Oggi il FT pubblica una meritoria lettera del nostro Gian Luca Clementi che ricorda come l'alta fertilita' dei paesi poveri sia una conseguenza, non una causa della loro poverta': la causa e' il sottosviluppo, ed e' dalla sua eliminazione che puo' iniziare ogni miglioramento.
Siccome l'acccesso su FT e' ristretto, e la lettera e' comunque in Inglese, come pubblico servizio ne pubblico qui la traduzione italiana (sperando che Gian Luca non mi faccia causa per violazione di copyright ;-) )
... e altri 3 articoli
Collegamenti: crescita (9) fertilità (2)
Egregio direttore,
E' sconcertante come nel 2008 il suo giornale ancora pubblichi articoli come "La piu' grossa sfida dell'Africa e' la riduzione della fertilita' " (14 marzo) di John May e Jean-Pierre Guengant.
La fertilita' nei paesi poveri in Africa e' alta perche' gli Africani rispondono correttamente agli incentivi. Hanno cosi' tanti figli per la stessa ragione per cui Europei e Nordamericani ne avevano altrettanti circa un secolo fa, vale a dire: i costi sono bassi e i benefici alti.
Essendo l'agricoltura poco meccanizzata la sola attivita' economica, le famiglie hanno bisogno di braccia per coltivare il terreno. In assenza di mercati finanziari, i genitori hanno bisogno di bambini per assicurarsi contro i rischi della vecchiaia. I costi dell'istruzione sono nulli, perche' non c'e' alcuna istruzione. Il costo di opportunita' per le donne dell'avere figli e' prossimo a zero, perche' questa e' la cifra che guadagnerebbero sul mercato del lavoro.
L'evidenza raccolta dai demografi mostra che, nel caso di paesi gia' sviluppati e in via di sviluppo, la diminuzione del tasso di fertilita' si e' verificato come risultato del cambiamento degli incentivi portato dalla crescita economica. La fertilita' nel Regno Unito comincio' a scendere attorno al 1890, non perche' i contadini britannici siano diventati istruiti o abbiano ricevuto metodi avanzati di contraccezione, ma perche' i benefici dell'aver figli erano scesi e i costi associati erano saliti.
May e Guengant rendono un grande disservizio alle popolazioni africane suggerendo che il problema risiede nel fatto che a molte donne africane e' impedito ottenere contraccettivi a causa di "diseguaglianze tra i sessi, tradizioni culturali e religiose e servizi di pianificazione familiare inadeguati". Quando il tasso di fertilita' comincio' a scendere in Gran Bretagna, non c'erano servizi di pianificazione familiare e c'era abbondanza di diseguaglianze tra i sessi.
In conclusione, ci sono ottime ragioni se, come notato da May e Guengant, "le questioni demografiche brillano per la loro assenza dal dibattito sullo sviluppo dell'Africa". Suggerire che politiche governative indirizzate alla riduzione della fertilita' possano aiutare i paesi poveri a svilupparsi e' dannoso e intellettualmente disonesto.
Gian Luca ClementiNota: i commenti sono di proprieta' degli autori, che ne sono responsabili.
Legenda:
Espandi/nascondi commento
Espandi/nascondi risposte
Permalink
Rss delle risposte
Espandi tutto
Nascondi tutto
Rss dei commenti
|
perché quanto sopra è un'ottima spiegazione "economica" del perché i poveri facciano molti figli, ma risulta difficile pensare che faccia parte del ragionamento di una coppia di genitori del quarto mondo quando decide di mettere in cantiere un figlio.
Difficile? A me pare assolutamente spontaneo pensare, in un ambito rurale, che i figli siano ricchezza. Mio nonno materno, che viveva in un paese nell'entroterra ligure, aveva otto fratelli e sorelle. Quando torno' dalla prima guerra mondiale ando' a lavorare in citta' (a Savona) e quando mise su famiglia ebbe due sole figlie. Una delle due ebbe un solo figlio (il sottoscritto) il quale ne ha zero... E scommetto che storie familiari simili sono comuni a molti di noi, dato che l'Italia e' uno dei paesi a piu' bassa natalita'. Lo stesso e' accaduto nelle aree piu' sviluppate dell'Asia, come Hong Kong (media di 0.92 figli per ogni donna) e Singapore, e sta succedendo in Cina dove il governo sta avendo ripensamenti sulla one-child policy (peraltro mai completamente messa in atto nelle aree rurali, dove vivono i due terzi della popolazione: il fertility rate previsto dalle normative in vigore e' una media di 1.47 figli per coppia, e quello reale e' ufficialmente circa 1.5).
