Letture per il fine settimana 5-3-2011

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Questa settimana: un provvedimento bipartisan per evitare che la gente legga troppo; tassare il cinema per sussidiarlo; un esercizio di memoria; la qualità dei servizi pubblici in Italia;

Buona lettura e buon fine settimana.

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Commenti

Ci sono 50 commenti

Il link allo studio sull'efficienza dei servizi pubblici non funziona

Grazie della segnalazione, ora dovrebbe essere a posto. Ho trovato particolarmente interessante la figura 3 a pagina 12, che mostra da un lato il numero di insegnanti per studenti e dall'altro i risultati scolastici misurati dal test INVALSI. Appare, come atteso, la maggiore inefficienza media delle province meridionali, ma anche alcune province del nord non brillano.

In un commento avevo scritto che i nostri politici si ispirano a Superciuk, che prende ai poveri per dare ai ricchi. Direi che le prime due letture confermano empiricamente la mia teoria. Purtroppo non si vedono Alan Ford all'orizzonte.

 

Corrado, ma Alan Ford è ancora in edicola? Come sta Geremia?

Immagino che la norma che regolamente gli sconti sui libri, avrà l'effetto positivo di far andare all'estero i siti che vendono libri online. Esempio tipico di liberalismo alla bugiardoni

Il provvedimento sugli sconti ai libri sembra uno di quei tanti casi in cui il legislatore fa battaglie di retroguardia per proteggere settori decotti. Il libro cosi' come lo conosciamo e' destinato a scomparire, la diffusione di e-readers e tablets implica che il business model tradizionale sia della produzione che (soprattutto direi) della distribuzione sara' da buttare entro breve come la recente vicenda di Borders mostra chiaramente. Intanto 2 giorni fa la IBS.it ha lanciato il suo e-reader italiano Leggo IBS

Anziche' favorire e rendere meno costosa la transizione, il nostro legislatore svende il futuro per un pugno di voti. Applausi di scherno. 

Sono pienamente d'accordo con l'opinione del prof. Brusco riguardo l'introduzione di una tassa sui biglietti del cinema. Una scelta davvero demenziale!! Però secondo me dovremmo porci anche un'altra domanda: affidarsi solo al mercato (permettendo all'offerta di aggiustarsi liberamente sulla base delle sole preferenze dei consumatori) senza prevedere alcuna forma di sussidio per il cinema di qualità, sarebbe davvero una scelta ottima da un punto di vista della qualità del cinema? Basta vedere le classifiche dei film più visti in Italia negli ultimi anni per rabbrividire! Se si seguisse solo la domanda della maggioranza dei consumatori allora il cinema italiana si ridurrebbe alla produzione solo dei cinepanettoni e di qualche altro film comico scadente (come quello di Zalone, ma questa è solo un'opinione personale :-)). Qualcuno potrebbe dire, a ragione, che solo attraverso l'istruzione e la cultura (ma l'Italia davvero vuole puntare sulla diffusione della cultura?!) è possibile aumentare la domanda di film di qualità. E' vero ma ciò porterebbe dei risultati solo nel lungo periodo. Capisco che i sussidi non siano la soluzione migliore in quanto riducono l'efficienza, ma allora che fare (di certo non tassare!) per evitare che quel poco di cinema di qualità che è rimasto in Italia non chiuda i battenti? Un saluto a tutti.

Achtung! Achtung! Come direbbe Nietzsche: confondi causa ed effetto.

OK: i film più visti sono i cinepanettoni ed i Checco Zalone; produciamo pochissimi film decenti che passino il canton ticino, ma questo succede adesso. E adesso i film sono sovvenzionati !

"Roma città aperta" o "La dolce vita" non lo sono stati.

Il "perchè" lo lascio discutere a qualcuno più in gamba di me, ma l'evidenza dei fatti dice che più il cinema è sovvenzionato più i film sono scadenti, non il contrario.

PS
Tralascio il fatto che preferirei che i soldi che mi vengono scippati come Irpef vengano usati per aiutare anziani e malati mentre se voglio andare al cinema son disposto a pagare di tasca mia.

