Pezzo da ombrellone, ma non troppo

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Cronaca di come la partecipazione ad una corsa mi ha condotto ad avere tre interessanti incontri nel giro di un paio d'ore.

Domenica mattina, alle 5 e mezza, ero tra le decine di podisti che

aspettavano la metro numero 5 nella pancia di Union Square. La

destinazione, per tutti noi, era l'entrata di Central Park sulla

90esima Strada e Fifth Avenue. Li ci aspettavano gli altri circa

13mila che si erano iscritti alla mezza maratona che si corre ogni

estate a New York. Questa e' una delle tante occasioni in cui ci si

rende conto di quanto grande sia questa città, e di quale energia possa

esprimere. Certo, c'erano molti ospiti da fuori città, ma la maggior

parte di noi era del posto. Dato il volume delle domande di

partecipazione, l'organizzazione si era vista costretta ad assegnare i

numeri tramite una lotteria, allo stesso modo in cui fa da anni per la

Maratona di Novembre. Fortunatamente, era una mattinata con cielo

terso, una leggera brezza, e bassissima umidità. Condizioni perfette

per correre. Un New York day, come i Newyorkesi chiamano giornate di

questo tipo, nonostante ve ne siano ben poche, e generalmente in

autunno.

Avvicinatomi al Reservoir, un bacino artificiale

attorno al quale di solito corrono i ricchi dell'Upper East Side,

scorgo tra i concorrenti un ragazzo che per qualche mese aveva lavorato

come segretario nel nostro dipartimento. Laureato a NYU con Major in

Letteratura Inglese, se non sbaglio, aveva sempre manifestato

intenzione di lavorare nel settore media, di cui New York e' una delle

capitali mondiali. Dato che la città abbonda di giovani con ambizioni

simili, e vista anche la sua mancanza di esperienza e di una

preparazione specifica, non era riuscito a realizzare il suo sogno

immediatamente dopo il college. Lavorare come segretario a Stern gli ha

dato l'opportunità di seguire corsi essenzialmente gratis (questo e' un

fringe benefit per tutti i dipendenti). Gli ha anche dato l'opportunità

di continuare a cercare impiego, visto che le mansioni che doveva

assolvere erano cosi' elementari da lasciargli molto tempo libero.

Ovviamente era pagato molto poco (poco per gli standard di NYC - ma

molto più che in Italia) e, udite, udite, signori Bertinotti, Giordano,

e compagnia bella, non aveva alcuna job security. Si', egregi alfieri

del proletariato, era un precario. Ma, ovviamente, non gli sarebbe mai

venuto in mente di definirsi tale. Il suo periodo a Stern era

interlocutorio, e finalizzato all'ottenimento di un lavoro che lo

soddisfacesse. E infatti, lo scorso Dicembre, ha ottenuto un'offerta di

lavoro da HBO, una societa' leader nella produzione e distribuzione di

programmi televisivi (il celeberrimo "Sex and the City," per fare un

esempio noto in Italia, era un loro prodotto). Anche questo lavoro,

cari Bertinotti e Giordano, e' precario. Ma ancora una volta, a lui non

verrebbe mai in mente di definirlo tale. Un altro particolare

interessante: domenica mattina mi ha detto che stava partecipando alla

stesura del budget per il settore produzione. Non avendo conoscenze di

ragioneria, mi ha confessato di aver avuto timore di non essere all'altezza. Ma, avvisato per tempo che sarebbe stato coinvolto in

questo progetto, si era premunito seguendo un corso serale di

ragioneria presso un college locale durante la primavera scorsa.

Ho

raccontato questa storia perché una tale vicenda in Italia non potrebbe

mai accadere, mentre qua e' assolutamente standard. E non mi vengano a

dire, Bertinotti, Giordano, o i comunistelli loro seguaci, che il tipo

in questione e' un privilegiato perché ha frequentato una università

privata come NYU. Prima di tutto perche' l'educazione undergraduate di

NYU non e' proprio stellare; in secondo luogo, perché negli Stati Uniti

qualsiasi studente può ottenere un prestito d'onore per finanziare i

propri studi, senza dover pagare neanche gli interessi prima della

laurea; infine, perché tutti i segretari che abbiamo assunto in

dipartimento da quando sono a Stern, hanno storie simili e una buona

parte di loro ha frequentato università pubbliche.

