Benvenuto! Puoi oppure iscriverti al bollettino email settimanale
Connessione Salva password

Nuova registrazione Password dimenticata?

Ex Kathedra Tasse, maledette tasse

di andrea moro e thomas manfredi, 25 Febbraio 2008 stampa

Qualche mese fa Mario Draghi, in una relazione alla Società degli Economisti, mostrò alcuni dati sull'andamento dei consumi e redditi in alcuni paesi europei sui quali Andrea rilevò alcune discrepanze. Bankitalia ha confermato l'errore nel grafico relativo alla Germania; uno dei suoi economisti ci ha gentilmente spiegato come ricavare il loro grafico relativo all'Italia, che siamo riusciti a riprodurre. C'è molto da imparare dal confronto fra i grafici ricavati da Andrea e quello di Bankitalia.

Articoli collegati

La differenza fra i grafici, evidente nella figura seguente che li riporta entrambi assieme al consumo delle famiglie, riguarda la definizione di reddito: Bankitalia ha usato il reddito disponibile delle famiglie, la linea tratteggiata. Andrea il reddito disponibile totale dell'intera economia, la linea punteggiata.

I redditi delle famiglie italiane non sono cresciuti al passo dei consumi

Il reddito disponibile delle famiglie è essenzialmente costituito dal reddito da esse percepito meno il pagamento di tasse di pertinenza, più l'insieme di trasferimenti in denaro ricevuti da parte dello stato. Su questo ammontare di risorse le famiglie basano le proprie decisioni annuali di consumo e risparmio, che ad esso algebricamente sommano. Il reddito disponibile totale tiene invece conto dell'insieme delle risorse disponibili a livello nazionale. Poiché il reddito disponibile delle imprese risulta essere un ammontare relativamente piccolo ed abbastanza costante (in percentuale del nazionale), la grande differenza fra il reddito disponibile totale e quello delle famiglie viene dal prelievo fiscale. Il complesso delle risorse disponibili alla pubblica amministrazione, che come si può intuire dai grafici è cresciuto notevolmente, serve a finanziare consumi collettivi (strade, giustizia, etc) e privati (istruzione e sanità).

La differenza fra le due misure del reddito disponibile è ancora più chiara nel grafico seguente, che riporta la percentuale del reddito disponibile nazionale a disposizione delle famiglie (famiglie e governo assieme fanno quasi il 100%). Esso dimostra chiaramente l'espropriazione massiccia di risorse perpetuata dallo stato negli ultimi 15 anni. Dopo la crisi del 1991-1992 ancora un 85% del reddito disponibile era controllato dalle famiglie. Le punte massime di aumento della “(op)pressione fiscale” si hanno nel 1996-1997 (eurotassa et similia) nel 1999 e nel 2006. Tutti periodi in cui il centrosinistra era al governo, quasi sempre sotto la guida di Romano Prodi. Crediamo che al di là dell’usuale tasso di (op)pressione fiscale questi dati spieghino chiaramente ciò che è successo e sta succedendo in Italia.

Il prelievo dello stato sui redditi degli italiani è quasi raddoppiato dal 1990 ad oggi

Insomma, da un peso dello stato del 14% nel 1990 si è passati al 24% nel 2006, quasi il doppio, mentre il reddito disponibile alle famiglie per consumi e risparmio è crollato di dieci (10!) punti percentuali nello spazio di un decennio, ed è stabile da allora (diamo a cesare quel che è di cesare: era risalito un pelo sotto Berlusconi, ed è ridisceso poi nel 2006, ultimo anno per cui i dati sono disponibili).

Questo fatto rende anche problematico spiegare la differente evoluzione degli indici di reddito disponibile e dei consumi delle famiglie. I consumi pro capite delle famiglie crescono quasi del 20% dal 1993 (praticamente tanto quanto il reddito nazionale disponibile) mentre i redditi delle famiglie aumentano solo del 4%: questo è possibile, per ragioni di vincolo di bilancio, solo se i risparmi delle famiglie (in percentuale del reddito disponibile) diminuiscono vertiginosamente. In questo caso neanche la solita soluzione "economia sommersa" funziona, perché nella contabilità nazionale i consumi ed i risparmi delle famiglie devono sommare al reddito disponibile delle famiglie. Insomma, dopo aver mandato in malora l'azienda con politiche folli e spese pubbliche ancor più folli, gli italiani (invece di riformare il sistema) han deciso di ignorare il fatto che il loro reddito disponibile non cresce da praticamente quindici anni a questa parte! Continuano a far crescere allegramente i loro consumi, mangiandosi il capitale che avevano precedentemente accumulato. I capitali, come sanno tutti coloro che se li son mangiati, finiscono sempre più rapidamente di quanto dovrebbero ...