 

Visto che siamo d'accordo sul lungo periodo, la domanda è che fare nel breve. Io credo niente. Prova a rispondere alla seguente domanda: è meglio che non ci siano sussidi o che ci siano dei sussidi decisi da Bondi o qualcuno degli altri signori che pensano che la cultura si promuova aumentando il prezzo dei libri e mettendo tasse sui biglietti del cinema? A me la risposta pare ovvia. Nota che queste sono le alternative reali. Inutile fantasticare di un mondo inesistente in cui i sussidi vengono decisi da autenici saggi che hanno unicamente a cuore l'elevazione dello spirito. Le decisioni verranno prese dai politici, e i politici di entrambi gli schieramenti sono scarsi assai e lo saranno per lungo tempo.

Sono un po' più ottimista di te sulla domanda di cultura in Italia. Secondo me ce n'è abbastanza per mantenere in vita un'industria culturale di dimensioni decenti; ma anche se così non fosse, per cui non esiste possibilità in Italia di sostenere un'industria culturale autonoma, mi pare molto improbabile che tale industria possa decollare grazie a qualche decina di milioni di sussidi.

Chiaro che poi la domanda per entertainment di massa alla cinepanettoni è più forte della domanda di cultura, ma non vedo perché la cosa dovrebbe preoccupare. Quelli, come (suppongo) il 99% dei frequentatori di questo sito, a cui i cinepattoni non interessano non fanno altro che evitare di andarli a guardare, no?

 

 

Il Senato ha approvato il disegno di legge teso a limitare gli sconti che si possono applicare sul prezzo di copertina dei libri, ossia teso ad alzare il prezzo dei libri favorendo il potere monopolistico di editori e librai.
[...]
Tanto che parliamo di politiche dementi in campo culturale, ricordiamo un provvedimento proposto a febbraio su cinema e dintorni e recentemente approvato con il decreto milleproproghe. La sostanza è che si impone una tassa di un euro sui biglietti di cinema in modo da raccogliere soldi (circa 90 milioni l'anno) per sussidiare il cinema nazionale. Ossia, si fa pagare di più chi va al cinema, riducendo quindi gli spettatori, in modo da dar soldi a chi fa film che nessuno vuole vedere.

 

Scommetto che poi, tra un paio di anni, qualcuno se ne uscirà con qualche statistica tirata fuori dal deretano, sbandierando a destra e a manca che gli italiani leggono sempre di meno, e vanno poco al cinema. E di chi sarà mai la colpa? Di Internet e della pirateria informatica ovviamente. E giù con qualche altra legge del piffero: ergastolo per chi scarica p2p, sedia elettrica per tutti i bloggers non registrati in apposito Albo Nazionale, fucilazione sul posto a chi osa vendere carta stampata ad un prezzo inferiore a quello stabilito dal Politburo.

Ovviamente non tutti i cinema dovranno aumentare i prezzi dei biglietti

"non le parrocchiali perché, Dio vuole, sono esenti dalla tassa"

e anche questa settimana il primo ministro puttaniere è perdonato e può ricevere la Comunione.

 

E' quando si trovano addiritura tutti d'accordo su iniziative come questa delle sconto sui libri che mi ri-convingo che non ci sono vie d'uscite pacifiche da questa cosiddetta democrazia.

Anyway, in tema di promuovere libri e cultura: in europa gli e-books non sono considerati libri ma bene di consumo essendo scaricati dal web (?!) per questo non sono soggetti alle riduzioni sull'iva che hanno i libri http://ec.europa.eu/taxation_customs/taxation/vat/traders/e-commerce/index_en.htm

Quindi in italia l'iva sui libri sta al 4%, sugli ebooks al 20% (qui in uk e' 0% e 20%).

 

Francesco Bripi, Amanda Carmignani e Raffaela Giordano, della Banca d'Italia, hanno raccolto in uno studio sulla qualità dei servizi pubblici in Italia. Utile e interessante

 

Avevo gia' notato e anche recentemente segnalato questi studi di Bankitalia, una delle poche istituzioni apparentemente ben funzionanti nel bordello dello Stato italiano.  Gli elettori dovrebbero avere il buon senso di non votare e se possibile spedire a lavorare con qualche sberlone elettorale tutti i buffoni che fanno politica e che non sanno a memoria alcuni elementi di base della situazione italiana, e cioe' (cito lo studio di Bankitalia, con alcune sottolineature):

 

