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Prima di addentrarci nella cronaca ed analisi dell'incontro, vorremmo
menzionare un semplice fatto di costume che a nostro avviso esemplifica
differenze di fondo importanti tra italiani e americani. L'evento si
teneva nella piccola biblioteca dell'istituto. Epifani e Gaggi,
il giornalista del Corriere che si è gentilmente prestato a fare da
moderatore, sedevano ad un lato del tavolo che occupa buona parte della
stanza. Ebbene, coloro che sono arrivati tra i primi hanno occupato
tutte le sedie appoggiate alle pareti e agli scaffali, lasciando le
sedie attorno al tavolo ai ritardatari. Se gli astanti fossero stati americani, si sarebbe verificato l'esatto opposto. I primi si sarebbero
seduti nei posti che avrebbero dato loro una maggiore visibilità
dell'ospite, una maggiore facilità di ascolto, e infine una maggiore
chance di prendere la parola. Che si tratti di deferenza e/o diffidenza
per il potere, più o meno costituito? O che altro?
Sindacato in difficoltà.
L'unica parte dell'incontro in cui Epifani ha fornito un'analisi lucida è stata quella dedicata alle difficoltà che il sindacato incontra a
seguito dei processi che Epifani e molti altri chiamano globalizzazione e finanziarizzazione. Entrambi i neologismi ci paiono particolarmente fastidiosi, ma non ci soffermiamo sul perché in questa sede.
La
globalizzazione è un problema per due motivi. Venute a cadere molte
delle barriere all'investimento diretto all'estero, il sindacato si
trova spesso in posizioni negoziali molto deboli di fronte ad imprese
che minacciano di portare la produzione all'estero. Al buon Epifani e
ai suoi colleghi non è sfuggito che il problema non sarebbe così
grave se i sindacati delle varie nazioni facessero fronte unito di
fronte alle imprese. L'obiettivo principale del suo viaggio a New York
era la partecipazione a un incontro che gettasse le basi di una sorta
di internazionale del sindacato. A noi pare ovvio che il tentativo
cadrà nel vuoto, perché i sindacati europei non riusciranno mai a
convincere i colleghi dei paesi in via di sviluppo a osteggiare i
flussi di foreign direct
investment che provengono dai paesi ricchi. L'altro problema dovuto
alla globalizzazione consiste nel fatto che molte delle normative
osteggiate dai sindacati non hanno origine a Roma, bensì a Bruxelles e
in consessi extra-europei come la World Trade Organization. Al sindacato viene a mancare quello che consideravano il referente naturale, ossia il governo.
Secondo Epifani, la finanziarizzazione,
che non è altro che il frazionamento della proprietà delle imprese,
sarebbe un problema perché, a differenza del padrone, il management non
ha un forte attaccamento al territorio ed è portatore di interessi che
spesso sono assai più difficili da comprendere e prevedere. Una delle perle di saggezza di Epifani a questo proposito è stata che gli hedge funds
inducono scelte d'investimento discutibili da parte delle aziende.
Quale sia il modello o ragionamento che generi questo risultato, non è
dato sapere.
Dirigismo. Ciò che ci ha provocato
particolare raccapriccio è stato il continuo riferimento al ruolo,
secondo il Nostro irrinunciabile, che lo Stato, il Sindacato, e
addirittura le organizzazioni sovra-nazionali dovrebbero giocare
nell'organizzazione della vita dei cittadini. Si lamenta il declino dei
mirabili distretti industriali italiani? Ebbene, lo Stato (ovviamente
in consultazione con il Sindacato) dovrebbe far crescere nuovi
distretti. La contrattazione che porta ai contratti nazionali di lavoro
dovrebbe essere coordinata a livello europeo, non solo nazionale. E
addirittura le fluttuazioni nei corsi di cambio fra valute dovrebbero
essere governate da una regolazione "pluralistica" e sovranazionale dei
mercati di cambio. Tra le varie espressioni che Epifani ha usato per
indicare questo ruolo, una che ci ha colpiti è il "governo dei sistemi
complessi." Secondo il sindacalista, lo stato deprecabile sia dei trasporti che delle università italiane sarebbe dovuto alla supposta
incapacità italiana di governare sistemi che, come appunto i trasporti
e l'università, sono complessi. Cosa esattamente intendesse con
'sistemi complessi', non è dato sapere. Ci pare una di quelle
locuzioni fumose usate dagli esperti di economia aziendale quando si
accorgono che non hanno proprio nulla da dire. Sappiamo però molto
bene cosa intendesse quando parlava di "governo" di quei sistemi.
Intendeva: regolazione, regolamentazione, e molto più spesso fornitura
diretta di servizi da parte dello Stato. In questa sede, limitiamoci a
considerare le università, che conosciamo bene sia da studenti che da
docenti. È noto a tutti che i Paesi in cui le Università producono
migliore ricerca e migliore educazione sono quelle in cui il ruolo del
governo è inferiore. Quale il movente, dunque, che porta gente come
Epifani ad invocare lo Stato? Cecità intellettuale di matrice
ideologica, o più semplicemente brama di potere? Una brama molto più
facile da soddisfare quando si tiene il guinzaglio ben stretto nella
mano? Quando si accenna alla casta dominante italiana (politici,
sindacalisti, capitani e tenentelli
d'industria), siamo spesso convinti che l'ideologia c'entri ben poco.
Ne fa testo il continuo rimescolarsi delle alleanze politico-economico-finanziarie.
Nel caso di Epifani, però, siamo propensi a ipotizzare che l'ideologia
abbia avuto un ruolo determinante nella crescita di quelle spesse
fettine di prosciutto che non gli permettono di vedere poco più in là
del proprio naso.
