(cattivi) dottori ope legis?

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Il ministro dell'universita', Stefania Giannini, ha annunciato una riforma del test di accesso a medicina. L'idea, da quello che si capisce dall'annuncio, sarebbe la seguente: accesso libero alle facolta' di medicina, poi selezione degli aspiranti dottori alla fine del primo o del secondo anno di università. A noi sembra una pessima idea e quindi speriamo si tratti solo di una banale boutade elettorale. Spieghiamo perche'.

Iniziamo dal metodo, e passiamo poi alla sostanza. Sul metodo, stupisce (perche' arriva da un'accademica a capo del ministero che tra le altre cose finanzia la ricerca scientifica) e deprime (perche' ancora una volta si fa cosi') l'annuncio di riforme con un post su Facebook (!), senza alcuna seria valutazione scientifica del sistema esistente. . Per esempio, il ministro Giannini sa dirci se il sistema di selezione attuale funziona oppure no rispetto all'obiettivo di formare un numero sufficiente di buoni medici? E, se no, perche'?  I test di accesso sono stati oggetti di molte critiche sui giornali perchè basati su domande di logica e cultura generale e non sulle conoscenze necessarie per la facoltà di medicina. E' possibile che siano fatti male, ma i test di accesso possono e devono essere valutati in modo rigoroso, utilizzando il metodo scientifico. O quantomeno raccogliendo e analizzando i dati.  Forse basterebbe cambiare le domande senza stravolgere il sistema che comunque ha garantito un flusso di laureati più o meno congruo con la domanda di medici.

Ma veniamo alla sostanza. Un primo problema sono le risorse fisiche (spazi, aule, attrezzature, ecc.) e umane (professori) nelle universita' italiane. Poiche' queste risorse sono pressoche' date nel medio periodo, e poiche' il rapporto aspiranti/ammessi a medicina e' stato nel 2014 di 6:1, l'effetto, e' facile capirlo, sara' una catastrofica congestione delle facolta' di medicina. Impossibile adeguare le risorse per il 2015/2016, primo anno di attuazione del nuovo sistema secondo l'annuncio. Poiche', come e' facile capire, la qualita' della formazione dipende anche dalla (assenza di) affollamento delle aule e congestione delle risorse umane nelle universita', moltiplicare per 6 gli studenti di medicina al primo anno o ai primi due anni potrebbe avere come primo plausibile effetto quello di peggiorare la preparazione dei medici. Non solo: gli studenti piu' motivati potrebbero fuggire dal sovraffollamento andandosene altrove (altre discipline, altri paesi), il che potrebbe ulteriormente peggiorare la qualita' media dei laureati in medicina.

Un secondo problema e' che molti studenti sprecheranno un anno o due. Le associazioni studentesche hanno esultato all'annuncio del ministro, ma non si rendono conto che sarebbero loro i principali perdenti di una riforma fatta cosi': uno o due anni in aule congestionate, poi uno su 6 sara' selezionato e gli altri 5 saranno fuori, costretti a iniziare una nuova carriera o, peggio ancora, ad abbandonare del tutto gli studi. I baroni delle facolta' di medicina, invece, sarebbero i principali vincenti, perche' avrebbero facile gioco nel far pressione per ottenere risorse aggiuntive (abbiamo 6 volte gli studenti di prima, per Giunone!). Meglio sarebbe una riforma generalizzata in cui il primo o primi due anni di universita' sono simili per tutti con la specializzazione in campi di studio specifici che avviene solo a 20-21 anni. Scommettiamo che qualcuno tra questi 5 esclusi fara' ricorso per avere comunque l'accesso agli anni successivi. Le basi giuridiche del numero chiuso sono fragili e non e' inverosimile un'ondata di ricorsi al TAR soprattutto quando, dopo uno o due anni, uno ha gia' fatto un investimento consistente.

 

Questo indica un terzo problema che possiamo chiamare di time inconsistency: si formera' un esercito di persone che vorra' accesso alla facoltà di medicina, e per come vanno le cose in Italia lo avra': dottori ope legis, dunque. Oppure, saranno tutti "i migliori": il ministro evoca le asticelle fissate dalle singole universita'. Crede di essere in Svezia. Vedrete, se mai faranno questa cosa, l'asticella che fissera', diciamo, l'Universita' di Frittole: dottori ope Frittole. Non ci resta che piangere, appunto.


Abbiamo il sospetto che una riforma di questo tipo abbia un solo scopo quello di avere ogni anno un grosso numero di studenti la cui carriera scolastica dipende dalla decisione politica del ministro dell'universita' di turno, studenti il cui voto e' a disposizione del ministro, anno dopo anno.

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Commenti

Ci sono 60 commenti

Premesso che non so valutare se gli effetti della riforma saranno positivi o negativi, credo che stimare in 60.000 unità i partecipanti a un primo anno di medicina così formulato sia oltremodo azzardato. Oggi moltissimi partecipano al test "tanto per", perchè a torto o a ragione viene percepito come molto casuale e come si sa tentar non nuoce (se il test dura un giorno, non un anno). Tanti studenti poi decidono di prepararsi al test ma non parteciperebbero a una selezione così dura (il confronto su un intero anno di studi) con il rischio perdere un anno.

Per dare più "scientificità" al mio discorso sarebbe utile prendere il tasso di rifiuti sul totale di persone ammesse: a me risultato sia molto alto, benché le persone ammesse siano mediamente quelle più preparate e avrebbero  ragionevolmente più possibilità di passare anche questa nuova selezione.

Mi sento quindi di ipotizzare che il numero di studenti che tenterebbero la sorte iscrivendosi al primo anno sarebbe enormemente più basso, con un numero che nel corso dell'anno, di abbandono in abbandono, si approssima a quello dei selezionati.

 

[...] con un numero che nel corso dell'anno, di abbandono in abbandono, si approssima a quello dei selezionati.

