Università di élite o di massa ?

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Non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che l'università italiana è un'università di massa, più che un'università di élite come vorrebbero molti professori che si atteggiano a cantori della (propria) "eccellenza". Eppure questo fatto non è veramente penetrato nella coscienza dei docenti. La massificazione dell'università italiana, infatti, è stata oscurata dal cambiamento demografico.

Nel venti anni tra il 1988 e il 2008 gli immatricolati delle università italiane sono diminuiti: erano 299.841 nell'anno accademico 1988-89 e 294.933 nel 2008-09. Questi dati, come quelli che seguono, sono presi dall'ultimo rapporto annuale del CNVSU. Tuttavia nel 1988 i diciannovenni residenti in Italia eano 912.855, mentre nel 2008 erano scesi a 603.857. Cioè il rapporto tra immatricolati e diciannovenni è salito da 32,8% a 48,8%.

Anche la percentuale dei laureati sulla coorte di riferimento è aumentata. Nel 2009 hanno conseguito una prima laurea del nuovo ordinamento (laurea triennale o laurea magistrale a ciclo unico) 190.000 studenti, senza contare i 28.000 che hanno completato gli studi per la laurea del vecchio ordinamento. Stiamo cioè laureando oltre il 30% di una coorte di riferimento. Nella generazione dei genitori dei nostri giovani laureati, si laureava solo il 10% dei giovani: abbiamo avuto meno di 80.000 laureati nel 1988 su oltre 900.000 venticinquenni Articolo (qui sto utilizzando delle elaborazioni dei dati ISTAT a cura della "Commissione per il monitoraggio delle attività parlamentari nel settore della ricerca scientifica" del CNR, quaderno n. 21, Roma settembre 1996.). La maggioranza degli attuali laureati saranno quindi i primi in famiglia a conseguire un diploma universitario.  In effetti dovrebbe essere un'ampia maggioranza: dei 110.000, laureati del 2010, nelle università appartenenti al Consorzio Alma Laurea, il 72% portava la prima laurea in famiglia. Si tratta però di dati parziali perché al consorzio non appartengono tutte le università italiane.

La massificazione dell'accesso all'istruzione superiore comporta una profonda diversificazione del corpo studentesco. Gli studenti differiscono tra loro per preparazione iniziale, interessi, aspettative e motivazioni. A questa domanda di istruzione così profondamente diversificata non ha senso rispondere senza diversificare l'offerta.

Eppure il sistema italiano, a differenza dei sistemi dei paesi con i quali ci confrontiamo, è basato su un'unica istituzione che funziona come se tutti gli studenti avessero la stessa preparazione iniziale. I docenti sono ancora intimamente convinti che il loro compito è di "formare la classe dirigente", come se i laureati fossero destinati ad essere il 3% anziché il 30% della popolazione.

Anche quando si parla di riformare l'università ci si riduce a parlare di ciò che interessa i professori, e cioè la loro carriera ed il sistema di promozioni. Non si affronta il problema più importante del sistema italiano che è quello di rispondere  alla domanda di istruzione, con un'offerta didattica diversificata quanto la domanda. Se se ne parla è per lamentare che gli studenti "non sono più quelli di una volta". O per auspicare che gli studenti meno preparati siano confinati, assieme ai colleghi con i quali non si va d'accordo, in università di serie B "come succede in altri paesi". Un'ipotesi quest’ultima non più possibile in Italia, come ho spiegato in un altro post.

Quale è il costo di aver ignorato e di continuare a ignorare la massificazione del sistema universitario italiano? Prima di tutto il fenomeno degli abbandoni. Si tratta di un fenomeno in parte fisiologico: un sistema universitario che non opera nessuna selezione all'ingresso dovrà necessariamente risultare selettivo per altra via. Gli abbandoni precoci in particolare, da parte di chi si inserisce nel mercato del lavoro, non dovrebbero suscitare molta preoccupazione. Più grave e più costoso è il fenomeno dei ritardi. Nella maggior parte dei casi, il ritardo negli studi non migliora l'apprendimento, ma piuttosto è il risultato di un sistema di studio che mortifica il vero apprendimento. Lo studente si concentra sul singolo esame con uno sforzo mnemonico, per poi dimenticare tutto, quando ha strappato la sufficienza, per concentrarsi sul prossimo esame. Una raffinamento di questo sistema è stato inventato ed introdotto da una nota impresa di assistenza agli esami: non serve nemmeno imparare a memoria i libri di testo, basta imparare le risposte alle domande, necessariamente ripetitive, che fanno gli esaminatori. Per questo l'impresa invia suoi dipendenti ad ascoltare e annotare le domande degli esaminatori, per poi addestrare gli studenti alle risposte.

Così i ritardi costituiscono spesso una perdita doppia: gli anni impiegati negli "studi" universitari per il laureato, e, per la società, la immissione sul mercato del lavoro di laureati addestrati  a dimenticare tutto quello che hanno appreso o potevano apprendere all’università.

E’ possibile rispondere in modo più efficace alla massificazione? Penso di sì. E’ necessario diversificare l'offerta didattica all'interno di ogni università. Il primo passo in questa direzione (che è stato già compiuto dalle facoltà di ingegneria) è quello di prevedere una prova iniziale che, senza sbarrare l'accesso, faccia il punto sulla preparazione dello studente, o quanto meno, gli indichi i suoi "debiti formativi". Bisognerà poi prevedere insegnamenti dedicati al superamento di questi debiti. Sappiamo, ad esempio, che per le materie umanistiche le maggiori difficoltà degli studenti provengono dalla incapacità di comprendere un testo non puramente descrittivo. Sappiamo anche che in molte università americane si offrono corsi in reading comprehension. Dovremmo offrire anche noi simili insegnamenti. Infine corsi speciali dovrebbero essere mirati agli studenti eccezionalmente dotati e preparati. La diversificazione interna alla medesima istituzione dovrebbe anche essere flessibile e facilitare il passaggio da un livello all'altro degli studenti con forte attitudine agli studi, inizialmente bloccati dalla cattiva preparazione iniziale. Semplici, importanti riforme.

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Commenti

Ci sono 129 commenti

Ho gia' provato alcune volte a cercare delle statistiche sui risultati dei test di ammissione ad ingegneria, in particolare mi interessava sapere quanti accumulano debiti formativi e, dopo aver seguito i corsi obbligatori, quanti ancora non sono in grado di passare i test. Non ci sono riuscito. Ho ricevuto delle risposte ufficiose sconsolanti e girano voci non controllate di lettere spedite ai presidi delle scuole superiori lamentando la scarsa preparazione dei "maturati" che si iscrivono al primo anno di Ingegneria, ma essendo voci non le ho mai prese sul serio.

Se qualcuno sa dove trovare i risultati dei test di ammissione ai vari corsi di laurea in ingegneria e mi pass ail link, mi fa un grosso favore.

Provi a chiedere informazioni al prof. Giuseppe Accascina accascina@dmmm.uniroma1.it.

Purtroppo è vero. Moltissimi studenti lo fanno anche nella mia Uni, anche per colpa dei professori. Molti infatti fanno sempre le stesse domande (chessò, 5 fogli con 5 domande che girano e non cambiano mai ad ogni sessione) così entrano 5-6 studenti, si segnano le domande, si ritirano et voilà (ed alcuni manco lo passano così).