Precariato. Ovviamente, il Nostro non
ha mancato l'occasione di propinarci una tirata sul precariato. La
stabilità del posto di lavoro è la stella cometa non solo del nostro
relatore, ma di tutta la sinistra italiana. A questo proposito, Gian
Luca ha avuto la possibilità di porre una domanda, semplice semplice.
Si è limitato a chiedere ad Epifani perché fosse così ossessionato
dalla stabilità del posto, piuttosto che dalla stabilità (o, meglio,
prevedibilità) dei consumi. Negli Stati Uniti, la maggior parte dei
lavoratori è licenziabile 'at will', cioe' senza pre-avviso
e senza motivazione. Perché gli americani, sebbene questa spada di
Damocle sia sempre in agguato, riescono a dormire? Perché non fanno
processioni a Washington, modello Piazza San Giovanni? Per una serie di
buone ragioni: 1) il mercato del lavoro è molto più flessibile, sicché
perdere il posto non significa essere condannati a mesi, se non anni di
disoccupazione 2) c'è un sistema di assicurazione pubblica contro i
licenziamenti, noto come unemployment insurance
e 3) ci sono mercati finanziari che, permettendo accesso al credito al
consumo, consentono ai più di mantenere stabili i livelli di spesa
anche in periodi di disoccupazione. Allo stesso tempo, la flessibilità
del sistema fa sì che vi sia una continua riallocazione
di risorse umane tra imprese. Tale flessibilità gioca un ruolo chiave
in termini di crescita della produttività. Purtroppo Epifani non ha
risposto. Si è limitato a contro-battere che la mobilità dei
lavoratori nel settore privato è molto forte, che il volume di riallocazione
in Italia è paragonabile a quello degli Stati Uniti, e che il problema
non è l'articolo 18. Tempo medio allocato da Epifani alle altre
risposte: 15 minuti. Tempo utilizzato per rispondere a Gian Luca: 15
secondi.
Pensioni. In materia di pensioni, Epifani ci ha sorpresi. Non ha proposto alcuna soluzione, ma ha
perlomeno ammesso, cosa non da poco, che la dinamica demografica pone
un problema di difficile soluzione. Alcuni suoi colleghi si sarebbero rifugiati in una inutile refutazione dei dati. Onore dunque al prode Guglielmo, che si è guardato dal farlo.
Salari e meritocrazia.
Dopo il recente intervento del Governatore Draghi a proposito del
livello medio dei redditi in Italia, la questione della bassezza dei
salari italiani è diventata il leitmotiv del pubblico
dibattito in Italia. Dopo aver sostenuto che "il 90% degli stipendi
italiani è compreso fra i 1.000 e i 1.500 euro netti mensili", Epifani
ha commentato la sua recente proposta di ridurre il prelievo fiscale
dei lavoratori dipendenti per un ammontare pari a circa un punto
percentuale di PIL. Questo però non tanto allo scopo di ridurre la
spesa pubblica (ci mancherebbe!) quanto per poter aumentare la
tassazione del patrimonio! E quando Gaggi
ed altri hanno argomentato che i bassi livelli di crescita e
produttività oggi osservati in Italia (cosa di cui lo stesso Epifani si è lamentato, badate bene!) sono legati alla mancanza di meritocrazia,
di flessibilità e di incentivi appropriati, Epifani ha ribattuto "Già
abbiamo difficoltà ad ottenere 80-90 Euro di aumento, figuriamoci se
possiamo spingere la meritocrazia!" Questa miopia ci sembra davvero
illuminante: l'enfasi del dibattito in
Italia raramente è posta su modi possibili di aumentare la dimensione
della torta (cioè, stimolare la crescita); viene posta invece quasi
interamente su questioni di redistribuzione. Si propone di ridurre la
pressione fiscale sul lavoro dipendente per aumentarla sul patrimonio;
si osserva che se un amministratore delegato prende 12-15 milioni di
Euro al mese mentre un operaio ne prende 1.000, ciò "crea un problema";
si lamenta la mancanza di innovazione e di investimenti da parte delle
imprese, ma poi ci si barrica dietro le battaglie salariali invece di
pensare alla ricerca di flessibilità ed incentivi appropriati... La
chiusura è stata avvincente. Secondo Epifani, l'Italia sta importando
sistemi di compensazione degli alti dirigenti dagli Stati Uniti. Con
tali sistemi, si riferisce ai compensi degli AD, per esempio,
commisurati all'andamento delle azioni delle rispettive aziende, si
rischia di introdurre invidia nella società italica, invidia che potrebbe avere effetti deleteri...
Conclusione.
Ci siamo divertiti. Come non avremmo potuto? A pensarci bene, però,
viene da piangere. Epifani è a tutti gli effetti elemento di quella
che D'Alema, con la sua solita spocchia, chiama classe dirigente. Con D'Alema
condivide l'età (li separa un solo anno), gli studi di filosofia
(almeno Epifani il pezzo di carta l'ha preso), l'indubbia intelligenza,
e il fatto che sono riusciti ad arrivare vicini ai sessant'anni senza aver mai lavorato un'ora in vita loro. (A tale proposito, si veda wikipedia). Il problema veramente grave, però, è che Epifani, e con lui maggior parte
della classe dirigente, non ci capiscono proprio nulla. Usano schemi
interpretativi della realtà che sono morti e sepolti, e non riescono a
staccarsi da questi neanche di un millimetro. E con tutto ciò, ben
pochi osano mettere in discussione il vecchio e collaudato modello, la
concertazione, i contratti nazionali, il ruolo preminente che lo Stato
stesso conferisce al Sindacato per qualsiasi questione di politica
economica. Come al solito, non ci resta che piangere.
Nota: i commenti sono di proprieta' degli autori, che ne sono responsabili.