 

Esattamente uno degli outcome socialmente ed individualmente indesiderabili che i test di ammissione cercano di attenuare.

Mi colpisce molto che le organizzazioni studentesche e sinistre considerino piu' fair

a. far perdere un anno di vita a chi gia' sappiamo (nei limiti degli strumenti di misura disponibili) ha basse possibilita' di successo

piuttosto che

b. fermare subito queste persone ed invitarle a consolidare le proprie capacita' di apprendimento e ritentare; oppure ad intraprendere un corso di studio (o di vita) con piu' alte probabilita' di successo.

 

Oggi moltissimi partecipano al test "tanto per", perchè a torto o a ragione viene percepito come molto casuale e come si sa tentar non nuoce

 

In merito alle effettive iscrizioni. Vero che una quota si iscrive al test solo per provare.

Vero anche che il test e' a pagamento. E vero anche che il test viene tentato piu' volte da chi non lo ha passato in precedenza.

Un titolo in medicina e chirurgia e' un canale di accesso ad una professione ad alto status.

Prendiamo i numeri 2013, concedendoci un approccio naive.

Ipotizziamo che solo 1 su 2 dei 50000 esclusi decida di iscriversi al primo anno? Ci troveremmo con una coorte di iscrizione 3.5 volte piu' numerosa rispetto all'anno precedente.

Ipotizziamo che solo 1 su 5 dei 50000 esclusi decida di iscriversi al primo anno? Ci troveremmo con una coorte di iscrizione 2 volte piu' numerosa di quella precedente.

E prima di abbandonare o di essere esclusi l'anno successivo questi studenti frequentano lezioni, presentano piani di studio, richiedono borse di studio, mandano mail ai docenti, svolgono compiti che vanno valutati.

Non vedo risorse dedicate all'incremento dei "fattori di produzione".

Se anche ci fossero, ci vorrebbe del tempo per riscalare le attivita'. Tempo non indifferente, se si pensa ad esempio alle dotazioni immobiliari.

Penso che se implementata, questa riforma sia un ulteriore colpo (da peso messimo) inferto alla qualita' della formazione sanitaria.

Confesso che da un ministro di Scelta Civica non me lo aspettavo. 

la signora ministro non ha fatto nulla di diverso di cio' che ognigiorno fa il nostro caro leader Michele Boldrin .

Oltretutto dal link che avete messo si evince che il post e'

= annunciato sulla pagina Facebook del suo partito, Scelta Civica, il ministro Stefania Giannini=

almeno Stefania Giannini parla dalla pagina del suo partito. Il nostro Michele Boldrin parla solo dalla sua pagina fb personale.

Si obbiettera' che la signora riveste una carica di governo mentre il nostro ha solo la carica di coordinatore nazionale di un partito che non sta al governo.


Mi sorprende questa vostra sottolineatura in apertura di discorso

Appunto: un ministro deve presentare proposte organiche ed articolate nelle materie di sua competenza al consiglio dei ministri,  o al minimo ad un tavolo di consultazione con organizzazioni di categoria. Non deve fare annunci  generici ai giornali. Altrimenti puzza molto di  propaganda elettorale

Che io sappia in Francia già funziona così, qua il primo link che ho trovato su google: www.italie.campusfrance.org/page/la-particolarit%C3%A0-degli-studi-di-medicina , per quanto riguarda il test non c'è molto da fare, se uno deve già sapere la biologia e la chimica per entrare allora non ha molto senso che gliela si insegni una volta dentro (sì, lo so, ci sono livelli diversi, ma il ragionamento in generale tiene).

Per come la vedo io il sistema attuale funziona (a meno di problemi relativi al numero finale di dottori, che possono essere risolti semplicemente aumentando il numero di studenti che passano l'ammissione), dai racconti di un paio di amici che sono entrati 3 anni fa essenzialmente tutte le materie sono mnemoniche, quindi un test che premia lo studio in sè senza preoccuparsi della materia particolare (chimica / biologia / etc) ha senso...

Il test attuale (esperienza diretta dato che mia figlia lo ha appena fatto) è composto da diverse parti. Quella prevalente è quella logica, poi c'è una piccola parte di cultura generale (folle!), poi fisica, biologia e matematica. Un test piuttosto duro e che fa molta selezione. Si potrebbe aumentare la parte logica, eliminare quella di cultura generale, ma l'idea del test di accesso è da difendere.

Anche in Svizzera è cosi'. Esiste una soglia di ammissione basata sulla media dei voti  dell'ultimo anno di liceo e poichè il liceo è unico ma diviso in orientamenti, è chiaro che nei precedenti due anni il liceale aspirante medico ha seguito i corsi denominati BIC (Chimica e Biochimica) e se ha una media adeguata accede all'università direttamente. Naturalmente lo studente sa che la selezione sarà dura ed ha ben presente, perché gli viene spiegato, quanti frequentano il primo anno, il secondo e via di seguito. Se è intelligente, capisce da solo. Lo stesso vale per ogni facoltà (non ci sono esami di accesso per ingegneria ma qui occorre avere seguito prima i corsi FAM (Matematica e Fisica) ed avere una certa media. Sa che il sistema di selezione è gaussiano e che potrà permettersi di ripetere un solo anno. Poi è fuori. Non esistono fuori corso.

Il problema è naturalmente quello delle risorse. In CH ci sono ed il primo anno è organizzato per avere spazio a sufficenza nelle aule e nei laboratori. Non è che le iscrizioni cambino drammaticamente ogni anno. In Italia non ci sono e quindi adottare questo sistema per ora è fuori luogo.