E' vero che ciò capita a molte donne africane? Se la risposta è sì, allora certamente la mancanza di contraccettivi, le tradizioni culturali e religiose e l'assenza di pianificazione giocano un ruolo, forse non trascurabile, nel problema che ci occupa.
In una societa' in cui non c'e' lavoro indipendente per le donne, l'unica alternativa e' tra essere madre di famiglia, prostituta o morire di fame... E se sei madre di famiglia i tuoi interessi economici coincidono con quelli del nucleo familiare.
Nessuno può negare che l'aumento di bocche da sfamare complichi la vita di una famiglia povera, invece di semplificarla, perché per lungo tempo il nuovo arrivato è un peso, invece di essere un aiuto.
Lungo tempo? In societa' agricole i figli iniziano a dare una mano quando sono bambini (p.es. portando il bestiame al pascolo). L'ostilita' verso il lavoro minorile e' un valore che si e' formato nel momento in cui esso e' diventato un ostacolo all'istruzione: ma in societa' arretrate non c'e' scolarita', o al massimo e' limitata ai primissimi anni.
Inoltre, l'alto tasso di natalità nei paesi poveri è spesso accompagnato da un alto tasso di mortalità, specie infantile (si pensi ai morti per malaria, dengue, denutrizione, ed altre malattie endemiche).
Certo che c'e' correlazione, ma la freccia causale e' rovesciata rispetto a quella che tu implichi: se c'e' alta probabilita' che un figlio ti muoia, tendi a farne di piu' per non correre rischi.
In termini economici, un figlio morto in tenera età è una "perdita secca", cioè un costo non compensato da alcun ricavo.
Il costo e' tanto piu' basso quanto piu' tenera e' l'eta' a cui muore. Siccome la mortalita' infantile e' concentrata nei primissimi anni, fare piu' figli e' sicuramente una strategia economicamente razionale.
Ma se si vuole intervenire, dall'esterno, per aiutare queste popolazioni ad uscire dal sottosviluppo, non c'è dubbio che sia più facile e rapido aiutare 500 milioni di persone, di quanto sia aiutarne, poniamo, 2 miliardi.
Ma questo e' precisamente l'errore. In primo luogo, la tesi per cui il PIL per persona si aumenta riducendo il numero delle persone deriva da una variante del "modello superfisso": il PIL tende a crescere col numero di abitanti, non resta costante.
In secondo luogo, per aiutare un paese a uscire dal sottosviluppo le elemosine servono a poco: quello che conta e' investire nelle loro economie e comprare i loro prodotti (e qui smantellare la protezioni all'agricoltura nei paesi industrializzati sarebbe un passo importante).
Un frequente ostacolo agli investimenti e' che nei paesi poveri spesso i sistemi legali sono deboli e i governi corrotti e cleptocratici: incoraggiare i cittadini a migliorare la governance del loro paese e' probabilmente la battaglia piu' importante e difficile. In queste condizioni, le donazioni spesso ottengono un effetto perverso: incoraggiano la corruzione degli intermediari (i governi nazionali) e sovente competono con i produttori locali mettendoli fuori gioco (chi puo' fare concorrenza a merci che arrivano gratis?). In definitiva, scoraggiano l'autosufficienza e ritardano lo sviluppo.
|
Difficile? A me pare assolutamente spontaneo pensare, in un ambito rurale, che i figli siano ricchezza. Mio nonno materno, che viveva in un paese nell'entroterra ligure, aveva otto fratelli e sorelle. Quando torno' dalla prima guerra mondiale ando' a lavorare in citta' (a Savona) e quando mise su famiglia ebbe due sole figlie. Una delle due ebbe un solo figlio (il sottoscritto) il quale ne ha zero... E scommetto che storie familiari simili sono comuni a molti di noi, dato che l'Italia e' uno dei paesi a piu' bassa natalita'.
