Autolavaggi self-keynesiani

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Una storiella (basata su un aneddoto reale) su come un'impresa possa far bene da sè senza stimoli, benedizioni o regie da parte dello stato.

La coraggiosa tenzone dei nostri 2 contro i 100 (ora 200+) ha attirato l'attenzione sul fatto quotidiano nientemeno che del filosofo Gianni Vattimo. Il mostro sacro tra le altre cose scrive:

Se il liberismo – colpevole o meno che sia dell’attuale crisi – conduce diritto verso una sempre più insostenibile disuguaglianza di reddito, non sarebbe il caso di approfittare della crisi, se possibile, per invertire la rotta e ridiscutere i principi che hanno ispirato le politiche europee degli ultimi anni?

Posto che non ho competenze sufficienti per dare manforte ai nostri prof (che di aiuto non hanno bisogno), né autorità bastevole per rimbeccare un mostro sacro,  mi limito a fare quello che ogni tanto mi riesce dignitosamente, ossia inventare storie di fantasia dal tono vagamente ironico.

'C’era una volta nel rigoglioso e decadente regno di Terronia, un paesotto senza infamia e senza lode di nome Fontamara. Era uno di quei comuni che, se non fosse per la benevolenza di Mamma Roma, sarebbe scivolato nella miseria più nera. La sacrosanta guida paternalistica del governo dispensava posti pubblici e pensioni d’invalidità e i fontamaresi davano per scontato che la crescita dell’economia dipendesse unicamente da quanto il governo aveva da spendere, così come credevano che l’alternarsi di espansioni e recessioni non fosse altro che il riflesso di quanto Pantalone aveva in tasca nel momento. Appagati da questo stato di cose, che li metteva al riparo da qualsiasi necessità d’iniziativa individuale o possibilità di competizione, i cittadini avevano un unico cruccio: la pulizia delle automobili nel fine settimana. Esistevano infatti due soli autolavaggi a mano, che erano immancabilmente affollati al sabato, al punto che a chi arrivava intorno all’ora di pranzo veniva rifiutato il servizio e doveva restare con l’auto sporca nel weekend.

Un giorno però, un certo Prometeo, nato a Fontamara, ma dalla mentalità un po’ diversa dai suoi compaesani per via di un certo blog che frequentava, decise di aprire un autolavaggio automatico, di quelli con le spazzolone rotanti. Quell’iniziativa non poteva sfuggire all’occhio vigile di Garantua Lillipuziani, direttore del periodico locale “Il corriere superfisso” (e anche professore di lettere al locale liceo, autore di libri auto pubblicati, assessore comunale alle varie ed eventuali, cultore della materia all’università di San Prepuzio e altre 22 cose indicate sulla sua pagina web). Lo speciale domenicale del giornale, parlava dei sussidi che si sarebbero resi necessari per i dipendenti degli autolavaggi a mano destinati al fallimento, dei danni arrecati alla collettività dal liberismo selvaggio che non regolamentava l’apertura dei nuovi esercizi commerciali e concludeva invocando un più incisivo intervento della politica per rendere la società più giusta.

Anche se poco ortodossa, questa non sarebbe una favola se non ci fosse un pizzico di magia. Gli autolavaggi a mano non fallirono per niente, l’unica cosa che sparì furono le auto sporche nel weekend che non avevano trovato posto nei lavaggi a mano. L’aspetto tuttavia più sorprendente fu che, alla faccia di quello che Lillipuziani insegnava nei suoi seminari di teoria neoluddista, l’innovazione nel lavaggio portò a un aumento dell’occupazione. Il nuovo autolavaggio, infatti, era automatico solo per l’esterno, perché la pulizia interna dei veicoli veniva effettuata da squadra di 8 persone, tipo pit stop di formula uno. Insomma la nuova impresa non solo soddisfava i clienti e non metteva fuori mercato i concorrenti, ma addirittura impiegava più personale delle altre.

'La storia del nuovo autolavaggio, che per inciso è assolutamente vera, sembrerà banale a chi conosce un poco di economia. Mi è tuttavia sembrato opportuno riportarla perché è avvenuta nello stesso comune dove io ho contato l’apertura e successiva chiusura di almeno 22 negozi di abbigliamento a opera di giovani “imprenditori” che beneficiavano di finanziamenti a fondo perduto, prestiti d’onore e roba simile. Che dire? Forse certi teorici dell’intervento e policy makers dovrebbero farsi lavare l’auto di tanto in tanto (o più semplicemente guardarsi attorno).

Premesso doverosamente che non sono un vorace imprenditore che vuole arricchirsi alle spalle dei lavoratori, ma un dipendente (privato) tartassato che è un po’ stanco di devolvere la metà di quanto guadagna all’attività di autoconservazione di una certa casta politica (inclusi taluni che teorizzano l’uguaglianza, ma nella pratica sono più uguali degli altri) concluderei con qualche domanda alla quale Bob Dylan ha risposto parecchio tempo fa:

Per quanto ancora dovranno parlarci della disuguaglianza, prima di capire che non è quello il vero problema?