I partecipanti alla selezione di medicina si sentono di appartenere al genere "gratta e vinci", la loro aspettativa di impiego è comunque più alta di, tipo, uno studente di filosofia, nel momento in cui allarghi la platea di partecipanti la selezione nel percorso universitario "dovrebbe" essere più feroce, forse questo si aspetta la Sig. Giannini.
Probabilmente è un'idea elettorale, anche io però abolirei i test d'ingresso e renderei obbligatori i primi due esami, tipo "sbarramento": Chimica e Istologia mi sembrano due ottimi scogli, altrimenti abbiamo l'effetto perverso che si supera il test d'ammissione (di cultura generale) e si mettono gli esami difficili per ultimi, così "lo prendo comunque", e abbiamo dei ciucci laureati.

Sono sostanzialmente d'accordo con Marco, perchè propone una soluzione di buon senso. Di solito per ridurre la richiesta di un bene si aumenta il prezzo. Nel caso specifico non si può (o non si vuole fare) fare. Per poter fornire la preparazione minima con risorse limitate è comunque necessario razionare l'accesso.

Purtroppo non si dispone di dati controffattuali: n. bravi medici mancati per colpa del test d'ingresso e n. di medici meno bravi dei primi che invece hanno superato il test d'ingresso. Quindi anche l'analisi scientifica dei dati invocata mi sembra piuttosto ardua. La soluzione del test d'ingresso è valida  perchè ottiene comunque  il risultato desiderato che è quello di limitare l'accesso ad una facoltà  che non è in grado di sopportare  troppi iscritti anche perchè offre sbocchi non illimitati (la professione medica nelle sue varie forme). E' ragionevole pensare che il test venga superato da candidati che hanno una intelligenza superiore alla media e che sono genericamente in grado di seguire con profitto il percorso di studi in medicina.

La soluzione proposta dal ministro è sicuramente più efficace perchè si basa sulla preparazione specifica ma è potenzilmente molto 'darwiniana' e costosa sia per coloro che verrebbero lasciati fuori sia per lo stato che finanzierebbe inutilmente 1-2 anni di studio che non produrrebbero risultati apprezzabili. Inoltre si presta ad essere aggirata ex post da ricorsi giuridici e manovre accademiche. Tuttavia, se riduciamo qs 2 anni a due esami predeterminati da fare in tempi brevi (3-4 mesi) otteniamo nella sostanza un test di ingresso più strutturato e mirato. Se poi vogliamo fare un passo ulteriore e creiamo 1 esame di carattere generale che possa essere usato in modo intercambiabile da diverse facoltà con aree di praparazione 'contigue' ed uno più specifico (da scegliere magari fra due o max 3 materie predeterminate ma stabilite dalla facoltà) potremmo aver raggiunto una soluzione di ragionevole compromesso con costi e investimenti ragionevoli (sia per lo stato che per i singoli) che sarebbero in gran parte recuperabili.

Dell' attuale sistema, c' è il fatto che i corsi di biologia, biotecnologie, e in misura minore chimica, sono presi d' assalto al primo anno dai moltissimi esclusi del test che intendono riprovarlo l' anno successivo, dato che son corsi che hanno esami convalidabili a medicina.

Ciò al momento comporta che i problemi di sovraffollamento sono subiti, almeno in parte, da altri corsi.

Tra l' altro non è raro che chi inizi queste università per ripiego temporaneo prosegua infine la carriera, spesso per un misto di scoperta di passione per la materia e di secondo fallimento del test a medicina.

 

Il sistema di sbarramento al primo anno proposto dal ministro (modello francese) e' molto migliore dell'attuale sistema a numero chiuso. 

Partiamo dal metodo: il sistema attuale fallisce nel selezionare gli studenti piu' idonei a formarsi come medici. Il test e' una lotteria, vi si iscrive un numero abnorme di persone (qualche genio pensava di risolvere questo problema triplicando il costo d'iscrizione al test: magari qualche illuminato qui dentro sarebbe d'accordo, se funziona per gli stadi...), che non sono selezionate per la capacita' dimostrata negli studi del CdL in medicina, ma sulla base di un test che ha veramente poco a che fare con la capacita' degli studenti.

L'unica vera selezione puo' avvenire in itinere, frequentando le lezioni, studiando le materie e sostenendo gli esami, esattamente come per tutti gli altri CdL. Medicina non e' un CdL speciale. E' solo in questo modo che gli studenti possono rendersi conto se sono idonei a continuare il percorso di studi o no.

Veniamo alle "obiezioni" di merito. Per quanto riguarda il problema delle risorse fisiche, non so se gli Autori si rendono conto che il numero totale degli studenti e' una quantita' (piu' o meno) conservata. Gli studenti che non passano il test non si volatizzano nella stratosfera, ma si iscrivono in maggioranza a CdL che garantiscono una preparazione idonea al superamento del test (biologia, farmacia, odontoiatria etc.), che riproveranno immancabilmente il prossimo anno, con maggiori probabilita' di successo. Questo causa enormi problemi di sovraffollamento nei suddetti CdL, con l'aggravante, rispetto all'eventuale sovraffollamento che sopporterebbe medicina con la proposta del ministro, di essere un sovraffollamento fine a se' stesso, in quanto gli studenti non sono (in gran parte) minimamente interessati nella prosecuzione del CdL stesso. Qualche genio (abbondano, eh?) aveva pensato di risolvere il problema mettendo il numero chiuso anche ai CdL succedanei, col risultato che nessuno studente sarebbe stato adeguatamente selezionato, ma gli studenti sarebbero rimbalzati da un CdL all'altro come palline in un flipper. Quindi il problema del sovraffollamento sarebbe risolto semplicemente spostando una parte delle risorse dai CdL succedanei al CdL di medicina (allocazione ottimale delle risorse, guarda un po'). Considerate anche che non si tratterebbe di una moltiplicazione per sei delle risorse necessarie, perche' molti degli studenti che si iscrivono alla lotteria del test non inizierebbero il percorso di studi, o comunque molti di loro abbandonerebbero il CdL ben presto, per esempio dopo aver fallito gli esami del primo semestre. Inoltre generalmente nel primo anno del CdL in medicina non sono previste materie che richiedono risorse "pesanti", come tirocini o laboratori.