Come ha speso questi maggiori introiti, dunque, la pubblica amministrazione? Le maggiori spese in pensioni, stipendi dei pubblici dipendenti, ed altri trasferimenti in denaro a cittadini non concorrono a spiegare l'andamento del grafico perché, facendo parte del reddito disponibile delle famiglie, sono una partita di giro. Una parte delle maggiori entrate è stata usata per ridurre il deficit primario, che a seguito delle follie degli anni '70 ed '80 era diventato enorme attorno al 1990-92. Un'altra parte ha sostenuto la dinamica crescente dei consumi della pubblica amministrazione. Lasciamo al lettore valutare se la qualità e la quantità dei servizi da essa forniti sia, in 15 anni, quasi raddoppiata.

Per concludere, la stagnazione dei redditi deriva certamente dalla magra dinamica della produttività, tesi giustamente supportata da Draghi e documentata recentemente su questo sito. Ma il contributo negativo dell'(op)pressione fiscale, oltre a poter essere (per gli incentivi che distrugge) concausa della scarsa crescita della produttività, ha anche pesato direttamente sul reddito disponibile della famiglie. Si potrebbe arguire, con spirito da mero contabile, che con un debito pubblico così alto non ci fosse altra soluzione possibile che quella di reperire risorse per abbatterlo. Dopo anni in cui a più tasse è seguita solo e soltanto più spesa (che ha raggiunto il 50,1% del PIL (!!!) nei dati ISTAT più recenti), con un debito pressoché immutato (106% del PIL), noi crediamo che ammazzare il paziente febbricitante con dosi massicce di tax and spending, invece di stimolarlo con misure di libertà economiche (taglio della spesa pubblica, liberalizzazioni, privatizzazioni, taglio delle aliquote marginali) si sia rivelata la più miope delle politiche.

 

Collegamenti con altri articoli:consumi&reddito tasse
Condividi questo articolo su questi siti:
  • del.icio.us
  • Digg
  • Google bookmarks
  • OKNO
  • Reddit
  • Segnalo
  • Technorati
  • Yahoo MyWeb
  • ZicZac
(utilizzi qualche altro sito di social bookmarking? faccelo sapere)
Segnala questo articolo a:
- mittente: email del mittente:
48 commenti
Per commentare devi registrarti e connetterti

Nota: i commenti sono di proprieta' degli autori, che ne sono responsabili.

Legenda: Espandi/nascondi commento Espandi/nascondi risposte Permalink Rss delle risposte

Rss dei commenti

  di frimfrim, 25 Febbraio 2008, 21:40 permalink rss

L'analisi mostra (purtroppo) la cruda realtà. Solo una precisazione: le tasse (il reddito disponibile) sono solo una faccia della questione. Giustamente hai detto che nei governi di Prodi le tasse sono aumentate. Però poi il confronto del deficit è stato fatto su 15 anni. Credo che questo non sia coerente dato che negli anni di governo di Prodi il deficit (e il debito) sono diminuiti. Mentre negli anni di berlusconi il debito è passato dalla discesa alla crescita.

NB:Non discuto sulle differenti fasi economiche che hanno accompagnato i vari governi e non voglio assolutamente cercare di difendere Prodi (il suo governo ha fatto pena).

|  
  di andrea moro, 25 Febbraio 2008, 21:48 permalink rss
I dati in effetti si fermano al 2006. L'ho chiarito nell'articolo.
|  
  di ispirati, 25 Febbraio 2008, 22:12 permalink rss

andrea,

sono un po' confuso.
se la porzione di reddito disponibile che va allo Stato e' aumentata di dieci punti percentuali, e visto che il PIL non e' cresciuto molto (cioe' lo Stato non si e' mangiato la crescita, diciamo), e visto che le imprese contano poco, e visto che il reddito totale di cui parlate rappresenta quasi il 100% del PIL pro capite, tale aumento non dovrebbe riflettersi in un aumento simile della pressione fiscale? c'e' stato? altrimenti cosa e' successo?

parte della spiegazione potrebbe risiedere nei "trasferimenti" che vengono conteggiati quando si calcola il reddito disponibile per famiglie?

|  
  di michele boldrin, 25 Febbraio 2008, 23:11 permalink rss
Chiaramente. Mi sembra che l'articolo lo dica, no? Ok, forse non lo dicono esplicitamente (anche se parlano chiaramente di oppressione fiscale e menzionano le tasse di Prodi I e II) ma che il tutto sia dovuto a crescita delle tasse segue dal vincolo di bilancio! Ma no, ispirati, oggi vai di fretta. Ora che rileggo, lo dicono anche alla fine, molto esplicitamente!
|  
  di ispirati, 25 Febbraio 2008, 23:19 permalink rss

michele, e' che non ci volevo credere e speravo di non aver capito, di aver confuso qualcosa... :)

cioe' la pressione fiscale e' aumentata piu' o meno di dieci punti percentuali in un decennio? alla faccia...

|  
  di pietro X, 26 Febbraio 2008, 10:03 permalink rss

OVVIAMENTE NO, ispirati. 10 punti percentuali? la pressione fiscale è collegata a quanto scritto da Andrea, ma non è la stessa cosa.