Dopo la

chiaccherata che ho descritto, fattesi le 6:15, mi sono avvicinato alla

partenza. Qui ho scorto un'altra conoscente, fatto abbastanza raro a

New York. Si trattava di una collega di Stern, bella figliola, visiting

professor nel dipartimento di Finanza. Anche il suo posto di lavoro,

seguendo il criterio di Bertinotti-Giordano, va definito come precario.

Nel caso specifico, a termine. Forse le sarebbe piaciuto rimanere a

Stern, ma non e' successo. Un problema? Non più di tanto, perché il

mercato accademico funziona discretamente da questa parte dell'Oceano.

Proprio domenica, mi ha detto che era in procinto di trasferirsi a

Washington. E' stata assunta da una universita' locale di buon livello,

e questa volta (il duo B-G sarà contento) con contratto a tempo

indeterminato.

E' giunta l'ora di partire. Non sono mai stato

veloce, ed essendo reduce da un infortunio, mi riprometto di correre al

ritmo di 9 minuti per miglio. Si inizia con un giro di Central Park,

che ovviamente conosco molto bene. Come al solito, molti concorrenti

iniziano fortissimo. Dopo due miglia, c'e' già chi ansima. E mi ritrovo

a pensare: ci vediamo sulle salite nell'angolo nord-est del parco. Il

giro di parco, 6 miglia circa, scorre tranquillo. Vedo anche una

pattuglia di modenesi (se ne trovano ad ogni corsa). E' venuto il tempo

di pianificare lo stop. Come molti altri corridori, non sopporto le

puzzolenti toilettes portatili. Ho bisogno del cespuglio. La cosa

divertente e' che, una volta individuato il cespuglio ideale, mi si

para davanti un animale selvatico, una sorta di marmottone, di una

ventina di chili. Fortunatamente, decide di farmi spazio. E' giunto il

momento di uscire dal parco. Piombiamo sulla Settima Avenue, in

leggera discesa, fino a Times Square, e quindi a destra sulla 42esima,

verso il fiume Hudson. E' qui si manifesta un ulteriore ostacolo: i

gas di scarico delle autovetture. Ebbene si', una corsia della 42esima

e' rimasta aperta al traffico. New York cannot stop. For us. Constato

con piacere che il mio piano sta funzionando. 9 minuti al miglio.

Costante. Purtroppo al miglio 11 il ginocchio sinistro comincia a farsi

sentire, ma di fermarsi non se ne parla neppure. Vorrà dire che avrò

una scusa per continuare ad andare dalla fisioterapista. Da qui

all'arrivo sarà un calvario. Finisco al 4382esimo posto, impiegando

esattamente il doppio del vincitore, un superman etiopico capace di

correre a 4:30 al miglio. Sembra impossibile. Ma e' vero.

Passato

il traguardo, si ricevono nell'ordine: medagliaccia di ferro, bicchiere

di Gatorade, sacchetta con bottiglia d'acqua, pera, e altre cazzatine

varie. Ritirati gli effetti personali, via verso la metro. E' a questo

punto che New York diventa drammaticamente simile all'Italia. Giunto

alla stazione della linea R, mi ritrovo davanti un avviso, scritto con

un pennarello, che annuncia l'assenza di servizio da quella stazione.

Opto per la linea 1, che ferma li' vicino. Niente da fare, la stazione

e' addirittura chiusa! Decido di camminare su Broadway fino alla

prossima stazione della R. E' qui che faccio il terzo incontro fortuito

della giornata. Con due ex-studenti MBA di Stern, tra i migliori che

ebbi in classe lo scorso anno. Diplomatisi lo scorso maggio, sono a New

York per un mese di training con i rispettivi datori di lavoro. Uno e'

pachistano, l'altro e' veneto. Hanno appena iniziato a lavorare per

Deutche Bank e IMI, a Londra. Sono al cazzeggio downtown. Negli ultimi

quattro anni, il settore finanza ha attratto un numero enorme di

diplomati MBA. La crescita maggiore si e' registrata sulla piazza di

Londra. La maggior parte dei nostri studenti europei finisce per

lavorare nella capitale britannica, e gli italiani non fanno eccezione.