 

La soluzione a questo problema (e non solo..ma imho è tutta una scusa per mangiar soldi ritardando le lauree) poi è ridicola: limitare a 3 tentativi annui ad esame e (questo solo alcuni) impedire il ritiro. Il corso di statistica B li ha entrambi, infatti al primo appello su 300 (forse di più) studenti si sono presentati in 10. 

 

Avrei da dire anche su altro, però prima aspetto di aver finito, non si sa mai. 

E perche' non ci sono (dis)incentivi sui ritardi. Fai pagare le tasse il triplo dal giorno che inizi il fuoricorso e vedi come ti aumentano gli studenti che danno statistica B.

Se vuoi l'universita' pubblica, allora ci vogliono i limiti. Nelle private, se si mantengono solo tassando gli studenti, possono fare come vogliono.

La soluzione a questo problema (e non solo..ma imho è tutta una scusa per mangiar soldi ritardando le lauree) poi è ridicola: limitare a 3 tentativi annui ad esame e (questo solo alcuni) impedire il ritiro.

La soluzione e' piu' semplice: l'esame si fa con un esame intermedio (midterm) e uno finale la settimana dopo la fine del corso.  Fine.  Chi non ce la fa riprova l'anno dopo.  Stai sicuro che ce la farebbero tutti o quasi.  Dare 8-9 opportunita' all'anno di fare l'esame (o anche solo 3) screws up all incentives: una corposa coda della distribuzione degli studenti non e' MAI adeguatamente pronta esattamente a causa di questo.

 

 

Finalmente leggo una proposta seria e concreta su questo argomento. Ho appena finito di leggere in questi giorni tutti e 200 i commenti a questo articolo del Corriere http://27esimaora.corriere.it/articolo/troppo-bravi-per-lavorare/ dove si spiega che fine fanno i laureati in Italia (principalmente quelli di materie umanistiche). La situazione è desolante e mi chiedo perché si sia arrivati alla mortificazione di intere generazioni di giovani, illusi di salire un gradino sociale laureandosi e che si ritrovano senza lavoro. Molte persone chiedono di tornare ad un'università di "èlite" come una volta, io penso che bisognerebbe introdurre il numero chiuso in tutte le facoltà universitarie con un numero limitato di posti. Io stessa ho frequentato prima una facoltà "libera" per poi trasferirmi a gambe levate in una a numero chiuso con esame molto selettivo, dove ho trovato una qualità dell'insegnamento migliore, così come tutti i servizi. Le facoltà umanistiche dovrebbero adottare questo sistema prima ancora di tutte le altre, visto che gli sbocchi dei laureati in queste materie sono limitati.

 

E’ necessario diversificare l'offerta didattica all'interno di ogni università. 

Mi trovo perfettamente in linea. Purtroppo le recenti leggi e gli obblighi fra requisiti minimi, incardinamenti, riduzione del turn-over vanno esattamente nella direzione opposta. Non e' raro trovare nell'anno accademico che verra' accorpamenti, cancellazioni di corsi di laurea, ed in genere una sofferenza didattica dovuta agli impegni personali incrementati, alla follia dei legislatori di un sistema universitario che cambia le regole 4 volte in 3 anni e costringe a sforzi vani.

Salvo poi trovare deleghe, eccezioni (soprattutto in certe universita' private e/o online)...

Quanto poi alla concezione di universita' di massa, basta intendersi e decidere cosa si vuole. Personalmente ancora oggi rimpiango certi istituti tecnici di una trentina d'anni fa che preparavano i maturandi ad un ottimo livello. Vogliamo spostare il livello di istruzione ad una eta' maggiore? e' possibile. Vogliamo creare scuole e universita' di seria A e serie B? Anche questo e' possibile. Basta scegliere politicamente cosa si vuole.

Ma per piacere, smettiamola di cambiare idea ogni due anni: e' uno spreco per i docenti e per gli studenti.

Ottimo post, vorrei che piu' giovani rispondessero e facessero sentire la loro voce,  oltre a Mattia e Ylenia; a cosa serve sentire la voce di noi cinquantenni? dai ragazzi, non credo che dire la vostra su nFA possa farvi perdere punti all'universita'. Avanti: commentate.

colgo il tuo invito Giuliana.

stavo leggendo interessato tutti i commenti, indeciso se partecipare alla discussione o no.

Mi pare che vengano affrontate tante questioni eccetto una, forse la più importante:la motivazione intrinseca dello studente ad imparare, sia per il piacere dello studio, sia per un impiego migliore, sia per riuscire a trovare ciò che veramente gli piacerebbe fare nella vita.

Io sono uno che studia all'università e francAmente non mi è mai interessato il numero degli appelli ,la possibilità di ripetere l'esame,oppure non accettare un voto in vista di uno migliore.Ciò che faccio è informarmi sul programma sui libri e su eventuale materiale integrativo e cominciare a studiare cercando di capire ogni singolo concetto scritto su ogni singola pagina di ogni singolo libro.Una volta fatto questo lavoro imparo la materia e mi presento all'esame.Inoltre credo sia un bene che ci siano svariati appelli durante l'anno in maniera tale che lo studente abbia la possiblità di esprimersi al meglio senza essere costretto a reggere i ritmi di chi magari ha una velocità di apprendimento piu rapida o una capacità mnemonica superiore o al contrario senza  che debba aspettare l'appello a fine anno.

Per me quindi la questione diventa:l'Università italiana ti rende competitivo rispetto alle altre Uni?

I fattori da prendere in considerazione per rispondere a questa domanda sono:la preparazione dei prof ,nel caso di chiarimenti rispetto ad argomenti non chiari e il contenuto delle materie studiate nelle singole università.per quanto riguarda i prof fino ad oggi non mi posso lamentare per quanto riguarda la differenza tra le università ,io che studio economia aziendale,ti posso dire che l'ideologia classica  e  keynesiana vengono studiati anche nelle Uni italiane cosicome krugman sen adam smith marx e tutti gli altri,per non parlare delle materie aziendali i cui libri sono stati tutti scritti da ricercatori prevalentamente Usa.Per essere consapevoli di eventuali differenze dovrei aver studiato anche in altre università ma ad oggi non l'ho fatto ,però voglio dire, i libri sono quelli le conoscenze trasmesse sono quelle il materiale è quello

Piuttosto che indagare sui fattori maggiormente inerenti l'Università io indagherei sulle cause che portano gli studenti italiani a studiare di meno con tutte le conseguenze che questo comporta descritte anche nell'articolo

E forse c è anche una relazione tra scarso rendimento universitario e il tasso quasi nullo di partecipazione di studenti ad un blog come questo che pure dovrebbe incuriosire ed interessare soprattutto gli studenti di economia , ciò  rafforza la mia convinzione che le cause siano da ricercare tra gli studenti e forse nella scarsa fiducia che questi nutrono verso il Paese

 

 

Alla triennale ho visto situazioni da farmi vergognare dei miei colleghi studenti: dialetto (napoletano) ed espressioni colloquiali con i professori che neanche al bar con gli amici, poca educazione, sotterfugi di tutti i tipi e soprattutto la supponenza di chi dice "tutto mi è dovuto". Mi son detta che il problema era mio, proveniente dal liceo classico (una mosca bianca) ed iscritta ad Economia. Intanto per fare 33 esami senza sforare troppo nel fuori corso, facevo un esame ogni 4 settimane e a chi mi chiedeva come facessi rispondevo che "sfornavo esami come le pizze". Vi lascio immaginare cosa mi sia rimasto di molte materie. Alla specialistica è andata meglio, non siamo 300 ma una ventina, i professori sono ricercatori e molto preparati, siamo seguiti di più e c'è più confronto, sono stata fortunata e ho trovato persino chi mi ha aiutata a coltivare i miei interessi.