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No Pippi, devi argomentare un po' meglio altrimenti il dibattito si incaglia. Cosa ti fa presumere che la precarietà c'entri qualcosa con le morti della Thyssen Krupp? Secondo il sito dell'azienda la fabbrica occupa 3500 dipendenti. Imprese di queste dimensioni in Italia hanno quasi sempre una presenza sindacale assai forte e una quota di precariato ridotto. Può darsi che la Thyssen Krupp sia un'eccezione, ma non l'ho visto dire da nessuna parte. Indica per favore da dove arriva la tua citazione
Gli operai di Torino (precari, flessibili) dicono: "Sapevamo che il luogo di lavoro non era in condizioni di sicurezza, ma tacevamo per il timore di essere licenziati".
e magari assicuraci che veramente alla Thyssen Krupp non esista presenza sindacale né lavoratori a tempo indeterminato.
Per quanto riguarda il sonno degli americani, ti assicuro che se dormono meglio non è perché sono geneticamente superiori a noi. Infatti molti di loro hanno esattamente gli stessi geni nostri, essendo figli e nipoti di italiani immigrati.
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www.annozero.rai.it, a un certo punto la borromeo intervista un operaio e mi è sembrato di capire che erano più o meno piuttosto precari. L'operaio racconta anche come abbia chiamato la asl a un certo punto, ma la cosa si sia persa in burocrazia.
E non credo che gli stati uniti siano un paradiso per gli operai, non conosco i dati, ma mi sembra a più riprese di aver sentito percentuali superiori al 5% di lavoratari costretti a due lavori per sopravvivere. E poi basta andare in uno dei tanti negozietti gestiti da cingalesi/indiani/immigrati vari per rendersi conto di prima persona di quanto tanto lavorano semplicemente per arrivare alla fine del mese, negozietti molto spesso aperti dal lunedì alla domenica. Non sono poi così tanto convinto che la classe proletaria/operaia/low income americana sia poi così soddisfatta e felice. Non che con questo voglia dire che l'italia non abbia bisogno di drastici cambiamenti, a ognuno il suo direi.
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E non credo che gli stati uniti siano un paradiso per gli operai, non conosco i dati, ma mi sembra a più riprese di aver sentito percentuali superiori al 5% di lavoratari costretti a due lavori per sopravvivere. E poi basta andare in uno dei tanti negozietti gestiti da cingalesi/indiani/immigrati vari per rendersi conto di prima persona di quanto tanto lavorano semplicemente per arrivare alla fine del mese, negozietti molto spesso aperti dal lunedì alla domenica.
Non lavorano "per arrivare alla fine del mese", ma perche' sanno che e' la strada maestra per migliorare le proprie condizioni di vita. Contrariamente all'Europa, in Asia nessuno si aspetta la manna dal cielo: invece di chiedere alti salari e meno ore lavorate per lavori a basso valore aggiunto, secondo la bizzarra logica sindacale, chi guadagna poco cerca di passare a lavori piu' produttivi, in primo luogo investendo in istruzione per i propri figli. Ed e' questa la ragione per cui l'Asia e' in rapida crescita, e l'Europa in declino.
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Caro Enzo, come credo tu sappia, la crescita impetuosa di Giappone, Corea e Singapore prima, e di Cina, Vietnam, e Tailandia poi, e' stata studiata in lungo e in largo da economisti di ogni risma. La conclusione cui sembra si sia arrivati e' che, fatte salve poche eccezioni (brevi periodi per un sottoinsieme di Paesi), questa crescita si e' dovuta all'aumento delle dotazioni di capitale fisico (impianti, macchine) ed umano (istruzione) per capita. E non, come si credeva in un primo tempo, alla crescita di quella che chiamiamo total factor productivity. Questa, mi pare di capire, e' anche la tua conclusione.
I Paesi Europei che ristagnano, tra cui l'Italia, non devono questa stagnazione alla mancata crescita di queste dotazioni, che sono tra le piu' alte del mondo. Devono la stagnazione alla mancata crescita di produttivita', cioe' all'incapacita' di combinare i fattori a disposizione (capitale fisico e umano) nel modo piu' efficiente possibile.
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Caro Enzo, come credo tu sappia, la crescita impetuosa di Giappone, Corea e Singapore prima, e di Cina, Vietnam, e Tailandia poi, e' stata studiata in lungo e in largo da economisti di ogni risma. La conclusione cui sembra si sia arrivati e' che, fatte salve poche eccezioni (brevi periodi per un sottoinsieme di Paesi), questa crescita si e' dovuta all'aumento delle dotazioni di capitale fisico (impianti, macchine) ed umano (istruzione) per capita. E non, come si credeva in un primo tempo, alla crescita di quella che chiamiamo total factor productivity. Questa, mi pare di capire, e' anche la tua conclusione.
Assolutamente. La mia evidenza e' anedottica, ma abbastanza estensiva dato che vivo a Hong Kong da 20 anni. Se si fosse seguita la strada preferita dai sindacati (tutela "del posto di lavoro", aumenti salariali indipedenti dalla produttivita' e spesa pubblica per rimpiazzare scarsi investimenti privati), oggi il territorio sarebbe morto e defunto, anche perche' nessuno mette su attivita' industriali quando a pochi chilometri di distanza la manodopera costa dieci - venti volte di meno. Invece l'economia in tre decenni si e' trasformata rapidamente nella direzione dei servizi, commerciali e finanziari, e ha cambiato in opportunita' quella che avrebbe potuto essere una sfida competitiva. Conosco persone che hanno cominciato a lavorare in fabbrica a 12 anni, sono andate a scuola serale a imparare i rudimenti di contabilita' e commercio, hanno lavorato sodo, e oggi hanno piccole ditte di import-export che fatturano 30 milioni di dollari all'anno (e anche i loro impiegati hanno reddito e qualita' della vita incomparabilmente migliori di quelle che avrebbero avuto con politiche economiche immobiliste).
