Letture per il fine settimana, 13-11-2010

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Questa settimana: il modello di sviluppo venezuelano; la politica economica di Fini; federalismo e tutela della concorrenza; la funzione assicurativa della famiglia italiana.

Buona lettura e buon fine settimana.

  • C'è un paese che ha tassi di crescita negativi quando nel resto del continente le economie crescono. C'è un paese in cui lo stato continua ad espandersi condizionando tutti gli aspetti della vita economica e sociale. C'è un paese che fa scappare i suoi scienziati, dottori e più in generale chiunque abbia alta produttività. C'è un paese in cui l'unico progresso viene dagli immigrati che hanno una gran voglia di lavorare ma tipicamente basso grado d'istruzione. Cosa avete capito? Questo paese è il Venezuela.
  • Fini interviene sul Sole 24 Ore per spiegare le proposte del suo gruppo in tema di politica economica. A me sembra chiara l'ispirazione di Baldassarri, che direi è buona cosa. Restiamo in attesa di capire meglio le proposte (o mancanza delle suddette) sul federalismo e su liberalizzazioni e privatizzazioni. La lettera si concentra solo su tasse e spese.
  • Un aspetto preoccupante della decentralizzazione federalista è che in alcuni casi le autorità locali possono essere più facilmente manipolate dalle lobbies locali che quelle centrali. In particolare c'è il rischio che la legislazione a livello regionale introduca norme anticoncorrenziali che sono in contrasto con la legislazione nazionale. Beniamino Caravita, ordinario di diritto pubblico alla Sapienza, discute su federalismi.it gli aspetti legali del problema. Si noti che Caravita parla dei problemi che sorgono dall'interpretazione della modifica costituzionale del 2001, non della recente (e ancora incompiuta) legge sul federalismo fiscale.
  • Uno studio di Sauro Mocetti, Elisabetta Olivieri ed Eliana Viviano, pubblicato nei quaderni di economia e finanza della Banca d'Italia, guarda al ruolo che le famiglie italiane hanno giocato nell'attutire gli effetti della crisi. La famiglia in effetti appare giocare un ruolo assicurativo; la percentuale di famiglie in cui nessuno lavora è aumentata con la crisi ma in misura più contenuta rispetto al calo occupazionale. Il meccanismo sembra essere semplice e ben noto: i giovani che perdono il lavoro vengono riassorbiti dalla famiglia.
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Commenti

Ci sono 14 commenti

Le famiglie che si aiutano, sono sicuramente apprezzabili. Che nel contesto italiano, a questo livello di pressione fiscale e spesa pubblica esse debbano fungere da ammortizzatori sociali lo trovo una incommensurabile vergogna.

Ecco perché ho sempre condiviso gli obiettivi di rigore finanziario, ma mi sono sempre soffermato sul “come” quegli obiettivi vanno perseguiti. Crescita economica ed occupazione, dunque, si sostengono attraverso tagli mirati (verticali e precisi e non orizzontali e generici) delle spese correnti improduttive che spesso generano anche sprechi, corruzione e filiere di rapporti oscuri tra economia e politica.

Certo si tratta di una posizione ampiamente condivisibile. Magari anche più condivisibile se ci fosse qualche indicazione su QUALI SIANO queste spese correnti improduttiva, come ci si aspetterebbe da qualcuno che suggerisce tagli verticali e precisi. Provaci ancora Gian.

Ho letto l'intervento di Fini. Trovo le premesse affatto condivisibili, dal momento che una politica di rigore finanziario non può che coniugarsi ad azioni mirate alla crescita, se l'obiettivo è uscire dall'attuale difficile situazione.

Però, pur avendo letto e riletto, a me pare che parli solamente di ridurre alcune imposte - ch'è cosa buona e giusta, s'intende, se vogliamo che cali l'enorme peso attuale della mano pubblica nell'economia - e di destinare maggiori risorse ad alcuni scopi, peraltro condivisibili. Cioè di un aggravio del bilancio statale.

Non sono riuscito a trovare quei tagli mirati e verticali (alla Cameron?) che sostiene di aver proposto e che mi troverebbero d'accordo: sono io a non aver capito, e qualcuno mi sa dire di che cosa si tratti?

 

Però, pur avendo letto e riletto, a me pare che parli solamente di ridurre alcune imposte - ch'è cosa buona e giusta, s'intende, se vogliamo che cali l'enorme peso attuale della mano pubblica nell'economia - e di destinare maggiori risorse ad alcuni scopi, peraltro condivisibili. Cioè di un aggravio del bilancio statale.

 

Concordo totalmente.  Per me e' solo fuffa.  Le critiche al governo solo valide, le alternative proposte semplicemente non esistono, se non in ternini di tagli di tasse a fronte di spesa pubblica costante o crescente perche' proprio non si vede cosa vogliono tagliare della spesa pubblica. Il massimo che ardiscono a proporre (altrove) e'tagliare i consumi intermedi della pubblica amministrazione, perche' cosi' non tagliano ne' i forestali calabresi ne' i mega-stipendi di politici e dirigenti pubblici. Cominciassero almeno col proporre di allineare gli stipendi dei politici e il finananziamento pubblico ai partiti ai livelli medi europei, non sarebbe risolutivo ma sarebbe di grande aiuto anche per dare credibilita' a chi e' al momento screditato, come praticamente tutta la classe politica italiana.