E' un fenomeno noto a tutti quelli che hanno una certa età, me compreso, che prima si facessero più figli di quanti se ne facciano oggi (e non solo in campagna, e non solo fra le famiglie povere). Mi limito a mettere in dubbio la spiegazione prevalentemente "economica" di un fenomeno che invece è complesso, perché collegato anche a tantissimi altri aspetti, religiosi, psicologici, culturali, nonché tribali. Il fatto che anche le famiglie più agiate, in passato, fossero più numerose, da solo, rende invalida l'eguaglianza povertà = più alta natalità.
Lungo tempo? In societa' agricole i figli iniziano a dare una mano quando sono bambini (p.es. portando il bestiame al pascolo).
Verissimo. Resterebbe da dimostrare che il saldo ricavi meno costi è positivo, e per quanto tempo (o a partire da quale età)...
Il costo e' tanto piu' basso quanto piu' tenera e' l'eta' a cui muore.
Proseguendo nel ragionamento, il costo diventa zero quando il figlio non nasce, cioè non lo si mette al mondo...
In sostanza, le perplessità che manifesto sono di due ordini.
a) attribuire al calcolo economico la causa di un fenomeno complesso come la natalità mi sembra insufficiente e perciò discutibile, sia perché trascura altre cause, forse più importanti, sia perché presuppone, nella maggior parte degli individui, un calcolo ed una consapevolezza che sono lungi dall'essere dimostrati;
b) la relazione causa - effetto presuppone l'assenza di feedbacks positivi che, invece, io ritengo presenti
|
...mi limito a mettere in dubbio la spiegazione prevalentemente "economica" di un fenomeno che invece è complesso, perché collegato anche a tantissimi altri aspetti, religiosi, psicologici, culturali, nonché tribali...
Attenzione alla natura con cui si manifesta la razionalità economica. Non è certo un calcolo fatto a tavolino da ciascuno degli interessati. Si tratta molto semplicemente di comportamenti vincenti (perchè ragionevoli) che poi si diffondono attraverso tradizioni, attitudini psicologiche ecc. La cultura conta, anche per l' economista, specie laddove deve progettare delle riforme. Cio' non toglie che la ragione mantenga un suo dominio.
Passando ad altro.
C' è chi soffre dei problemi relativi ad una fertilità eccessiva ma c' è anche chi è nella condizione opposta, penso all' Italia. Per chi reputa la denatalità un ostacolo, come ovviare? Con sussidi a raffica? Il liberale è colto subito da istintiva repulsione e va in cerca di alternative. Quanto detto nell' articolo potrebbe darci un suggerimento: ritrasformare i bambini da "beni di consumo" a "beni d' investimento". In quanto beni di consumo, infatti, subiscono una concorrenza troppo serrata e la sottoproduzione, per chi la reputa tale, è certa. Il passaggio auspicato non puo' poi certo avvenire reintroducendo i tipici costi di transazione che rendevano convenienti economie di tipo domestico. Sicuro che invece, un abbassamento delle garanzie intorno alle future prestazioni pensionistiche e sanitarie, oltre a sviluppare i mercati che forniscono questi servizi, potrebbero rivelarsi anche un' efficiente politica famigliare. Due piccioni con una fava.
|
"Sicuro che invece, un abbassamento delle garanzie intorno alle future prestazioni pensionistiche e sanitarie, oltre a sviluppare i mercati che forniscono questi servizi, potrebbero rivelarsi anche un' efficiente politica famigliare. Due piccioni con una fava"
beh ma allora il modello africano è vincente. io propongo anche di introdurre la malaria.
|
|
|
Magari l' Utilitarista e il Cattolico faranno comunella per sponsorizzare la riforma. Con una fava del genere ci sarà cacciagione da dividersi in modo proficuo per entrambi.
A proposito, colgo l'occasione per chiarire che il mio anti-Malthusianesimo non e' affatto determinato da motivi di carattere religioso: personalmente sono agnostico (anche se il mio profilo su Facebook mi definisce Frisbeeteriano :-) ).
|
per risponderti velocemente perché altrimenti il dibattito sarebbe interminabile e le precisazioni infinite: io concordo con chi vede l'economia come fatto sociale totale, per dirla alla Mauss. Un esempio di analisi di questo tipo è l'analisi del circuito di scambio Kula, reso celebre da Malinowski nel 22 ma su cui il dibattito è tuttora acceso (quel circuito di scambio esiste ed è in buona salute ancora oggi). Poi non considero accettabile questo il tuo prevedere a cosa possa portare la tua soluzione 2. E' la stessa cosa dicasi per la tua affermazione
"Attenzione alla natura con cui si manifesta la razionalità economica. Non è certo un calcolo fatto a tavolino da ciascuno degli interessati. Si tratta molto semplicemente di comportamenti vincenti (perché ragionevoli) che poi si diffondono attraverso tradizioni, attitudini psicologiche ecc. La cultura conta, anche per l' economista, specie laddove deve progettare delle riforme. Cio' non toglie che la ragione mantenga un suo dominio."