la pressione tributaria e contributiva (indicatore migliore dell'oppressione fiscale) è cresciuta dal 1993 al 2006 del 78 per cento, a fronte di un PIL che è cresciuto del 77 per cento. As a matter of fact, in rapporto al PIL la pressione tributaria e contributiva è ai livelli del 1993 (42,3 per cento nel 2006, 42,2 nel 1993).

la pressione fiscale complessiva (che include le imposte in conto capitale) è, invece, scesa dal 42,9 al 42,3.

quello che rileva nel grafico di Andrea è la dinamica dell'imposizione tributaria e contributiva rispetto alla dinamica dei redditi delle famiglie. molto grossolanamente, le tasse hanno continuato a crescere, i redditi no. e qui l'articolo di Michele sui salari aiuta a capire tante cose.

|  
  di ispirati, 26 Febbraio 2008, 20:56 permalink rss

ecco pietro, infatti la mia domanda era proprio quella. siccome non ero al corrente di un rapido aumento della pressione tributaria negli ultimi dieci anni mi chiedevo come fosse possibile che le tasse si fossero mangiate dieci punti di reddito disponibile alle famiglie.

tu dici che la differenza e' data dalla dinamica fiscale vs dinamica dei redditi e mi dici che le tasse sono cresciute ma i salari no. quello che non capisco e' che visto che la differenza tra le due curve di sopra e' data (praticamente) da tasse e trasferimenti, e dato quanto detto sopra, mi chiedevo come e' possibile che la fetta di torta (reddito) che va alle famiglie diminuisca e quella che va al governo aumenti senza che vi siano cambi nella pressione fiscale. quello della dinamica salaria e della dinamica tributaria mi sembrano due problemi diversi; uno mi dice quanto cresce la torta, l'altro mi dice come la distribuisco (poi chiaro le due cose sono collegate ma non so se in questo caso e' rilevante). per dire pure ammettendo che i salari non siano cresciuti questo non automaticamente spiega perche' la fetta di tale salario che rimane alle famiglie debba diminuire (se non in seguito ad un de facto aumento della pressione fiscale).

sono sicuro che sto mancando qualche dettaglio ma e' per questo che chiedo :)

|  
  di andrea moro, 27 Febbraio 2008, 06:24 permalink rss
Alcuni chiarimenti verrano da un articolo di prossima pubblicazione. Thanks for your patience.
|  
  di pietro X, 27 Febbraio 2008, 10:21 permalink rss

Andrea farà il punto e, immagino, lo farà in modo dettagliato.

in breve. le curve del grafico di Andrea, essendo in numero indice forniscono informazioni solo riguardo il tasso di crescita dei 2 aggregati. Quello che si dice è che il reddito totale è cresciuto del 15 per cento, quello delle famiglie del 5 per cento. nota che quello delle famiglie è definito come reddito al netto delle tasse, quindi quel 5 per cento ti sta dicendo che i redditi lordi sono cresciuti di più dei redditi disponibili. e i redditi lordi vanno anche nel PIL che è il denominatore della pressione fiscale.

probabilmente ti ho confuso ancora di più.

|  
  di giulio zanella, 27 Febbraio 2008, 10:56 permalink rss

mi chiedevo come e' possibile che la fetta di torta (reddito) che va alle famiglie diminuisca e quella che va al governo aumenti senza che vi siano cambi nella pressione fiscale.

E' possibile se diminuiscono i trasferimenti dal settore pubblico a quello privato. Questo e' quello che sembra essere accaduto. Ho messo insieme un po' di dati da Eurostat, che riassumo nel grafico sotto.

La serie rossa sono le tasse in percentuale del PIL, definite come gli introiti dello stato da tasse e contributi sociali (al netto delle somme dovute ma che non saranno probabilmente mai riscosse). La serie blu sono i trasferimenti in percentuale del PIL, per i quali ho usato una stima molto, molto grossolana per limitazione di dati (e di tempo) ma che qualcosa fa vedere. Sono definiti come la somma di sussidi, compensazioni nette ai dipendenti pubblici (stimate come compensazioni lorde meno imposte in misura della percentuale di tasse sul PIL) e benefici sociali netti (essenzialmente pensioni, stimate allo stesso modo da quelle lorde).

Mentre la pressione fiscale oscilla tra il 40% e il 43% (i due picchi corrispondono grossomodo alle emergenze del 1992-1993 e allo sforzo pre-Euro del 1997-1998) ma sembra in media costante, i trasferimenti hanno un trend negativo.

