L'unità e la dis-unità d'Italia. Dialogo. (II)

/ Articolo / L'unità e la dis-unità d'Italia. Dialogo. (II)
  • Condividi

Andiamo avanti. Capitale sociale sì o no?

Federico: Devo dire che sono molto colpito dalla discussione sul primo post  Mai avrei pensato vent’anni fa, quando facevo le mie prime stime della produzione agricola, che avrebbero interessato qualcuno al di fuori di un ristrettissimo circolo di specialisti. Da un lato mi fa piacere, dall’altro conferma i miei timori sulla politicizzazione.


Boldrin: In effetti, alcuni commenti avanzano teorie causali del tutto improbabili ma anche alcuni quesiti o affermazioni che, volendo pensarci seriamente, portano a questioni complicate assai e che mi sono “care”, per cosi dire. Ti dispiace se facciamo una piccola deviazione fra il metodologico ed il tecnico, e ne discutiamo un momento, prima di ritornare al tema centrale, ossia i fatti storico-economici che caratterizzano l’unita d’Italia?

Federico: Credo sia necessario.

Boldrin: Grazie, Giovanni. Allora, prima questione: svariate persone sembrano avere una teoria “causale” di tipo storico in mente secondo cui vi sono dei fattori non facilmente quantificabili  e che vengono classificati come “capitale sociale” i quali possono “causare”, se alti, il progresso economico mentre lo impediscono quando sono bassi. Questa teoria, a mio avviso erroneamente, viene attribuita a Putnam ed al suo libro Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy (la versione italiana è titolata La tradizione cvica delle regioni italiane). Nel libro in questione, in realtà, Putnam fa un discorso che poco ha a che fare con la crescita economica per se e molto con il funzionamento dello stato di diritto, della democrazia liberale, della fornitura di servizi pubblici locali, eccetera. Il libro, infatti, nasce da una ricerca sull’attuazione del decentramento regionale in Italia e si concentra sulla relazione che Putnam ed i suoi collaboratori identificano fra alcune misure “storiche” di “civismo” o “tradizioni civiche” e la qualità dei servizi pubblici offerti in quelle medesime aree durante gli anni ‘80. L’idea è che, affinché lo stato “sociale” funzioni, occorre che i cittadini mettano in atto strategie “cooperative”, altrimenti il dilemma del prigioniero travolge tutto e porta allo sconquasso. Le strategie cooperative sono di equilibrio solo in giochi ripetuti dove c’è poco discounting del futuro e dove gli altri giocatori apprendono a “punire” rapidamente ed efficacemente chi devia. Tali strategie, ci ha insegnato la teoria moderna dei giochi ripetuti, si reggono su insiemi complicati di “credenze” che devono svilupparsi nel tempo e hanno bisogno di corroborazione empirica per affermarsi. Tutto questo definisce una “cultura” che va appresa lentamente nel tempo, nei secoli forse, e che non si improvvisa dalla mattina alla sera semplicemente perché un parlamento dice “ora ci sono le regioni, amministratevi”, oppure “ora c’è il federalismo, fate voi”. Il ragionamento che sorregge questa analisi e la notevole mole di dati empirici che Putnam e i suoi collaboratori raccolsero (il libro è del 1993) mi convinsero abbastanza allora e mi convincono tutt’ora. Ho qui davanti la mia copia, acquistata a Chicago nell’aprile del 1993, e vedo solo poche note critiche su dettagli del tutto secondari. So far so good, lasciamo questo tema da parte (che ci servirà in una delle prossime puntate) e veniamo alla crescita economica. Nel capitolo 5 del libro Putnam tenta un esercizio più azzardato. Dopo aver sviluppato degli argomenti piuttosto contorti sulla “persistenza” storica delle tradizioni civiche (si reinventa un po’ di storia d’Italia, riduce le dimensioni dello stato papalino, vede grandi tradizioni comunali nel territorio del regno dei Savoia …) in modo da poter creare una relazione uno-a-uno fra l’alta qualità dei servizi pubblici odierni e le tradizioni comunali del tardo medioevo, egli fa un’osservazione obiettivamente importante e coerente con quanto noi abbiamo sostenuto nella prima puntata. Ossia: che attorno al 1860-70 le differenze di reddito e produttività fra Nord e Sud erano relativamente ridotte e che, soprattutto, non avevano alcuna correlazione, provincia per provincia, con le sue misure di “tradizioni civiche” (Tavola 5.2, pagina153).

Federico: Come detto nel post precedente, le differenze di reddito pro-capite Nord-Sud nel 1860 erano molto probabilmente modeste, ma il margine di incertezza  è ampio – ripeto dallo 0% al 40% con un valore più probabile attorno al 20%. Stimare dati per provincia è impossibile.

Boldrin: Sospettavo, la qual cosa implica che non si capisce bene come Putnam misuri il reddito provinciale; ma andiamo avanti. La correlazione, invece, cresce nel tempo sino ad arrivare ad essere molto alta negli anni ‘70 e - come la ricerca recente di Guido Tabellini, chiaramente ispirata dalle osservazioni di Putnam, prova - ancor più ai giorni nostri. I suoi dati si fermano agli anni ‘70 del XX secolo, ma è banale notare che con dati degli ultimi dieci anni la correlazione potrebbe essere addirittura maggiore dello 0,84 (ricordiamo che 1 è il valore massimo) che riporta alla fine della Tavola 5.2. Insomma, Putnam è stato forse il primo ad osservare una cosa che oggi molti sottolineano, cioé che esiste una forte correlazione fra ALCUNE forme di organizzazione socio-politica del passato e il livello attuale del reddito e che questa correlazione e andata aumentando nel tempo. La correlazione è evidente e sta alla base delle continue discussioni (alle quali io pure partecipo, a volte) sull’esistenza di due Italie, l’abisso culturale e sociale (oltre che economico) che le separa(va) e tutto il resto. Ma questa, appunto, è politica. Dal punto di vista strettamente storico e scientifico occorre osservare anzitutto che la correlazione, stranamente, aumenta nel tempo anziché diminuire. Ossia, nel 1860, sul piano puramente economico almeno, nessuno avrebbe pensato che “i comuni causano crescita economica ed i borboni o il papa causano sottosviluppo”, perche i dati ed i fatti del tempo non giustificavano tale associazione (altre cose forse sì, e sulle reazioni dei nordici inviati nel Mezzogiorno dopo l’unificazione torneremo in uno dei nostri prossimi colloqui).

Federico: Magari dicevano che i Borboni erano reazionari ed incivili (Gladstone “Il regno borbonico è la negazione di Dio” - 1851) e che creavano sottosviluppo ma per ragioni molto più pratiche – non investivano in ferrovie per esempio.

Boldrin: Verissimo, ma nemmeno il Papa faceva ferrovie tra Bologna e Modena, no? Eppure oggi, in quella zona, stanno di un bene invidiato da tutti ...  La correlazione è venuta manifestandosi dopo, con il passare del tempo. Ma con il passare del tempo tante cose son successe (come tante ne erano successe prima, tra il tempo dei comuni e quello dell’unificazione …) e le correlazioni che il buon Putnam ci mostra di tali cose non tengono conto. Detto altrimenti, vista così ed in assenza di una teoria che anche solo lontanamente possa sembrare una teoria della crescita economica, le correlazioni di Putnam (e quoindi le affermazioni ad esse conseguenti secondo cui  son stati i “comuni” ed il capitale sociale a loro associato a causare la maggiore crescita economica del Nord) altro non sono che un classico caso di “sample bias”. Ossia: una volta che hai dati statistici da spiegare in termini “causali” cerchi a ritroso, fra gli altri disponibili, altri dati che hanno la migliore correlazione con quelli iniziali e da esso inferisci causalità. Una variante, la più semplice, delle tecniche di “specification search” di cui ci insegnò, tre decenni e passa fa, il buon Ed Leamer al meglio della sua forma intellettuale. Hanno utilizzato in molti questa metodologia, prima e dopo Putnam. Fra le "cause" istituzionali della crescita abbiamo: i “comuni” in Italia, l’impero asburgico in Europa centrale, le città commerciali nell’Europa del Nord e sul mar Baltico, le città del sud dell'Inghilterra e dei Paesi Bassi coinvolte nel commercio trans-atlantico, le regioni autonome in regime “foral” in Spagna, le colonizzazioni anglo-sassoni nelle Americhe, le antiche civiltà commerciali in Asia (in quest’ultima avevamo, sino a poco tempo fa, anche l’uso di “alfabeti” basati su un certo insieme di simboli ma ora è arrivata la crescita anche in India …) mentre sino a circa ottanta anni fa si sarebbe potuto teorizzare che l’adesione ad un certo sottoinsieme di religioni cristiane fosse il fattore determinante ... ho anche l'impressione che un famoso sociologo l'abbia teorizzato. Fra tutte poi spicca la teoria di un mio oggi anziano ma sempre molto prestigioso collega, secondo la quale sono state le "corrette" attribuzioni di diritti di proprietà, via brevetti in particolare, nell'Inghilterra del 18esimo e 19esimo secolo a fare tutta la differenza. Torniamo all’Italia. A tuo avviso, qual ruolo può aver svolto il capitale sociale nello spiegare i divari regionali (o anche lo sviluppo diseguale dopo il 1861) in Italia?