While economic reasons are paramount, ideology plays a small role in attracting some immigrants here. Some from the Middle East find affinities with Venezuela’s contentious policies toward Israel. Those same policies, combined with fears over violence and economic shifts, have weighed on the decisions by thousands of Jews here to emigrate.

Vorrei suggerire un'ardita comparazione fra il Venezuela e alcuni stati arabi (= stati membri della lega araba). Molti di questi stati sono produttori di petrolio, il che gli procura una rendita di misura variabile ma cominque cospicua da una cinquantina d'anni. Ciononostante il grado di sviluppo di questi paesi è decisamente insoddisfacente ( www.arab-hdr.org ) cosí come il livello di vita delle loro popolazioni. I governanti di questi paesi hanno trovato un'efficace soluzione a questo problema esacerbando il conflitto arabo-israeliano, dimodochè quando le masse insoddisfatte scendono in piazza gridino "morte a Israele" anzichè "dove sono andati a finire i petrodollari?". Il Venezuela non ha dispute territoriali con Israele, non è un paese islamico, nè arabo, eppure la politica estera di Chavez è praticamente allineata con l'Iran. Gli riuscirà di dare a Israele la colpa del deteroramento delle condizioni di vita dei Venezuelani?

Il Venezuela non ha dispute territoriali con Israele, non è un paese islamico, nè arabo, eppure la politica estera di Chavez è praticamente allineata con l'Iran. Gli riuscirà di dare a Israele la colpa del deteroramento delle condizioni di vita dei Venezuelani?

Ma no, non ha bisogno di Israele, ha i gringos amerikani comodamente a portata di mano a cui dare tutte le colpe :)

 

A proposito di Fini, volevo chiedervi cosa ne pensate della sua proposta di tassare le rendite finanziarie, allo scopo di finanziare una riforma statale (sull'isutruzione).

Tra l'altro non mi sembra inquadrarsi coerentemente con quanto dice nell'articolo:

 

Certo, si può anche contenere il deficit non tagliando quelle spese, ma aumentando le tasse. L’equilibrio finanziario si raggiunge ugualmente, ma è chiaro che non è la stessa cosa. Così facendo, infatti, si controllano i saldi di finanza pubblica, ma si frena la crescita economica e, per di più, si mantiene alto il peso dello Stato sulle libere scelte delle famiglie e delle imprese.

 

Oppure è un tipo di tassazione che non ferma la crescita?

A proposito di Fini, volevo chiedervi cosa ne pensate della sua proposta di tassare le rendite finanziarie

mah, nell'articolo consigliato non si fa cenno di tassazione delle rendite finanziarie. sarà ben possibile che lo abbia detto in altro periodo, del resto questo argomento, assieme alla legge elettorale, è carsico e quasi tutti hanno detto tutto e il contrario di tutto. figuriamoci Fini, che si  è riposizionato su questioni anche più spinose.

quasi nessuno, nememno Fini,  ha però cominciato a dettagliare, definendo almeno cosa siano le rendite finanziarie: attualmente ci sono redditi da capitale e redditi diversi. hanno in comune l'aliquota del 12,50%, ma sono trattati in maniera diversa.poi gli interessi sui c/c al 27% eccecc

la netta impressione è che il politico (in generale, e senza nemmeno stigmatizzare troppo la categoria) abbia annusato che inasprire tali aliquote sia fattibile senza moti di piazza, piuttosto che comprimere la spesa pubblica. oltre però non vanno o non sanno proprio.

i punti controversi sono gli stessi da sempre: la gran massa di rendite sono ancora i titoli di stato, sui quali la tassazione con aliquota proporzionale, almeno per residenti in italia, è solo una partita di giro, senza gettito. chi si ricorda che erano infatti esentasse?

i dividendi poi pagano già come reddito di impresa e poi anche, per le partecipazioni non qualificate, il 12,50%. cosicchè un gran numero di percettori viene a pagare di più della propria aliquota irpef marginale.

il risparmio tutto, viene da redditi che hanno già pagato, in maniera progressiva, al momento della loro formazione.

anche mantenendo un regime separato, si dovrebbe pensare, forse e con mille cautele, a forme progressive di imposizione, concedendo magari la compensazione delle minus con i redditi da capitale...ma tutto questo senza pensare di cavarci del gettito aggiuntivo, non è realistico. visto poi la dimensione del debito pubblico italiano, perturbare un mercato già nervoso non aiuta certo i benemeriti funzionari del tesoro che se ne occupano.

 

Se tassi le "rendite finanziarie" poi a chi rifili i junk bond dello stato italiano?

E' vero che la tassazione al 12,5% rende di fatto l'Italia un paradiso fiscale, ma senza di essa ci sarebbe una monumentale fuga di capitali dal paese.

Trovo strano che nello studio sul ruolo "assicurativo" delle famiglie italiane non si riporti in bibliografia almeno un riferimento al libro di Accornero, "I paradossi della disoccupazione", uscito qualche decennio fa, dove per la prima volta si descriveva il ruolo della famiglia come ammortizzatore sociale con riferimento alla disoccupazione. Naturalmente il libro di Accornero (un sociologo e non un economista) non conteneva uno studio quantitativo con paragoni internazionali, ma certamente forniva una visione innovativa della realtà.

Paul Krugman, kickin' it old school