Per quanto riguarda il problema degli anni sprecati degli studenti: incredibile, sussiste gia'! Pensate che molti studenti arrivano a ripetere il test per 2, 3, 4 anni di fila, e anche di piu'. Una parte non trascurabile dei laurati in medicina (mi verrebbe da dire la maggioranza, ma sarei curioso di vedere i numeri) non e' entrata al primo colpo. Agli anni sprecati dei laureati in medicina, si sommano i (ben piu' numerosi) anni sprecati dagli studenti che si iscrivono ai CdL succedanei nella speranza di passare prima o poi il test, e poi inevitabilemente abbandonano, dopo 2,3,4 o anche piu' anni, perche' non hanno scelto in tempo il CdL piu' adatto a loro.

Arrivinamo alla proposta di una "riforma generalizzata" in cui il primo anno sia simile tra vari CdL: incredibile, e' gia' cosi'! Il primo anno del CdL in medicina e' infatti costituito da materie di base, come fisica, chimica e biochimica, biologia e genetica, istologia, in gran parte comuni ad altri CdL simili. Questo garantisce appunto che gli studenti non idonei alla prosecuzione nel CdL in medicina possano facilmente spostarsi sui CdL simili, con riconoscimento di buona parte dei crediti. 

Insomma, il test e' stato da sempre una scorciatoia che non seleziona gli studenti piu' idonei e motivati, ma si limita a far quadrare i numeri. E se invece per una volta stessimo facendo la cosa giusta, cioe' dare agli studenti la possibilita' di scegliere il proprio futuro?

guardi che nella maggioranza dei paesi, compresi USA, Uk  l'accesso all'università (facoltà e università) è fatto con un test di accesso. Eppure non mi sembra che il sistema non funzioni.

il test d'ingresso è una inutile barriera d'ingresso. la selezione deve farla l'università non un test, e mi meraviglia che un blog come questo sostenga il contrario.

Concordo con marco esposito.  ci sono molti modi per fare selezione: rendere duri gli esami, oppure rendere obbligatorio aver passato tot esami entro tot anni o altro ancora.

per cui bene l'abolizione del test, a patto che s'implementi uno dei metodi di cui sopra.

lei scrive come se avere in aula e negli esami studenti lavativi o incapaci non costasse nulla

Mi dispiace ma stavolta non sono d'accordo con Noisefromamerika.

L'obiettivo è riuscire a selezionare i ragazzi migliori sulla base di un segnale che per forza di cose è impreciso (neanche i ragazzi stessi sanno se sono o meno adatti a fare medicina).

Una valutazione dopo un anno, basata su conoscenze che sono uguali per tutti e specifiche della professione per cui si intende studiare è per forza più precisa di un test fatto a a fine scuola superiore su conoscenze generiche. Inoltre diminuisce quella che è l'eterogeneità data dalla differente preparazione che danno le scuole italiane: il ragazzo sveglio non avrà o comunque soffrità meno l'handicap di aver fatto una scuola superiore scadente magari perchè nella sua provincia solo quella c'era. Visto che l'anno è uguale per tutti il segnale che otteniamo dipenderà meno dalla qualità della scuola superiore e di più dalle motivazioni e dalla capacità del ragazzo.

Naturalmente, l'economia insegna, non ci sono free lunches. Un segnale più preciso è un segnale più costoso: i ragazzi al posto di buttare via 2-3 mesi di tempo necessari per preparare il test di ammissione a medicina, dovranno rischiare un'intero anno universitario. Ma  è un sistema che mi sembra più equo per i ragazzi e più preciso per quello che è l'interesse pubblico e cioè selezionare ex-ante chi ha maggiori probabilità di diventare un bravo medico e di non finire fuori corso.

Spero in una risposta da parte dei redattori di NoisefromAmerika...

tutti i test sono imperfetti e sicuramente quelli italiani sono migliorabili.   Se la preparazione della scuola superiore è carente, vediamo di migliorare la scuola e magari introdurre esami di maturità eguali per tutti (sul modello del SAT USA) che quindi possono dare ulteriori segnali. 

Ma questo non giustifica creare il caos a Medicina. 

l'articolo e i commenti mettono in evidenza cose importanti e condivisibili tralasciando il punto fondamentale pero'. per quanto imperfetto e per quanto entrare per un punto in piu' o in meno sia fortuna, il test attuale consente a persone in gamba e NON RACCOMANDATE di entrare a medicina od odontoiatria. io personalmente (ma anche altri che conosco) ho fatto piu' del 50% in piu' del punteggio minimo necessario ad entrare ( e lo facevo anche nei test degli anni precedenti che si trovano sul sito del miur), ma se dovessi oggi fare un anno di corsi ed essere valutato dai professori del primo anno rinuncerei in partenza, non mi iscriverei nemmeno. sarebbe interessante fare una statistica di quanti hanno fatto punteggi altissimi e/o sono arrivati ai primi posti a livello nazionale al test d'ingresso (dato che per questi si puo' tranquillamente pensare che non si tratti di "fortuna" o di "inappropiatezza" del test) riescono ad entrare subito in una scuola di specializzazione (dove il test e' controllato dai baroni). io non ne conosco.

Vorrei dire che capisco lo scoramento di persone che hanno ritentato il test piu' volte avendo risultati negativi, o di chi e' escluso dall'essere ammesso per poche posizioni in graduatoria, ma vorrei cercare di avere idea piu' precisa di cosa, nella pratica, voglia dire passare o non passare l'esame, anche in luce dei commenti di Sergio e di Christian qui sopra.

Il limite di circa 10mila ammessi su 63mila aspiranti puo' infatti sembrare molto restrittivo, ma piu' di qualcuno sembra pensare che comunque parecchi hanno affrontato il test con spirito "parrocchiale".