Federico: Io sono molto più scettico di te sul capitale sociale come categoria interpretativa. È troppo vago (la fiducia reciproca?)  e quindi è impossibile da misurare direttamente. Ciascun autore usa una definizione diversa e poi lo misura con i dati che trova. Si usano misure tipo il numero di associazioni, o la partecipazione alle elezioni.  

Boldrin: La diffusione delle bocciofile crea lo sviluppo economico? Putnam, scienziato sociale attento, non annovera misure come la mortalità infantile, la speranza di vita o l’analfabetismo fra le “tradizioni civiche” ma le tratta correttamente come misure di sviluppo economico. In termini tecnici sono fattori endogeni, creati dallo sviluppo, non cause pre-esistenti. Il Putnam reale questo lo capisce, quindi non ci prova nemmeno a fare certi ragionamenti. Sottolinea, per esempio, che nel 1870 la correlazione fra le sue misure di civismo e la mortalità infantile e praticamente zero. I suoi discepoli recenti sono meno rigorosi, ma tant’è.

Federico: Io sospetto che anche (quella cosa che chiamano) il capitale sociale sia endogeno. Altro problema, l’orizzonte temporale: bastano 100 anni? O bisogna risalire al Medioevo dei comuni? E cosa succede se c’è la dominazione straniera? Il capitale sociale rimane o si perde?

Boldrin: Se Milton Friedman poteva permettersi “long and variable lags” di svariati quadrimestri nello studio dell’impatto causale dell’offerta di moneta sull’output, noi possiamo ben permetterci qualche secolo o anche mezzo millennio nello studio di una catena causale così fondamentale come quella che va dalle “istituzioni” allo “sviluppo economico”, non ti pare? Lascia che insista un poco sulla questione capitale sociale. Come avrai inteso sono scettico anche io e tendo, intuitivamente, a pensare che vi sia un meccanismo di endogeneità come tu suggerisci. Da storico, potresti elaborare su quell’affermazione? In altre parole, usando le “norme sociali di comportamento” come definizione di capitale sociale, potresti dirmi come vedi tu, storicamente, l’interazione fra queste norme (alcuni le chiamano “cultura”) e lo sviluppo economico materiale, l’adozione di metodi maggiormente produttivi, eccetera? Insomma, ti chiedo di darmi, in poche frasi, uno sketch del tuo modello generale di come struttura e sovrastruttura interagiscono nello sviluppo economico, tanto per usare una terminologia marxista che tutti capiscono al volo.

Federico: Una domandina semplice. Come si dice: “il possibile è già fatto, l’impossibile lo faremo, per i miracoli ci stiamo attrezzando”.  Non nego che un comportamento corretto (ubbidire alle leggi, rispettare i contratti, etc.) sia utile o forse addirittura indispensabile per l’ordinato funzionamento del sistema economico e quindi anche per lo sviluppo.  Ma non vedo perchè il comportamento corretto debba essere innato (si sfiora il razzismo) o determinato da un particolare tipo di sistema politico, come il comune (che a sua volta mica nasce dal niente, è a sua volta il  frutto di evoluzione storica). Forse la gente si comporta bene perchè un sistema giudiziario efficiente reprimerebbe rapidamente ed efficacemente comportamenti scorretti. O magari lo sviluppo favorisce i comportamenti corretti, come sostiene Mokyr sia successo durante la rivoluzione industriale inglese (Joel Mokyr, The enlightened economy. An economic history of Britain 1700-1850, Yale University Press, New Haven and London 2009, cap 16). Più in là non mi arrischio di andare: non vedo un primum movens ma solo fattori fra loro concatenati dove è difficile dire cosa ha causato cosa.

Boldrin: Come tu sai, ci sono economisti che sostengono che la common law (quella tipica dei paesi anglosassoni) favorisce lo sviluppo economico più della legge romana (Shleifer e La Porta). Acemoglu,Simon e Robinson prima maniera dicono cose simili, ossia che si sviluppano i paesi dove arrivano en masse i coloni occidentali dell'Europa del Nord, preferibilmente anglosassone. Tu ci credi?

Federico: Mica tanto. Da quasi trent'anni la Cina sta crescendo al 10% l’anno con un capitalismo di relazione e con un sistema legale alquanto confuso. In secondo luogo, credenze profonde, istituzioni, comportamenti pratici, eccetera, interagiscono in maniera molto complessa e soprattutto diversa a seconda dei casi. Stabilire una gerarchia unidirezionale  (il capitale sociale determina le istituzioni e/o i comportamenti oppure le istituzioni determinano i comportamenti) valida per tutti i casi e tutte le epoche mi sembra impossibile. Si finisce alla metafisica.

Boldrin: E allora?

Federico: Proviamo con una via indiretta. Ma  ci vuole un “modello” e per farlo dobbiamo infliggere ai lettori una piccola lezione di Economia 101. Qualcosa di semplice che capisco anch’io che sono laureato in lettere. Se vogliamo spiegare il divario fra il PIL pro-capite di due regioni, chiamamole Lombardia e Calabria, ci conviene partire da un modello per quanto rozzo di determinazione del PIL, ossia il valore della produzione che si ottiene combinando i fattori di produzione – capitale, lavoro etc. - in base alla tecnologia esistente. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

Indietro

Commenti

Ci sono 48 commenti

esiste una evidenza del fatto che il capitale sociale aumenta con la crescita (o sviluppo) economica? perché mi sembra che i lavori che citate/criticate, spiegano la relazione di causalitá opposta. 

PS. mi sembra ci sia una esplicita critica al lavoro di Guiso-Zingales. ma il loro lavoro non viene citato. una dimenticanza?

Da sociologo convinto fautore dell'individualismo metodologico (e pertanto in rotta con più o meno il 90% della produzione diciamo scientifica interna al mio campo di studi) ho sempre trovato il concetto di capitale sociale usato da Putnam piuttosto vago, come nota Federico nel dialogo. Molto, ma molto meglio la definizione di James Coleman, che lo pone come processo endogeno da spiegare, come capitale vero e proprio creato a partire da attori razionali (ed egoisti in questo caso). Insomma, se il capitale sociale crea le condizioni dello sviluppo resta sempre da spiegare la creazione del capitale sociale, e si può farlo senza ricorrere a "cultura" o "fiducia" come fattori esogeni.

 

se il capitale sociale crea le condizioni dello sviluppo resta sempre da spiegare la creazione del capitale sociale,

 

Senza dubbio.

 

e si può farlo senza ricorrere a "cultura" o "fiducia" come fattori esogeni.

 

Come? Ossia, quali fattori suggerisci di trattare come esogeni e predeterminati rispetto al "capitale sociale", la "cultura", le "norme" ed i "sistemi di autorità e proprietà" ? Quali "tecnologie" producono il capitale sociale?

 

Ma non vedo perchè il comportamento corretto debba essere innato (si sfiora il razzismo)

 

e se fosse?? domanda volutamente provocatoria, ma i razzisti non si basano forse su questo?

non trovando altre spiegazioni allo sviluppo sociale o economico finiscono col pensare che siano "cose" innate al loro essere scandinavo/tedesco/europeo/giapponese.

Accidenti, non vedo l'ora che facciate la terza puntata!!

 

Fra tutte poi spicca la teoria di un mio oggi anziano ma sempre molto prestigioso collega, secondo la quale sono state le "corrette" attribuzioni di diritti di proprietà, via brevetti in particolare, nell'Inghilterra del 18esimo e 19esimo secolo a fare tutta la differenza.

 

Questo riferimento è rivolto a Romer, quello della crescita endogena?

 

Inoltre vorrei fare una domanda, forse banale agli autori: come funziona il nesso causale tra capitale sociale e crescita economica in teoria?

Anche se fossimo d'accordo nel definire il capitale sociale come la fiducia che gli agenti ripongono negli altri, che funzionamento  del meccanismo che porta alla crescita hanno in mente coloro che lo ritengono cruciale per questa ultima?

più fiducia--->minori costi per far rispettare i contratti(mi fido dell'altro quindi non lo controllo h24 7/7)---->più contratti--->maggior divisione del lavoro(invece di fare tutto io mi fido e lo compro dagli altri) e utilizzo di risorse(prima per evitare che mi venissero rubate dalle persone delle quali non mi fidavo, le tenevo inutilizzate)--->maggior crescita??