La verità è che la mia esperienza mi ha fatto capire che i ragazzi si iscrivono all'Università perché non sanno cosa fare dopo le superiori e che gli obiettivi minimi da raggiungere per passare gli esami si sono abbassati e una laurea triennale la possono prendere davvero tutti. Non fraintendetemi, è importante che tutti abbiamo la possibilità di istruirsi. Però se penso a laureati, con il mio stesso identico titolo, che litigano spesso e volentieri con la grammatica e hanno avuto difficoltà persino a seguire le procedure informatiche di richiesta tesi, un poco di sconforto mi viene.

 

 

Mi dispiace dirlo ma non mi sento molto in accordo con la tesi (se l'ho capita bene) dell'articolo. Dalla mia esperienza (simile a quella postata da Lea) ho ricavato l'impressione che la strada giusta in questo caso sia tornare davvero ad un università più elitaria.

Le mie obiezioni le elenco quì sotto

1-Secondo me l'offerta formativa in italia è anche troppo diversificata. Abbiamo corsi di laurea in quasi ogni argomento dello scibile umano. Abbiamo corsi di laurea in enologia www.agraria.unimi.it/G25/presentazione.php (scusate la forma rozza del link ma non ho ben capito come si mette il collegamento ipertestuale) corsi di laurea che differenziano tra tecniche audiometrice ed audioprotesiche www.medicina.unina.it/facolta/pubDidattica/laureeTriennali509.do (ariscusate il link). Cosa dobbiamo ancora differenziare? Anche tra vino bianco e rosso. A parte le battute (che mi escono malissimo) questi corsi di laurea ultra specialistici soffrono di diversi problemi. Hanno un mercato del lavoro molto ristretto che si satura rapidamente. Così se i primi laureati hanno trovato facilmente lavoro, quelli successivi si vedono spesso costretti a ripegare su lavori che poco hanno a che fare con quello che hanno studiato (con buona pace dell'efficenza). Inoltre per questi corsi estremamente applicativi, un corso di laurea di tre anni risulta eccessivamente lungo rispetto alle nozioni fornite. Così molte materie si ripetono e vongono inserite altre solo per tappare buchi (esempio: nel corso di laurea in tecniche audiometriche si segue un minicorso di gestione aziendale!)

2- La maggior parte delle persone che si inscrivono all'università (soprattutto ai corsi di laurea triennali ) lo fanno perchè non "hanno di meglio da fare" (leggasi non trovano lavoro) e "comunque è sempre meglio avere un pezzo di carta". Pensi davvero che diversificando l'offerta formativa questo problema si risolva? Io, di mio, punterei ad altre soluzioni tra le quali una riforma seria dell'istruzione media superiore, e l'abolizione del valore legale del titolo di studio.

A presto

Marco

 

 

scusate la forma rozza del link ma non ho ben capito come si mette il collegamento ipertestuale

 

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Per quello che vale, la mia esperienza con l'universita' in 3 Paesi (Italia, Spagna, Danimarca) e' un po' diversa. In linea generale, direi che quello che manca ovunque sono le basi. I professori fanno sforzi titanici per presentare matematica e statistica nel piu' semplice modo possibile, e comunque gli studenti capiscono poco.

Anche lavorativamente, la vera differenza, per lo meno in economia/business, la fanno le conoscenze di base. Avere buone basi di matematica e statistica porta piu' salario che avere buone basi di 'storia del pensiero economico' o di 'ragioneria' o di 'diritto commerciale/privato'.

Immagino ci siano materie basilari anche in campo umanistico (filosofia (quella vera), latino, greco, etc.).

Io farei un paio di anni uguali per tutti, corsi del tipo: matematica I e II, statistica, programmazione, etc.

Sono d'accordo con la proposta di abolire il valore legale del titolo di studio: vedo troppi sotterfugi da parte di studenti svogliati che puntano solo ad ottenere il famoso "foglio di carta".

Cito la mia esperienza: dopo la scuola superiore mi ritrovai con una preparazione matematica insufficiente nonostante all'ITIS avessimo esplorato, grazie a lungimiranti professori, matrici, vettori, integrali ed equazioni differenziali. Con l'illusione di poter tirare avanti con poche conoscenze di matematica mi buttai in Ingegneria Informatica. Dopo un anno di insuccessi dirottai su Economia Informatica [onestamente più semplice da seguire] e diedi la tesi la prima sessione fuoricorso perché nel frattempo trovai lavoro full-time. Ora sto studiando per la laurea magistrale in Statistica alla Bicocca, ma combinare uno studio profittevole con un lavoro full-time totalmente diverso impone severi sacrifici.

Una storia come la mia è possibile solo in un sistema universitario, quale è quello italiano, profondamente distorto: il passaggio da Ingegneria a Economia fu fatto perché quest'ultimo era oggettivamente piuù semplice da affrontare nelle diverse materie anche simili (analisi matematica, algebra, programmazione in Java, ricerca operativa). E non sto parlando di una diversa università di un'altra città, ma della medesima Università degli Studi.

In generale, invece, i corsi di laurea magistrale sono più curati e affrontati con vero piglio scientifico, anche perché sono relativamente pochi i partecipanti alle lezioni e c'è davvero più tempo per interagire col corpo docente (spesso giovane, motivato e disponibile). Infatti, nonostante un andamento accademico non proprio eccezionale, sono deciso a continuare con maggiore vigore il percorso universitario per completare i miei studi.

La mia proposta sarebbe quella di operare a partire dalla scuola superiore: un insegnamento della matematica (la materia più formativa a mio avviso) con programma unificato per i vari indirizzi, siano essi ITIS o IPSIA o ITC o altre denominazioni. E aumentare l'orario delle lezioni con doposcuola dopo pranzo.

Insomma, a mio avviso si potrebbe lasciare inalterato l'ambiente universitario perché alcune storture a cui assistiamo non sono imputabili alla struttura accademica ma alle condizioni culturali della "marmaglia", me compreso, che vi accedono. Operare piuttosto su alcuni aspetti delle scuole secondarie superiori che provocano ritardi nell'inserimento del ritmo universitario.

Non sono contro un'università di massa, ma propenderei per una crescita dei corsi specialistici di formazione professionale alternativi e sostitutivi all'università, a fare da "ponte" col mondo del lavoro. In teoria spetterebbe alle aziende formare i dipendenti, ma non credo che le PMI, frazione predominante sul totale delle aziende in Italia, siano in grado di allocare risorse sufficienti alla formazione dei loro dipendenti.

P.S.: Chiedo scusa per la mia insistenza sulla matematica, ma per me come per molti è stato uno scoglio importante da affrontare nei corsi universitari.

le tesi di questo intervento sono convincenti

 

osservo che l'art. 6 del D.M. 270 gia` contiene, come norma di legge, almeno una di queste proposte

 

ma raramente viene applicato

E’ necessario diversificare l'offerta didattica all'interno di ogni università. 