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Solo una nota "tecnica", forse fin troppo tecnica, ma non irrilevante. Non credo che l'affermazione di GianLuca secondo cui
La conclusione cui sembra si sia arrivati è che, fatte salve poche eccezioni (brevi periodi per un sottoinsieme di Paesi), questa crescita si è dovuta all'aumento delle dotazioni di capitale fisico (impianti, macchine) ed umano (istruzione) per capita. E non, come si credeva in un primo tempo, alla crescita di quella che chiamiamo total factor productivity.
sia corretta. Fatta eccezione per il Giappone - nessuno, che io sappia, ha mai sostenuto che la crescita di TFP in Giappone fosse bassa nei decenni sino al 1992-94, ed anche negli ultimi anni di ripresa mi sembra che la TFP cresca, anche senza dover scomodare Hayashi and Prescott - questa era la tesi avanzata da Alwyn Young in "The Tyranny of Numbers: Confronting the Statistical Realities of the East Asian Growth Experience." Quarterly Journal of Economics 110 (August 1995): 641-680. La medesima venne allegramente massacrata da Chang-Tai Hsieh nella sua tesi di PhD, i risultati principali della quale sono in "What Explains the Industrial Revolution in East Asia? Evidence from Factor Markets" The American Economic Review 92 (June 2002): 502-526. Il dibattito continua, ma non ho avuto l'impressione che la sostanza di quanto dimostrato da Hsieh venga messo in discussione e le affermazioni, facilone e molto teoricamente incoerenti, di Young mi sembrano scordate per sempre. Vorrei chiarire che questo aspetto tecnico della questione non cambia uno iota di quanto sia GianLuca che Enzo sostengono nel resto dei loro commenti, anzi.
Anzi, ora che ci penso, l'argomento è alquanto rilevante proprio per il caso italiano.
Chiariamo, anzitutto, che "TFP" è un costrutto residuale di tipo contabile che misura, fondamentalmente, quanto poveri sono i dati sulla qualità degli inputs fisici che usiamo. L'esistenza di un residuo positivo, che chiamiamo "TFP", nella sottrazione dal tasso di crescita del valore aggiunto di una somma pesata dei tassi di crescita dei fattori di produzione, è rilevante solo nelle decomposizioni della crescita che usano dati di "Kapitale" e "Lavoro" aggregati. Il residuo è rilevante soprattutto perché i dati usati sono altamente imprecisi, e lo sono perché incapaci di tener conto dei cambiamenti qualitativi in questi stessi fattori, ossia del progresso tecnico in loro incorporato. Per questa ragione puramente contabile (che a chiamarla "statistica" mi sembra di dargli troppa importanza) il contributo del progresso tecnico si scarica nel residuo. Dalla tesi di PhD di Zvi Griliches in poi abbiamo imparato che, quando i dati buoni ci sono (specialmente a livello micro) possiamo facilmente decomporre la crescita del valore aggiunto (o della produttività media) ad un incremento negli inputs "fisici", riducendo il contributo di TFP a zero.
Non può essere altrimenti, a meno che non si creda nelle favole delle esternalità, del progresso tecnico libero come l'aria che tutti respiriamo (ma allora, perché quell'aria libera e carica di buone idee in Italia ultimamente non spira più?) e dei rendimenti crescenti aggregati. Un esempio, fra gli svariati ma particolarmente ben fatto, di come avendoli ed usandoli intelligentemente i dati micro dimostrino che tutta la TFP è incorporata o in cambiamenti di beni capitali o in maggiore capitale umano, lo trovate qua, opera di Fabio Castiglionesi e Carmine Ornaghi. Lo raccomando agli interessati nella questione, anche perché usa dati spagnoli ed è quindi istruttivo per l'Italia. Questa osservazione (ossia, che il progresso tecnico è sempre incorporato in K e/o L) è però molto importante per capire l'importanza della competizione, degli incentivi, del profitto e della mobilità sociale nella determinazione del progresso materiale (oserei dire anche civile, ma mi trattengo altrimenti non finisco mai il commento) di un paese.
La produttività del lavoro in Italia non cresce da quasi vent'anni. Mentre cresce da quasi mezzo secolo - eccome, altrimenti come diavolo sarebbero riusciti ad aumentare il proprio reddito di un ordine di grandezza? - nei paesi asiatici ed è cresciuta anche qui in Italia tra la fine della seconda guerra mondiale e la fine degli anni 70. La produttività cresce in Asia (o negli USA, se è per quello) e cresceva nell'Italia del "miracolo economico" perché la gente apprende(va) lavori nuovi, si sforza(va) di far meglio quelli vecchi, s'inventa(va) nuovi prodotti e metodi di produzione, fa(ceva) investimenti in tecnologie avanzate o le imita(va) o addirittura le migliora(va), eccetera. Insomma, perché la gente (operai e contadini, imprenditori e padroncini, in realtà fa poca differenza) competeva e si dava da fare. Tutto questo la gente lo fa per vivere materialmente meglio, non perché ha un qualche desiderio di provare che le teorie economiche di Boldrin&Levine sulle cause dell'innovazione sono superiori (che lo sono) di quelle di Lucas, Romer ed Aghion! Perché - e questa è un'osservazione laterale e solo per gli adetti ai lavori - una delle tante prove che LRA hanno torto marcio è che, se loro avessero ragione, dovrebbe esserci più o meno tanta crescita del reddito in Italia quanta in USA, Corea del Sud o Inghilterra ... ed invece no!
Il problema, ritornando a noi, è che, in ogni dato paese X, la gente compete ed imita, s'inventa e s'ingegna, produce e s'arricchisce (insomma, fa crescere la TFP che è l'unico sintomo vero che i salari possono crescere) quando, da un lato ne vale la pena - ovvero, se guadagni 100 di più te ne rimane in tasca una quota sostanziosa e se fai meglio dell'altro lo danno a te il posto da direttore, ordinario, primario, non all'amico del giaguaro - dall'altro te lo permettono - ovvero, il sindacato non t'impedisce di cambiare i metodi di produzione o di ridurre l'occupazione in azienda se conveniente, ed il governo non t'intralcia qualsiasi cosa nuova a colpe di regolamenti insani e servizi pubblici osceni.