Grazie

Luca Ravagnani

 

PS: complimenti per il sito e per la pazienza.

 

Questo riferimento è rivolto a Romer, quello della crescita endogena?

 

Neanche per sogno, anche perché Paul Romer (oltre a non essere mio collega) ha uno o due anni più di me, quindi è un giovinetto. Un giovinetto che, comunque, mai teorizzò quanto sopra. Quanto sopra è stato teorizzato da diverse persone ma, in particolare e con particolare forza, da Douglass North, che è mio collega, ed in procinto di compiere 91 anni.

 

come funziona il nesso causale tra capitale sociale e crescita economica in teoria?

 

Questa domanda va rivolta a chi quel nesso vede. Noi fatichiamo a vederlo in azione nella storia economica mondiale, se non nella sua forma banale (se non c'è alcuna regola condivisa allora di certo non c'è crescita, non c'è prosperità, non c'è nulla infatti) e quindi scarsamente rilevante.

Non si tratta di escludere che certi aspetti della cultura ed alcune istituzioni possano essere determinanti. In un certo senso non possono non esserlo. Si tratta, però di individuare precisamente quali e come. Le bocciofile ed i patronati sono fenomeni sia troppo specifici sia troppo vaghi per pensare che ad essi si debbano la FIAT e le piccole e medie imprese del Nord Italia, tanto per dire.

 

PS: complimenti per il sito e per la pazienza.

 

Graziaddio che qualcuno se ne accorge ...

 

Perchè non tentare qualcosa di alternativo al "modello". Il Mercatus Center della GMU (noto covo "austriaco") ha per esempio pubblicato questo bel saggio sul successo del Botswana con una metodologia che lo evita completamente. Focalizzandosi su cio' che ben difficilmente puo' averci a che fare. Una metodologia che sembra tra l'altro prendere piede

Tra l'altro questo focus esclusivo sulla modellistica mi ha richiamato questo per paper sulla metdologia cartesiana foriero di gravi ritardi nello sviluppo della scienza 

 

Una metodologia che sembra tra l'altro prendere piede

 

Un tempo si chiamava storia....

 

Tra l'altro questo focus esclusivo sulla modellistica mi ha richiamato questo per paper sulla metdologia cartesiana foriero di gravi ritardi nello sviluppo della scienza

 

Non ho letto la parte economica, ma l'analisi dello stato delle scienze fisiche nel XVII secolo fatta nel paper mi sembra decisamente superficiale. Affermare che la filosofia meccanicistica sia stata di grave ostacolo allo sviluppo della scienza e' un esagerazione, basti pensare che la teoria newtoniana dell'azione a distanza si e' affermata molto velocemente, una volta che ci si rese conto che con la sua teoria si potevano fare calcoli matematici e riprodurre molte osservazioni sperimentali. Velocita' testimoniata dalla rapida ascesa di Sir Isaac Newton ai vertici della Royal Society e della considerazione della comunita' savant contemporanea.

I contributi di Cartesio allo sviluppo della matematica sono peraltro innegabili. E se e' vero che Newton ha preferito adottare dimostrazioni geometriche nei suoi Principia, e' bene ricordarsi che egli giunse originariamente a formulare i principi fisici del suo capolavoro grazie al calcolo infinitesimale, da lui stesso inventato e poi riposto in un cassetto per noncuranza o eccesso di cautela. Semmai la scelta di non diffondere questo mirabile strumento matematico poteva rischiare di ritardare gravemente lo sviluppo scientifico, per fortuna che della sua pubblicazione si fece carico Leibniz (un altro meccanicista con le sue monadi) che al calcolo ci arrivo piu' o meno indipendentemente pochi anni dopo, anche grazie alla lezione di Cartesio, Huygens e tanti altri.

Come curiosita', puo' valere anche la pena notare come la fisica moderna sia, in spirito, molto piu' vicina alle teorie meccanicistiche di quanto pensino gli autori del suddetto paper. La termodinamica, ad esempio, e' completamente interpretata su base meccanicistica ed atomista dalla teoria cinetica e dalla meccanica statistica, grazie ai lavori di Maxwell, Boltzmann ed altri. Tra parentesi, il povero Boltzmann e' stato duramente attaccato in vita proprio dagli oppositori - ovviamente in errore - delle teorie meccanicistiche ed atomiste. Anche l'azione a distanza di tre delle quattro forze conosciute (compreso l'elettromagnetismo a cui si fa riferimento nel paper) e' oggi interpretata nei termini di particelle vettori (fotoni, bosoni W e Z, gluoni) che trasportano le forze un po' come le particelle dei filosofi meccanicisti.

Di fatto, la teoria Newtoniana altro non e' che un modello (per quanto geniale, mirabile, elegantissimo, innovatore, etc.), e piu' in generale la fisica procede (o dovrebbe procedere) per osservazioni, modellizzazione, calcolo delle proprieta' dei modelli, ancora osservazioni e cosi' via.

 

 

Perchè non tentare qualcosa di alternativo al "modello". Il Mercatus Center della GMU (noto covo "austriaco") ha per esempio pubblicato questo bel saggio sul successo del Botswana con una metodologia che lo evita completamente.

 

In cosa consisterebbe esattamente il successo del Botswana?

 

 

PS: complimenti per il sito e per la pazienza.

 

Mi associo, e visto che ci siamo, pensando a:

 

 

Mai avrei pensato vent’anni fa, quando facevo le mie prime stime della produzione agricola, che avrebbero interessato qualcuno al di fuori di un ristrettissimo circolo di specialisti

 

Una cosa che avevo in mente dallo scorso post: questo sito fa venire voglia di poter avere altre vite per essere volta volta storico, economista, filosofo. Ecco, diciamo che mette fame di conoscenza su temi cui mai avrei pensato di potermi appassionare ( paragone azzardato: tipo.... "La Crusca per voi" :-) ). Grazie.

 

 

Butto li' solo due concetti, che del resto non li ho pensati da solo ma me li hanno detti, e stanno nelle differenze tra strutture agrarie preindustirali tra le regioni italiani (la mezzadria dovrebbe favorire la mentalita' microimprenditoriale) e la presenza di risorse naturali energetiche (l'Italia e' un paese povero di energia, e le prime industrie italiane si sono insediate sotto le alpi grazie alla presenza di acqua abbondante e energia idroelettrica).

Il salto di Putnam, tra i comuni medievali e il '900, e' affascinante ma e' un gran salto.

A, poi dimenticavo, ci sta il fattore localizzativo-geografico; il meridione d'Italia nell'800-900 si e' trovato alla periferia del sistema europa, mentre il nord italia si e' trovato al limite sud del cuore europeo-renano; adesso proprio non mi viene in mente quel famoso geografo che negli anni 70 aveva appunto parlato di questi concetti di centro-periferia in relazione allo sviluppo economico e alle identita' nazionali, e che avrei voluto citare a questo proposito. Perdono.

Le cause del divario Nord-Sud sono molto complesse. Sicuramente la disponibilità di acqua e la vicinanza geografica con l'Europa hanno favorito il Nord. Ho molti dubbi sulla mezzadria come fucina di talenti imprenditoriali (a proposito il concetto di strutture agrarie pre-industriali non ha senso). Ma il tema è affrontato in maniera spesso molto superficiale senza una precisa definizione dei problemi analitici e a fortiori, un modello.

 

PS Il geografo dovrebbe essere Gambi

Premesso e sottolineato che la mia competenza sul tema e' puramente dilettantistica, vorrei citare qualcosa dalle mie letture per far capire perche' ero arrivato alla conclusione che il capitale sociale:

  1. desse un contributo proporzionale positivo alla crescita economica, ceteribus paribus
  2. spiegasse il divario di sviluppo Nord - Sud dopo l'unificazione italiana

Michele Boldrin e Giovanni Federico la pensano molto diversamente, secondo quanto leggo qui e altrove in nFA. Questo mi ha fatto riflettere e mi ha spinto a controllare quali elementi, nelle mie letture, avevano prodotto le convinzioni sopra. Esponendoli, vorrei cercare di far capire ai lettori che volessero proseguire che - a parte errori assortiti da dilettante - le convinzioni sopra mi vengono dalla lettura di pubblicazioni di economisti che a me almeno appaiono seri e affidabili.