Evidentemente non ti piace la discussione che è stata fatta attorno alla nozione di habitus e della razionalità interna a ciascun habitus. Per come la vedo io dire che la ragione mantiene sempre il suo dominio significa dire che la violenza strutturale e fisica riesce benissimo nel suo compito. Sto sempre parlando di africa ovviamente.
Le posizioni sono distantissime mi pare e questo rende impossibile il dibattito, a mio modo di vedere.
saluti
|
Il costo e' tanto piu' basso quanto piu' tenera e' l'eta' a cui muore. Siccome la mortalita' infantile e' concentrata nei primissimi anni, fare piu' figli e' sicuramente una strategia economicamente razionale.
Per dire ciò non si dovrebbe anche tener conto del costo fisso della maternità?
|
Per dire ciò non si dovrebbe anche tener conto del costo fisso della maternità?
Se partorisci in ospedale e ti devi pagare le spese, si'. Ma se lo fai in una casa di campagna, o in una capanna di paglia e fango, l'unico costo e' quello di opportunita' - che come ricordava Gian Luca, in un'economia preindustriale e' prossimo a zero.
|
Non so se possa essere considerato attinente alla lettera di Gian luca, ma segnalo questo articolo di Repubblica http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/scienza_e_tecnologia/sesso-giappone/sesso-giappone/sesso-giappone.html?ref=search
relativo al Giappone, vale a dire un paese all'estremo opposto dello sviluppo economico, dove pare che un matrimonio su quattro sia in bianco
Tornando alla lettera di Gian Luca, mi sembra però che sia troppo focalizzata sull'aspetto rurale delle nazioni del terzo mondo
Occorerebbe sapere cioè, se il tasso di fertilità sia elevato (sospetto di si) anche nelle megalopoli sovraffollate dell'Africa, dove l'interesse e la spinta ad avere braccia da usare nei campi dovrebbe essere meno sentito
|
"Essendo l'agricoltura poco meccanizzata la sola attivita' economica, le famiglie hanno bisogno di braccia per coltivare il terreno."
La popolazione africana, negli ultimi 30 anni, ha ribaltato le percentuali "classiche". Da un buon 80% di popolazione rurale ed un 20% circa urbana i rapporti si stanno invertendo. Ovviamente parlo di Africa subsahariana. L'africa del nord è un caso diverso. Del Sud Africa non so niente. Ed in effetti non si dovrebbe parlare di Africa o anche di Africa subsahariana ma solo di singoli paesi, e anche questi sono enormi.
"In assenza di mercati finanziari, i genitori hanno bisogno di bambini per assicurarsi contro i rischi della vecchiaia."
Non in assenza di mercati finanziari ma in assenza di un welfare state decente che assicuri sostegno nelle situazioni di debolezza, vecchiaia compresa. E' questo il problema fondamentale. Il passaggio da una solidarietà di tipo familiare (per forza di cose è ancora spessissimo così, su altro non si può fare affidamento) ad una società di "cittadinanza". Se poi mi dite che senza mercati finanziari non si può creare uno "stato sociale"... beh non me ne intendo e prendo per buona la cosa, con beneficio di inventario ovviamente. Quello che voglio dire è che le relazioni meccaniche del tipo mercati finanziari -> decremento della crescita di popolazione non funzionano. I fattori da considerare sono moltissimi e limitarsi al dominio dell'economia non funziona, mai. Sopratutto dove l'economia non è autonoma ma molto spesso ancora "dipendente" e intrecciata alla parentela, la religione ecc
"La fertilita' nel Regno Unito comincio' a scendere attorno al 1890, non perche' i contadini britannici siano diventati istruiti o abbiano ricevuto metodi avanzati di contraccezione, ma perche' i benefici dell'aver figli erano scesi e i costi associati erano saliti."