Non sono sicuro questa sia la priorità giusta. Niente in contrario al fatto che le università decidano di instaurare diversi percorsi, ma è troppo difficile per il mercato del lavoro e dell'istruzione postuniversitaria poi valutare la qualità del'insegnamento: occorrerebbe conoscere i dettagli dell'offerta didattica di ogni università. 

Mi pare invece prioritario cominciare a diversificare l'offerta didattica fra università. Occorre urgentemente porre fine all'assurda equiparazione fra università e cominciare a permettere alle università di specializzarsi in prodotti diversi. Vista la dimensione del mercato, mi pare poco realistico che ogni università (o anche solo 5-6) riesca a creare un percorso d'elite mantenendo dei percorsi "di massa". Il sistema educativo italiano ha urgente bisogno di un'offerta universitaria d'elite, e questa non può e non deve essere offerta da tutte le università. Alle università d'elite si dovrebbe accedere con un sistema completamente need-blind, come d'uso nelle università d'elite americane: e cioé si ammette lo studente unicamente in base al merito, e poi lo si finanzia al 100 per cento dei bisogni dimostrati. 

 

Andrea è una battaglia persa. La diversificazione formale delle università non conviene a nessuno, perchè certificherebbe che ci sono professori e studenti di serie B, C, etc. E i professori non vogliono essere classificati o valutati, mai e per nessun motivo. Parimenti per gli  studenti, che si troverebbero pezzi di carta di valore diverso e per i genitori, che potrebbero vedere il loro adorato figliolino classificato di serie B. Ed obietterebbero anche i politici locali, che si vedrebbero declassata la gloria locale Etc. Etc. E' vero che esiste una diversificazione di fatto da parte delle imprese competitive. Si tratta però di una minoranza  dell'occupazione totale. In particolare,  la Pubblica Amministrazione non può discriminare a seconda dell'università.

fare un sistema come quello Università/Community College in USA, o Universität/Fachhochschule come avviene in germania non sarebbe da considerarsi una cosa ottimale? Se uno vuol fare il contabile o l'assistente sociale o l'infermiera perché deve farsi l'università?

Egregio Professor Figà Talamanca,

leggo sempre interessato i suoi post e solitamente quello che scrive coincide con quello che penso. Questa volta un pò meno!

Parto da una sua affermazione:

 

Eppure il sistema italiano, a differenza dei sistemi dei paesi con i quali ci confrontiamo, è basato su un'unica istituzione che funziona come se tutti gli studenti avessero la stessa preparazione iniziale. I docenti sono ancora intimamente convinti che il loro compito è di "formare la classe dirigente", come se i laureati fossero destinati ad essere il 3% anziché il 30% della popolazione.

 

Per fortuna o per sfortuna non è così. Per esperienza personale e acquisita attraverso altri, la quasi totalità dei docenti è ben consapevole che (non voglio fare esempi, ma è possibile farli) la preparazione media degli studenti iscritti al tale corso di laurea nella tale sede universitaria è ben diversa dalla preparazione di studenti equivalenti (tutti 19enni, diplomati liceo) iscritti ad equivalente corso di laurea di altro ateneo. Non conosco la realtà universitaria delle facoltà di scienze, molto più selttive e quindi probabilmente molto più elitaria, ma ho una minima consapevolezza della realtà delle facoltà di economia. Se escludo la Bocconi, la Luiss e la Cattolica che formano la classe dirigente molto spesso perchè i loro studenti provengono da famiglie che sono già classe dirigente, fatico a trovare esempi di docenti che pensano e/o ritengono di stare formando il 3% della popolazione che guiderà il nostro Paese.

Poi lei continua dicendo:

 

Anche quando si parla di riformare l'università ci si riduce a parlare di ciò che interessa i professori, e cioè la loro carriera ed il sistema di promozioni. Non si affronta il problema più importante del sistema italiano che è quello di rispondere  alla domanda di istruzione, con un'offerta didattica diversificata quanto la domanda. Se se ne parla è per lamentare che gli studenti "non sono più quelli di una volta". O per auspicare che gli studenti meno preparati siano confinati, assieme ai colleghi con i quali non si va d'accordo, in università di serie B "come succede in altri paesi".

 

Sul primo punto (ci interessa la ns carriera) posso essere anche d'accordo. Ma mi consenta di essere qualunquista, chiedendole "a chi non interessa la propria carriera?", forse ad un manager, un notaio, ingegnere ecc. non interessa come una riforma disporrà per il proprio futuro? Qui il tema è estremamente complesso e scivoloso, ma le pare che persone con aspettative più o meno legittime che a volte da oltre un decennio aspettano, non il concorso per sè, ma una possibilità di partecipare a concorsi "non apparecchiati" non guardino in primis a come una riforma disporrà dei propri destini?

L'offerta "indirettamente" diversificata esiste già. Come ho già detto e solo a titolo di esempio fare il medesimo corso di laurea in questa o quella sede universitaria non è la stessa cosa, per contenuti dei corsi, richieste per il superamento degli esami, ecc ecc. Gli stessi studenti sono già autoconfinati a seconda delle università a cui scelgono di iscriversi e degli incentivi che hanno, segnalati appunto dalle scelte che intraprendono a partire dall'insieme di opportunità che l'offerta formativa degli atenei italiani presenta.

Inoltre scrive:

 

Il primo passo in questa direzione è quello di prevedere una prova iniziale che, senza sbarrare l'accesso, faccia il punto sulla preparazione dello studente, o quanto meno, gli indichi i suoi "debiti formativi".

 

QUi non vorrei dire una inesattezza, ma mi pare che la 270 preveda per tutti gli atenei, un test d'ingresso non vincolante. per ogni corso di laurea. Nella mia facoltà è previsto da settembre scorso, proprio perchè obbligatorio. I risultati sono un disastro. In effetti "gli studenti non sono più quelli di una volta". E' ben chiara, come è ben chiara a docenti che hanno figli in età scolare che (altro qualunquismo) la scuola italiana non è più quella di una volta, non forma come formava, non riesce più nemmeno a fare il minimo sindacale che le è richiesto, "insegnare a studiare".

Condivido quanto dice Marco Gianpaolo che le muove altre obiezioni. L'argomento è, ripeto ancora, complicato e non esauribile in poche battute, ma piuttosto che il dilemma tra università di elite o di massa, io mi sento di rilanciare un tema, che credo lei condivida, investire in università, no a tagli lineari, ma investire passando dallo 0,9% del PIL all'1,4 della media ocse, con i tutti gli incentivi e le attenzioni che su nfa sono stati sottolineati a sazietà piu volte e poi rompere la correlazione violenta tra in background familiare e la classe reddituale dei figli. Fino a quando in Italia non conterà il tuo titolo di studio, la preparazione, i tuoi meriti, ma la tua occupazione e quindi la tua classe reddituale dipenderà fortemente da quella dei tuoi ascendenti a nulla servirà investire, differenziare, formare, ricercare ecc.

Anche con la riforma del 3+2 i tempi di laurea non sono diminuiti (dopo un'apparente successo iniziale). 

Ora, ad esempio, per ingegneria i tempi di laurea sono (almalaurea)

  • 5,0durata degli studi laurea di primo livello
  • 2,9durata degli studi laurea specialistica

Cioè 8 anni totali. Questo non è normale: allora, o siamo mediamente più stupidi del resto del pianeta, oppure gli esami sono molto duri. Esageratamente ed inultimente duri.

