I post di alessandro figà talamanca

  • Qui è FLG

Non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che l’università italiana è un’università di massa, più che un’università di élite come vorrebbero molti professori che si atteggiano a cantori della (propria) “eccellenza”. Eppure questo fatto non è veramente penetrato nella coscienza dei docenti. La massificazione dell’università italiana, infatti, è stata oscurata dal cambiamento demografico.

  • Ex Kathedra

Si tenta un’analisi critica della “riforma” dell’università (Legge 30 dicembre 2010, n. 240) che è appena entrata in vigore, partendo da quelli che sembrano i contenuti principali:

1. Modifica del sistema di reclutamento e promozione del personale docente, e messa ad esaurimento del ruolo dei ricercatori universitari.

2. Modifica dello stato giuridico dei docenti.

3. Modifica dell’organizzazione interna delle università e nuovo ruolo dei dipartimenti.

4. Modifiche del ruolo degli organi direttivi (Senato Accademico, Consiglio di Amministrazine, Rettore)

5. Misure per “incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario”

Si cercherà di elencare alla fine anche diverse disposizioni minori su altri argomenti.

Questa analisi critica/commento è stata scritta per il Notiziario dell’Unione Matematica Italiana, dove apparirà sul Numero 3 del 2011. Il testo definitivo della legge è sul supplemento ordinario della Gazzetta Ufficiale n. 10 del 14 gennaio 2011.

  • Passaparola

Come sanno bene gli esperti di “marketing”, la parola “nuovo” è tra le più efficaci per pubblicizzare un prodotto. Non meraviglia quindi che l’ufficio stampa del Ministero dell’Istruzione, l’abbia usata generosamente, alla fine di luglio, per pubblicizzare il “nuovo sistema di finanziamento” delle università messo a punto dal Ministro Gelmini, ed applicato per l’anno 2009. In realtà non è affatto nuovo un sistema che prevede di distribuire una “quota” del finanziamento sulla base di criteri oggettivi, e la quota complementare su base “storica”, in proporzione al finanziamento dell’anno precedente. E’ quanto previsto da una legge del 1993 che è stata applicata, più o meno coraggiosamente, a partire dal 1995. Quest’anno la “quota” non distribuita su base “storica”, che la legge chiama “quota di riequilibrio”, è stata del 7%, più di quanto previsto negli anni immediatamente precedenti, meno però della “quota” del 1998 che era il 9%. Che cosa c’è allora di nuovo nella distribuzione targata Gelmini del finanziamento universitario?

  • Ex Kathedra

Il numero dei giovani che, ogni anno, si iscrivono per la prima volta nelle università italiane ha superato, da qualche anno, il 50% dei diciannovenni (Tabelle 1.1 e 1.2 del Nono Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario, Dicembre 2008, del Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario, disponibile nel sito www.cnvsu.it). Una domanda di istruzione terziaria di queste dimensioni corrisponde necessariamente ad una popolazione studentesca molto diversificata in termini di preparazione iniziale, capacità, interesse allo studio, ambizioni e aspettative. Eppure l’università italiana risponde a questa domanda di istruzione con un’offerta didattica uniforme, o meglio, diversificata solo per facoltà o corso di studio e non per livello di approfondimento all’interno dello stesso corso. Si rischia in questo modo di abbassare per tutti il livello degli studi a quello che si adatta agli studenti meno preparati (come certamente avviene in molti corsi di laurea), o di respingere la maggioranza degli studenti che chiedono una formazione superiore, incrementando irragionevolmente i ritardi e gli abbandoni (Tabella 1.46 e Fig. 1.9, del citato rapporto del CNVSU.) E’ naturale che a questo punto sia riproposta da più parti, l’ipotesi di diversificare il sistema di istruzione superiore, per rispondere meglio ad una domanda di istruzione diversificata. Questa ipotesi prevedrebbe, ad esempio, università “di serie A” dove si svolgerebbe ricerca scientifica e dove sarebbero ammessi solo gli studenti più preparati e università di “serie B” dedicate prevalentemente all’insegnamento e dove entrerebbe la maggioranza degli studenti. Come giudicare questa ipotesi?

  • L'avvelenata

Viene spesso proposto da editoriali pubblicati dai quotidiani italiani più influenti di "affidarsi al mercato" per risanare il sistema universitario italiano. Secondo questa proposta si dovrebbe abolire il valore legale dei titoli di studio, far pagare gli studi universitari agli studenti o alle loro famiglie (introducendo un sistema di prestiti per i più poveri), e lasciare alle singole università la piena autonomia nell'organizzazione dei corsi e nel reclutamento dei docenti.