Prima un breve elenco delle mie principali letture sul tema con una telegrafica introduzione:

  1. R.D.Putnam, Le tradizioni civiche delle regioni italiane: qui sono definite e misurate le "tradizioni civiche" - che risultano diverse tra Sud e Nord Italia, viene fatta l'ipotesi che le tradizioni civiche del Nord Italia siano collegate con l'esperienza storica dei comuni medievali, viene scritto che nel contesto di un unico Stato (con uguali istituzioni formali) c'e' convergenza socioeconomica di regioni diverse ma accomunate da simili tradizioni civiche (ma cerchero' di ritrovare le espressioni esatte di Putnam).
  2. Guiso, Sapienza, Zingales, "Long term persistence", uno studio economico e storico che conferma im maniera per me convincente l'ipotesi di Putnam che il maggiore capitale sociale del Nord sia collegato con l'esperienza storica dei comuni medievali
  3. Due recenti convegni di Bankitalia, uno del 2009 e uno del 2010, nei quali, particolarmente nel secondo, praticamente tutti i relatori, inclusi nomi noti come G.Tabellini, affermano di ritenere che il capitale sociale sia un elemento fondamentale per spiegare le differenze economiche tra Nord e Sud Italia. Le referenze degli atti di questi convegni mi hanno poi spinto a leggere velocemente alcuni altri lavori sul capitale sociale, per es. di G.Tabellini.

Perche' la definizione operativa di capitale sociale mi e' sembrata sensata.

Per Putnam cio' che puo' spiegare il buon funzionamento delle istituzioni regionali e' il fatto che i cittadini si occupino degli affari pubblici (civic engagement, mostrare di essere una "civic community").  Per misurare un indice sintetico chiamato "civic community index", considera:

  1. la percentuale di persone che votano il partito senza dare voto di preferenza personale
  2. la partecipazione ai referendum
  3. il fatto di leggere un giornale
  4. essere membro di un'associazione

Come si vede a nella tabella 4.4 a p.96 (edizione USA, R.Putnam, MAKING DEMOCRACY WORK CIVIC TRADITIONS IN MODERN ITALY, Copyright © 1993 by Princeton University Press) i 4 indicatori sono tutti molto correlati (>73%) tra loro e quindi e' plausibile che misurino qualcosa di non meglio definito ma che operativamente si puo' chiamare "capitale sociale".

La fig. 4.5 poco dopo mostra che c'e' una correlazione del 92% tra l'indice "civic community" e l'indice "institutional performance" che misura l'efficienza dei governi regionali.  Questa e' la conclusione principale del libro di Putnam.

La persistenza nel tempo del capitale sociale, l'evidenza che ho letto in Putnam

Putnam usa i dati disponibili per costruire un indicatore di tradizione civica che arriva fino a oltre 100 anni prima quelli calcolati per il ~1970

 

• Membership in mutual aid societies;
• Membership in cooperatives;
• Strength of the mass parties;
• Turnout in the few relatively open elections before Fascism brought authoritarian rule to Italy
• The longevity of local associations.

 

Anche in questo caso gli indicatori sono correlati tra loro, e appaiono misurare qualcosa reale sottostante.

 

The impressive intercorrelations among these several metrics (shown
in detail in Appendix F) demonstrate that, in the nineteenth and early
twentieth centuries, the same Italian regions that sustained cooperatives
and choral societies also provided the most support for mutual aid societies
and mass parties, and that citizens in those same regions were the
most eager to make use of their newly granted electoral rights.

 

Quindi Putnam mostra che gli indicatori civici sono molto ben correlati (93%) a distanza di 100 anni:

 

A more convenient way of visualizing this continuity is provided in Figure 5.3, which arrays the almost perfect correlation between our Civic Community Index for the 1970s and 1980s and our comparable measure of civic involvement a century earlier.

 

Pur con cautela per la carenza di dati, Putnam arriva a dire che l'evidenza disponibile e' compatibile col fatto che le diffferenze civiche siano rimaste costanti additrittura per un millennio almeno:

 

In the second place, civic differences between the North and South over
this millennium appear to have been more stable than economic differences.
[...] although the cultural gap is hard to measure precisely across
these centuries, we have encountered no evidence that at any point over
these ten centuries the South was ever as civic in its norms and patterns of
association as the North.

 

Sviluppo economico e tradizioni civiche, come sono stato convinto da R.Putnam

Un paragrafo del cap.5 e' intitolato "ECONOMIC DEVELOPMENT AND CIVIC TRADITIONS".

Putnam nota che al momento dell'unificazione non c'era correlazione tra sviluppo socioeconomico e tradizioni civiche:

 

We can demonstrate this notable fact with indicators both of industrialization
(as measured by agricultural and industrial employment) and of social
well-being (as measured by infant mortality), for which reliable data
are available on the Italian regions over the last century. (Table 5.2 offers
the relevant evidence.)

 

Putnam analizza statisticamente i dati sullo sviluppo economico e le tradizioni civiche nel 1900 e nel 1970 per capire se le tradizioni civiche causano sviluppo economico oppure se lo sviluppo economico causa le tradizioni civiche.  L'evidenza statistica disponibile e' a favore dell'ipotesi che le tradizioni civiche causano lo sviluppo economico e non viceversa:

 

The results of this statistical horse race turn out to be straightforward
and startling. In the first place, civic traditions (as measured in the 1860-
1920 period) are a very powerful predictor of contemporary civic community
,
and (controlling for civic traditions) such indicators of socioeco
nomic development as industrialization and public health have no impact
whatsoever on civics
. That is, arrow a is very strong and arrow b is uniformly
nonexistent. When civics and socioeconomic structure were inconsistent
at the turn of the century (a region that was civic, but relatively
poor, rural, and sickly; or a region that was uncivic, but relatively
wealthy, healthy, and industrial), there was no subsequent tendency for
the civic traditions to be remolded to fit the "objective conditions." 142
By contrast, civic traditions turn out to be a uniformly powerful predictor
of present levels of socioeconomic development
, even when we hold
constant earlier levels of development.

 

Queste conclusioni sono piuttosto solide.  Per esempio, le tradizioni civiche risultano piu' efficaci dello sviluppo socioeconomico passato nel predire lo sviluppo socioeconomico futuro.

 

But when we use both civic traditions and past socioeconomic development
to predict present socioeconomic development, we discover that
civics is actually a much better predictor of socioeconomic development
than is development itself.

[...]

nineteenth-century
civic traditions are such a powerful predictor of twentieth-century
industrialization that when cultural traditions are held constant, there is
simply no correlation at all between industrial employment in 1901-1911
and industrial employment in 1977.

[...]

In the case of public welfare, the conclusion is identical: civic traditions,
as measured in 1860-1920, predict infant mortality in the late
1970s much better than infant mortality in 1901-1910 does; in fact, holding
civic culture constant, the correlation between infant mortality across
those six decades is insignificant.

[...]

In summary, economics does not predict civics, but civics does predict
economics, better indeed than economics itself.

 

Concludendo, spero di aver riportato sufficiente evidenza che 1) R.Putnam ha scritto qualcosa di molto simile a quanto ho riportato all'inizio del commento 2) le tesi sono presentate in maniera decisa e convincente.

Poi, ovviamente, anche R.Putnam puo' benissimo essere criticato, come peraltro e' stato fatto da MB e GF.  Putnam stesso scrive che quanto ha scritto e' solo l'inizio di un lavoro di ricerca che potrebbe essere molto approfondito, che c'e' ancora molto da fare, inoltre l'evidenza mostrata per esempio da tradizioni civiche a sviluppo economico non e' ancora "conclusiva".

Riportero' in un commento separato qualche brano delle altre letture elencate, anzi mi scuso per la lunghezza di questo commento.

 

Premesso come nel primo commento che la mia competenza sul tema e' puramente dilettantesca, cito alcuni brani di un articolo di ricerca economica che mi ha ulteriormente convinto della fondatezza delle affermazioni di R.D.Putnam, Le tradizioni civiche delle regioni italiane (1993).

Si tratta di  L.Guiso, P.Sapienza, L.Zingales, Long Term Persistence, agosto 2008

Il contenuto e' cosi' riassunto dagli autori:

 

Is social capital long lasting? Does it affect long term economic performance? To answer these questions we test Putnam’s conjecture that today marked differences in social capital between the North and South of Italy were due to the culture of independence fostered by the free city-states experience in the North of Italy at the turn of the first millennium. We show that the medieval experience of independence has an impact on social capital within the North, even when we instrument for the probability of becoming a city-state with historical factors (such as the Etruscan origin of the city and the presence of a bishop in year 1,000). More importantly, we show that the difference in social capital among towns that in the Middle Ages had the characteristics to become independent and towns that did not exists only in the North (where most of these towns became independent) and not in the South (where the power of the Norman kingdom prevented them from doing so). Our difference in difference estimates suggest that at least 50% of the North-South gap in social capital is due to the lack of a free city-state experience in the South.