Come si può confrontare Regno Unito DEL 1890 e Africa? In generale il Cambridge Group ha mostrato che questo affermazione, per quanto comunemente accettata, è in parte errata.
Nell’Inghilterra preindustriale, nel periodo che va dal 1500 circa al 1800, il nucleo familiare era composto di circa 4,75 persone. Nel Sud Europa le cose erano diverse, ma anche li non si può ne deve generalizzare. Tra l'altro è proprio con la rivoluzione industriale che in Inghilterra iniziano a svilupparsi le famiglie complesse. Certo non si parla del 1890. Che succede nel 1890? Si crea un mercato finanziario in inghilterra che inizia a dare incentivi alle famiglie? Non è ironia. E' ignoranza da parte mia.
"May e Guengant rendono un grande disservizio alle popolazioni africane suggerendo che il problema risiede nel fatto che a molte donne africane e' impedito ottenere contraccettivi a causa di "diseguaglianze tra i sessi, tradizioni culturali e religiose e servizi di pianificazione familiare inadeguati"."
Invece è proprio così. Tutti i dati storici dicono che è lo sviluppo e le nuove ricchezze, o il loro miraggio, che fanno aumentare la popolazione. A questo si deve sommare la non diffusione di mezzi contraccettivi economici e disponibili a tutti e l'"opposizione" di certi sistemi culturali e religiosi.
In particolare fino agli anni 50 pare che la popolazinoe africana sia stata tutto sommato in equilibrio.
Se in alcuni luoghi è arrivata fino a 7 bimbi per donna ciò è dovuto alle cure che hanno permesso di sconfiggere alcune malattie prima mortali e al cambiamento delle condizioni economiche dovuto allo "sviluppo". Nel breve periodo (decenni?) l'unica soluzione è l'istruzione e la diffusione dei contraccettivi.
"Suggerire che politiche governative indirizzate alla riduzione della fertilita' possano aiutare i paesi poveri a svilupparsi e' dannoso e intellettualmente disonesto."
Visto ciò che ho detto sopra ovviamente non concordo con voi. Prima di tutto bisogna ancora una volta analizzare il singolo paese o meglio, la singola regione. Poi bisogna prendere in considerazioni tutti i fattori non solo economici ma anche socio culturali. Detto questo bisogna essere molto cauti prima di trasportare analisi storiche sull'inghilterra del 1800 all'africa di oggi. E ovviamente limitarsi alla demografia e all'economia non funziona se si vuole tentare di provare a discutere con onestà.
Quello che mi interessa è che si esca dal tunnel dell'evoluzionismo meccanico per cui sono lo sviluppo e il mercato a portare benessere. E che si tenga bene conto che alcuni tipi di "mercato e sviluppo" che vengono quasi imposti in alcune zone africane portano al disordine e alla violenza perchè cozzano con il sistema socio culturale ancora ben radicato.
Questa la mia modesta opinione di non esperto di questioni africane.
|
Invece è proprio così. Tutti i dati storici dicono che è lo sviluppo e le nuove ricchezze, o il loro miraggio, che fanno aumentare la popolazione. A questo si deve sommare la non diffusione di mezzi contraccettivi economici e disponibili a tutti e l'"opposizione" di certi sistemi culturali e religiosi.
In particolare fino agli anni 50 pare che la popolazione africana sia stata tutto sommato in equilibrio.
E certo che erano in equilibrio, morivano come le mosche!
Se in alcuni luoghi è arrivata fino a 7 bimbi per donna ciò è dovuto alle cure che hanno permesso di sconfiggere alcune malattie prima mortali e al cambiamento delle condizioni economiche dovuto allo "sviluppo".
Appunto, ma i bimbi nascevano anche prima e pure di piu', solo che magari ne morivano cinque o sei! Mica ho detto che non bisogna dar loro medicine, o tenerli nelle campagne: quella e' la linea di taluni "ambientalisti" tipo Alexander King, uno dei fondatori del Club di Roma (un'organizzazione regressista che negli anni '60 era ossessionata dalla sovrappopolazione). Nel 1990 King scrisse: "I miei dubbi vennero quando il DDT fu introdotto in Guyana: in due anni, quali elimino' la malaria, ma allo stesso tempo in tasso di nascite era raddoppiato. Cosi' il mio principale motivo di opposizione al DDT, in retrospettiva, era che grandemente peggiorava il problema della sovrappopolazione". In altri termini, era contrario al DDT perche' salvava vite umane!