Soprattutto, siccome in ogni data popolazione la percentuale di gente che sa competere ed imitare, invertarsi ed ingegnarsi, produrre ed arricchirsi non è uguale al 100% ma è abbastanza meno (10%, forse 20%, ad occhio) questa gente lo fa nel paese X - facendo crescere il paese medesimo ed arricchendo anche quelli che nel paese X magari sanno inventarsi ed ingegnarsi meno però han voglia di lavorare e star meglio pure loro - se il paese X offre condizioni di lavoro e prospettive di guadagno e miglioramento personale migliori di quelle che offre il paese Y. Altrimenti, la gente ingegnosa e laboriosa si trasferisce nel paese Y, lasciando che nel paese X una banda d'incompetenti residuali occupi il potere e poi pontifichi cretinate (magari in gita pagata a NY) immiserendosi in termini relativi ma, soprattutto, immiserendo il paese X in termini assoluti. Che è quanto succede nel paese X, l'ex Bel Paese.
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Caro Andrea, mi spieghi cosa c'e' di male ad avere negozietti, o negozioni, aperti tutti i giorni, e anche di notte? In gran parte del mondo, e' la normalita'. La schiavitu', per quanto ne so, e' stata abolita in quasi tutti i Paesi. Se una persona, ad un determinato salario, e' disponibile a lavorare di notte o di domenica, perche' glielo vorresti vietare? Per il piacere di dimunuire l'occupazione? I consumi? Il benessere di tutti?
Per quanto riguarda gli americani low-income: di operaio hanno ben poco, visto che il settore manifatturiero produce circa il 20% del PIL, e i salari medi dell'industria non sono certamente tra i piu' bassi. I redditi bassi sono nei servizi a basso contenuto tecnologico e di capitale umano. Certo che i poveri americani non sono contenti. Come potrebbe essere altrimenti? Comunque, come dice Enzo, la retorica dell'arrivare a fine mese ed abbaiare alla luna perche' non si puo' andare in vancanza a Ladispoli non e' di casa qua da noi. C'e' un legame molto forte tra ore lavorate e reddito. Un lavapiatti, per esempio, non ha un orario ed un salario fissati dal contratto nazionale. Decide lui per quante ore lavorare, e guadagna in proporzione. Breve aneddoto: due settimane fa ero in un taxi a Boston. L'autista era un immigrato centrafricano. La moglie era in macchina con lui. Facevano due chiacchere. Abbiamo scambiato poche parole sulle rispettive esperienze di vita. Si da' il caso che avevano due figli, entrambi in una scuola cattolica a tempo pieno. Mi dicevano che costava molto piu' della scuola pubblica, che e' gratuita, ma valeva la pena farsi il mazzo per dare ai figli una chance...
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Forse non e' sorprendente, ma sottoscrivo in pieno quello che scrivono Enzo e Gian Luca.
Trovo veramente misteriosa questa abitudine di scandalizzarsi e stracciarsi le vesti quando la gente lavora la domenica, la notte, la mattina presto. Anche sotto casa mia c'e' il classico negozietto di alimentari (ma che vende un po' di tutto, dalla carta igienica al caffe' Lavazza), di proprieta' di una famiglia coreana. La moglie ci lavora dal lunedi' al venerdi', il marito il sabato e la domenica (probabilmente dal lunedi' al venerdi' ha un altro lavoro), le figlie aiutano quando possono.
Si fanno un mazzo cosi', e sono contentissimi. Hanno mandato due figlie al college, e pian piano costruiscono un futuro migliore per se' e per le loro figlie. Francamente non riesco veramente a vederci niente di male.
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non ho assolutamente nulla contro lavorare 24/7, è quello che faccio da tempo e quello che temo farò per parecchio tempo nel futuro prossimo lontano e non mi pagano neanche poi tanto :-) Però davvero non esagererei neanche con la retorica ultraliberista del vedere perfettamente a loro agio quella fetta della popolazione che non per scelta è costretta a fare molto spesso più di un lavoro o lavorare più o meno e basta non per arricchirsi o per piacere personale, ma semplicemente per mangiare. Mi direte voi, è necessario che qualcuno lo faccia, non esiste un sistema in cui questo non succeda: i'll buy that. Ma per piacere non propinatemi queste storie di bravi immigrati felici di spaccarsi la schiena per mandare i figli a scuola. E poi non mi stupisco affatto che il taxista della minority, e qui a boston è davvero difficile trovarne uno che non sia afroamericano, spera che i suoi figli eviteranno di fare la sua stessa fine, davvero non mi stupisco affatto. Purtroppo non c'è un sistema che ci rende tutti paperoni, questo è self evident, meglio vivere in un paese che funziona, piuttosto che in uno che sta andando alla rovina, tutti ragionamenti plausibili, ma i libri di economia non mi hanno portato ancora al punto da non riconoscere quanto sia triste vedere due persone dalla mattina alla sera dal lunedì alla domenica in un piccolo store senza mai sorridere dire thank you sir, have a nice day. Comunque non vado più in quel negozio, vivo in una zona più ricca ora, e la differenza si nota; probabilmente voi vivete in zone ricche e semplicemente non ve ne rendete conto.
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Concordo in pieno con Andrea, ottimo intervento. Non c'è dubbio alcuno sulla maggiore efficienza di un sistema economico come quello americano, ma (please) risparmiateci la morale del "sono tutti contenti perché at least they know they have a chance". Negli anni passati a Boston ho conosciuto decine di tassisti e gestori di "negozietti" 24/7. Se dovessi fare la mia statistica personale, 9 su 10 non erano affatto felici della vita che facevano, del Paese in cui vivevano e, sempre in 9 su 10, mi dicevano perché non me ne tornavo in Italia dove si vive meglio (avevo i miei dubbi quando mi dicevano ciò, ma non glielo dicevo). I discorsi sul sistema che funziona (in termini relativi) sono corretti. La morale meno.