Quante porcate dovranno fare i politici, prima che sia chiaro che chi fa le parti, si sceglie sempre la parte migliore?

Quanta teoria economica è necessaria per capire che non si può  migliorare la condizione di chi sta peggio senza far crescere l'intera torta?

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Commenti

Ci sono 61 commenti

Mi permetto solo di fare un'osservazione sulla chiosa finale:

 

Per quanto ancora dovranno parlarci della disuguaglianza, prima di capire che non è quello il vero problema?

 

La disuguaglianza è un problema, solo che non lo è nei termini che pensano certi professoroni. Se noi partiamo per esempio dalla definizione di meritocrazia che dice sostanzialmente che "la meritocrazia è un sistema di valori che promuove l'eccellenza indipendentemente dalla provenienza di un individuo" capiamo che l'uguaglianza è importante anche in un sistema meritocratico, uguaglianza ovviamente delle condizioni di partenza, non degli output...

Ma l'uguaglianza delle condizioni di partenza è una pura utopia.

E inoltre è assolutamente irrilevante di fronte agli ostacoli che poi i migliori trovano sul loro percorso per affermarsi ( perlomeno in Italia ).

Il discorso è simile a quello che fanno i berlusconiani sugli ostacoli alla nascita delle imprese trascurando quelli sulla strada della loro crescita.

ove esiste la meritocrazia si fa strada INDIPENDENTEMENTE dalle condizioni di partenza, non c'è uno stato Padrino che si preoccupa di portare tutti alle stesse condizioni di partenza, anche perchè sarebbe assolutamente inefficente, investire risorse per dare una possibilità anche a quel 50% di stupidi ( minimo ) che si trovano in qualsiasi categoria sociale ( C.M.Cipolla docet ).

 

Con disuguaglianza io mi riferivo alla distribuzione della ricchezza, non alle condizioni di partenza.

Quanta teoria economica è necessaria per capire che non si può  migliorare la condizione di chi sta peggio senza far crescere l'intera torta?

Nemmeno io sono un economista, o desidero incrociare tenzoni con i "mostri sacri", però so per certo che, sulla scorta di diversi valori politici, si possono dare diverse teorie economiche che hanno diverso impatto su "chi sta peggio", anche a parità di volume dell'intera torta. Insomma, non serve tanta teoria per fare delle scelte politico-economiche che realizzano diversi orientamenti politici.

RR

Per rimanere in metafora:

per migliorare la condizione di chi sta peggio senza aumentare la torta bisogna che qualcuno ceda una parte della propria fetta.

La mia te la scordi e, fossi in te, non farei molto conto nemmeno su un eventuale pezzetto di quella dei comunisti.

 

mai sentito parlare di disincentivo alla produzione?

Se io produco x ma ricevo y, allora valuterò se y mi soddisfa. Infatti anche il riposo ha un valore. Le tasse, strumento unico per la redistribuzione, devono tenere in considerazione l'elasticità del lavoro. Per quanto riguarda il comunismo chi si ricorda le proteste dei kulaki?

La concorrenza redistribuisce la torta ed è l'unico strumento per fare giustizia sociale. Il resto sono chiacchiere.

Vicino Fontamara c'è il paesino di Skrauz-Aiashimoto, dove gli abitanti aborrono l'impiego statale a causa di vincoli ancestrali, e quindi si danno un gran da fare a inventare cose e scambiarsele l'uno con l'altro.

Uno degli abitanti di questo paesino pensò: e se apro un autolavaggio iper-automatico, in cui anche gli interni sono lavati dal robot che ha inventato Asir-oroto, mio concittadino, io posso offrire prezzi più competitivi agli abitanti di Fontamara e lavare tutte le loro macchine. E così fece.

La morale ? Io non ne ho, ma mi piace pensare che a Fontamara capiscano la lezione: non esiste la torta, il tortino da difendere (che sembra tanto il fortino assediato dagli indiani della mia infanzia), ma solo la capacità di ognuno di noi, e che demandare ad altri cose da fare, e quindi soldi, è una pessima scelta. Poi ti chiudono gli autolavaggi...

Bello! Ma sei sicuro che il paesino di Skrauz-Aiashimoto dove gli abitanti aborrono l'impiego statale a causa di vincoli ancestrali sia vicino a Fontamara ? Io temo che non sia nella stessa regione anzi, nemmeno nella stessa nazione.

Presumo che qualcuno, quei robot, li dovrà pur costruire. E progettare. E vendere...

Carissimo Marco, che a Fontamara e in terronia tutta capiscano la lezione è il mio sogno proibito.

Purtroppo, per il momento, l'autolavaggio, anche quello iper-automatico, è una rondine che non fa primavera. Per cambiare mentalità occorre tagliare certi sussidi e infrangere certe rendite. Solo così chi ha dormito fino ad oggi potrà svegliarsi e rimboccarsi le maniche.