Da oltre un decennio l’economia italiana cresce a tassi sistematicamente inferiori a quelli delle altre economie dell’area dell’euro e del complesso della UE (dal 1996 al 2008 il tasso di crescita medio annuo del PIL italiano è stato di poco superiore all’1 per cento, inferiore di circa 1 punto a quello delle altre economie europee). La bassa crescita riflette l’ancora più modesta dinamica della produttività, il cui sviluppo non può prescindere da un’adeguata offerta pubblica di servizi e infrastrutture. Il ruolo che importanti servizi pubblici, quali l’istruzione, la giustizia civile, la sanità, i servizi pubblici locali, svolgono nel sostenere la crescita nel lungo periodo è ampiamente documentato in letteratura. Essi contribuiscono ad aumentare la dotazione di capitale umano, a creare un ambiente favorevole all’insediamento e allo sviluppo delle imprese, ad accrescere l’offerta di lavoro, anche attraverso la conciliazione tra vita familiare e lavoro. I lavori discussi qui di seguito mostrano che vi sono ampi margini di miglioramento della qualità di questi servizi.

[...]

I lavori mettono in luce l’esistenza di ampi divari territoriali con riferimento a entrambe le dimensioni di analisi. In generale, si segnalano significativi ritardi del Mezzogiorno rispetto alle altre aree del Paese. I divari riguardano i servizi offerti a livello centrale (istruzione e giustizia), regionale (sanità) e locale (trasporti locali, rifiuti, acqua, distribuzione del gas e asili nido). I differenziali non sembrano, inoltre, essersi ridotti nel tempo.


Nel confronto internazionale le performances delle regioni del Nord sono in alcuni casi sensibilmente inferiori a quelle rilevate nei paesi più virtuosi (è questo il caso del sistema giudiziario, in cui la durata dei procedimenti è significativamente superiore a quella riscontrata nei principali partner europei), mentre in altri sono sostanzialmente in linea con questi (come risulta dalle indagini sui sistemi scolastici e da alcuni indicatori di performance dei sistemi sanitari).

I divari territoriali riscontrati sembrano derivare – sostanzialmente in tutti i settori analizzati – da differenziazioni non tanto nei livelli di spesaquanto nel grado di efficienza nell’utilizzo delle risorse impiegate, riconducibile in molti casi ai diversi modelli organizzativi adottati o a una regolamentazione non sempre capace di evitare comportamenti opportunistici da parte dei soggetti coinvolti (enti locali, gestori, ecc…).

 

Bankitalia non puo' ovviamente andare troppo oltre e denunciare la compravendita del consenso con la spesa pubblica corredata di sprechi e ruberie, ma quel tanto di tecnico che scrive e' sufficiente per iniziare a fare politica in maniera decente.

Quale contributo informativo alla discussione, segnalo che in Germania già nel 1888 fu realizzato un accordo fra gli editori, volto a stabilire un vincolo al prezzo dei libri (Buchpreisbindung).

Ben 110 anni dopo, nel 1998, l'Unione Europea contestò la prassi tedesca, per cui nel 2002 fu approvata una legge che disciplinava questa prassi, ponendole dei limiti.

Vedo che in wikipedia la voce che tratta il tema sostiene che una legge in tal senso esista in Italia già dal 2005: a cosa si riferisce?

leggesulprezzodellibro.wordpress.com/2010/11/09/in-francia-la-legge-sul-prezzo-fisso-del-libro-si-estende-anche-al-digitale/

 

Pare che in Francia ci sia già una legge simile, cosa ne pensate? Riporto la motivazione dell'articolo:

 

Si tratta, in buona sostanza, della estensione della legge Lang, in vigore oltralpe dagli anni ‘80, al mercato editoriale digitale, ovvero dell’imposizione del prezzo unico del libro fissato dalle case editrici. Un modo nient’affatto originale ma, come dimostra la pluriennale esperienza francese, molto efficace, per preservare l’indipendenza e la varietà di offerta editoriale nel paese.

 

 

Immagino che la domanda sia posta agli economisti che scrivono nel forum o ai commentatori che vivono in Francia.

Se posso comunque dire la mia: è interessante come ogni volta che viene varata una legge, che porta aumenti ai cittadini, si citino paesi stranieri dove questa è gia in vigore. Mai una volta che dei paesi stranieri vengano imitati sgravi e agevolazioni: solo le tasse.