Sul mercato del lavoro e la flessibilità: conosco un signore americano/indiano (laureato) che lavorava da 28 anni in una azienda come impiegato. Ad un certo punto a 54 anni viene laid off. Una domanda: ci si può davvero riqualificare a 54 anni con 28 anni di esperienza in un settore?
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Se dovessi fare la mia statistica personale, 9 su 10 non erano affatto felici della vita che facevano, del Paese in cui vivevano e, sempre in 9 su 10, mi dicevano perché non me ne tornavo in Italia dove si vive meglio
Oh bella, e perche' non ci andavano loro? Non dirmi che non li avrebbero lasciati entrare: da una nazione cosi' preoccupata del benessere dei piu' deboli, il meno che ci si puo' aspettare e' una cordiale accoglienza. O il benessere va solo assicurato con i soldi degli altri?
Sul mercato del lavoro e la flessibilità: conosco un signore americano/indiano (laureato) che lavorava da 28 anni in una azienda come impiegato. Ad un certo punto a 54 anni viene laid off. Una domanda: ci si può davvero riqualificare a 54 anni con 28 anni di esperienza in un settore?
E che, lavorava per l'unica ditta di quel settore? Ma anche se cosi' fosse, perche' della sua relativa improduttivita' avrebbe dovuto farsi carico proprio il suo datore di lavoro? Di nuovo carita' con i soldi altrui? Guarda che il capitale oggi e' altamente mobile, e se i ritorni sono bassi se ne va altrove. Spetta a chi lavora rendersi abbastanza utile da giustificare il proprio salario.
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Sono d'accordo con il commento di Sandro. Voglio anche aggiungere che se il collega Boeri scrive Oggi Tito Boeri scrive
"Le leggi ci sono già: la legislazione italiana è stata allineata nel corso degli Anni 90 agli standard comunitari, considerati i migliori su scala mondiale. Ma il problema è che non viene applicata. Perché lo sia ci vorrebbe una presenza capillare su tutto il territorio degli ispettori del lavoro - i cui controlli servono soprattutto per ridurre l’incidenza del lavoro sommerso - e degli ispettori anti-infortunistica delle Asl. Ma entrambi i servizi di ispezione sono sottodimensionati".
non sono assolutamente d'accordo. Come non sono d'accordo con Prodi, che ha espresso lo stesso concetto domenica da Fabio Fazio. Le ispezioni non sono l'unico modo per fare rispettare le disposizioni di legge. In parole povere: non conta solo la probabilita' di essere trovati in flagranza di reato. Conta anche l'entita' della pena e la certezza con cui questa viene amministrata. In Italia il problema non sta certo nella carenza di ispettori, ma piuttosto nella INcertezza della pena. O, meglio, nella certezza che il soggetto contravvenente sara' graziato.
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Gli operai di Torino (precari, flessibili) dicono: "Sapevamo che il luogo di lavoro non era in condizioni di sicurezza, ma tacevamo per il timore di essere licenziati".
Ma sbaglio, o quello stabilimento era comunque in via di chiusura? Che stabilita' si potevano mai aspettare?
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Dove, come si conviene, i "pietri" e gli "andrei" a cui rivolgo le domande sono pure figure simboliche, lberamente ispirate dai commenti cosi' firmati in questo post, ma a loro non necessariamente attinenti o riferenti in alcun modo. Messo il caveat di rigore, ecco le domande.
Ma secondo voi, la triste condizione dei 9 su 10 tassisti e proprietari di negozietti che conoscete e che vorrebbero tutti emigrare in Italia, come si potrebbe migliorare?
Regolamentando gli orari di apertura e chiusura dei negozi, come nel Bel Paese?
Restrigendo il numero di licenze ed aumentando le tariffe dei taxi del 18% in un colpo solo, come nel Bel Paese e nella capitale del medesimo in particolare?
Tassando i loro redditi a quote marginali maggiori, come nel Bel Paese?
Restringendo e limitando il loro accesso a licenze commerciali, di guida, di servizio pubblico passeggeri, eccetera, come nel Bel Paese?
Sussidiando con mille trucchi fiscali e regolamentari le catene di distribuzione di tipo cooperativo, come nel Bel Paese?
Foraggiando una compagnia aerea al "tune" di un milione di euro di tasse di bottegari e tassisti (di quelli che le tasse le pagano) al giorno, in modo che quattro fighette e fighetti dementi romani vadano a spasso negli hotel di lusso del mondo a godersela, facendo finta di fare gli assistenti di volo in aerei sempre più vuoti?
Protestando e lamentandosi perche' ci sono i poveri nati poveri e che il mercato non e' una panacea e che bisogna redistribuire quello che non abbiamo ancora prodotto, come nel Bel Paese?
Predicando contro l'etica del lavoro, della competizione, dello sforzo, della mobilita' sociale, dello "aiutati che il ciel ti aiuta", e diffondendo invece quella del fancazzismo, del farsi furbi, del sussidio, del posto garantito sempre e comunque, dello scaricabarile, del siamo tutti uguali ed il merito non conta, del "io ci ho un amico che ti sistema", del siamo profondi ed acculturati filosofi e la retorica dell'arricchimento personale e' da borghesucci miserabili e di cattive letture, come nel Bel Paese?