Sintetico ed efficace, il miglior commento che io abbia letto!!

 

Per quanto ancora dovranno parlarci della disuguaglianza, prima di capire che non è quello il vero problema?

Quante porcate dovranno fare i politici, prima che sia chiaro che chi fa le parti, si sceglie sempre la parte migliore?

Quanta teoria economica è necessaria per capire che non si può  migliorare la condizione di chi sta peggio senza far crescere l'intera torta?

 

Massimo, la storia di fantasia dal tono ironico è interessant e fa pensare. :-)

La gente non può fare a meno di fare paragoni con gli altri, è una cosa naturale. Uno, semplicemente, nota differenze tra sè e gli altri in meglio e in peggio. Poi c'è chi lo registra e passa avanti e chi invece ci va sotto e diventa invidioso oppure narciso. Questo secondo atteggiamento crea una distorsione, perché così uno è più portato a trovare difetti o cose che non vanno nelle persone che invidia e quindi, per contrappasso, ad avere sentimenti ancora più negativi.

L'invidia che nuota in questo mare di risentimento può distorcere anche la volontà di emulazione. Perciò chi è invidioso pensa sotto sotto che vorrebbe avere le cose che ha la persona che invidia (e.g. i soldi, una bella casa, etc.), ma non che vorrebbe imitarne il comportamento che l'ha portato ad averle (e.g. l'imprenditorialità di aprire un nuovo auto-lavaggio) oppure l'attitudine (e.g. il duro lavoro per realizzare il proprio progetto). Incidentalemnte, questo atteggiamento passivo a livello subconscio è più facile che rimboccarsi le maniche e cambiare il proprio modo di pensare e di agire in meglio.

E qui viene il collegamento alle tue domande: studiare la teoria economia aiuta, ma non è l'unico modo per cambiare le cose. Anzi, penso che possa funzionare con una minoranza di persone, che sono interessate a studiare e a capire. Per molte altre, invece, penso che servirebbe rompere il circolo vizioso dell'invidia e trasformare l'energia che la gente dedica a pensare agli altri (e.g. avere le cose di un altro oppure quanto un'altra persona deve essersi comportata male o dev'essere disprezzabile per avere tutte le cose che ha) in energia impiegata a cambiare la propria vita dandosi degli obiettivi e lavorando per raggiungerli.

Quindi la domanda secondo me è: cosa bisogna fare per avviare questa "trasformazione di energia"?

Michele, l'invito a studiare l'economia era un pò retorico come per dire: e basta con sta storia che la distribuzione è "ingiusta" e che bisogna redistribuire dal centro. Ma lo vedete quanto è bravo lo stato a redistribuire? Pensate che tassare ulteriormente i disgraziati che già pagano non porterà ad altri sprechi? Non dovrebbero essersene accorti pure i sassi (quindi non c'è bisogno di studiare più economia di quanta ne applica il macellaio per vendere la carne) che quello di cui c'è bisogno è più concorrenza e meno rendite di posizione? Che sarebbe il caso di parlare un pò meno della disuguaglianza e un pò più della crescita (che si promuove lasciando fare ai mercati il loro mestiere e facendo rispettare la legge, non scavando le buche coi soldi pubblici).

Chiarito che non volevo inneggiare ad una rivoluzione culturale da studio dell'economia (visto come la insegnano tanti prof italiani staremmo freschi), vengo al punto dell'invidia che mi pare interessante (peraltro una mia amica ci ha fatto la tesi realizzando simpatici esperimenti con gli studenti).

Mi pare di capire che secondo te l'osservazione degli altri e il desiderio di quello che hanno o sono, invece di innescare un sano processo di emulazione porta a una specie recriminazione improduttiva continua e che si autoalimenta. Quindi chiedi come incanalare le energie sprecate a recriminare per spingere le persone a rimboccarsi le maniche?

Secondo me il primo presupposto per spingere qualcuno a competere è che le regole del gioco siano chiare e rispettate. In alcune zone d'italia per avviare un'impresa devi scendere a patti con dei criminali, in altre a compromessi con le corporazioni locali, in altre ancora con la politica. Penso che la distribuzione del numero di imprese in Italia sia influenzata più da fattori ambientali che culturali (tant'è che parecchi volenterosi si spostano all'interno da una regione all'altra all'interno del paese per riuscire a realizzare i progetti che non erano praticabili a casa propria)

Ho detto impresa, ma potrei dire libera professione. Non penso ti chiedano la tangente per tenere aperto uno studio, come si fa con i negozi, ma ci sono tanti modi per tenere i nuovi entranti fuori dal mercato, alcuni legali (caste professionali) altri meno (se vuoi l'appalto...)

Quindi la risposta semplice a tutti i problemi difficili mi pare sempre: dai modo alle persone di competere e lo faranno, il resto viene da sè.