O no?

O gli studenti italiani studiano di meno :-)

Il problema è troppo sfaccettato, per una domanda così lapidaria. Condivido la stessa opinione, come ho espresso in un commento precedente, però questo descrive un sintomo di errati meccanismi di transizione da scuola dell'obbligo ad università, oltre che corsi coi piedi poco per terra, incapacità di motivare una buona fetta di studenti, ed incapacità di interpretare i bisogni del mercato del lavoro.

Il problema parte già dal pessimo rapporto tra studenti e scuola, prosegue nella distanza che la fascia 15-19 ha, giocoforza, dal mondo del lavoro, e culmina nell'attuale stato dell'università, trattamento economico da parte dello stato incluso.

 

 

o siamo mediamente più stupidi del resto del pianeta, oppure gli esami sono molto duri. Esageratamente ed inultimente duri.

 

Ci sono contributi sia da parte degli studenti sia da parte dei docenti a formare lo scadente risultato italiano.

Gli studenti hanno una preparazione mediamente scadente come testimoniano i test PISA. Inoltre per problemi culturali italiani e assenza di sistemi di incentivi condivido l'opinione sul fatto che lo studente medio italiano si impegna meno della media mondiale, anche per l'incentivo sbagliato offerto dalla possibilita' di ripetere l'esame ad libitum.

Dal lato dei docenti, la "cura" dello studente e' inferiore ai Paesi civili, probabilmente in media lavorano meno nella didattica (ma come tipicamente accade in Italia ci sono quelli che non fanno nulla, e quelli che lavorano molto piu' della media mondiale, il vero problema e' che non esiste un decente sistema di incentivi a far bene). E' diffusa tra i docenti l'idea dell'universita' di elite dei bei tempi andati, che comporta che sia cosa buona e giusta espellere dall'universita' se possibile i 2/3 degli studenti, piuttosto che consentire / incentivare loro di acquisire il massimo di competenze di cui sono capaci, corredato di una valutazione onesta e utile alle imprese per decidere le assunzioni.

Riprendo una mia vecchia idea per spostare l'attenzione sulla regressività delle tasse universitarie. Ho fatto la seguente elaborazione dei dati sulla tasse universitarie per fasce di reddito che ho trovato sul sito della mia università.

La tabella è questa:

Tabella tasse universitarie

Il grafico, che mostra l'incidenza delle tasse universitarie sul valore ISEE (preso come indicatore del reddito familiare) è questo:

incidenza tasse su reddito

X=valore ISEE; f(x)=importo tasse/ISEE. (il grafico l'ho disegnato con derive 6, però ho dovuto ritoccarlo con un programma di grafica; qualcuno di voi sarebbe così gentile da indicarmi un programma relativamente facile da usare per disegnare dei grafici di funzione decenti).

Le borse di studio coprono praticamente solo il primo intervallo (0;17000) come si può vedere dal bando dell'ARDSU a pag 21 (si applicano anche criteri di merito).

Qualche considerazione sui dati: l'università può attingere alle tasche degli studenti solo per il 20% del proprio finanziamento totale. Prendendo per buono il dato eurostat, l'istruzione universitaria costa circa 7320 euro per anno per studente. Moltiplicando 7320 per 20% viene fuori 1464. In pratica, chi paga 1464 euro di tassa universitaria è in pareggio, non riceve niente dagli altri studenti e non constribuisce alla formazione degli altri. Lo studente in pareggio si colloca attorno ad un valore ISEE di 55000 euro. Quindi, gli studenti senza borsa che hanno un reddito minore pagano meno del 20% del costo della loro istruzione, gli studenti che si trovano sopra questa soglia pagano di più.

Non mi sembra giusto. Per prima cosa sposterei questa soglia a sinistra, non è possibile che chi ha un ISEE di 50000 euro paghi meno del 20%. Poi abolirei questo stupido vincolo del 20%, facendo sì che le tasse diventino progressive con una soglia di 7320 euro. In modo da far pagare il servizio al suo costo pieno, per chi se lo può permettere. Per le famiglie abbienti mandare i figli all'università non incide minimamente sul loro reddito, quindi non importa se ci si mette una vita a finire l'università. Gli esami in qualche modo si passano. E questo mi porta alla terza considerazione che volevo fare: solo in Italia si possono ripetere gli esami all'infinito. Secondo me dovremmo porre un limite al numero di TRY and ERROR degli esami.

Sono personalmente contrario sia alla tua proposta sia al sistema attuale di tasse universitarie crescenti col reddito.  Chi ha redditi superiori gia' paga con le sue tasse l'universita' a chi ha redditi inferiori, non vedo perche' debba ripagare una seconda volta pagando tasse universitarie superiori. Se si desidera aumentare la progressivita' delle imposte e quindi far pagare ancora di piu' chi ha redditi superiori e ancora di meno chi ha redditi inferiori, lo si faccia apertamente e onestamente aumentando le aliquote IRPEF, senza imbrogli e sotterfugi, che 1) nascondono la vera aliquota marginale omnicomprensiva che lo Stato italiano impone sui redditi 2) introducono, tramite gli usuali incompetenti deliri burocratici italioti fatti di scalini, riduzioni crescenti col reddito e tasse malcalcolate, aliquote marginali effettive che salgono facilmente al 300% e oltre e quindi fanno avere piu' soldi al netto delle tasse a chi guadagna meno in corrispondenza di diversi intervalli di reddito.

In generale considero sia ingiusto sia disonesto l'andazzo che c'e' in Italia (ma non solo) di fa pagare prima tasse progressive sul reddito e poi far pagare una seconda volta tutti i servizi pubblici generali (salute, asili, scuole, universita') sempre progressivamente col reddito.

Si tratta di un sistema stupido perche' costringe una molteplicita' di enti a controllare il reddito dei cittadini per addebitare somme diverse, costringe i cittadini a certificare il proprio reddito (o strane combinazioni di reddito e patrimonio) piu' di una volta. Sarebbe molto piu' semplice ed efficiente fare un'unica volta la dichiarazione dei redditi, pagare tutto quello che si deve pagare di progressivo col reddito, e poi avere i servizi pubblici gratuitamente o quando ci sono abusi pagando una somma fissa uguale per tutti.  Facendo in questo modo ci sarebbe meno lavoro inutile improduttivo di tipo burocratico, minori necessita' di controlli, minori rompimenti di scatole per i cittadini, perfino minori incentivi per cittadini ad imbrogliare per esempio al momento di pagare i ticket sanitari.

 

Senza entrare nei dettagli, mi trovo d'accordo con entrambi i punti.

Nessuno dei paesi occidentali che conosco consente di ripetere gli esami at libitum. Ci sarà una ragione. Ma su questo soprassediamo.

Sulle tasse le situazioni in Europa sono varie. Idealmente, credo che bisognerebbe far pagare tasse più alte, fino a tutta la spesa necessaria, e redistribuire i maggiori introiti in forma di borse di studio ai meritevoli o di edilizia scolastica. Nel contempo, andrebbe abolito il valore legale del pezzo di carta.