Ho dato una occhiata ai dettagli dei risultati che sono disponibili al sito del Miur  per cercare di rispondere a delle semplici domande semplici (e forse anche semplicistiche) del tipo: (1)  non ammettere la persona classificatasi al posto 10mila e 1, il primo dei teoricamente non ammessi, e' uno scandalo? (2) quanti si sono preparati effettivamente al test e quanti han solo tentato?

Vediamo come il test era strutturato.
In numero di domande per materia era: logica (23), cultura (4), biologia (15), chimica (10), fisica/matematica (8).
Visto che ogni risposta esatta dava +1.5 punti, risposta errata -0.4 e risposta non data 0, i voti massimi per ogni materia erano: logica (34.5), cultura (6), biologia (22.5), chimica (15), Fisica/matematica (12). Quindi il voto massimo possibile era 90.

Spulciando tra i risultati si puo' vedere che la persona che ha preso di piu' è arrivata a 80,5 su 90. La persona al millesimo posto e' a 49.3, quindi gia' nel primo 10% degli ammessi c'e' molta riduzione di risultato. In posizione 5mila il voto e' 39.2, praticamente la meta' del miglior classificato, e a questo livello di voto ci sono persone che hanno preso zero (o numero negativo) in una o due materie.
Vediamo ora l'importante posizione 10mila ed il voto e' 34.1, che diventa (a parte alcuni dettagli per risolvere la scelta tra chi ha lo stesso voto) la soglia per l'ammissione. Tra gli ammessi appena al di sopra della posizione 10mila sono in molti ad avere voti molto bassi in cultura, biologia, chimica e fisica/matematica, ma passano con voti attorno a 22-24 in logica. Esempio e' la posizione 9623 (23.2 su 34.5 in logica, 0 in cultura, 7.8 su 22.5 in biologia, 2.2 su 15 in chimica e 1.1 su 12 in fisica/matematica), che passa la selezione con voto 34.3.
In maniera opposta ma con simile risultato finale, alla posizione 9900 c'e' il caso di una persona che fa solo 5.9 su 34.5 in logica ma ha voti relativamente buoni (e non eccelsi se vogliamo) in altre materie (3 su 6 in cultura, 13 su 22.5 in biologia, 7.8 su 15 in chimica e 4.5 su 12 in fisica/matematica). Questa persona ugualmente passa la selezione con 34.2 su 90 pur non avendo preso mai piu' del 50% del voto disponibile in nessuma materia (a parte biologia).
Tanto per dare qualche altra coordinata, alla posizione 15mila il voto e' 30.6, alla 20mila e' 27.8, 30mila 23.0, 40mila 18.6, 50mila 13.8.

Qualche osservazione che faccio:
1) diverse persone passano la selezioni con voti abbastanza diversi nella composizione, quindi non e' necessario essere geni delle materie specifiche per passare, ne' delle questioni di logica. Diversi background e diverse strategie di preparazione possono portare al superamento dell'esame.
2) il fatto che gli ammessi hanno voto che e' 34.1 su 90 e che spesso hanno voti quasi nulli nelle materie specialistice (biologia, chimica e fisica/matematica) e in cultura sembra indicare che non ci sono casi ecclatanti di persone che hanno fatto benissimo all'esame, ma non sono stati nei migliori 10 mila.  A semplificare un po': se ci fossero persone che con voto 70 su 90 non venissero ammesse (i.e. la soglia di passaggio risultasse essere >70) allora si potrebbero capire la grossa critica al sistema, ma in questo caso ci sono persone che sono ammesse avendo preso meno del 50% del voto disponibile quasi in ogni materia pur avendo avuto a disposizione i test degli anni scorsi per prepararsi.

La domanda che rimane, e sarebbe bello avere qualche commento da chi e' passato per quest'esame negli ultimi anni, e': un test cosi' strutturato e davvero cosi' scandaloso (=poco corretto nei confronti degli studenti) come lo si vuol far passare?

 

''Le basi giuridiche del numero chiuso'' saranno fragili, o evanescenti, eppure:

 

1. Continuo a non trovarmi. Se non si pongono dei principi e si fissa un metodo (meglio se non desunto A divinis, o from on high, come sovente in Italia, sulla base di principi di aurea perfezione alla René Descartes, ma che tenga conto di sbocchi, consenta di selezionare, ecc ), sara' sempre:  tot capita, tot sententiae: come da millenni, e peraltro anche in questo post (ndr: mio pensiero in linea con commento di Marco Esposito, sopra)

Inoltre, mi pare che la vera CRUX (enfasi d'obbligo), sia l'accesso alla specializzazione. In breve: mi voglio specializzare poniamo in Cardiologia? Lo posso fare? si'?no? Ci sono posti disponibili? Y/N/I dont' know? 6+5 o 6.... in medicina del lavoro (slo esemplificativo)?

2. Pro-vocatoriamente: 247k avvocati su 60 milioni di abitanti (di cui circa 20 sono/saranno pensionati), 9 milioni di cause pendenti, tasso legale di interessi 'fesso' al 2.5%!! (forse, con tassi superflat di oggi e zero inflazione....per tot anni, ok...ma) Cfr. http://www.albonazionaleavvocati.it/html/statistiche.html ed anche Gennarino 'o kamikaze, un signore che a proprio rischio si butta sotto le automobili per farsi risarcire dall'assicurazione (singolare che piu' della meta' del contenzioso RCAuto si concentri in una determinata area geografica)

 

 OT: qualcuno ha frequentato ingegneria? Non servono riscaldamento/doppi vetri d'inverno, servirebbero 'congelatori' d'estate...Si sopravvive, selezione 'Darwiniana'...

 

Qual e' la best practice? Evidenza empirica? Si suppone si tratti di una scelta per comprare consenso, o captare benevolenza.di soggetti vari.ma non si dice quale sarebbe l'approccio corretto/e perche', o anche solo come eutanizzare i baronati...

