizio Gatti è un ottimo giornalista dell’Espresso, che ha inaugurato un metodo di lavoro atipico per i giornalisti della carta stampata, ma assai usato nella televisione: assume identità di volta in volta diverse e descrive vicende di cronaca dal punto di vista di chi le vive direttamente. Si possono sicuramente non condividere alcune delle sue affermazioni in merito alle vicende che scoperchia, ma di certo non si può mettere in dubbio che ricerchi la notizia con coraggio e passione, senza aspettare che arrivi bella impachettata sul tavolo del suo ufficio. L’ultimo suo libro, Bilal, applica questo approccio al giornalismo al tema dell’immigrazione.

Su precedenti applicazioni del metodo di lavoro di Fabrizio Gatti, si può vedere qui e qui; e ancora qui e qui.

Il “metodo” Gatti dovrebbe essere dunque chiaro. Vi sono luoghi che possono essere descritti nel loro funzionamento reale solo se ci si spoglia dei propri abiti ordinari, quali che essi siano, e si indossano gli stessi abiti di coloro che in quei luoghi sono a diverso titolo costretti a rimanerci. In questo modo il centro di accoglienza per immigrati irregolari; il luogo e le condizioni di lavoro dei braccianti in Puglia; ma anche, più semplicemente, le metropolitane durante la notte possono essere descritte esattamente come appaiono a chi le frequenta.

Come detto, nella carta stampata questo metodo è inusuale, mentre è assai utilizzato in trasmissioni televisive più o meno intelligenti, dove un abuso, reale o presunto, è "vendicato" da attori che indossano microfoni e telecamera nascosti con conseguente inseguimento finale, e doveroso sputtanamento, del truffatore, corruttore ecc. La differenza fra quel tipo di giornalismo televisivo e quello di Gatti (d’ora in poi G.) è che questo si occupa di vicende che, a torto o a ragione, consideriamo sempre collegate all’adempimento di un dovere civico di miglioramento delle istituzioni nelle quali viviamo: la denuncia circa lo stato di funzionamento degli ospedali; il trattamento che riserviamo a quanti sbarcano illegalmente sulle nostre coste e così via. Inoltre, e non è poco, G. corre dei rischi non indifferenti per compiere il suo lavoro: non solo le prevedibili denunce penali per l’uso di identità false ma anche per la sua incolumità fisica.

Nel libro “Bilal”, G. vuole ripercorrere la strada che dall’Africa detta sub-sahariana conduce verso i lidi mediterranei di Libia e Tunisia, dalle quali partono poi le imbarcazioni che terminano la loro corsa prevalentemente, ma non solo, a Lampedusa. Il viaggio dell’autore è “venduto” come se fosse un continuo temporale, che appunto dall’Africa lo conduce, per traverse e tristi vie, a lavorare come raccoglitore di pomodori in Puglia. In realtà l’intero libro è una collezione di vicende che sono temporalmente distanti l’una dall’altra. Il filo rosso rimane ovviamente la descrizione della “filiera” criminale, e con questa tutta la vicenda umana, che porta l’immigrato dai villaggi dell’Africa fino nei campi pugliesi.

Il libro è scorrevolissimo ed emana quasi un senso di avventura che a tratti copre il senso “etico” di denuncia che contiene, come che nel leggerlo si finisca più per seguire le vicende personali del nostro personaggio, perso in problemi pratici non semplici, piuttosto che spaziare nell’affresco più generale del dramma dell’immigrazione; ovviamente questo esito è in parte collegato all’aura di fascinazione che genera il luogo in cui si svolge buona parte del libro, il deserto. La scrittura è breve e sincopata e segue in maniera molto efficace le vicende delle quali G. è vittima, senza risultare l’effetto di una troppo cerebrale ri-sistemazione postuma: nella sua asciuttezza essa consente di guardare alle cose quasi in presa diretta.

Ovviamente il libro è un continuo susseguirsi di aneddoti ed episodi tragici ma anche semplicemente di vita ordinaria, seppure un’ordinarietà sui generis. Fra i molti episodi che mi hanno colpito, segnalo la vicenda di due ragazzi (pagg. 154 e seguenti) che l’autore conosce in una remota città del deserto del Niger, Dirkou. Qui spesso i migranti non hanno i soldi per poter tornare indietro (talvolta nemmeno desiderano tornare ai loro paesi d’origine) ma neppure hanno la certezza di poter proseguire verso la Libia e da qui verso l’Europa. Infatti, l'ostacolo al loro movimento è rappresentato dall’atteggiamento che le autorità libiche adottano nei riguardi dell’immigrazione proveniente dall’Africa nera: se i libici vogliono compiacere le autorità europee, allora il traffico di esseri umani sarà temporaneamente interrotto, con conseguenze immaginabili per chi è bloccato nel deserto (o almeno questo è quello che G. dice), quando invece l'attenzione dell'Europa per il problema dei migranti scema, i passaggi illegali di frontiera possono andare avanti indisturbati. Pur nella difficoltà della situazione, i due ragazzi, e con essi l’intera città, sono descritti nel loro quotidiano barcamenarsi, sempre appesi all’idea costante di partire e di “ri-farsi una vita”. I due ragazzi compariranno poi nuovamente nel proseguo del libro per raccontarci da testimoni oculari, a mezzo di email spedite all’autore, la vera politica razzista del nuovo "amico" dell’occidente, il presidente-padrone della Libia, Gheddafi.