Questo avrebbe molte simpatiche conseguenze (idealmente, sempre: assumiamo che le amministrazioni universitarie non siano composte da ladri):

1 - più meritevoli potranno permettersi l'università

2 - più edilizia scolastica quindi più mobilità (si può scegliere la sede anche se non si hanno i soldi per un affitto)

3 - il fuori corso diventa costoso, magari resta un peso per le università ma almeno produce introiti maggiori. Nel migliore dei casi il parcheggio dei meno brillanti viene molto scoraggiato e si riduce significativamente

4 - (per me non trascurabile) una categoria di studenti che paghi tipo 8000 euro di tasse sarà molto esigente nei confronti della classe docente, la quale sarà un po' più costretta a rigare dritto: offerta didattica sensata, niente porcate tipo esami dall'esito arbitrario o peggio prestazioni in natura in cambio di voti

Dal 2011, tutti i fondi pubblici (FFO) all'Università di Trento vengono decisi ed erogati dalla Provincia di Trento. Nel 2010 ci fu un accordo tra Governo e Provincia per un aumento delle competenze. Sarebbe  auspicabile che, con il federalismo fiscale, si contemplasse anche il trasferimento del FFO ai governi Regionali (assumendo che, un giorno..., le Province siano abolite).

In questo modo, il Ministero dell'Università e della Ricerca potrebbe/dovrebbe essere abolito. Il valore legale dei titoli di studio scomparirebbe con il Ministero e ciascuna università dovrebbe darsi, in (una vera) autonomia, governance, statuto e regolamenti secondo i propri desideri e abilità. 

Questo sentiero mi sembra il più semplice e agevole modo per ottenere alcuni dei punti fondamentali esposti dal professor Figà Talamanca. 

La discussione è molto interessante ma nessuno ha parlato di didattica. Forse non è un caso.

Se cambiano gli studenti, necessariamente devono cambiare i progetti didattici che vengono proposti agli studenti. Ogni progetto prevede prima degli obiettivi e poi delle verifiche, coerenti con gli obiettivi delineati prima. Nella scuola, queste cose sono ormai ovvie perché la massificazione c'è già stata ed in misura ben più ampia di quella che adesso l'università italiana conosce. E i docenti di scuola, in un modo o nell'altro, hanno reagito.

Nell'università, invece, questo non è successo ed è fin troppo ovvio che sia stato così, perché il sistema universitario non considera la didattica come una cosa che si deve sapere quando vai in aula. Per il nostro sistema la buona didattica è un'"arte" che, a differenza delle arti vere e proprie, non ha una tecnica sottostante. O meglio, l'unica tecnica sottostante è la ricerca, e tutti sappiamo bene che ricerca e didattica, fatta eccezione per pochi insegnamenti di laurea specialistica, non hanno nulla a che spartire.

Di conseguenza, non si discute del perché si va in aula (da una parte e dall'altra) ma del come si va. Nei post precedenti si è parlato del numero di appelli: uno, pochi, tanti, troppi. Ma discutere del numero di appelli di un esame senza definire correttamente che cosa misura l'esame e perché è come discutere del numero di pagine di un libro di cui non si conosce l'argomento.

Niente progetto didattico = niente buona didattica (se non per caso, quando ti capita il bravo comunicatore/divulgatore) = niente successo degli studenti. (mi riferisco alla media, ovviamente; le (buone) eccezioni esistono ma sono poche). Condite il tutto con il solito caos nostrano e ottenete il risultato che abbiamo davanti tutti i giorni.

F

Concordo in toto, la didattica universitaria è rimasta legata al modello della tradizionale didattica frontale, adesso modernizzata con le slides.

Poi c'è un altro problema. La secondaria non insegna a studiare, lo studente è abituato a studiare solo le domande o gli appunti del professore e studia per passare una interrogazione, non per padroneggiare una disciplina.

Infine, ci sarebbe una riforma a costo zero per migliorare la qualità degli studenti che escono dalla secondaria. Basterebbe abolire il principio che il consiglio di classe possa promuovere l'allievo anche contro il parere del docente della disciplina. Se uno studente ha 3 o 4 in italiano (che non è solo letteratura, ma anche e sopratutto comprensione e produzione dei testi scritti) e altrettanto in matematica, poi magari ha la sufficienza in materie tecnologiche professionali che richiedono la capacità di comprendere testi e seguire la matematica e viene promosso...

Per dire, ho letto una tesina di maturità di un allievo di mia moglie, che insegna in un ITIS. Italiano: voce "Primo Levi" copiata e incollata  da Wikipedia. A parte che riesce a "correggerla" dicendo che il padre di Levi si iscrisse al partito (ovviamente quello fascista)" di Malavoglia", maiuscolo. La tentazione di chiedergli se il federale di Torino fosse stato parente dei personaggi di Verga ti viene... Materia tecnica: prove non distruttive sulle strutture metalliche. Secondo lui "i raggi X sono una radiazione elettromagnetica che ha una fequenza e una lunghezza d'onda". Perché, c'è una radiazione elettromagnetica che non ce l'ha (lo so pure io che sono laureato in lettere...)? Sembrava Nanni Moretti: "L'arcadia è un movimento...con una poetica..."

Certo, uno così all'università non si iscrive, ma ha anche fatto cinque anni di secondaria a vuoto.

 

 

Tanto anni fa a Parigi si gridava "Soyez réalistes, demandez l'impossible", e credo che questo motto si attagli perfettamente all'Università italiana di oggi. A voler essere realisti, occorre chiedere l'impossibile, cioè ridefinire e riorganizzare TUTTO.

A cominciare dalla domanda fondamentale: qual'è la missione dell'Università italina? Formare l'élite dirigenziale del futuro? Favorire il miglioramento culturale del Paese? Preparare alle professioni liberali? All'attività imprenditoriale? All'insegnamento?

Se non si chiariscono preliminarmente gli obbiettivi, con una valutazione delle necessità del Paese (abbiamo più bisogno di chimici, di ingegneri idraulici, di avvocati, di commercialisti, di ricercatori, di filologi, di storici etc.) e del tipo di formazione che occorre noi ci riduciamo a gestire un sistema ormai elefantiaco, costosissimo (anche perchè quasi interamente finanziato dalla fiscalità) e che ha una corrispondenza sostanzialmente marginale fra contenuti formativi e carriere (o non carriere) effettive.

Il sistema deve innanzitutto essere diversificato, il nostro corrisponde ad una concezione dei saperi e della loro trasmissione del tutto anacronistica. Il modello organizzativo è più o meno lo stesso, che si tratti di filologia o di ingegneria, il che è già delirante.

I paesi seri hanno modelli molto diversificati. In Germania la maggior parte degli ingegneri non ha fatto l'Università, ma esce da una Technische Hochschule che nulla ha da invidiare quanto a qualità dell'insegnamento, ma è organizzata in modo completamente diverso da una Facoltà universitaria di Filosofia. Anche in Francia è l'organizzazione degli studi ad essere plasmata sulle materie, e non viceversa.

C'è poi in Italia un problema di utilità dello studio, che meriterebbe una riflessione. Non possiamo permetterci una quantità di laureati in materie magari di alto contenuto teorico ma di scarsa utilizzabilità pratica per costruirci sopra una carriera sostenibile. Se in nome della libertà di scelta vogliamo consentire a chiunque di laurearsi in materie di puro sfizio, va benissimo, basta che l'interessato ne sostenga i costi (tasse d'iscrizione) o venga specificamente aiutato solo in caso di alti meriti.