Mettendo insieme il tutto, la quota di reddito totale che va alle famiglie scende dall'80% nel 1990 al 75% nel 2006. Sono numeri ancora lontani da quelli di Andrea e Thomas ma la tendenza e' quella.

 tasse e trasferimenti in % del PIL

|  
  di thomas manfredi, 27 Febbraio 2008, 11:19 permalink rss
Beh trend in diminuzione mica tanto, se guardi dal 2000 in poi. Tra i tasferimenti tu includi anche i salari pagati ai dipendenti pubblici (a quanto capisco), il che concettualmente non è corretto, essendo un pagamento per una prestazione offerta. Comunque su questo tema (sussidi, trasferimenti salari pubblci) un prossimo articolo svelerà l'arcano e sosprese non mancheranno. Stay tuned!
|  
  di giulio zanella, 27 Febbraio 2008, 11:54 permalink rss

Si, dal 2000 in poi crescono ma diminuiscono nell'arco di quindici anni coerentemente col vostro secondo grafico anche a parita' di pressione fiscale.

Includere i salari dei dipendenti pubblici non e' del tutto scorretto, perche' si tratta di prestazioni dei propri dipendenti, non di beni e servizi acquistati sul mercato (concettualmente e' come quando calcoli il valore aggiunto di un produttore e sottrai ai ricavi i consumi intermedi ma non il costo del lavoro). In ogni caso, se togliamo questa voce la mia spiegazione non funziona (assumendo che sto misurando bene i trasferimenti, il che e' improbabile), come si vede nel grafico sotto... quindi aspettiamo il prossimo articolo :-)


|  
  di michele boldrin, 27 Febbraio 2008, 17:49 permalink rss

Giulio, non e' vero che non funziona la tua spiegazione. La cosa che conta sono le tasse! C'e' una grande crescita della pressione ficale tra 1990 e 1993, che poi oscilla ma non scende mai completamente, ed una nuova crescita nel 2006. Gia' solo la distanza fra il punto finale e quello iniziale della curva rossa, tasse, e' pari al 4% del PIL. Ora il PIL e' piu' grande del reddito disponibile nazionale, quindi quando lo rapporti al reddito disponibile sei gia' a circa 6% (numero dato ad occhio, sono di corsa) di crescita.

Ora, anche se non sono tecnicamente trasferimenti, e' legittimo togliere i salari netti dei dipendenti pubblici come facevi nel commento precedente, almeno al fine di calcolare il reddito disponibile del settore pubblico. E questi, in percentuale del PIL, diminuiscono. Quindi qui hai altri 3 punti pecentuali circa ...

Ok, stasera mettiamo i calcoli fatti con attenzione, oramai son prunti. Solo questione di trovare mezz'ora per mettere in ordine i dettagli.

|  
  di giulio zanella, 26 Febbraio 2008, 12:00 permalink rss

Scusate, vorrei accertarmi anch'io di aver capito bene le definizioni, perche' non tutto mi quadra.

Ignoriamo le imprese per un momento. Se il reddito disponibile delle famiglie e' il loro reddito lordo (inclusi i trasferimenti pubblici) meno tasse e il reddito disponibile del settore pubblico sono le tasse meno i trasferimenti, allora la somma dei due e' l'intero prodotto, no? Perche' allora chiamarlo reddito disponibile totale anziche' PIL?

Se e' cosi', quello che leggo nella seconda figura e' che al netto dei trasferimenti la pressione fiscale era piuttosto bassa fino alla seconda meta' degli anni '90. Poiche' non mi pare che il prelievo fiscale sia aumentato di dieci punti percentuali in dieci anni (ma potrei sbagliarmi), gran parte dell'aumento della quota del settore pubblico sul reddito totale sarebbe dovuta alla riduzione dei trasferimenti anziche' all'aumento delle tasse (in questo senso non e' ovvio che ci sia stata un'espropriazione massiccia di risorse prodotte dalle famiglie).

L'aspetto interessante allora -- sempre a livello speculativo finche' non recupero dati sui trasferimenti -- e' che la spesa pubblica potrebbe essere aumentata non solo nella misura dell'aumento delle tasse e del deficit, ma anche della riduzione dei trasferimenti. Come dire: non e' che si riducono i trasferimenti al settore privato per ridurre la spesa o le imposte, ma solo per aumentare la spesa del settore pubblico...

|  
  di luigi, 26 Febbraio 2008, 01:05 permalink rss

ammetto di non capirci molto di macroeconomia, ma il primo grafico non implica che, se la differenza tra reddito totale e reddito disponibile è data dall'esuberanza fiscale (che gli aggettivi sono giudizi di valore), i consumi sono cresciuti praticamente uno a uno con questa ultima? O no?

Poi un altro dubbio.  Quello che viene chiamato "consumo della pubblica amministrazione"  nel post è un residuo che sparisce dall'economia? Chi sono i soggetti che beneficiano di questo consumo?  I consumi nel grafico includono quelli della P.A. o no?

