Dieci poeti in lotta con la vita - 7

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7. Sandro Penna

Quando da ragazzo avevo l’abitudine (oggi mi sembra un vezzo) di portarmi in tasca i libri appena comprati, per simulare passeggiate per la città con gli autori che amavo, al fatto che Penna - che ho a lungo portato a spasso -  fosse omosessuale, non ci pensavo per nulla. Di lui mi stupiva la libertà, il peso leggero dei suoi versi (pur scolpiti come nella pietra), la sua peculiarità di essere stato nel tempo sempre identico a se stesso, di aver trovato la sua cifra - unica nel panorama della poesia contemporanea - fin da subito, ovvero dall’esordio del 1939. E l’indifferenza assoluta verso un mondo che non fosse il suo, giovane com’ero, mi rapì.

 

Scrivo questo perché vorrei per un momento provare a sottrarre la poesia di Sandro Penna dalle grinfie delle interpretazioni sessuali di genere. Impresa ardua, forse scorretta sul piano intellettuale e umano, ma necessaria. Non credo, infatti, sia la sua diversità erotica a fare di Penna un grande poeta, ma - senz’altro e piuttosto - la forza del suo sentire erotico. Tale diversità rischia, invece, di contribuite a quell immaginetta, racchiusa in qualche pagina di critica letteraria, dell'artista delicato che “quasi per dono di natura, con un lieve tocco stupisce o incanta per la raffinatezza a volte gioiosa, a volte malinconica o distratta dei suoi versi perfetti”.

 

Sandro Penna è, invece (semplicemente), il più grande poeta erotico del Novecento italiano: l’eros è il suo mondo, il suo universo totalizzante. Egli ha vissuto fuori da ogni coordinata spazio-temporale, le sue settimane erano fatte solo di domeniche e i suoi giorni si inseguivano, l’uno dopo l’altro, alla ricerca dell’amore e della poesia. Amore e vita fugaci per una poesia duratura.

 

Felice chi è diverso
essendo egli diverso
ma guai a chi è divers
essendo egli comune.

 

Ecco una sua poesia (dal sapore epigrammatico come del resto tanti suoi componimenti) che sembra in tutto un manifesto esistenziale. Eccentrico e anomalo come poeta e come uomo, Penna - che è stato accostato a Saba, in modo piuttosto forzoso e semplicistico, in virtù di un certo comune modo di approcciarsi e cantare la realtà - proprio a causa di tale sua cifra unica, non ha probabilmente avuto il pieno riconoscimento che il suo autentico valore letterario meritava.

 

Se Penna dà l’impressione di accarezzare la vita senza mai ghermirla, le sue poesie e le sue poesie in prosa (e non prose poetiche) sulla pagina hanno una concretezza e una finitezza (nel senso di perfezione stilistica) tali da renderle quasi degli oggetti. Delle cose perfette e fine a se stesse, o meglio a se stesse bastanti. Ogni poesia di Penna ha forza e l’autonomia di una storia indipendente con un suo  inizio e una sua fine. 

Ha reso perfettamente il concetto Cesare Garboli, paragonando i suoi libri alle mostre dei pittori, i quali, periodicamente, raccolgono il frutto dei loro lavoro e lo espongono al pubblico. Per puro esempio, riporto una poesia, “Interno”, un frammento, un’istantanea e nel contempo una narrazione perfetta:

 

Dal portiere non c'era nessuno. 

C'era la luce sui poveri letti

disfatti. E sopra un tavolaccio

dormiva un ragazzaccio bellissimo.

Uscì dalle sue braccia annuvolate,

esitando, un gattino.

 

Penna è, di fatto, un narratore in versi, che ignora la storia ed è appassionato di storie. Emotivamente più coinvolto dalle ragioni degli esseri e delle cose, che dell’essere - in un gioco di appropriazione di porzioni di realtà e di esclusione (auto-esclusione) dall’intero -  delimita un suo mondo, dove trova un sottilissimo e poeticamente proficuo territorio, in cui anche il dolore di una vita trascorsa al margine è gioia. Intima razione di felicità e appagamento. Nella lirica “Cercando il mio male” (sembra il contro canto al Montale di “Ossi di seppia”), mi pare (ed è evidente, il mio scritto sembra solo parodia) lo spieghi assai bene:

 

Cercando del mio male le radici

avevo corso tutta la città.

Gonfio di cibo e di imbecillità

tranquillo te ne andavi dagli amici.

Ma Sandro Penna è intriso di una strana

gioia di vivere anche nel dolore.

Di se stesso e di te, con tanto amore,

stringe una sola età – e allontana. 