Questo sottende la questione generale delle tasse di accesso, che come è stato qui ricordato sono in Italia esageratamente basse. Oltre a costituire ciò un costo enorme per la collettività, questo è anche un incentivo agli studenti a relativizzare sul loro impegno. Anno più anno meno conta poco. Stranamente non è mai stata pensata una politica differenziale delle tasse, intesa a incentivare le iscrizioni alle facoltà che si intendono promuovere (e a scoraggiare le varie Scienze della comunicazione etc. etc. che sono solo fucine di ambizioni sbagliate).

In sintesi abbiamo una organizzazione universitaria pochissimo pensata e progettata, e sviluppata in sostanziale anarchia (con parecchie superfetazioni intese unicamente a soddisfare ambizioni accademiche locali) a spese del contribuente, Sarebbe ora di cominciare a ripensarla integralmente.

 

GD

 Il modello organizzativo è più o meno lo stesso, che si tratti di filologia o di ingegneria, il che è già delirante.

 

scusa la domanda, perché? Esiste un consolidato modello dipartimentale più o meno di uso generale. Una società di capitali, una cooperativa o qualunque altro tipo di impresa non hanno gli stessi organi sociali a prescindere che si occupino di edilizia, metalmeccanica o tessile?

poi, le Technische Hochschulen sono diventate Università, vedi il link http://en.wikipedia.org/wiki/Technische_Hochschule

e molte Technische Universitaten adesso hanno anche facoltà di Lettere e Filosofia,

vedi la TU Berlin o quella di Aachen, con tanto di organigramma: 

http://www.rwth-aachen.de/go/id/fim/

e

http://www.rwth-aachen.de/go/id/brg/

dove si vede che le facoltà sono organizzate tutte secondo lo stesso modello: preside, dipartimenti, istituti, cattedre



 

Non ho espresso un'opinione sulla opportunità di avere in Italia un sistema articolato in istituzioni di diverso livello. Penso che ormai l'opzione di un sistema che preveda università di serie A e università di serie B non sia più esercitabile come ho cercato di argomentare nel mio post dell' 8 gennaio 2009, che ho citato. Il mondo politico nei primi anni settanta ha unanimemente aderito agli slogan del "movimento studentesco" che consideravano perfino l'articolazione in tre diversi livelli di titoli universitari (diploma, laurea, dottorato) un complotto della bieca reazione in agguato per impedire la mobilità sociale. (come è noto il dottorato fu sdoganato dieci anni dopo da una proposta dell'allora deputato Alberto Asor Rosa.) Contro la proposta di creare "istituti aggregati" in grado di conferire diplomi ma non lauree, sul modello dei Polytechnics, si schierarono anche i sindacati dei docenti  ben consci che la prevista espansione del sistema di istruzione terziaria costituiva una formidabile possibilità di carriera per assistenti e professori incaricati, che sarebbe stata però confinata in istituzioni di seconda classe con maggiori compiti didattici, per almeno la metà degli iscritti ai sindacati, qualora avesse prevalso l'ipotesi degli "istituti aggregati", prevista dal disegno di legge governativo.Negli anni successivi, prima della esplosione delle immatricolazioni (come percentuale di una coorte), istituti analoghi ai polytechnics avrebbero potuto sorgere come continuazione degli istituti tecnici, utilizzando ad esempio le migliaia di miliardi (di lire) sperperate nella cosiddetta istruzione professionale. Ma né i sindacati né la confindustria vollero mollare l'osso della istruzione professionale, i cui finanziamenti furono gestiti per anni in modo clientelare attraverso una spartizione tra sindacati, confindustria e partiti. Nel frattempo la liceizzazione della istruzione secondaria e le difficoltà di reclutare una docenza competente in materie tecniche e scientifiche attraverso l'assurdo sistema delle "graduatorie", ha portato ad un declino (in particolare delle iscrizioni) degli istituti tecnici. Io ritengo improbabile che possano avere successo gli istituti tecnici superiori di recente istituiti (e molto poco pubblicizzati) come alternativa alla iscrizione all'università. Sarà difficile ormai dirottare gli studenti su studi "nonuniversitari". Considero la crescita (sempre in relazione alla consistenza numerica di una coorte) delle immatricolazioni, un fenomeno spontaneo non previsto né auspicato, cui è difficile rispondere con improbabili "numeri chiusi". Come ho scritto già diversi anni fa, in polemica con Panebianco che proponeva il numero chiuso generalizzato "nemmeno uno Stalin redivivo riuscirebbe a sbarrare la strada degli studi universitari a tanti giovani, in assenza di credibili alternative per continuare gli studi". Comunque per molti anni ho ritenuto che la scelta di non diversificare il sistema di istruzione terziario (sul modello, ad esempio della California) fosse sbagliata. Ora ho persino qualche dubbio. Saremmo stati capaci di creare un sistema senza vicoli ciechi come quello della California? Ricordo una conversazione con l'ex capo del dipartimento di matematica di UCLA, nel marzo 2008. Il mio collega si vantava del fatto che la metà dei "graduates" del suo dipartimento erano "transfer students" provenivano cioè dai gradini inferiori della piramide delle istituzioni terziarie. Quel che conta non è il dato (metà dei graduates) ma il fatto che un direttore di un dipartimento di matematica certamente tra i dieci migliori del mondo si vantasse di recuperare studenti che erano passati per istituzioni minori. Avrebbero avuto gli stessi sentimenti i professori italiani? Forse, con tutti i suoi difetti, è meglio un sistema confuso e indifferenziato come il nostro di un sistema fatto di vicoli ciechi, senza possibilità di passaggio da un livello all'altro.

Devo dire un'altra cosa. Il fatto che il nostro sistema sia indifferenziato dal punto di vista istituzionale non significa affatto che la diversificazione del corpo studentesco non si traduca in una diversificazione dei laureati. Ma, credo, la diversificazione passa attraverso le scelte autoselettive degli studenti. Nessun studente debole in matematica ha il coraggio di iscriversi a ingegneria e meno che mai a fisica. Gli studenti più deboli, quelli che in un sistema articolato si iscriverebbero ad università di serie B finiscono per concentrarsi nei corsi di laurea di giurisprudenza, scienze politiche, ecc. Gli studenti migliori sono caratterizzati dai mancati o modesti ritardi nella laurea e dalla scelta di lauree considerate difficili o impegnative. Questo tipo di diversificazione ha i suoi costi. Non può succedere ad esempio che uno studente potenzialmente capace di seguire con successo un corso di laurea scientifico o tecnico ma che non ha la preparazione sufficiente per afrontare questo tipo di studi, trovi all'università la strada giusta per lui. Non è comunque una diversificazione istituzionale: il laureato in fisica di Lecce, laureato senza ritardi è decisamente più preparato e meglio selezionato del laureato in legge di Milano che si laurea con 4 o 5 anni di ritardo.

Dovrei forse rispondere ai commenti che criticano alcune mie affermazioni esagerate. Hanno ragione: dire che i professori sono "cantori della propria eccellenza" o che si comportano come se il loro compito fosse formare una classe dirigente che sia il 3% della popolazione è esagerato. Riflette il comportamento di alcune macchiette del mondo accademico che non costituiscono la maggioranza,ma ne sono la caricatura.