Dal canto loro, le popolazioni, quando ne hanno l'opportunita', scelgono lo sviluppo (la giornalista del pezzo linkato dice che lo fanno "per motivi misteriosi" -- io invece trovo misterioso che a vivere le gioie della foresta non ci vada lei).
Quello che mi interessa è che si esca dal tunnel dell'evoluzionismo meccanico per cui sono lo sviluppo e il mercato a portare benessere.
Qui stiamo discutendo di sviluppo, non di mercato. Che il mercato lo garantisca meglio della pianificazione socialista mi pare abbastanza provato dall'evidenza storica, ma comunque sempre meglio il socialismo del sottosviluppo tribale. Qui in East Asia si dice: "il socialismo e' la fase di transizione tra feudalesimo e capitalismo" :-)
E che si tenga bene conto che alcuni tipi di "mercato e sviluppo" che vengono quasi imposti in alcune zone africane portano al disordine e alla violenza perchè cozzano con il sistema socio culturale ancora ben radicato.
Eh? Quali? Le stragi in Biafra, Ruanda, Congo sono state portate da "sviluppo e mercato" imposti a bon savages rousseauiani? Lo Zimbabwe sta andando a picco per le politiche liberal-progressiste di Mugabe?
|
Essendo l'agricoltura poco meccanizzata la sola attivita' economica, le famiglie hanno bisogno di braccia per coltivare il terreno.
Vero. Non ne consegue che la spiegazione sia:
In assenza di mercati finanziari, i genitori hanno bisogno di bambini per assicurarsi contro i rischi della vecchiaia. I costi dell'istruzione sono nulli, perche' non c'e' alcuna istruzione. Il costo di opportunita' per le donne dell'avere figli e' prossimo a zero, perche' questa e' la cifra che guadagnerebbero sul mercato del lavoro.
perché quanto sopra è un'ottima spiegazione "economica" del perché i poveri facciano molti figli, ma risulta difficile pensare che faccia parte del ragionamento di una coppia di genitori del quarto mondo quando decide di mettere in cantiere un figlio.
May e Guengant rendono un grande disservizio alle popolazioni africane suggerendo che il problema risiede nel fatto che a molte donne africane e' impedito ottenere contraccettivi a causa di "diseguaglianze tra i sessi, tradizioni culturali e religiose e servizi di pianificazione familiare inadeguati".
E' vero che ciò capita a molte donne africane? Se la risposta è sì, allora certamente la mancanza di contraccettivi, le tradizioni culturali e religiose e l'assenza di pianificazione giocano un ruolo, forse non trascurabile, nel problema che ci occupa.
Quando il tasso di fertilita' comincio' a scendere in Gran Bretagna, non c'erano servizi di pianificazione familiare e c'era abbondanza di diseguaglianze tra i sessi.
Vero. Ma ciò prova l'assunto che è l'aumento dei "costi" dei figli a provocare la diminuzione del tasso di natalità?
Perché la tesi è: non la natalità provoca la povertà, ma è la povertà a provocare un alto tasso di natalità.
Trovo il ragionamento incompleto, ed in parte non condivisibile.
Nessuno può negare che l'aumento di bocche da sfamare complichi la vita di una famiglia povera, invece di semplificarla, perché per lungo tempo il nuovo arrivato è un peso, invece di essere un aiuto. Inoltre, l'alto tasso di natalità nei paesi poveri è spesso accompagnato da un alto tasso di mortalità, specie infantile (si pensi ai morti per malaria, dengue, denutrizione, ed altre malattie endemiche).
In termini economici, un figlio morto in tenera età è una "perdita secca", cioè un costo non compensato da alcun ricavo.
Ritengo i due fenomeni (povertà e natalità) strettamente interdipendenti. In altre parole, sono l'uno una sorta di feedback positivo che agisce esasperando l'altro e viceversa.
Ma se si vuole intervenire, dall'esterno, per aiutare queste popolazioni ad uscire dal sottosviluppo, non c'è dubbio che sia più facile e rapido aiutare 500 milioni di persone, di quanto sia aiutarne, poniamo, 2 miliardi.