Insomma, secondo voi la prosperità economica di quelli che sono nati sfigati, poveri, ignoranti, senza una buona famiglia ammanicata, senza il padre/madre dottore o simili, senza neanche un auto in garage o lo zio farmacista, magari in un paese ex-comunista o non europeo, secondo voi la prosperità economica di costoro, come si raggiunge? Con il metodo Hong Kong o con quello Matera-Napoli? Perché davvero vorrei capirlo. O non è che, per caso, il problema a voi non concerne per ragioni di lignaggio?
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More equal less mobile come dicevano Checchi, Ichino e Rustichini sul JPubEc. Riprendo un’ indagine di Renato Mannheimer già commentata da Giavazzi sul corriere.
Ok dirai, in Italia non si vuol competere e giù con la lista degli inoppugnabili punti che hai appena postato. Anche per me è un male, credimi. Anche a me piacerebbe che i ragazzi avessero più coraggio. Ma è anche vero che una società che vede positivamente una distribuzione del reddito più eguale non mi dispiace. Sarò stato contaminato anch’io dal modello superfisso? :)
Una società che si preoccupa di un uomo che perde il lavoro a 58 non mi dispiace. Anche se lo ha perso perché improduttivo. Pago le tasse anche per questo. (…)
Ciò che non mi piace di certe posizioni ultraliberiste e ultrameritocratiche è la loro rigidità (probabilmente è un mio limite) ed il fatto che mi sembrano totalmente noncuranti delle conseguenze che sugli strati più deboli della popolazione certi provvedimenti potrebbero avere nel breve-medio termine. Ovviamente anche io non auspico l’inazione. Anche io voglio un cambiamento. Solo che mi sembra che in Italia efficienza e meritocrazia siano state totalmente spogliate del loro significato originario e che siano utilizzate dai soliti noti solo come uno straccio da buttarci (a noi elettori-contribuenti-cittadini) in faccia per far meglio i loro comodi.
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Chiarimento per gli ultra-liberisti e ultra-meritocratici (ex definizione di Lorenzo)
18 Dicembre 2007, 13:10
... dove vale il caveat Boldrin, e quindi si fa riferimento a figure simboliche prendendo spunto da alcuni commenti del post.
Una cosa va riconosciuta: il liberismo e la meritocrazia in Italia sono state oggetto di ostracismo per troppo tempo. Per questo ci può stare che spesso l'atteggiamento diventi "ultra".
Evidentemente però alcune parti dei commenti "non-ultra" non sono state lette. Nell'ordine Stella, io e Lorenzo abbiamo sostenuto che il libero mercato e la flessibilità ASSOLUTAMENTE da perseguire. Si è aggiunto (attenzione, solo aggiunto, ok?): per favore, risparmiateci la retorica liberista (cfr. Stella), la morale liberista (cfr. Pietro), "non mi dispiace una società dove ci si preoccupa per un 58-enne che perde il lavoro" (cfr lorenzo).
Continuo a pensare che chi è povero negli USA non è contento di esserlo (in media, ok? belle le teorie economiche della felicità nella povertà costruite guardando ad 1 osservazione di una coppia di immigrati che manda le bambine nelle scuole cattoliche e sono contentissimi. anche io lo sono per loro. un pò meno per i tassisti che parlavano con me). Questo non vuol dire che l'Italia è meglio degli USA. Però credo che anche liberisti e meritocratici non farebbero peccato mortale a pensare ad aspetti diversi dall'efficienza una volta ogni tanto. Umile opinione personale: aiuterebbe l'affermazione del liberismo e della meritocrazia.
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Re: Chiarimento per gli ultra-liberisti e ultra-meritocratici (ex definizione di Lorenzo)
18 Dicembre 2007, 15:02
Caro pietro, tu scrivi
Continuo a pensare che chi è povero negli USA non è contento di esserlo (in media, ok? belle le teorie economiche della felicità nella povertà costruite guardando ad 1 osservazione di una coppia di immigrati che manda le bambine nelle scuole cattoliche e sono contentissimi. anche io lo sono per loro. un pò meno per i tassisti che parlavano con me). Questo non vuol dire che l'Italia è meglio degli USA. Però credo che anche liberisti e meritocratici non farebbero peccato mortale a pensare ad aspetti diversi dall'efficienza una volta ogni tanto. Umile opinione personale: aiuterebbe l'affermazione del liberismo e della meritocrazia.
Chi sono i poveri? Piu' o meno esplicitamente e' comune definire che i poveri siano coloro che hanno il patrimonio piu' basso in una certa societa'. In altre parole, si tratta di un concetto relativo. Se ammettiamo che l'invidia sia una caratteristica comune a tutti, dire che chi e' povero non e' contento e' un'ovvieta'. Negli Stati Uniti, la disuguaglianza della distribuzione della ricchezza e' aumentata negli ultimi decenni (non altrettanto quella dei consumi). Pero' l'intera distribuzione si e' spostata verso destra. La condizione economica di tutti e' migliorata, seppure a ritmi diversi. Se si fossero aumentate le aliquote dell'imposta sul reddito del 10%, si sarebbe potuta operare una redistribuzione verso i poveri, al costo di fermare la crescita economica. Tu sei liberissimo di preferire un tale scenario. Io la penso diversamente.