Gentile professore,

Il mondo politico nei primi anni settanta ha unanimemente aderito agli slogan del "movimento studentesco" che consideravano perfino l'articolazione in tre diversi livelli di titoli universitari (diploma, laurea, dottorato) un complotto della bieca reazione in agguato per impedire la mobilità sociale

forse non avevavno una idea di università, come d'altra parte non ce l'aveva il modo imprenditoriale che è sempre stato malthusiano, cfr. M. Barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia.

Contro la proposta di creare "istituti aggregati" in grado di conferire diplomi ma non lauree, sul modello dei Polytechnics, si schierarono anche i sindacati dei docenti  ben consci che la prevista espansione del sistema di istruzione terziaria costituiva una formidabile possibilità di carriera per assistenti e professori incaricati, che sarebbe stata però confinata in istituzioni di seconda classe con maggiori compiti didattici, per almeno la metà degli iscritti ai sindacati, qualora avesse prevalso l'ipotesi degli "istituti aggregati", prevista dal disegno di legge governativo

questi istituti aggregati avrebbero potuto fare ricerca? Perché senza ricerca niente pubblicazioni e niente carriera, sarebbe stato un vicolo cieco. E la didattica sarebbe stata subalterna a ricerca fatta altrove. Specialmente nei settori tecnico-scientifici questi titoli sarebbero diventati rapidamente obsoleti.

Comunque il paradosso della liceizzazione è che si sono eliminate le materie tecnico-pratiche (mi ricordo le mie esperienze di insegnante precario alla fine degli anni '70: negli istituti tecnici c'era ancora aggiustaggio. ) ma non si sono sviluppate le competenze per proseguire negli studi: reading comprehension, matematica, inglese... 

Credo che il mio intervento sopra sia stato interpretato male. Non intendevo  auspicare l'istituzione di università di serie a e b. Vorrei che si creassero università di serie a, b, gamma, alpha, aleph, Ćje, დ, e così via. Per farlo c'è un modo piuttosto semplice, non occorre nessun decreto, nessuna tripartizione dei titoli di studio, nessuna fantomatica eliminazione di valore legale: basta liberalizzare gli stipendi di docenti e personale. Credete seriamente che il sistema della University of California sia stato creato per decreto? Che qualcuno abbia deciso che Berkeley, UCLA e UCSD dovevano essere i gioielli e che agli altri andavano le briciole?

Il commento sugli studenti deboli, che dovrebbero iscriversi a scienze politiche piuttosto che a fisica mi pare un po' ingeneroso. A me la matematica sembra facile, le scienze sociali, invece, sono piuttosto difficili e richiedono una notevole dose di skills di vario tipo. Servono conoscenze storiche, sociali, una buona dose di capacità logico-analitiche, e anche una certa creatività ed apertura mentale. Cose che servono anche in fisica, per carita', ma pensare che la diversificazione esista perche' uno puo' scegliere scienze politiche invece che astronomia mi pare un po' miope. Si puo' studiare scienze politiche e fisica ad harvard, a WUSTL, e anche a Tennessee State. E ci sono sbocchi per tutti questi studenti. 

 

Figa' talamanca scrive:

 

la diversificazione passa attraverso le scelte autoselettive degli studenti. Nessun studente debole in matematica ha il coraggio di iscriversi a ingegneria e meno che mai a fisica. Gli studenti più deboli, quelli che in un sistema articolato si iscriverebbero ad università di serie B finiscono per concentrarsi nei corsi di laurea di giurisprudenza, scienze politiche, ecc. Gli studenti migliori sono caratterizzati dai mancati o modesti ritardi nella laurea e dalla scelta di lauree considerate difficili o impegnative.

 

Le vorrei chiedere se ha dei dati a riguardo o cio' che dice e' un sentore, una sua percezione della realta' degli studenti in Italia. Credo che la logica della scelta personale del corso di laurea sia un misto di interesse (spesso nullo per ogni corso di studi, questa e' la mia percezione a partire dalla mia conoscenza degli studenti e/o amici, parenti, conoscenti ecc. in eta' d'iscrizione all'universita'), voglia di faticare sui libri (il modello generale che sta passando da anni in italia e' quello che la scuola serve a poco, è una gran perdita di tempo e rende pochissimo) sbocchi auspicati anche rispetto al retroterra familiare di ciascuno. Non credo che si scelga ingegneria o giurisprudenza a partire dalla facilita' di calcolo della derivata seconda di e alla x.

Lei dice:

 

Questo tipo di diversificazione ha i suoi costi. Non può succedere ad esempio che uno studente potenzialmente capace di seguire con successo un corso di laurea scientifico o tecnico ma che non ha la preparazione sufficiente per afrontare questo tipo di studi, trovi all'università la strada giusta per lui. Non è comunque una diversificazione istituzionale: il laureato in fisica di Lecce, laureato senza ritardi è decisamente più preparato e meglio selezionato del laureato in legge di Milano che si laurea con 4 o 5 anni di ritardo.

 

La sua prima affermazione mi trova abbastanza d'accordo. La seconda molto meno. Come faccio a confrontare un laureato in regola con 98/110 in fisica a palermo con uno in filosofia in ritardo di 3 anni che si laurea con 110? Cioe' come faccio a dire chi e' piu' preparato? Al massimo mi sentirei di dire che laurearsi in fisica in un ateneo  considerato da tutti di pessima qualita' in 10 anni e laurearsi in 3 in fisica in un ottimo ateneo e' un segnale di una modesta attitudine allo studio del primo studente.

Lei chiude dicendo:

 

Dovrei forse rispondere ai commenti che criticano alcune mie affermazioni esagerate. Hanno ragione: dire che i professori sono "cantori della propria eccellenza" o che si comportano come se il loro compito fosse formare una classe dirigente che sia il 3% della popolazione è esagerato. Riflette il comportamento di alcune macchiette del mondo accademico che non costituiscono la maggioranza,ma ne sono la caricatura.

 

Mi permetta d'interpretare quanto scrive come una caduta di stile. Mi ricorda il pessimo servizio reso all'universita' italiana dai vari Perotti e Giavazzi (ogni tanto fare dei nomi aiuta) che a partire dalla conoscenza di un certo gruppo di economisti di basso profilo costruiscono la loro tesi che i professori sono tutti "asini e imbroglioni", oviamente nostri amici esclusi. Come se poi in tutte le categorie dai manager ai politici agli avvocati ecc non ci fossero le macchiette... Mah!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A me risulta (con riferimento a dati del prof Ricolfi), che il rapporto immatricolati/diciannovenni sia in calo negli utlimi anni.

giovannistraffelini.wordpress.com/2011/07/15/investire-nella-laurea/

La preoccupazione diffusa, pertanto, è che sia in atto un calo degli accessi all'Università.

Forse bisogno considerare in dettaglio l'andamento completo negli utlimi anni del rapporto immatricolati/diciannovenni invece che riferirsi a un anno preciso. Ci sono questi dati? Grazie!

I dati si trovano negli ultimi rapporti del cnvsu. E' certamente calato il rapporto immatricolati/diciannovenni, ma è restato sostanzialmente costante(diminuendo in modo non significativo) il rapporto immatircolatidiciannovenni/ diciannovenni. Sembra che si sia esaurito il fenomeno delle immatricolazioni di studenti oltre i venti anni.