 

|  
  di andrea moro, 26 Febbraio 2008, 02:11 permalink rss
I consumi del grafico includono solo quelli delle famiglie; i consumi pubblici comprendono anche spese per sanita' e scuola, tanto per fare un esempio. Non so cosa intendi per "spariscono". Fanno parte degli usi delle maggiori risorse incamerate evidenziate dal grafico.
|  
  di giorgio topa, 26 Febbraio 2008, 05:17 permalink rss

Come dice Andrea, non e' un residuo che sparisce nel senso che sono risorse che vengono bruciate, buttate in mare, disperse come ceneri al vento:

Il complesso delle risorse disponibili alla pubblica amministrazione, che come si può intuire dai grafici è cresciuto notevolmente, serve a finanziare consumi collettivi (strade, giustizia, etc) e privati (istruzione e sanità).

Il problema e' se a questo aumento di spesa e' corrisposto un congruo aumento di qualita' e quantita' dei servizi forniti, come dicono ancora gli autori (neretto aggiunto):

Una parte delle maggiori entrate è stata usata per ridurre il deficit primario, che a seguito delle follie degli anni '70 ed '80 era diventato enorme attorno al 1990-92. Un'altra parte ha sostenuto la dinamica crescente dei consumi della pubblica amministrazione. Lasciamo al lettore valutare se la qualità e la quantità dei servizi da essa forniti sia, in 15 anni, quasi raddoppiata.

 

|  
  di luigi, 26 Febbraio 2008, 06:31 permalink rss
Si Giorgio e Andrea, ho capito che il consumo pubblico è uno degli "usi" che si fanno delle risorse accumulate con le tasse. Quello che chiedevo è se l'aumento di questo consumo pubblico (scuola sanità e via dicendo) fosse in qualche modo compreso (in parte almeno) nell'aumento della variabile "consumi delle famiglie" nel grafico. A quanto ho capito la risposta è no.  Nel grafico ci sono i consumi privati solo. Right?
|  
  di michele boldrin, 26 Febbraio 2008, 06:59 permalink rss

Right. I consumi delle famiglie corrispondono a beni e servizi che le famiglie ACQUISTANO. Qualsiasi bene o servizio che venga ricevuto da ente pubblico o similia ad un prezzo inferiore al suo valore di produzione, non viene (per la parte non pagata) compreso nei consumi delle famiglie. Quindi, la scuola per esempio non c'è ed anche quella parte della sanità che i cittadini non pagano direttamente, la sicurezza pubblica, eccetera.

D'altro lato, il reddito disponibile del settore pubblico (stato+regioni+ ...+circoscrizioni rionali) è uguale a tutte le risorse che il settore raccoglie (fondamentalmente a base di tasse, contributi, accise, ...) MENO tutti i trasferimenti in denaro che il settore pubblico fa verso le famiglie e le imprese. Questi ultimi trasferimenti corrispondono, per esempio, agli stipendi (netti) dei dipendenti pubblici (che entrano nel reddito disponibile delle famiglie), i sussidi alle imprese, le pensioni di ogni tipo e sorta, eccetera.

Quanto rimane corrisponde al reddito disponibile del settore pubblico che viene speso, fatte salve poste minori e complicate, in beni e servizi acquistati dal settore pubblico per svolgere la propria benefica funzione (le 180mila macchine blu, lo champagne della bouvette di Montecitorio, gli aerei che Mastella e Rutelli usano per andare a vedere la F1 a Monza ...) ed in pagamenti di interessi sul debito pubblico.

|  
  di luigi, 26 Febbraio 2008, 07:22 permalink rss

Yep, battiamoci perché nel discorso comune si aggiunga "privati" a "consumi delle famiglie", o anche "spesa per consumi delle famiglie", così non mi confondo:)

Sono andato sul sito dell'Eurostat, pare che dal '95 al '05 la "General government final consumption expenditure" (che è quello di cui stiamo parlando, a sto punto) italiana sia passata dal 18% al 20.4% (percentuale del GDP), ancora sotto la media Europea, che nel 2005 è del 21%. Se mi trovo in Italia rivotero' la sinistra a sinistra del PD, sperando che ci porti in media europea :)

|  
  di alberto lusiani, 26 Febbraio 2008, 18:26 permalink rss

In Italia sarebbe meglio che la "General government final consumption expenditure" rimanga inferiore alla media europea e anzi diminuisca rispetto ad oggi per diversi motivi

  • la spesa per gli interessi sul debito e' maggiore
  • la qualita' dei servizi statali e' inferiore (l'Economist la definisce "miserabile"): i servizi acquistati da privati sono probabilmente migliori
  • parte cospicua della spesa statale viene usata per propaganda (RAI, sussidi ai giornali) oppure per
    spesa clientelare improduttiva in cambio di consenso politico
  • il numero e lo stipendio degli amministratori e dei politici in Parlamento sono superiori alla media europea a fronte di una qualita' nettamente inferiiore
|  
  di luigi, 26 Febbraio 2008, 20:17 permalink rss

Alberto supponi che qualcuno ti dica che in Italia si spende troppo per la ricerca, e che i ricercatori italiani sono molto scarsi. E devi votare tra due alternative: 1) riformare il modo di spendere per creare una generazione di ricercatori bravi 2) tagliare i fondi alla ricerca .