Nello specifico, francesi o meno, mi sembra una decisione comunque protezionista e quindi, alla lunga, sbagliata anche per "l'indipendenza e la varietà di offerta editoriale" perchè, che lo sia per i lettori, mi sembra ovvio.

Credo che la classe politica italiana abbia una conoscenza eccessiva di Pigou, e che applichi questa conoscenza in maniera del tutto dozzinale...

Mi aspetto la tassa sulle finestre e per l'aria... decisamente imbarazzante come cosa..

http://www.ft.com/cms/s/2/55eca968-45e3-11e0-acd8-00144feab49a.html#axzz1FpZ9XbWa

 

Grazie per il link.  Trovo interessante questa osservazione:

Scarpellini suggests that the late arrival of universal literacy meant that “many people were unable to develop a reading habit in time and ‘jumped’ directly to television”.

 

In effetti non ho più questa convinzione, anzi consultando la voce "the long tail"sulla wikipedia ho appreso come in realtà la vendita online sia già utilissima per la vendita dei libri di nicchia, quindi non vedo alcuna necessità di tenere in piedi le piccole librerie forzando le leggi del mercato.

Quello che facevo notare era che mentre nel caso cinema c'è il ministro Bondi che decide questo si e questo no (consentendo quanto di peggio ci possa essere in politica, come corruzione eccetera), almeno in questo caso ci sta un automatismo che agevola in blocco le piccole librerie, probabilmente a torto come avete fatto notare. Almeno non si passa dal politico di turno, questo dico.

Trovo demenziale oltre che controproducente pretendere di regolamentare con percentuali, massimi sconti, date, orari, classificazione dei generi etc. nel commercio al dettaglio.

L'unica cosa che conta - o dovrebbe contare - è che il prezzo sia chiaro ed evidenziato, così come l'orario e i giorni o le ore di chiusura. Per il resto non capisco perchè uno non debba poter aprire negozio alle 11 di sera e vendere all'ora che gli pare al prezzo che gli pare. Domeniche incluse.

Passando ai libri, si tratta di battaglia di retroguardia, che lascia il tempo che trova. Possibile che nessuno pensi che, se i libri complessivamente costano meno al lettore, se ne acquisteranno di più, e quindi tutti, editori e librai, guadagneranno di più? Non solo, ma al cliente intellettuale, che paga a caro prezzo la coltivazione dei suoi interessi, resterà qualche soldino in più in tasca per comprarsi qualcosa d'altro, magari per andare al cinema?

Prezzi inderogabili sui libri e balzelli sul cinema vogliono solo dire meno libri e meno film e meno cinema aperti. Se è questo che si vuole ottenere, che tutti si prendano sky e se ne restino a casa, che lo si dica chiaramente.

Da bibliotecario, posso confermare che i libri di nicchia si trovano più facilmente online (anche la mia copia di Voltremont viene da lì), non so se le librerie di nicchia vendono di più nei brick & mortar stores o attraverso Maremagnum o Amazon Markeplace, ma il trend penso che vada in quella direzione. 

In realtà, sono costretto a ricorrere a librerie "fisiche" per gli acquisti della biblioteca più per l'arretratezza del nostro sistema contabile che per altro (e perché alcuni ti fanno sconti più alti, ma a questo punto si tratta di autosfruttamento da parte di gestori di aziende individuali).

La ratio della legge sembra più che altro volta a evitare che la grande distribuzione (supermercati,  centri commerciali, addirittura catene di elettronica) si metta a vendere i blockbuster tipo Harry Potter con sconti da dumping, magari usando il libro come specchietto per le allodole. Però questa politica di vendita colpirebbe più che proporzionalmente le grandi catene di librerie generaliste o le cartolibrerie "sotto casa" rispetto alle librerie di nicchia vere (per chi conosce Roma, Viella, Bulzoni o Tombolini, che certo non campano vendendo Harry Potter).

approvata la legge che limita gli sconti applicabili ai libri.. ovviamente consenso bipartisan..

Al plauso trasversale delle associazioni di categoria, si è accompagnata una larga intesa politica. Siamo «tutti più protetti», ha detto Dario Franceschini (Pd), evidentemente nella doppia veste di politico e scrittore. Ombretta Colli (Pdl) ha citato Erri De Luca: «Carmina dant panem». Fuori dal coro solo i Radicali (astenuti), per cui la legge è corporativa e contro i lettori-consumatori.

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