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Riallocazione e flessibilità salariale

Ho appreso da Repubblica di due provvedimenti che il Governo si presterebbe a prendere a breve termine. Si tratta dell’estensione a cinque mesi del blocco dei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo (che includono gli esuberi causati dalla crisi) e della proroga di 12 settimane del trattamento di Cassa Integrazione Guadagni. Si tratta di misure che, secondo la narrativa dei mass media e del governo stesso, sono orientate alla protezione del lavoro. Sicuramente, conseguono l’obiettivo di trasferire ingenti risorse dai contribuenti futuri ai disoccupati attuali. Se per protezione del lavoro si intende la preservazione delle ore lavorate, il risultato finale della politica economica del governo sara’ in realtà l’opposto. Si tratta infatti di misure che, rendendo la ricerca di nuovo impiego meno appetibile e ostacolando la discesa dei salari, tendono a ridurre la riallocazione dei lavoratori.

La continua riallocazione dei fattori — capitale e lavoro — tra settori e soprattutto tra imprese del medesimo settore, e’ condizione ineludibile per il funzionamento efficiente di un’economia di mercato. Settori ed imprese in espansione attraggono i capitali e i lavoratori in uscita da settori in crisi e da imprese che falliscono.

La riallocazione gioca un ruolo di prim’ordine anche nell’aggiustamento di un’economia a shock avversi di natura temporanea ma comunque persistente, come quello che abbiamo subito di recente a causa del virus COVID-19. Tale ruolo e’ tanto maggiore, quanto piu’ asimmetrici sono gli effetti su imprese e settori.

Il lockdown ha comportato un calo consistente di produzione, ore lavorate e reddito. Il governo si e’ adoperato per rimpiazzare i redditi da lavoro persi con prestazioni di welfare, principalmente attraverso l’allargamento della platea dei beneficiari della CIG. Tali misure non possono che essere limitate temporalmente. In primis, perché comportano un ingente costo pecuniario, soprattutto per uno Stato già fortemente indebitato. In secundis, perché riducono la mobilita’ dei lavoratori. Potendo contare su entrate non molto inferiori rispetto al salario che percepivano — l’ottanta per cento — i percettori di CIG non hanno forti incentivi alla ricerca di un nuovo impiego.

La Cassa Integrazione Guadagni subordina la concessione del trattamento al mantenimento del rapporto di lavoro. In altre parole, si sussidia la coppia impresa-lavoratore per evitare che la loro unione venga dissolta.

La ratio della CIG e’ quella di preservare rapporti di lavoro il cui mantenimento produrrebbe flussi di reddito futuri maggiori dell’alternativa sia per l’impresa che per i lavoratori, ma sono in pericolo a causa di difficoltà ad ottenere finanziamenti. I flussi di cassa dell’impresa non le consentono di pagare gli stipendi, ma se potesse ottenere prestiti a condizioni commisurate al suo effettivo profilo di rischio, sarebbe per essa vantaggioso indebitarsi per evitare i licenziamenti. Il mantenimento del lavoratore in organico nonostante le difficoltà temporanee e’ tanto più vantaggioso quanto maggiori sono i costi di formazione che si dovrebbero sostenere in futuro per far si’ che un rimpiazzo raggiunga il medesimo livello di produttività.

La CIG non e’ lo strumento più efficiente per affrontare il problema delineato qui sopra. Sarebbe preferibile eliminare, o quanto meno ridurre, le imperfezioni dei mercati che impediscono alle imprese di finanziarsi per poter mantenere in essere rapporti di lavoro con un valore atteso positivo. Alla CIG e’ opportuno rifarsi solo nel caso in cui eliminare tali imperfezioni sia impossibile.

Il problema e’ che la CIG e’ stata estesa ad una moltitudine di rapporti di lavoro che non e’ efficiente mantenere in essere. Vi sono infatti molte occupazioni nel cui caso la formazione necessaria per rendere produttivo un neo-assunto e’ molto limitata. Si pensi a posizioni lavorative nel commercio, nella ristorazione, nella ricezione alberghiera, ed in altri servizi turistici. In questi casi, la CIG agisce meramente da freno alla riallocazione della forza lavoro che si e’ resa ridondante. Tanto più che il ridimensionamento di alcuni settori, tra cui il commercio tradizionale, sara’ molto prolungato nel tempo, se non definitivo.

L’utilizzo dell’indennità mensile di disoccupazione (NASPI) e’ da preferirsi perché la sua corresponsione non e’ condizionata al mantenimento in essere del rapporto di lavoro e perché — avendo un ammontare massimo mensile di 1.335 Euro (anche per i piloti Alitalia) — e’ molto meno generosa della CIG per tutti gli interessati ad eccezione di coloro che percepivano redditi bassi. Purtroppo, rispetto al suo predecessore ASPI, la NASPI si protrae troppo a lungo (fino a due anni) e non prevede una diminuzione dei benefici nel tempo. Pertanto gli incentivi alla rioccupazione sono inferiori.

Immagino che, a questo punto, alcuni lettori si chiedano: ma chi li dovrebbe assumere questi disoccupati? La domanda di lavoro da parte delle imprese non e’ fissa. Dipende dalle condizioni di mercato, tra cui il livello dei salari. Vi sono settori che non hanno subito l’effetto diretto della crisi e che soffrono solamente del calo di domanda che ne e’ conseguito. Ve ne sono altri che addirittura se ne sono giovati. La capacita’ di tali segmenti di assorbire una parte consistente dei lavoratori attualmente sotto-occupati dipende in larga misura dalla flessibilità dei salari. Quanto più rigidi i salari, tanto minore sara’ il numero di soggetti che troverà un nuovo impiego.

La rigidità salariale dipende largamente da due fattori. Uno e’ di natura contrattuale. La maggiorparte dei rapporti di lavoro e’ regolata da contratti nazionali, che prevedono retribuzioni minime. Purtroppo la contrattazione decentrata, nonostante sia possibile, e’ ancora assai rara. I minimi contrattuali, e’ opportuno ricordarlo, non sono indicizzati all’andamento dell’economia.

Nonostante la rigidità implicata dalla contrattazione, una certa flessibilità si può recuperare tramite il demansionamento, cioè l’inquadramento del lavoratore in profili occupazionali meno remunerativi. La possibilità che questo accada dipende ovviamente dalla disponibilità dei lavoratori ad accettarlo, a sua volta funzione del loro costo opportunità, cioè le entrate di welfare — principalmente la CIG.

Il demansionamento e’ una pratica illegale, mi si dirà. Si’, proprio questo e’ il punto. La tragicità del quadro occupazionale e’ tale da auspicare un allentamento dell’enforcement di certe disposizioni. Si consideri anche che l’opzione alternativa perseguita dal governo, di mantenere inattiva una larga parte della forza lavoro, comporta anche un maggior numero di soggetti disponibili al lavoro nero.

Recentemente, il Partito Democratico ha proposto di incentivare le imprese alla redistribuzione delle ore lavorate tra i dipendenti, ma a parità di salario orario. Per quanto la proposta abbia una sua logica, mantenere i salari orari invariati nonostante il calo della produttività non incide sul totale ore lavorate, mantenendo la forza lavoro in uno stato di sotto-occupazione.

Ostinarsi a mantenere i salari invariati nonostante l’enorme calo di produttività comprometterà ulteriormente una situazione economica già tragica. Bisogna rassegnarsi alle forti necessita’ di riallocazione e lasciare da parte difficoltà cognitive e distorsioni ideologiche, al fine di facilitare l’assorbimento dello shock. Ci vuole coraggio.

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