Tu che sceglieresti? 

|  
  di michele boldrin, 26 Febbraio 2008, 20:39 permalink rss

Non so cosa farebbe Alberto, ma io taglierei i fondi di ricerca migliorando al contempo la qualità media della stessa.

Impossibile? Miracoloso? Effettivamente, io sono più bravetto della media in queste cose, ma questa volta si tratta di un'assoluta banalità. Per essere più precisi, per tagliare i fondi e al tempo stesso migliorare la qualità della ricerca, agirei nel seguente modo.

1) Creerei una commissione di esperti internazionali che definisse standards di qualità della ricerca e competenza minima dei ricercatori che pago, oltre che criteri di valutazione del tipo "se ha prodotto X(1) pagalo Y(1), se ha prodotto X(2) pagalo Y(2), etc.".

2) Userei i criteri definiti da tale commissione per valutare la produttività dei ricercatori che al momento lavorano in Italia. Per far questo, ed evitare conflitti d'interesse, probabilmente mi cercherei un agenzia di valutazione indipendente, straniera per esempio.

3) Licenzierei in tronco tutti i ricercatori che non soddisfacessero ai criteri minimi così stabiliti e ridurrei gli stipendi di quelli che, sempre in base ai medesimi criteri, risultassero pagati troppo. Altrettanto ovviamente aumenterei gli stipendi di quelli che dovessero risultare pagati troppo poco.

Semplice come dire uno, due, tre. Basta non essere supini alle corporazioni (note ai più come sindacati) dei ricercatori incompetenti, ed essere persone minimamente competenti.

P.S. Impossibile da farsi, ovviamente, se si è il partito dei ricercatori incompetenti, votato dai medesimi e, magari, repleto dei medesimi in qualità di funzionari o parlamentari. In questo caso si sceglie di aumentare ulteriormente le spese, perché questo permette l'appropriazione dei redditi di chi lavora ed è competente, continuando a fare l'assoluto nulla. Oppure, in generale, se ce ne frega nulla che i migliori vengano premiati, magari perché sappiamo di essere dei mediocri, e quindi preferiamo la mediocrità generale e lo spreco delle tasse degli altri. Anche in questo caso la soluzione ovvia non si farà e si continuerà a dire che siamo incompetenti perché non ci pagano abbastanza.

|  
  di luigi, 26 Febbraio 2008, 22:03 permalink rss

Ecco Michele, tu hai proposto un meccanismo che possa migliorare l'efficienza della spesa in ricerca. Il fatto è che 1-2-3 (il meccanismo)  implicano meno spesa&+efficienza  , meno spesa da sola non implica nulla.

Ora, perché lo stesso argomento di teoria dei meccanismi non lo si fa per altre componenti della spesa pubblica? Ho scelto l'esempio della ricerca perché sapevo che ti (vi) sta a cuore. E' dalla metà degli anni '70 che gli economisti studiano meccanismi e contratti (al di là del mercato) , eppure in Italia quando si parla di spesa pubblica la ricetta che praticamente tutti propongono (anche quelli che si professano a sx)  è sempre quella del mercato: smantellate, vendete and  let the market work. Devo credere che tutti gli Econometrica Jet etc servono solo a  dimostrare quanto si è intelligenti e a prendere tenure? Perché se così è, allora ci potevamo fermare ad Adam Smith. 

|  
  di michele boldrin, 27 Febbraio 2008, 07:12 permalink rss

Oh, no. Non ci siamo proprio capiti! Visto che non ci siamo capiti nella versione rapida, proviamo con quella lenta e dettagliata.

Io mi ero assunto l'onere della "compatibilità politica", come lo chiama giustamente il mio amico Alberto Bisin, ed avevo fatto una proposta che risolveva l'apparente paradosso ma che, per farti contento, era difettosa e costosa. Perché costosa e difettosa? Questa versione già è lenta abbastanza così, quindi lascio la soluzione di questo ulteriore puzzle alla tua agilità intellettuale. Hint: pensa agli incentivi dei giocatori nel gioco ripetuto e capisci subito perché è difettosa, oltre che costosa, la proposta del commento precedente.

Torniamo al punto. Tu chiedi: come migliorare la qualità della ricerca riducendo al contempo la spesa pubblica per ricerca - quantità miserrima, lo sappiamo tutti, e probabilmente inferiore a quella della spesa pubblica per i festivals del cinema e le giovani fanciulle in carriera con email @governo.it, ma transeat. Poiché usmeavo - così a naso: sono un topo che si fida del suo intuito - che a te piacessero lo stato e le sue spese più che il mercato e la libertà, mi sono inventato un semplice meccanismo (banalotto alquanto ...) che risolvesse l'apparente paradosso e soddisfacesse al requisito di mantenere l'intera cosa sotto controllo pubblico, finanziamento pubblico, e balle del genere.