 

Gli autori sostengono (e per me in maniera convincente, leggendo l'articolo) che i dati esaminati confermano o quantomeno sono ben compatibili con l'ipotesi di Putnam che l'esperienza storica dei comuni medievali abbia avuto un effetto positivo sulla formazione di capitale sociale nel Nord Italia, e che tale esperienza storica potrebbe spiegare il 50% delle differenze tra Nord e Sud Italia.

Gli stessi autori hanno scritto due altri interessanti articoli sul capitale sociale che ho scoperto con queste ultime ricerche.  Si tratta di:

Social Capital as Good Culture, Journal of the European Economic Association, April-May 2008, Vol. 6, No. 2-3: 295-320.

 

To explain the extremely long-term persistence (more than 500 years) of positive historical experiences of cooperation (Putnam 1993), we model the intergenerational transmission of priors about the trustworthiness of others. We show that this transmission tends to be biased toward excessively conservative priors. As a result, societies can be trapped in a low-trust equilibrium. In this context, a temporary shock to the return to trusting can have a permanent effect on the level of trust. We validate the model by testing its predictions on the World Values Survey data and the German Socio Economic Panel. We also present some anecdotal evidence that differences in priors across regions are reflected in the spirit of the novels that originate from those regions.

 

In questo lavoro gli autori studiano con quali meccanismi il capitale sociale si trasmette da una generazione all'altra.

Il secondo lavoro e' molto recente, Civic Capital as the Missing Link, NBER Working Paper No. 15845 Issued in March 2010.

In questo studio gli autori introducono una definizione di capitale sociale intesa a superare alcune critiche passate:

 

we introduce a definition of social capital as civic capital, i.e. those persistent and shared beliefs and values that help a group overcome the free rider problem in the pursuit of socially valuable activities. This definition has several advantages. First, it clearly identifies the cultural norms and beliefs that matter: only those that help members of a community to solve collective actions problems. As such, social capital has a positive economic payoff. It also clarifies why the definition deserves the word ―capital‖—because it is durable. Third, as we will show not only does this definition satisfy the Solow‘s critique, but it can be easily incorporated into standard economic models, such as Tabellini (2008).

 

Secondo gli autori, il capitale sociale cosi' definito spiega la persistenza di diversi livelli di sviluppo economico.

 

Finally, we argue that civic capital is the missing ingredient in explaining the persistence of economic development. Civic capital is both empirically and theoretically correlated with the notion of social infrastructure introduced by Hall and Jones (1999) to explain the high labor productivity of developed economies. And civic capital is highly persistent, since all the methods for its transmission (interfamily transmission, formal education, and socialization) take long time. For this reason, communities/countries that, for an historic accident, are rich in civic capital enjoy a comparative advantage for very extended periods of time.

 

Riporto anche la conclusione, dove gli autori riconoscono che la materia merita di essere ulteriormente approfondita e accennano alle critiche cui e' stato soggetto il concetto di capitale sociale, di cui parlano diffusamente nel corpo dell'articolo.

 

The growing literature on social capital has been plagued by ambiguity on what social capital is. This ambiguity has made it difficult for this concept to be fully accepted in the mainstream economic debate. In this chapter we propose a narrower definition of social capital that satisfies the criteria of an economic definition of capital (Solow, 1995) and clearly differentiates social capital from physical and human capital. We argue that this so-defined civic capital is an important omitted factor of production. In fact, it can help explain the Solow residuals when applied to levels (instead of growth rates) of GDP.
While we consider this avenue very promising, we are very aware that much remains to be done. First of all, our definition is still far from delivering measures that can be readily used in national accounts. The most promising component of such a measure is trust. Trust is well-founded economically, it is easy to measure, and seems to be correlated with the variables of interests. Other survey-based measures of values seem less satisfactory.

 

 

 

Allo scopo di mostrare quali elementi mi abbiano un po' preso la mano, in passato, e portato a ritenere che il concetto di capitale sociale fosse anche piu' diffusamente affermato e condiviso di quanto sia in realta', riporto ora una serie di citazioni dagli atti di un recente convegno sul Mezzogiorno di Bankitalia, con incluse citazioni perfino del presidente della Repubblica Napolitano, oltre che del governatore Draghi. In questo convegno molti relatori assegnano un ruolo fondamentale al capitale sociale per la spiegazione delle differenze tra Nord e Sud Italia e apparentemente se non mi e' sfuggito qualcosa solo uno espone alcune considerazioni critiche.

Da:

Il Mezzogiorno e la politica economica dell’Italia
Bankitalia, Seminari e convegni - Workshops and Conferences volume 4, giugno 2010

PRESENTAZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Giorgio Napolitano

 

[...] Un accento nuovo è caduto, con le ricerche della Banca d’Italia e col Convegno, su due aspetti della questione. Il primo: l’importanza, finora sottostimata, del divario di capitale sociale tra Nord e Sud. Al di là di difficoltà e riserve circa la definizione di “capitale sociale”, è apparsa largamente condivisa la necessità di guardare più attentamente – superando una lettura troppo economicistica del Mezzogiorno – “alla cultura, alla società e alle istituzioni”, di considerare seriamente il livello di cultura civica, l’incidenza di “norme informali condivise, di regole di comportamento socialmente approvate che favoriscono la cooperazione, sostengono la fiducia negli altri”. Naturalmente, pesano a questo proposito condizionamenti storici di assai lungo periodo (come mise in rilievo la nota ricerca del Putnam), e se ci si deve proporre di non restarne, nel Sud, più che mai prigionieri, occorre sforzarsi di individuare le strade da battere per far crescere in tempi
ragionevoli il capitale sociale nelle regioni meridionali. E qui non ci si può non misurare con strozzature istituzionali e anche, come ha suggerito il prof. Trigilia, con la “dimensione specificamente politica” degli ostacoli che occorrerebbe rimuovere.

 

INTERVENTO D’APERTURA DEL GOVERNATORE DELLA BANCA D’ITALIA
Mario Draghi

[...] Alla radice dei problemi del Sud stanno la carenza di fiducia tra cittadini e tra cittadini e istituzioni, la scarsa attenzione prestata al rispetto delle norme, l’insufficiente controllo esercitato dagli elettori nei confronti degli amministratori eletti, il debole spirito di cooperazione: è carente quello che viene definito “capitale sociale”. Questi elementi richiedono una maggiore attenzione da parte di economisti e statistici. Accurate informazioni quantitative su questi fenomeni, sulla loro evoluzione nel tempo, sono essenziali per valutare quali innovazioni, anche istituzionali, siano in
grado di modificare lo stato delle cose.


L’ECONOMIA DEL MEZZOGIORNO
Daniele Franco

[...] Nei capitoli successivi di questo volume l’analisi si concentra invece, in forma più sintetica, sulle carenze di capitale sociale (inteso come insieme di norme e regole condivise che facilitano la cooperazione tra i membri di una società) [...]

IL CAPITALE SOCIALE
Guglielmo Barone* e Guido de Blasio**

1. Definizione e legame con il Mezzogiorno
Usualmente si pensa alla produzione di beni e servizi in un’economia innanzitutto come al risultato dell’utilizzo di strumenti e macchinari – il cosiddetto capitale fisico – combinato con il lavoro delle persone. A questi due fattori della produzione è possibile aggiungerne un terzo, dato da conoscenze, competenze e abilità dei lavoratori. È a questo fattore che gli economisti fanno solitamente riferimento con il termine di capitale umano. Ma vi è dell’altro. Una funzione rilevantenella produzione di beni e servizi è svolta anche dalla fiducia diffusa tra gli elementi di un tessuto sociale, dalla propensione alla cooperazione e all’azione collettiva, dall’impegno civile. È proprio all’insieme di questi elementi che si fa generalmente riferimento con l’espressione “capitale sociale”.
In un’economia di mercato il capitale sociale svolge un ruolo centrale poiché riduce i costi di transazione e, quindi, rende più facile lo scambio tra gli agenti. In letteratura esistono varie definizioni1. Per Putnam il capitale sociale è “l’insieme di fiducia, norme e reti in grado di migliorare l’efficienza della società” (Putnam, 1993). Fukuyama lo individua ne “l’insieme di norme e regole non codificate e condivise che permettono ai membri di un gruppo di cooperare l’uno con l’altro” (Fukuyama, 1999). Nella sintesi dell’OCSE il capitale sociale è l’insieme di “reti associate a norme, valori e intese condivise che facilitano la cooperazione all’interno o tra i gruppi” (OECD, 2001). Il capitale sociale è un tema fortemente collegato con il Mezzogiorno2. La categoria interpretativa di capitale sociale era stata introdotta in sociologia nella prima metà del secolo. Ma è nel corso della prima metà degli anni novanta che Putnam ripropone con forza questo concetto, precisandolo e integrandolo, quale variabile chiave nell’analisi del ritardo economico del Sud Italia (Putnam, 1993). Non è un caso, pertanto, che il capitale sociale, oltre a costituire l’oggetto di questo intervento, sia anche un elemento sotteso alla maggior parte degli altri contributi presentati in questo convegno, dal funzionamento della giustizia a quello dei mercati creditizi, dall’efficienza dei servizi pubblici alla nuova politica regionale.