Le cose si fanno giuste alla prima (almeno cosi' funziona sul lavoro, forse nella vita, e nel mondo reale meno 'fairy-tale , o mythical') ergo mi sfogo' anche io

(OT: e per fortuna che il Prof. Perotti denuncia lo scandalo grosso come tutte le Facolta' di medicina del Paese,  dell'Expo.....miliardi a perdere)

F.to Puck :-P, the merry wanderer of the night

Quando frequentai il Politecnico di Torino, ormai più di dieci anni fa, L'accesso funzionava esattamente in questo modo. Il test di Ingresso, che era obbligatorio a livello nazionale, serviva solo come assessment delle capacità dello studente ma non faceva da sbarramento. Lo sbarramento era dato alla fine del primo anno dal numero di crediti ottenuti.

Da quello che posso ricordare c'è stato effettivamente qualche problema di sovraffollamento il primo anno ma gestito bene, e negli anni seguenti ho sempre ricevuto una formazione di altissimo livello. Ovviamente è aneddottica la mia e magari i risultati non sono stati buoni. Ma sicuramente esistono dei dati su questo esperimento che è proseguito fino ad ora, quindi fare un'analisi di ciò che effettivamente succede non dovrebbe essere impossibile.
P.s: uno dei fattori di successo, a mio avviso, di questo sistema era la possibilità di fare delle micro personalizzazioni (non che ci fossero risorse per fare di meglio) al piano dei singoli studenti che erano più carenti in una certa materia per cercare di riportarli in pari. Ricordo di aver discusso di questa policy con alcuni professori che da un lato lamentavano che di fatto così supplivano a scuole superiori inadeguate, ma dall'altro riconoscevano di essere in grado di aiutare studenti capaci ma con una preparazione inadeguata a causa della scuola superiore di partenza. Insomma, discorso con mille sfaccettature.

 

Trovo francamente un po’ surreale sia la proposta del ministro Giannini sia tutta questa discussione.

Mi sembra di stare sul Titanic: mentre la nave cola a picco  e i quadri nelle cabine si spostano, si discute se sia meglio raddrizzare i quadri o toglierli dalla parete. Il sistema non è più in grado di reggere gli studenti e di prepararli adeguatamente, con o senza numero chiuso.

Il grafico riportato a pagina 7 di questo rapporto mostra la situazione del personale.

Ad esempio, il mio dipartimento, che 10 anni fa aveva 48 docenti e 20 ricercatori, ora ha 21 docenti e 25 ricercatori. Aveveamo 33 tecnici, ora ne abbiamo 17. Con 21 docenti dovremmo tenere aperti 80 corsi di fisica (per fisici, biologi, medici, ecc). Attualmente almeno la metà di questi corsi sono tenuti da pensionati, ricercatori esterni e ricercatori universitari che non sarebbero tenuti a farlo. E noi discutiamo di numero chiuso? Come si è arrivati a questa situazione?

La ragione principale è il taglio lineare delle risorse in atto dal 2009 in poi. La decrescita del personale della Figura non è infatti frutto di una analisi oculata del sistema con lo scopo di tagliare i rami secchi, le ricerche superate, i corsi inutili e così via, per destinare risorse ai punti di eccellenza, ma è semplicemente il risultato di un taglio selvaggio ai finanziamenti ordinari e del cosiddetto blocco indiscriminato del turn-over. Grosso modo, fino al 2018 sarà possibile sostituire solo una frazione, intorno al 30-60%, del personale docente e tecnico. In questo modo si sta sparando nel mucchio totalmente alla cieca, e si stanno distruggendo anche gruppi di ricerca apprezzati internazionalmente, scuole famose universalmente riconosciute, tecnici e docenti che con passione e competenza stavano trasmettendo ai più giovani il  sapere.

Per quanto riguarda l’insegnamento, la situazione è ancora peggiore. La Figura non dice infatti una cosa importante: la curva arancione, che si riferisce ai ricercatori, riguarda il  personale assunto in forza alle leggi precedenti alla riforma “Gelmini”, che è tenuto  a insegnare solo su base volontaria. Quindi, più della metà dei corsi attuali oggi sono tenuti dai ricercatori "vecchio ordinamento" (curva arancione), che non sarebbero tenuti a farlo, da professori in pensione assunti a contratto (spesso a titolo gratuito), da ricercatori di enti di ricerca   esterni come il CNR o l’INFN.

La Figura non dice nemmeno quanto è drammatica la situazione dei tecnici, che in 10 anni sino calati del 25%. Mi sembra che nei laboratori anche i tecnici siano importanti.

Un’altra ragione del tracollo, non secondaria, è stato lo spirito della legge 240/2010 (legge “Gelmini”), che ha pensato ad un cambiamento totale ed improvviso di tutto il sistema: nuovi, regolamenti, nuovi statuti, creazione di nuovi organi e soppressione dei vecchi, e così via. Tutto questo ha di fatto bloccato totalmente per tre anni l’Università, lasciando incancrenire i problemi. Gli unici meccanismi operativi sono stati il calo progressivo dei finanziamenti ed il blocco del turn-over.

Un’ultima ragione del tracollo è la incompetenza dei politici in materia universitaria e una indifferenza di fondo dell’opinione pubblica. Il professore universitario è visto come un parassita, che lavora poco, guadagna molto e sfrutta i giovani. Questa visione traspare anche da molte norme e dettagli legislativi che finiscono nelle leggi, come le assurde norme dei “punti organico”, che sembrano pensati più da qualche solerte e incompetente funzionario, con una  visione caricaturale  dell’Università

Che fare? Un ministro serio, in un paese serio, non direbbe, tra una comizio per le europee e un altro,  un giorno “voglio abolire la seconda tornata di concorsi”, il giorno dopo “voglio abolire i concorsi” il giorno dopo “voglio abolire le prove di ingresso”, gettando nello scompiglio il sistema e le persone che ci lavorano. Quello che sta ammazzando il pubblico non sono le regole del suo funzionamento, ma il fatto che da Tremonti-Brunetta:Gelmini in poi, le tutte regole (personale, appalti, finanziamenti, controlli)  cambiano continuamente ed in modo retroattivo, impedendo qualsiasi lavoro serio di programmazione. Un privato che fosse costretto a lavorare come sta lavorando il sistema pubblico fallirebbe dopo pochi mesi.