Ma, se mi permetti di ignorare il vincolo politico-ideologico del "tutto pubblico", la soluzione è molto più semplice, meno costosa e, soprattutto, più efficace: licenzi TUTTI, chiudi la baracca e tiri i burattini. Okkei, okkei, messa così è troppo brutale. Diciamo che dai due o anche tre anni di preavviso, cosicché i privati che vogliano entrare nel settore una volta che ne escano gli enti pubblici inefficienti ci entrino, e quelli che nel settore pubblico han voglia di far ricerca seriamente e la sanno fare si preparino alla nuova normativa. Magari chiedendo che la loro università o centro di ricerca si trasformi in organizzazione senza scopo di lucro secondo procedure che spero siano abbastanza ovvie. In altri termini, privatizzi l'università italiana, non nel senso che la vendi ai privati (chi vuoi che se la compri?) ma nel senso che trasformi università, centri di ricerca ed altre amenità pubbliche in enti di diritto privato completamente indipendenti e patrimonialmente autonomi (trasferendo loro ville e palazzi, sedie e banchi, computers e bidelli) ... Come farlo ne abbiamo già discusso qui e, se proprio qualcuno volesse farlo, mi offro da consulente gratuito. Ecco, questa è la soluzione completa, non sempliciotta, ed efficiente. Ed anche questa, credimi, è un meccanismo. Un meccanismo di mercato, anzi un meccanismo di mercati.

Perché, vedi, non c'è "il mercato", ci sono "i mercati". Diversi fra loro, eterogeneamente assortiti ed organizzati, regolati o meno a seconda della bisogna e dell'evolversi delle tecnologie. Non tutti perfettamente competitivi, alcuni proprio non si riesce, ma quasi tutti "più competitivi" del monopolio pubblico. Ed i mercati sono meccanismi, alcuni ottimi altri meno, ma meccanismi. Qui sta infatti, la chiave concettuale su cui si fonda la teoria dei meccanismi di Leo&Co: non vi è nessuna contrapposizione fra mercati e meccanismi, i primi sono un sottoinsieme (piuttosto denso) dei secondi. Non a caso, quasi tutte le volte in cui qualcuno si inventa un meccanismo (ottimo, date le sue ipotesi) per risolvere un qualche problema di allocazione, questo signore (o signora, che ci sono anche loro) poi si chiede: come lo "decentralizzo" questo fighissimo meccanismo? La parola "decentralizzare", che ai non esperti ricorda il fallimentare trasferimento della raccolta delle spazzature ai consigli di quartiere, fra di noi frequentatori di JET ed ECA vuol dire invece: come trovo un sistema di prezzi (e mercati, quindi) che implementi la soluzione ideale che ho appena disegnato? Non si trova sempre, persino i mercati sono imperfetti ed addirittura incompleti, ma si trova spesso. Oserei dire che, dal punto di vista pratico, si tova quasi sempre la soluzione attraverso mercati opportunamente arrangiati e regolati. Ragione per cui i meccanismi di mercato (plurale: meccanismi) tendono a funzionare, mentre il meccanismo pubblico - 'ché quello è sempre lo stesso e provatamente non ottimo: tassa e spendi che così ti votano - no.

Nel caso in specie il meccanismo sempliciotto che io avevo suggerito (che assumeva l'esistenza di una commissione imparziale di saggi che sapevano esattamente chi è meglio e chi è peggio, chi è cialtrone e chi genio lavoratore; assunzione che in un gioco ripetuto risulta difficile assai mantenere se la commissione è composta da esseri umani e non da angeli) nella realtà delle cose è implementabile praticamente con un sistema di mercati competitivi, o quasi. Non identico a quello USA, ma non molto distante da esso. Insomma, il meccanismo da me descritto è, abbastanza banalmente, decentralizzabile in un sistema di mercati regolati. La decentralizzazione, m'arrischio di congetturare, implementa il meccanismo ottimo anche in un contesto dinamico (gioco ripetuto) mentre il semplice meccanismo da me descritto nel commento anteriore molto probabilmente fallisce per ovvie ragioni di "capture" del regolatore ...

Non so, infine, chi siano questi economisti di sx a cui ti riferisci e che - dagli anni '70! - vogliono liberalizzare ed amano i mercati. Presentameli 'ché io non li ho ancora incontrati: magari ci fossero! Spero tu non abbia il Bersani in mente: ma se non ha libera(lizza)to nemmeno se stesso! A dire il vero, anche se li conosci di dx presentameli, 'ché anche quelli faccio fatica a trovarli. Più in generale, non capisco la protesta finale su quelli che scrivono le cose solo per prendere tenure e si scordano quello che han scritto quando è ora di fare politica economica dove propongono mercati un po' a casaccio. Forse ti riferisci ad un fenomeno recente e che io, per ragioni anagrafiche, non conosco, ma sarei curioso di capire le ragioni logiche (non ideo-logiche) della lamentela - e della scarsa considerazione di Adam Smith, che i meccanismi li aveva capiti. Forse è giustificata, non lo metto in dubbio, ma per renderla comprensibile dovresti dirci cos'hai in mente, a chi ti riferisci, ed in quale occasione uno di noi (noi di nFA, degli altri non rispondo) se ne sia uscito con fesserie mercatiste (termini miei, per riassumere) quando bastava proporre un intelligente meccanismo-non-di-mercato. O forse, non è che bisogna stare attenti a giocare al gatto ideologico con il topo tonto, perché a volte il topo può sembrare tonto, ma non lo è? E forse non è nemmeno un topo ...