2. Misurare il capitale sociale
[...] Nell’analisi empirica è dunque opportuno considerare diversi indicatori per avere un quadro statistico maggiormente robusto. La figura 1 riporta quattro cartogrammi delle regioni italiane, ciascuno dei quali rappresenta la distribuzione territoriale di una diversa misura di capitale sociale per gli anni recenti. Con
riferimento ai divari tra Centro Nord e Sud, emerge un quadro statistico unitario, caratterizzato da una forte evidenza di una dotazione di capitale sociale nel Mezzogiorno sensibilmente inferiore a quella del resto del paese. Questo divario è inoltre fortemente persistente nel tempo, come mostrato nella figura 2, nella quale si riporta la distribuzione territoriale della partecipazione elettorale nel 2001 (Figura 1a) e la si confronta con quella del 1921 (Figura 1b). Dalle figure si evince che anche nella prima parte del secolo scorso la dotazione di capitale sociale nel Sud era significativamente più bassa rispetto al Centro Nord.

[...]
3. Gli effetti del capitale sociale
[...] Nondimeno vi è un consenso molto ampio sul fatto che il capitale sociale abbia effetti positivi e significativi sullo sviluppo economico. Questa posizione trova d’accordo pressoché tutti gli studiosi, anche di formazione eterogenea. Per esempio il premio Nobel per l’economia Kenneth Arrow afferma che “si può ragionevolmente sostenere che gran parte del ritardo economico al mondo possa essere spiegato dalla mancanza di fiducia reciproca” (Arrow, 1972); gli fa eco il politologo Francis Fukuyama nel sostenere che “la fiducia agisce come un lubrificante che rende un gruppo o un’organizzazione più efficiente” (Fukuyama, 1999). [...]

 

4. Le determinanti del capitale sociale

La distribuzione delle dotazioni di capitale sociale tra le regioni italiane ha origini lontane nel tempo e risente in misura significativa della storia passata di un paese. [...] lo studio di de Blasio e Nuzzo (2008) mette in relazione variabili proxy del capitale sociale con alcune caratteristiche sociodemografiche degli individui. Dall’analisi emerge che il capitale sociale, misurato da civismo, partecipazione politica e partecipazione sociale, è associato positivamente all’istruzione dell’individuo mentre altre caratteristiche personali, quali per esempio il reddito, hanno un legame meno chiaro. L’investimento in istruzione è dunque un utile strumento per accrescere il capitale sociale. Accanto alle determinanti individuali, un ruolo importante è svolto dalle istituzioni.  [...] È quindi più probabile che emergano atteggiamenti cooperativi tra i contribuenti e lo Stato quando l’Amministrazione pubblica è improntata a criteri di efficienza.

5. Conclusioni
Questo intervento ha affrontato il ruolo del capitale sociale per lo sviluppo economico del Mezzogiorno. Nonostante le difficoltà di misurazione, i dati disponibili sono concordi nel mostrare che la dotazione di capitale sociale al Sud è sensibilmente inferiore a quella del Centro Nord. Questo divario è inoltre fortemente persistente nel tempo ed è sostanzialmente immutato da quasi un secolo, periodo per il quale sono disponibili statistiche sufficientemente affidabili. In letteratura vi è consenso sull’importanza del capitale sociale per la crescita economica. In particolare esso influenza positivamente la produttività del lavoro, la propensione all’imprenditorialità, la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Con riferimento alle imprese, ne favorisce la crescita dimensionale, con effetti positivi sulla produttività attraverso una più intensa attività di ricerca e sviluppo. A più elevate dotazioni di capitale sociale si associano inoltre un miglior funzionamento e un maggior spessore dei mercati creditizi nonché un’azione più efficiente della Pubblica amministrazione. L’attuale distribuzione territoriale del capitale sociale affonda le sue radici nella storia [...]

 

IL SISTEMA FINANZIARIO
Luigi Cannari e Giorgio Gobbi

[...] Le carenze in termini di capitale sociale, efficienza della giustizia civile ed elevati tassi di criminalità costituiscono un ostacolo allo sviluppo delle attività bancarie e finanziarie. [...]

DISCUSSIONE
Marco Onado

Le ricerche presentate oggi, come ci ha appena detto Giorgio Gobbi, dimostrano un altro punto importante e cioè che le differenze fra il sistema finanziario del Mezzogiorno e quelle del Centro Nord sono per oltre la metà imputabili alla diversa dotazione di capitale sociale delle due aree, mentre la rimanente metà è spiegata dalle differenze in termini di efficienza del funzionamento dei tribunali e di propensione a delinquere.

DISCUSSIONE
Carlo Trigilia

 

[...] Ma abbiamo anche chiaramente percepito il tentativo dei ricercatori della Banca d’Italia di uscire dalla strada delle analisi tradizionali per cercare di comprendere il problema irrisolto del Sud. Mi sembra si sia intrapresa con impegno e serietà scientifica una strada nuova. Ci sono stati presentati i primi risultati di questo tentativo, certamente stimolanti e promettenti. In che cosa consiste la novità? Nel guardare alla dimensione socio-culturale – in particolare
attraverso la categoria sintetica di capitale sociale –
come possibile chiave per formulare una nuova diagnosi e impostare una nuova terapia.Per anni ha prevalso una lettura troppo economicista del Mezzogiorno, che individuava il problema principale nella carenza di capitali e infrastrutture e sollecitava interventi pubblici correttivi; ma non riusciva poi a spiegare gli effetti perversi per cui invece dello sviluppo cresceva la dipendenza. Ne è risultata un’impasse, che ha contribuito alla fuoriuscita del Mezzogiorno daldibattito pubblico e dall’agenda politica, con la diffusione dell’immagine di un Sud irredimibile.
[...]

Il capitale sociale – nell’accezione che ci è stata proposta – è costituito da norme informali condivise, cioè da regole di comportamento socialmente approvate che favoriscono la cooperazione, sostengono la fiducia negli altri, limitano i comportamenti opportunistici dei singoli. È un’accezione ormai accolta da un consistente filone di letteratura. Ricordo peraltro che non è l’unica.

In pratica, lo schema delle ipotesi proposte è il seguente:

* ci sono delle determinanti storiche di lungo periodo (per esempio il tipo di regime politico che ha avuto un certo territorio nel tempo – il Sud non ha avuto la civiltà comunale) che influenzano la dotazione di capitale sociale; a esse si aggiungono determinanti più specifiche come l’istruzione o come le regole che presiedono al rapporto tra rappresentanti e rappresentati (con più o meno margini per il controllo dei primi sui secondi);

* il livello di capitale sociale che ne risulta condiziona lo sviluppo locale sia direttamente, influenzando per esempio la produttività del lavoro, l’imprenditorialità, la dimensione di impresa, sia indirettamente, influendo sull’efficienza della PA e quindi sulle economie esterne per le imprese locali.

 

Nel seguito Trigilia presenta un'interpretazione di come si e' arrivati al fallimento attuale dello Stato italiano che coincide esattamente con quello che penso io:

* Supponiamo che ci sia un territorio con basso capitale sociale per ragioni storiche; questo vuol dire che la classe politica locale sarà più selezionata e valutata non sulla base della sua capacità di dare risposte a problemi collettivi, ma di moltiplicare benefici selettivi a gruppi particolari.

* Supponiamo anche che – data la gravità del divario economico e sociale rispetto al resto del paese – la classe politica locale ottenga più risorse dal governo centrale per finalità di sviluppo; e che queste si aggiungano a capacità di spesa ordinaria per finalità sociali che comunque crescono in tutto il paese con la costruzione di un sistema di welfare. Il risultato è una consistente redistribuzione.

* Una classe politica selezionata in un contesto a basso capitale sociale basa maggiormente il suo consenso sulla distribuzione particolaristica di risorse (clientelismo). Essa utilizza quindi le risorse crescenti alimentando una sorta di capitalismo politico. Da un lato, attira risorse lavorative e energie imprenditoriali nel pubblico (l’area pubblica e para-pubblica, come la sanità, è sovradimensionata). Dall’altro, ostacola indirettamente le attività di mercato perché ha meno interesse a investire in beni e servizi collettivi (della cui carenza accusa eventualmente il centro perché non stanzia ulteriori fondi).