Un ministro serio, in un paese serio, leggerebbe con attenzione quello che propone chi nell’Università ci vive e ci lavora, chi ha dedicato la sua vita alla ricerca e all’insegnamento. Poi dovrebbe concertare con il mondo universitario ed il governo una serie di politiche e provvedimenti e poi, quando fosse sicuro di poterli attuare,  dovrebbe annunciare dei provvedimenti . Per esempio potrebbe studiare con cura quello che dice il Consiglio Universitario Nazionale (CUN) o la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI). La ricetta non è nemmeno molto complicata e costosa: poche centinaia di milioni (non miliardi) all’anno in più, poche regole certe e stabili, abolizione di tutte le scemenze normative come i punti organico, vincoli chiari di bilancio alle università e libertà totale nelle  politiche della didattica, della ricerca e del personale all’interno di quei vincoli.

 Di questo si dovrebbe discutere, non di numeri chiusi o aperti in una università ormai quasi inesistente.

 dal 2009 in poi i finanziamenti sono diminuiti, ma prima del 2009 erano aumentati moltissimo, come da mio vecchio post (http://noisefromamerika.org/articolo/finanziamenti-alluniversit-1980-2009). Fino al 2009 sono stati usati per aumentare il numero dei docenti e/o il loro stipendio. Ora il numero dei docenti sta diminuendo e il loro stipendio è bloccato e quindi la spesa diminuisce.

 

Giovanni Federico: "A occhio siamo ai livelli reali e per studente del 2000-2002."

noisefromamerika.org/c/12049/101358

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Grafico del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) nominale e reale dal 1996 al 2013.

sempre molto attento a quello che scrivo sull'università

Io avevo fatto un calcolo ad occhio non avendo voglia di controllare i miei vecchi files. Ma il prof De Nicolao vuol giustamente essere preciso.  La mia serie finiva nel 2008. L'Università di Padova ci informa che nel 2013 l'FFO è del 18.7% inferire al massimo del 2009, a sua volta superiore dello 0.3% al 2008. Trascurando questa differenza e le piccole differenze nei valori assoluti nominali dell'FFO ed ipotizzando che l'università di Padova usi lo stesso deflatore (io ho usato l'indice dei prezzi al consumo), l'FFO 2013 in termini reali risulta inferiore dell'8 % a quello del 2000,  pari  a quello del 1996 e superiore del 21% a quello del 1995, del 40% a quello del 1987 e del 124% a quello del 1980.

 Io nel 1995 c'ero e l'università funzionava. E c'ero anche nel 1987 e l'università funzionava, anche se con un numero di studenti minore). C'ero anche nel 1980 e l'università funzionava (anche se il numero di studenti era molto minore). Ciò detto, io sarei molto favorevole ad un aumento dell'investimento nell'università e nella ricerca, compatibilmente con le esigenze di contenimneto della spesa pubblica. Basta che si tratti di un investimento nella ricerca, non nella carriera dei professori (o degli aspiranti professori), come da tradizione italiana.

La spesa pubblica per l'università non è composta solo da FFO, in quanto vi contribuiscono anche altri enti pubblici, compresi quelli locali. Il dato complessivo sulla spesa pubblica per l'istruzione superiore è riportato con chiarezza e assiduità nelle varie edizioni della Relazione generale sulla situazione economica del Paese prodotta ogni anno dal Tesoro e dalle quali si deduce che tra il 1995 e il 2010 vi è stato un aumento della spesa pubblica per l'istruzione universitaria pari a circa il 47% in termini reali, cioè un tasso reale medio annuo di almeno il 2,4%, ben al di sopra del tasso di crescita reale del Pil durante lo stesso periodo.

Per comodità riporto un grafico che mostra l'andamento:

 Fonte: Relazione Generale sulla situazione economica del Paese anni 2005 (tav FZ.10), 2010 (tav.FZ.10), 2012 (tav. FZ11). 

Per gli anni dal 1995 al 2005 la conversione dei dati sono state fatte utilizzando le tavole rivalutazione monetaria Istat da giugno 2004 e 2009 a giugno 2010.

 

In Gran Bretagna l'ammissione a medicina si basa sui risultati di un test psicoattitudinale (BMAT o UKCAT a seconda dell'Università), sui risultati dei voti di diploma di scuola secondaria (vi sono gli A-level o l'IB), sull'aver superato il corso di chimica (quasi tutte le università prevedono chimica come requisito obbligatorio, e biologia come molto utile), e dopo aver dimostrato, attraverso attività di volontariato, una certa predisposizione alla professione (dopotutto si ha a che fare con fluidi umani, non sempre gradevoli). Spesso è prevista anche una intervista che è un mix tra una interrogazione accademica e una sulla personalità del candidato.

Il test (UKcat o BMAT) ha a che fare con la comprensione del testo, la matematica di base e altre discipline generali che non richiedono un particolare studio e servono per identificare quei casi in cui vi è disallineamento tra capacità cognitive e risultati concreti nello studio (cioè intelligente e non si applica). I requisiti nelle materie scientifiche sono dimostrate dal voto di fine anno che in UK è un esame standardizzato e quindi confrontabile nel tempo e nello spazio (cosa che da noi si evita come la peste). I tassi di ammissione variano dal 5% per le università più ambite al 20% per quelle meno.  Chi non passa ha una seconda chance come graduate student, cioè c'è un ciclo di ammissione per quelli già laureati (la laurea è triennale in Inghilterra e quadriennale in Scozia).