L'altro episodio che riporto riguarda la fase finale del viaggio, quando G. si butta a mare da una scogliera, a Lampedusa, per poi farsi passare ancora una volta per immigrato. Dopo un salvataggio abbastanza farsesco (si fa ri-pescare sotto una villa in estate, in circostanze di festa e ovviamente coloro che lo traggono in salvo commentano in italiano sulla sua condizione e sulla sua provenienza, senza sapere che G. capisce l’italiano) l'autore è portato al centro di detenzione per immigrati irregolari dove assiste a tutta una trafila di umiliazioni, privazioni e vere proprie violenze fisiche perpetrate sui detenuti (che tecnicamente non sono nemmeno tali, infatti nel seguito del libro si racconta la demenziale espulsione degli immigrati con la semplice emissione di un foglio di via che intima loro di allontanarsi in pochi giorni dall'Italia). Pur in tutta la girandola di regolamenti idioti, sciatteria e violenza che subisce nel centro, G. racconta che una sera, mentre ritira il suo pasto, venne richiamato indietro da un maresciallo dei carabinieri (che in genere, contrariamente ai suoi colleghi, impediva ai sottoposti del battaglione che lui comandava di maltrattare gli ospiti del centro) che gli ricorda, in italiano, di prendere anche il pane. Ovviamente, G. si gira per prendere il pane, rendendosi conto in quel momento di avere forse commesso un errore in grado di mandare all’aria tutto il travestimento messo in atto fino a quel momento. Invece il carabiniere non solo non si chiede perché lo straniero abbia risposto alla sua chiamata ma “addirittura” (se leggerete questa parte del libro capirete che l’addirittura è pienamente giustificato) gli da una pacca sulla spalla mentre questi ritira il pane. Nelle mie righe l’episodio sembra insignificante, ma nel quadro di degrado in cui è inserito colpisce l’autore, che infatti ringrazia quell’anonimo sottoufficiale anche alla fine del libro, e colpisce ovviamente anche il lettore.

Il libro merita dunque di essere letto anche se vi è un certo leit-motiv di fondo che non mi è piaciuto. Molto brevemente questo riguarda la descrizione abbastanza di maniera che si offre di come le autorità europee o italiane trattino il problema dell’immigrazione. L’intera questione è complessa e fuori dalla mia portata, noto solo che l’idea che traspare dal libro “Bilal” è che le autorità europee siano interessate solo a non avere fastidiose immagini di barchini alla deriva nei tg serali e che, per garantire cene tranquille ai loro elettori, siano disposti a qualunque concessione nei riguardi della Libia del dittatore Gheddafi, in spregio a qualunque rispetto dei diritti umani. Anche il nesso di causalità immediata stabilito da G. fra decisioni europee (in reazione ad affondamenti o a ricorrenti problemi di sicurezza) e restringimento dei canali migratori fra Niger e Libia appare un po' troppo semplicistica.

Ma, in fondo, il libro non è uno studio sulle cause o sulle soluzioni del problema dell’immigrazione: è solo la storia di Bilal.

 

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Commenti

Ci sono 4 commenti

è un libro davvero bello, si.

 

L'accordo Italia Libia è stato concluso a condizioni migliori di quello proposte dal precedente governo Prodi e ciò si spiega anche col fatto che Gheddafi si è impegnato a ridurre l'immigrazione clandestina in arrivo dalla Libia. I richiami fatti dal Ministro dell'Interno e dalla Lega in genere a tale impegno negli ultimi mesi ci dicono che Gatti ha ragione. E ha ragione anche perchè affidare alla Libia, ovvero ad un governo dittatoriale, il compito di arginare l'immigrazione vuol dire fregarsene delle modalità con le quali l'impegno venga realizzato (a meno che nell'accordo, ma ne dubito, ci siano clausole che impongono alla Libia il rispetto dei diritti umani dei migranti). 

libia non fa rima con diritti umani. quindi si, accordi del genere si fanno per propaganda, per altri scopi (magari unicredit), per far vedere meno barconi agli italiani che alle 8 di sera mangiano con la tv accesa.

 

Non è un metodo del tutto nuovo per la carta stampata.

Uno dei primi a usarlo fu Günther Wallraff, nel suo famosissimo libro "Faccia da turco" dove si camuffa da immigrato turco nella Germania, fa da cavia per eseperimenti farmaceutici, finisce a lavorare in una centrale nucleare della TyssenKrupp e cerca di farsi battezzare nella Germania degli anni 80.

 

Ciò non toglie il rispetto al valore di questo giornalista.