* Il Governo centrale, a sua volta, indipendentemente dal colore politico, tende a non porre vincoli alla destinazione e all’efficienza della spesa regionale e locale – almeno fino a quando le finanze pubbliche lo consentono – perché trae vantaggi in termini di consenso dall’area sussidiata.

* Nel tempo questo tipo di offerta politica crea sfiducia nell’azione collettiva e alimenta
opportunismo e una concezione della politica basata sulla distribuzione di favori e quindi deprime a sua volta – indipendentemente dalle radici storiche – il capitale sociale (l’offerta crea la domanda).

Se questa lettura stilizzata ha qualche fondamento, lo schema di spiegazione dei rapporti tra basso capitale sociale e sviluppo locale che ci è stato proposto andrebbe dunque non sostituito ma certo integrato con l’attenta considerazione della dimensione politica; sia come fattore di potente ostacolo alle attività di mercato e allo sviluppo autonomo; sia come fattore che alimenta con il suo stesso funzionamento – al di là delle determinanti storiche di lungo periodo – la riproduzione di un basso capitale sociale.

Riporto ora l'unico intervento critico sul capitale sociale che ho trovato negli atti del convegno, che e' stato fatto da M.Bordignon, un accademico italiano che collabora con lavoce.info particolarmente in materia di federalismo.

DISCUSSIONE
Massimo Bordignon

2.4 Capitale sociale?
Difficile rispondere a questa domanda, perché confesso di non capire bene cosa sia il capitale sociale e non so bene cosa si dovrebbe fare anche una volta si scoprisse che la ragione del divario Nord Sud sta nel diverso endowment di capitale sociale, visto che questo dipende da incrostazioni storiche di lungo periodo e certamente non aggredibili in tempi brevi con gli strumenti della politica economica (con l’eccezione, forse, dell’istruzione). Certo, c’è l’impressione che ci sia nel Sud una voice minore, un minore controllo e anche minori richieste dei cittadini nei confronti dei propri governi. Per esempio, di fronte ad un dato come quello dei parti cesarei, un noto indicatore
di inappropriatezza nei servizi sanitari, che sono più che doppi in certe regioni del Sud rispetto alla media nazionale, alcune domande vengono spontanee. In particolare, capisco bene perché medici e ospedali possano avere incentivi a prediligere parti cesarei piuttosto che parti naturali; non capisco bene perché di fronte a dati tanto fuori linea (il 60 per cento dei parti in Campania sono cesarei), le
donne accettino questo stato di cose e non si ribellino. Non ho nessuna prova, ma ho l’impressione che le cose andrebbero diversamente al Centro Nord, se qualche giornale pubblicasse dati analoghi a quelli della Campania.


DISCUSSIONE
Fabrizio Barca*

[...] La Banca d’Italia aderisce alla tesi secondo cui a causare la trappola
del sottosviluppo del Mezzogiorno
– trappola di sottoutilizzazione del potenziale economico e trappola di esclusione sociale, distinzione che avrebbe arricchito la ricerca Banca d’Italia – concorrono due fattori. In primo luogo, la straordinaria inadeguatezza delle istituzioni economiche formali e informali (siano esse capitale sociale, capitale relazionale, fiducia, o partecipazione democratica) di quell’area, di cui è parte centrale la straordinaria debolezza dello Stato. In secondo luogo, la mancanza di volontà (per interessi distributivi) e di capacità (per effetto inerziale) da parte delle classi dirigenti del Sud a cambiare queste istituzioni e da parte dei suoi cittadini a pretendere il cambiamento. (Molti di noi oggi in sala avremmo voluto vedere maggiormente evidenziato questo secondo fattore, ma esso è certamente presente nella ricerca di Banca d’Italia).


DISCUSSIONE
Aldo Mancurti

Le relazioni sono state lette e discusse in tutto il Dipartimento, abbiamo apprezzato l’ampia disamina contenuta negli studi, dall’inquadramento storico e culturale alla forte attenzione al capitale sociale, consapevoli che, per superare fenomeni di ritardo nello sviluppo, si richiedono interventi non limitati al campo economico e finanziario.


Ignazio Visco

L’istruzione, inoltre, è essa stessa una determinante importante del capitale sociale, accresce la capacità dei cittadini di esercitare un controllo sull’azione degli amministratori pubblici; dà voce alla popolazione; è uno strumento che migliora il funzionamento della democrazia.


Enrico Giovannini (ISTAT)

Sul piano dei contenuti mi è piaciuto molto il riferimento al capitale sociale, che è
considerato anche uno dei pilastri del concetto di “sviluppo sostenibile”, insieme al capitale prodotto, al capitale naturale e al capitale umano. Il concetto non ha ancora una definizione condivisa da tutti gli esperti. Trigilia ci ha ricordato alcune interpretazioni differenti di capitale sociale e bene ha fatto la Banca d’Italia a non concentrarsi sulla definizione allargata, cioè quella che include i rapporti interpersonali. Se però riconosciamo l’importanza di questo concetto dobbiamo allora lavorare per fornire una sua misurazione affidabile. Anche in questo caso vedo uno spazio di collaborazione tra Istat e Banca d’Italia.

Riporto per finire un cospicuo estratto di quanto scritto da G.Tabellini, che mi sembra particolarmente valido.

Guido Tabellini

[...] Vorrei provare a rispondere alla domanda posta dalla relazione sulle cause principali del ritardo del Mezzogiorno, anche se è ovviamente impossibile dare in pochi minuti una risposta esaustiva, perché sono molte le cause che interagiscono tra di loro. Tuttavia provo a indicarne tre tipi.
Del primo fa parte, come è stato ampiamente ricordato in questa conferenza, il capitale sociale. Anch’io sono convinto che questa sia una causa fondamentale, l’ho scritto più volte e ho cercato di trovare evidenza empirica a sostegno di questa tesi.

Ho però il dubbio che il significato dell’espressione “capitale sociale” possa essere ambiguo, non sono sicuro che ci sia chiarezza di idee su cosa vuol dire capitale sociale. Robert Putnam, che ha introdotto questo concetto, alla fine sembra propendere verso un’idea di associazionismo.
Personalmente non sono convinto che l’idea di associazionismo sia il modo corretto per
interpretare ciò che manca nel Mezzogiorno o che ne aiuterebbe la crescita. In fondo anche la mafia è un’associazione. Credo invece che un modo più corretto di pensare al capitale sociale sia quello suggerito da Edward Banfield, autore della famosa indagine del 1958 sul villaggio di Montegrano, in Basilicata. Estremizzando – ma come sempre l’estremizzazione ci aiuta a capire i concetti – Banfield introduceva la nozione di “familismo amorale” e, più in generale, la distinzione tra moralità generalizzata e moralità limitata, cioè l’idea che nei nostri comportamenti possiamo applicare le nozioni di bene e male verso una comunità ristretta, come la famiglia, oppure verso una comunità più ampia. Penso che questa idea di Banfield possa essere molto importante per capire per esempio il comportamento politico dei cittadini. È stato affermato che bisognerebbe cambiare il comportamento degli uomini politici. Ma questo è molto difficile, perché i politici rispondono a incentivi molto forti, molto più forti rispetto a quelli ai quali rispondono i cittadini nel loro agire politico. D’altra parte, uno degli incentivi più forti è costituito proprio dal comportamento degli elettori. Anche nelle scelte politiche dei cittadini possiamo vedere la distinzione tra moralità
generalizzata e limitata: quando ricompenso un politico dandogli il mio voto, lo faccio per un interesse particolare oppure un interesse generale? Io credo che ci siano differenze sistematiche nei comportamenti politici dei cittadini, sostenute anche da evidenze empiriche, che riflettono il capitale sociale della regione o della comunità di appartenenza.
C’è un’evidenza empirica per esempio nelle elezioni nazionali: nei distretti dove le
donazioni di sangue sono più alte, i cittadini tendono a punire di più gli episodi di corruzione e di assenteismo dei politici nazionali. Questo è un esempio di come il capitale sociale influenza non tanto la quantità ma la qualità della partecipazione politica, che poi si traduce in incentivi fondamentali sul comportamento della Pubblica amministrazione e degli uomini politici.

Un secondo tipo di cause del sottosviluppo del Mezzogiorno è collegato alla natura dell’intervento pubblico. Qui sono molto d’accordo con le osservazioni che hanno fatto Lo Bello e altri, in quanto le distorsioni nel comportamento politico dei cittadini possono essere aggravate da una politica assistenziale. Ma c’è di più, perché quando una politica assistenziale attribuisce discrezionalmente risorse agli enti locali, essa induce distorsioni nell’allocazione dei talenti degli imprenditori e dei talenti politici; intendo dire che può attirare in politica le persone sbagliate e indirizzare i talenti e l’energia imprenditoriale verso gli obiettivi sbagliati.