Siccome le risorse sono scarse, il sistema pare gradito in quanto riduce il tasso di abbandono e i costi legati a quelli che cambiano idea o non sono adatti. Questi costi poi ricadono sia sulle casse pubbliche sia sugli altri studenti che si trovano in aule e laboratori più congestionati e con professori più stressati.

In Italia non avendo il sistema britannico di scuola secondaria (niente esami standardizzati su cui fare confronti) si è cercato di recuperare con un test passpartout che verifica anche le conoscenze in chimica e biologia (10 domande per discriminare due studenti su una singola materia sono forse poche). Per consolare gli scontenti, invece di aggiustare il sistema della scuola secondaria per renderlo più informativo, si prova con il metodo francese che prevede un test continuo di due anni anzichè uno di poche ore. I costi saranno quindi proporzionali, sia per le casse pubbliche sia per quelli che verranno espulsi dal sistema. Mi pare sia più utile il sistema americano, per accedere a medicina oltre a un test, bisogna essere già laureati e aver sostenuto durante il corso di studi una serie di esami in materie scientifiche. Almeno chi non riesce a diventare medico potrà fare l'insegnante di chimica. 

La proposta del Ministro, per come è stata presentata, è una sciocchezza. Tuttavia il test di ingresso a medicina è un sistema largamente imperfetto e deve essere rivisto. 1. Nessuno ha mai valutato quanto il test sia predittivo del futuro successo accademico e tantomeno professionale e nessuno può misurare se all'intorno della soglia di ammissione (il dato che realmente conta per valutare la qualità del test) il test discrimini tra "buoni" e "cattivi" studenti (semplicemente perchè chi non supera la soglia non entra a medicina: il suo successo accademico non è misurato). Questo esercizio andava fatto prima di introdurre il test come strumento decisionale. D'altronde in italia non sussistono incentivi a che i test di ingresso siano realmente discriminativi (ad esempio: non c'è un meccanismo per cui università che selezionano i migliori studenti sono anche quelle che avranno indicatori di performance migliori, ergo rette più elevate). Basare il destino di una persone su uno strumento di misura di cui nessuno conosce le proprietà mi pare un arbitrio intollerabile per l'università pubblica. 2. Il tema del numero chiuso mi pare mal posto. Provo a riformularlo. Esiste una domanda di formazione in medicina molto ampia. Il sistema universitario attuale non è in grado di soddisfare questa domanda. La soluzione proposta è quella di razionare il bene tramite il test di ingresso o qualche altro meccanismo + o - complesso e costoso. Viene totalmente ignorata la soluzione alternativa (e più logica): nessuno si chiede come espandere l'offerta formativa. Si da per scontato che lo stato abbia il monopolio delle Facoltà di Medicina. Ma sinceramente non ne capisco la ragione. Perchè non pensare a un mercato libero della formazione medica in cui anche operatori privati possano concorrere all'offerta formativa globale? Lo stato fungerebbe come garante del diritto allo studio tramite l'elargizione di borse di studio spendibili a preferenza dallo studente: chi non vince la borsa si paga il corso di studi se proprio ci tiene. Un conto è razionare l'offerta tout-court e un conto è limitare l'accesso a borse di studio i cui criteri di assegnazione possono tenere conto del merito e del reddito. Chiaro che questo richiede una riforma del sistema universitario complessiva. In un sistema di questo tipo, non vedo nulla di male al fatto che ogni università si doti di un sistema si valutazione iniziale che consenta di selezionare gli studenti migliori. Inoltre, la storia che il numero chiuso serva a pianificare la "produzione di medici" mi pare odiosa. E' un attimo usare questo tipo di logica per fini corporativi (tenere sufficientemente elevato il prezzo di un bene). Basti vedere cosa accade per l'ammissione alle scuole di specializzazione mediche post-lauream. Un esempio: tutti sappiamo quanto sia difficile trovare un pediatra di base e quanto costi uno privato. Eppure le liste d'attesa per entrare in scuola di specializzazione sono lunghissime. Si fanno corvee gratuite in reparto per 2-3 anni dopo la laurea.

da alcuni fatti che conosce dovrebbe pero' trarre diverse conclusioni. Lei e' perfettamente a conoscenza che si fanno corvee gratuite in reparto per 2-3 anni dopo la laurea, cosa che non succede per moltissime persone che entrano al primo tentativo a medicina.gia' questo fatto dovrebbe fugare i dubbi sulla validita' del test attuale. Sulla predittivita' del test, certamente e' imperfetto e certamente un punto in piu' o in meno che determina l'ammissione e' questione di fortuna. ma la differenza tra uno che fa 70 punti e uno che ne fa 30 e' visibile parlando 5 minuti con le persone in questione allo stesso modo in cui non c'e' bisogno di misurare una persona alta 1,80 m e una 1,50 per dire chi e' piu' alto. Provi a leggersi le domande del test per esempio di quest'anno e mi dica se sia mai possibile che chi fa un punteggio nettamente superiore a un altro possa mai avere minori capacita' intellettuali secondo qualsiasi scala misurabile possibile e immaginabile. "Sfortunatamente" nel cosiddetto "successo accademico" stabilito da eventuali test o concorsi "interni" capita frequentemente che la persona di 1,50 sia considerata piu' alta di quella di 1,80 m. Sulla libera offerta della formazione in medicina e' francamente un'opinione di chi non conosce la professione che e' quasi esclusivamente pubblica (la professione privata non la fanno tutti ed e' un'integrazione al reddito).Altrimenti per quale motivo "visti i costi di un pediatra privato" qualche pediatra non si licenzia dall'ospedale per avere piu' tempo a disposizione per la professione privata molto piu' redditizia? Per quanto riguarda i pediatri i dati reali sono che circa un terzo degli ospedalieri riesce a svolgere un'attivita' privata per qualche ora a settimana. Le pare plausibile che i restanti due terzi rifiutino di farla "visti i costi di un pediatra privato"?