|  
  di luigi, 27 Febbraio 2008, 18:35 permalink rss

Ti rispondo su una cosa velocemente, poi cerco di scrivere qualcosa stanotte. Io mica ho mai detto che i mercati non sono meccanismi. L'hai precisato tu: sono un sottoinsieme (dove l'inclusione è stretta, e sulla genericità non so proprio dirti a questo livello di dettaglio) dei meccanismi possibili. Per gli obiettivi che ci proponiamo (la funzione di scelta sociale), date le ipotesi sull'environment che ci troviamo di fronte (informazione, caratteristiche dei beni, preferenze etc) , il mercato può essere o meno la scelta da adottare. E dato che un meccanismo non è altro che una funzione che associa azioni ad outcomes in modo che "qualche concetto di ottimalità individuale + qualche concetto equilibrio" e in modo che "outcome equilibrio = outcome che ci piace" si ottiene, il tutto si riduce a capire se questi oggetti sono vicini abbastanza a "max su un vincolo lineare + somma degli usi uguale a somma delle risorse ". Tu dici che il sottoinsieme dei meccanismi per cui questo non è vero è abbastanza piccolo, io ho qualche dubbio che questo sia vero per tutte le possibili FBS e per tutti i possibili environment.

Il resto stanotte.

|  
  di alberto lusiani, 27 Febbraio 2008, 10:33 permalink rss

Alberto supponi che qualcuno ti dica che in Italia si spende troppo per la ricerca, e che i ricercatori italiani sono molto scarsi. E devi votare tra due alternative: 1) riformare il modo di spendere per creare una generazione di ricercatori bravi 2) tagliare i fondi alla ricerca .

Tu che sceglieresti?

Date sole due scelte sceglierei la prima. Ma nel mondo reale le scelte non sono solo due.

Nel caso dei ricercatori, siamo nella tipica situazione dello statalismo italiano: assenza di meritocrazia, salari che aumentano solo per anzianita', concorsi aggiustati per cosche baronali quando va bene, per amici e parenti nelle situazioni piu' degradate. In piu', tipicamente il 90% della spesa e' solo per stipendi. Una delle universita' piu' virtuose, Padova, e' al 75%, Pisa invece e' oltre il 90%.

Accanto a gente normale che lavora e spesso e' appassionata, proliferano le sinecure di gente che viene pagata e non si sa nemmeno dove abiti e quale secondo lavoro faccia, oppure ordinari che usano il titolo per aumentare i compensi delle loro prestazioni private subappaltando i corsi ai ricercatori. E' evidente che un qualunque Stato serio metterebbe di fronte questa gente alla scelta di lavorare sul serio, con risultati documentati, oppure trovarsi un'altra occupazione preferibilmente non a carico dei contribuenti. I risparmi per la spesa pubblica sarebbero rilevanti, senza alcuna perdita di servizio pubblico.

Parlando di quelli che lavorano seriamente, gli aumenti automatici per anzianita' in particolare sono una vera sciagura: a fine carriera i professori ordinari italiani guadagnano spesso piu' di quelli USA, in cambio i ricercatori negli anni scientificamente produttivi sono pagati la meta', con salari netti ridicoli rispetto ad ogli altro paese occidentale.

Salvaguardando gli stipendi piu' bassi, si potrebbe tranquillamente tagliare del 50% la parte eccedente il corrispettivo per esempio di 3000 Euro netti al mese tutti gli stipendi (che hanno superato i 3000 Euro/mese solo per anzianita') e rimettere tutto in gioco in base al merito, una parte come compensi e una parte come fondi di ricerca. Riguardo i compensi medi per l'universita' ci sono degli studi che mostrano come siano piu' alti in media in Italia rispetto ad UK, in cambio di minori risultati di ricerca e minori risultati didattici, quindi una parte del monte salari puo' essere assegnato alla ricerca, o anche tagliato se lo Stato non ha soldi. Nota bene che tutta la spesa maggiore dell'Italia rispetto ad UK per l'universita' riguarda gli stipendi cresciuti per anzianita', non certo i salari ridicoli dei ricercatori a inizio carriera.

Ovviamente non e' per nulla banale come riassegnare le risorse in base al merito. Ovviamente non possono farlo gli interessati stessi, che si limiterebbero a riassegnare a pioggia senza meritocrazia. Non possono farlo burocrati statali che sarebbero incompetenti e ovviamente inquinati dalla politica che poi si interseca alle cosche accademiche. Dovrebbe farlo una qualche entita' di valutazione scientifica internazionale, con membri il piu'