Credo che anche di questo ci sia ampia evidenza empirica, anche al di fuori del
Mezzogiorno, tanto è vero che negli studi di scienze politiche si parla di “political resource curse”, la “maledizione delle risorse politiche”, in analogia con le “maledizioni delle risorse naturali” che, come è noto, hanno effetti disastrosi non solo sull’economia ma anche sull’interazione sociale. In conclusione, mi sembra che le politiche verso il Mezzogiorno in passato abbiano aggravato anziché aiutato a risolvere i problemi.
Il terzo tipo di cause, che non è stato menzionato in questa conferenza, ma che a mio
giudizio ha una forte interazione con le precedenti, è da collegare al differenziale di produttività. Per le ragioni che sappiamo, fra le quali l’inefficienza della Pubblica amministrazione e la bassa qualità dei servizi pubblici, nel Mezzogiorno la produttività dei fattori produttivi è significativamente più bassa che in altre regioni. Se in una regione dove la produttività del lavoro è significativamente più bassa imponiamo un salario troppo alto per via di istituzioni del mercato del lavoro che impongono una negoziazione collettiva, non occorrono modelli molto sofisticati per capire qual è la conseguenza. La conseguenza è un ulteriore aggravamento della situazione, perché
per gli imprenditori diventa ancora più difficile adottare nel Mezzogiorno una politica di
investimenti corretta. Il risultato che oggi possiamo vedere è da un lato l’economia sommersa, dall’altro la deindustrializzazione di intere regioni.

 

 

Caro Lusiani, l'insieme delle teorizzazioni sul "capitale sociale" è senza dubbio molto suggestivo e intrigante, e non è certo difficile essere sensibili al suo fascino. Anch'io avevo scritto un commento alla I parte di questo articolo, commento inseribile in quest'ordine di idee: ma oggi, dopo aver letto tutto quello che è stato scritto in innumerevoli interventi, molti dei quali illuminanti, probabilmente non lo riscriverei.

IO non sono un esperto di queste materie, ma mi ha molto colpito il richiamo dei "redattori di nFA" alla distinzione fra "correlazione" e "causalità". Al di là di altre considerazioni, la distinzione implica una differenza di metodo decisiva. Una correlazione può sempre essere osservata, ma rimane sempre esprimibile unicamente in termini "qualitativi". Di qui a sentirsi autorizzati a formulare un rapporto causa-effetto ci corre: questo dovrebbe essere dimostrato nelle due direzioni, giustificando anche le eccezioni. Per poterlo fare, occorrerebbe poter "misurare" oggettivamente i fattori in gioco. Misurare vuol dire disporre di una unità di misura indipendente dall'osservatore, in modo che osservatori diversi di fronte allo stesso fenomeno trovino valori identici o molto vicini. Questo in campo sociologico non mi sembra possibile. La crescita economica è sempre almeno in teoria misurabile (ammesso di disporre dei dati), le componenti del "capitale sociale" no: qualsiasi indagine in tal senso non è mai impersonale, e si basa fatalmente sull'analisi soggettiva di dati che a loro volta sono ampiamente tali.

Questo senza dire che la stessa "correlazione" fra crescita e capitale umano, benchè in molti casi riconoscibile, in altri è contraddetta dalla storia.

GD

PS Prendo atto tardivamente che l'intervento era di Boldrin....

 

 

 

 

 

Mi ha molto colpito il richiamo dei "redattori di nFA" alla distinzione fra "correlazione" e "causalità". Al di là di altre considerazioni, la distinzione implica una differenza di metodo decisiva. Una correlazione può sempre essere osservata, ma rimane sempre esprimibile unicamente in termini "qualitativi". Di qui a sentirsi autorizzati a formulare un rapporto causa-effetto ci corre: questo dovrebbe essere dimostrato nelle due direzioni, giustificando anche le eccezioni.

 

Io, come ho premesso, in questa materia sono un dilettante.  Per questo sottolineo ancora una volta che non sono io, in prima persona, che "formulo" il rapporto di causa-effetto per i fatti storici di cui stiamo parlando, piuttosto sono economisti noti ed affermati, che fanno ricerca proprio sui temi in questione, che non solo ipotizzano le relazioni causali di cui ho parlato, ma pubblicano lavori di ricerca in cui espongono l'evidenza a favore delle ipotesi e anche spesso un'interpretazione teorica che spiega il nesso causale.

Ancora una volta, nel dubbio, ho controllato se il nesso causale nasce nella mia mente, oppure e' scritto a chiare lettere in cio' che ho letto. Dall'articolo "Long time persistence" cito:

 

That today’s social capital is linked not only to the existence of free city-states, but also to the nature of their experience is additional evidence in favor of a causal link between these two phenomena.

 

 

Overall, our IV estimates support a causal link between the free city-state experience and the higher level of social capital today.

 

 

 It is social capital that is most likely to drive income, not the other way around.

 

 

our results suggest that positive experiences of cooperation at the local level can have extremely long-lasting effects, even when the institutions associated with those experiences have all but vanished.

 

Con queste citazioni spero di aver mostrato esaurientemente che non sono io che mi invento relazioni di causalita', invece le leggo e le riporto da pubblicazioni di economisti accademici.

 

Per poterlo fare, occorrerebbe poter "misurare" oggettivamente i fattori in gioco. Misurare vuol dire disporre di una unità di misura indipendente dall'osservatore, in modo che osservatori diversi di fronte allo stesso fenomeno trovino valori identici o molto vicini. Questo in campo sociologico non mi sembra possibile. La crescita economica è sempre almeno in teoria misurabile (ammesso di disporre dei dati), le componenti del "capitale sociale" no: qualsiasi indagine in tal senso non è mai impersonale, e si basa fatalmente sull'analisi soggettiva di dati che a loro volta sono ampiamente tali.

 

Gli autori che cito, che lavorano in questo campo, sostengono di poter misurare in maniera sufficientemente attendibile il capitale sociale.  La definizione muta col tempo e con gli autori, ma senza stravolgimenti mi pare, e generalmente i lavori che ho citato misurano e pubblicano numeri intesi a stimare il capitale sociale, piu' o meno come il PIL e' una stima dell'attivita' economica di un Paese.

Non mi pare quindi che esista l'impossibilita' di misura di qui parli.  Piuttosto, il problema mi sembra un altro. L'economia descrive sistemi molto complessi con un numero molto elevato di gradi di liberta'.  Le misure e le stime usate in tutti i lavori di ricerca, anche i migliori e piu' recenti, descrivono la realta' in maniera estremamente incompleta, per cui ogni conclusione dipende anche dalla capacita' dello studioso di elaborare una teoria sensata, o almeno delle ipotesi, che riassumano in maniera accettabile la gran parte della complessita' delle relazioni umane che non viene sintetizzata dai dati quantitativi analizzati. Per questo motivo e' possibile in Economia che ricercatori diversi, entrambi validi e affermati, ottengano evidenze diverse oppure abbiano opinioni diverse. In Fisica e' meno facile, ma non e' escluso.

A me comunque interessa qui spiegare e dare evidenza sufficiente che non sono io ad inventare teorie strampalate, al contrario riporto (spero con un numero limitato di imprecisioni) teorie del tutto rispettabili alla data di oggi e anche ben argomentate, pubblicate come lavori di ricerca da parte di studiosi noti ed affermati.

 

ma nemmeno il Papa faceva ferrovie tra Bologna e Modena, no? 

 

Piccola precisazione storica: non faceva ferrovie perchè Modena non è mai stata del Papa.

Lo stato pontificio non si è mai esteso oltre Bologna: la romagna era papale, l'emilia erano ducati distinti.

http://it.wikipedia.org/wiki/Ducato_di_Modena_e_Reggio

http://it.wikipedia.org/wiki/Ducato_di_Parma_e_Piacenza

E' una questione tecnologica (nel senso più lato possibile). Ogni volta che una innovazione tecnica-tecnologica (ripeto in senso estremamente lato, anche organizzativa o persino culturale nel senso etnoantropologico) raggiunge o riesce a coinvolgere la maggioranza si scala un gradino in termini di sviluppo produttivo, economico, sociale, politico...o una montagna dipende dalla portata dello shock chiaramente.

Grazie per questo post, molto interessante.

Ricordo  un'intervista allo scopritore del DNA, Watson, che affermava come secondo lui il clima (e quindi l'eventuale abbondanza o carenza di cibo) influenzasse fortemente (per selezione naturale) gli uomini con maggiore istinto alla cooperazione ed all'organizzazione, creando cosi (sempre secondo lui) ambienti favorevoli all'efficienza dove c'era piu difficoltà di sopravvivenza (cosiddetto nord del mondo).

 

Ps: Ovviamente grazie anche per il sito e l'impegno di tutti ;-)