 

A tal punto credo che parte della grandezza di Penna dipenda dalla necessità del canto. Perché la sua poesia risponde ad imperativo esistenziale (di sopravvivenza) molto più forte dello stesso destino. Ed è per questo autentica, necessaria, appunto, più delle spinte della storia (mi rifiuto di scriverla con la s maiuscola, ma così andrebbe scritta per spiegarmi meglio) e del tempo:

 

Forse è meglio soffrire che godere.

O forse è tutto uguale. Anche la neve

è più bella del sole. Ma l’amore…

 

Qui sembra che la sofferenza, nell’accezione intesa da Penna, sia (al di sopra del dolore che reca) più vera del godimento perché è intima e quindi effettiva, mentre nel godere pare si annidi una sorta di disequilibrio generato dal confronto e dal consequenziale rischio di una non gestibile, o meglio, non autodeterminata esclusione. La neve che, come coltre, copre e nasconde il reale, è più bella del sole, mi pare un rafforzativo (correlativo oggettivo?) del medesimo concetto. Ed è ancora l’eros, infine, ovunque protagonista, che mette in discussione la simmetria o l’accettazione in cui tutto è uguale a tutto. Che ridona, tutto sommato, un’altra possibilità o una speranza.

 

Amore, amore,

lieto disonore.

 

Le letture critiche di Debenedetti e di Pasolini (diverse ed uguali) dell’opera di Penna, ovviamente eccellenti sul piano qualitativo, sono in buona parte ridotte ad intenzione e piuttosto datate. Il primo usa il poeta come grimaldello anti ermetismo, inserendolo in dinamiche di classe, dinnanzi all’ineluttabilità della storia (parlando di alienazione, coscienza sociale, ecc.); l’altro ne fa il paladino e il cantore di quel mondo pre-industriale, innocente e incontaminato, tante volte da egli stesso esaltato. (Mentre sul fronte del rapporto privato e epistolare - si vedano alcune lettere tra i due in www.pasolini.net/saggistica_PPP-a-SandroPenna.htm - Pasolini intese le ragioni letterarie e umane di Penna, forse più e meglio di Penna stesso).

 

E’ il classico caso di appropriazione indebita (senz’altro affettuosa e non delittuosa) di un autore da parte della critica. Penna, a mio avviso, è del tutto avulso da queste tematiche sociologiche e intellettualistiche. Non voglio con ciò chiamare fuori dal solco della letteratura, della cultura e del suo tempo in genere, questo grande poeta (che era molto più consapevole di quanto non desse a vedere e la sua metrica lo dimostra), ma ne vorrei esaltare la singola genuinità. Ho scelto di parlare di Penna dopo Saba e Betocchi, infatti, non tanto o solo per continuità (e ce ne è), ma proprio per presentare la sua opera come singola e personalissima produzione di “poesia della vita” anzi, “per la vita”, parte attiva di quell’avanguardia (o anti-avanguardia, che è la stessa faccenda) non codificata, che ha attraversato, pur mutando le sue regole, buona parte del Secolo scorso.

 “L’estate se ne andò senza rumore”, un’altra bella (fin dal titolo) poesia-manifesto che sembra un brevissimo ed intenso racconto. E’ la storia di un uomo escluso dalla meccanica del tempo, dai fragori della vita sociale e serenamente rassegnato a bastarsi, illuminato dalla propria endogena luce interiore.

Come è forte il rumore dell’alba!

Fatto di cose più che di persone.

Lo precede un fischio breve,

una voce che lieta sfida il giorno.

Ma poi nella città tutto è sommerso.

E la mia stella è quella scialba

mia lenta morte senza disperazione.

 

Penna non lasciò eredi, non ebbe discepoli. Ciò non è né un bene, né un male, significa solo che la sua poesia è un unicum e che solo come tale può essere trattata. E’ un po’ la cifra della lirica che nasce a volte a dispetto, in altre per far fronte o dare un senso all’esistenza. A noi non rimane che leggere, immaginarci a passeggere con lui di notte o all’alba per le strade della Roma barocca, al ritorno dal vagare notturno in remote periferie o da fumosi cinematografi, a cercare di capire se la vita sia vera come la poesia.

 

Se la vita sapesse il mio amore!

Me ne andrei questa sera lontano.

Me ne andrei dove il vento mi baci

dove il fiume mi parli sommesso.

Ma chissà se la vita somiglia

al fanciullo che corre lontano…

 

 

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Commenti

Ci sono 1 commenti

la ringrazio di avermi ricordato di leggere/ rileggee sarebbe un vezzo sciocco, visto che dimenticai il tutto