Altro punto. La disuguaglianza italiana e quella americana differiscono nelle loro origini. In Italia, e' molto piu' probabile che i piu' ricchi lo siano per motivi che non hanno a che fare con il merito e l'impegno. Per me questa differenza e' importante. Soprattutto perche' implica una ben diversa mobilita' sociale. Mi pare di capire che gli aneddoti non ti piacciono. Ti capisco. Pero' ti garantisco che io, come tutti coloro che vivono negli US, conoscono centinaia di persone che hanno ottentuo condizioni di vita migliori dei loro genitori perche' questi ultimi hanno fatto loro il dono dell'istruzione. Una mia amica, cresciuta nelle case popolari, ha frequentato una scuola superiore pubblica di elite (Bronx Science), l'accesso alla quale avviene in base ad esclusivi criteri di merito. Ha poi avuto una borsa di studio per frequentare Swarthmore, uno dei 'liberal arts' college migliori del Paese. Quindi ha avuto un'altra borsa per un master ad Harvard. Queste borse, val la pena notarlo, non erano statali. Erano assegnate da fondazioni finanziate da privati cittadini. Ricordo che da giovanotto inesperto mi presentati ad un colloquio per l'attribuzione di una borsa di studio, assegnata da un'universita' italiana. L'unica domanda che mi venne fatta fu: "Chi conosce presso la nostra istituzione?". Adesso riderei loro in faccia, ma ricordo che a quel tempo, ben prima che mi si aprissero gli occhi, feci una lista di nomi, che si rivelo' non lunga abbastanza (o con i nomi sbagliati). Da notare che siccome tra i requisiti richiesti v'era la conoscenza della lingua inglese, la domanda di cui sopra mi venne fatta in inglese!!!!
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Re(1): Chiarimento per gli ultra-liberisti e ultra-meritocratici (ex definizione di Lorenzo)
18 Dicembre 2007, 15:49
mi sembra che pietro sia stato piuttosto chiaro però tento di ribadire il concetto.
1. la risposta a michele è: no, non lo penso
2. la risposta a enzo è: no, non lo penso
3. la risposta a gianluca è: sono totalmente daccordo
ciononostante, c'è una grossa fetta della popolazione americana che vive e lavora in condizioni assolutamente schifose, molto peggiori delle peggiori condizioni "legali" italiane. Punto. Poi che sia migliore il sistema americano, che il sistema italiano vada riformato e tante altre cose che voi avete detto son sacrosante.
Esemplifico. In italia i tassisti sono piccoli padroncini, fan abbastanza soldi, si comprano una bella casa e un rolex. Si liberalizza il mercato dei taxi e cosa credete che succeda? Diventerà una categoria più o meno proletaria/basso reddito. Io sono a favore della liberalizzazione. Ma se parlo con un tassista non tento di convincerlo che starà meglio dopo la riforma perché potrà lavorare 24/7 per fare un quarto dei soldi che faceva prima della riforma. Se parlo con un tassista gli dico che voglio un mercato dei taxi più cheap e più efficente e che se vuole guadagnare tanto cambi lavoro e faccia il manager. E sono ben consapevole del fatto che mi insulterà.
spero sia un po' più chiara la mia posizione
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"una domanda, semplice semplice. Si è limitato a chiedere ad Epifani perché fosse così ossessionato dalla stabilità del posto, piuttosto che dalla stabilità (o, meglio, prevedibilità) dei consumi. Negli Stati Uniti, la maggior parte dei lavoratori è licenziabile 'at will', cioe' senza pre-avviso e senza motivazione. Perché gli americani, sebbene questa spada di Damocle sia sempre in agguato, riescono a dormire? Perché non fanno processioni a Washington, modello Piazza San Giovanni? Per una serie di buone ragioni: 1) il mercato del lavoro è molto più flessibile, sicché perdere il posto non significa essere condannati a mesi, se non anni di disoccupazione 2) c'è un sistema di assicurazione pubblica contro i licenziamenti, noto come unemployment insurance e 3) ci sono mercati finanziari che, permettendo accesso al credito al consumo, consentono ai più di mantenere stabili i livelli di spesa anche in periodi di disoccupazione. Allo stesso tempo, la flessibilità del sistema fa sì che vi sia una continua riallocazione di risorse umane tra imprese. Tale flessibilità gioca un ruolo chiave in termini di crescita della produttività".
Mah, credo che riescano a dormire appunto perché sono americani e non italiani. Gli italiani non solo non dispongono delle tre "buone ragioni" per non temere la flessibilità.
Alle buone ragioni ne vanno aggiunte alcune cattive. Un lavoratore flessibile sa di non dover protestare mai, nemmeno quando ne avrebbe il motivo, come nel caso recente di Torino, pena la perdita del posto di lavoro.
Gli operai di Torino (precari, flessibili) dicono: "Sapevamo che il luogo di lavoro non era in condizioni di sicurezza, ma tacevamo per il timore di essere licenziati".
Oggi Tito Boeri scrive (1) : "Le leggi ci sono già: la legislazione italiana è stata allineata nel corso degli Anni 90 agli standard comunitari, considerati i migliori su scala mondiale. Ma il problema è che non viene applicata. Perché lo sia ci vorrebbe una presenza capillare su tutto il territorio degli ispettori del lavoro - i cui controlli servono soprattutto per ridurre l’incidenza del lavoro sommerso - e degli ispettori anti-infortunistica delle Asl. Ma entrambi i servizi di ispezione sono sottodimensionati".
Aggiungete che, anche se gli ispettori fossero tantissimi ed efficientissimi, e i responsabili venissero identificati, da noi, il potere dissuasivo delle sanzioni comminate, che non corrisponde mai a quelle che vengono effettivamente irrogate (vedi prescrizioni, indulti, leggine salvifiche o, mal che vada, patteggiamenti), é molto vicino allo zero. In queste condizioni, dal punto di vista economico, si può dire che esista una convenienza a investire nella sicurezza di uno stabilimento? A me non pare.
Nel caso di Torino la flessibilità a qualcuno é costata davvero troppo cara ma, anche senza arrivare a questi estremi, la flessibilità, in Italia, pone sempre le persone in una posizione di debolezza.
Sperare che il datore di lavoro sia, per sua natura, onesto e di buon cuore deve costituire l'unica speranza per il lavoratore precario italiano?
Pare che in Italia molti non la pensino così e forse é questo il motivo per cui sembrano ossessionati dall'idea della stabilità del posto di lavoro.
Siccome la realtà é questa, che cosa proporreste?
(1) La Stampa, 17/12/2007, MORTI SUL LAVORO, Tesoretti d'ipocrisia, TITO BOERI