Ogni anno, abbiamo tra quattro e dieci studenti MBA dal Bel Paese,

tutta gente molto in gamba. Per fare un esempio, quest'anno il premio

per la migliore media al termine dei due anni e' andato proprio ad uno

di loro. In finanza, l'Italia non e' un'opzione. Prima di tutto, molte

figure professionali sono totalmente assenti. In secondo luogo, i

salari d'entrata sono cosi' bassi che i neo-diplomati ci metterebbero

una vita a ripagarsi le (ingenti) spese relative al Master. Per finire,

e lo dico senza snobbismo alcuno, dopo aver passato due anni in una

città aperta e cosmopolita come New York, rituffarsi nella provincia

italiana non e' impresa facile.

Finalmente trovo un treno che

va uptown. Mentre mi dirigo verso casa, mi ritrovo a pensare a tutte le

energie e le abilita' che vengono continuamente sprecate in Italia. A

tutte le occasioni che soprattutto i giovani avrebbero, se solo si

mettesse mano a quelle semplici riforme (del mercato del lavoro, ma non

solo) di cui spesso discorriamo su NfA.

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Commenti

Ci sono 6 commenti

D'Alema dice che i giovani devono lottare, come fecero loro nel '68, per avere delle opportunita'. Lotta di generazioni, anziche' lotta di classe.

Concetto interessante.

D'Alema sta suggerendo a tutti costoro di fare barricate, manifestazioni, sit-in, e cazzate varie anziche' studiare, prepararsi, e cercare di diventare piu' competitivi. Davvero una visione di lungo periodo per il nostro Paese.

Nota: magari le disasastrate condizioni dell'Italia dipendono anche da una classe politica totalmente impreparata che anziche' studiare faceva sit-in e proteste?


 

Caruso oggi non mi sembra d'accordo con te.


Caruso e' il principe dei furbetti. Per coltivare la sua nicchia e continuare a mangiare senza lavorare per il resto della sua vita, ogni tanto deve rendersi protagonista di uscite demenziali come quella di oggi. Negli anni 80, per frasi del genere si finiva in galera. Pur guardandomi dall'auspicare il ritorno di quei tempi o di quel clima, sono convinto che asserzioni quale la sua vadano ben oltre il right of free speech. Soprattutto in considerazione del suo ruolo istituzionale. Bastano pochi scemi che raccolgano i suoi deliranti suggerimenti, e ci troveremo con altri casi Biagi/D'Antona. Spero che almeno Treu e la famiglia Biagi lo denuncino. Sono disgustato.

... avete messo i commenti al post sbagliato e con alcune ore di anticipo. Stavo giusto scrivendovi il post giusto per i  vostri commenti, ed altri.

Tutto molto interessante: tuttavia l'Italia non è gli USA, per vari motivi che voi espatriati "high end" potete descrivere meglio di me.

Le storie raccontate danno conto di un processo di autoselezione di alcuni stranieri - tra cui una quota non trascurabile di italiani - che attribuisce ad un percorso di vita basato sull'autoaffermazione professionale un'importanza maggiore rispetto alla "comodità" di vivere nel proprio paese di origine.

Questo approccio è diverso, e poco conciliabile, con l'approccio tipico italiano basato sulla ricerca di una rendita immediata qualsiasi, anche se piccola e insufficiente, che nel caso del giovane che si affaccia sul mercato del lavoro corrisponde al posto fisso fin dal primo giorno (già, perché negli USA i posti "fissi", nel senso di open ended, esistono, ma non dal primo giorno di lavoro). Anche a costo di uno stipendio da fame.

I politici conoscono questa esigenza dei giovani lavoratori italiani e la interpretano come possono, promettendo cose che non sono di per sé impossibili, ma poco compatibili con l'appartenenza dell'economia italiana alle economie "ricche" del globo.

Poi l'economia ha le sue regole, quindi il giovane che sogna il posto fisso senza fatica si ritrova nel call center a fare un lavoro di m... a uno stipendio ridicolo. E reagisce facendosi rappresentare da Caruso e dalle sue deliranti affermazioni. Siamo messi davvero male.

PS Nel post di Boldrin 9/8/2007 23:39 (precedente questo) il link fornito non sembra funzionare.

 

 

 

 

 

Caro Gianluca, i tuoi "diari" statunitensi sono le mie letture preferite su NFA. Complimenti