Scelta TFR: fondi aperti o fondo chiuso/negoziale? ... e altri 6 articoli
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Innanzitutto, una premessa: molti consigliano cautela nella decisione di abbandonare il TFR aziendale, per esempio sostenendo che i vantaggi fiscali sono illusori, visto che le tasse possono sempre aumentare in futuro. Così la pensano non solo esperti ipercauti come il famoso Beppe Scienza, ma anche siti informativi indipendenti che trovo per il resto abbastanza obiettivi come tuapensione.it. Che le tasse possano aumentare è vero, occorre però vedere se le tasse aumenteranno in misura maggiore per i fondi che per il TFR. Inoltre, si noti che il parlamento è stato quasi unanime nell'intento di incentivare la previdenza alternativa. Non credo dunque che gli incentivi fiscali possano cambiare direzione in futuro. Ho documentato altrove che i vantaggi fiscali sono notevoli, soprattutto per i lavoratori più anziani, fatto di cui tutti tacciono. Prima di rinunciarvici dunque, meglio pensarci due volte.
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Montante del primo anno di contribuzione |
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Anno |
Fondo chiuso | Fondo aperto | |
| Stipendio lordo |
25000 | |
0 | 2213.75 | 1865 |
| Contributo datore, 1.55% per lavoratori nei servizi | 348.75 | |
1 |
2280 | 1996 |
| Rendimento fondo chiuso |
1.03 | |
2 | 2348 | 2135 |
| Rendimento fondo aperto |
1.07 | |
3 | 2419 | 2285 |
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4 | 2491 | 2445 | |
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5 | 2566 | 2616 | |
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25 |
4369 | 8841 |
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Inoltre, si noti che il parlamento è stato quasi unanime nell'intento di incentivare la previdenza alternativa. Non credo dunque che gli incentivi fiscali possano cambiare direzione in futuro.
Mah, su questo non saprei. Essendo un vecchio cinico, penso che la ragione principale per cui le forze politiche ora cercano di incentivare la previdenza alternativa non e' certo il bene dei lavoratori, ma il desiderio di scrollarsi di dosso almeno in parte le gigantesche liabilities di un sistema PAYE con "defined benefits" e sempre meno nuovi pagatori di contributi. La politica fiscale futura dipendera' unicamente da quel che sara' loro piu' conveniente all'epoca: in particolare, da cio' che permettera' loro di reperire altri fondi da destinare alla spesa per comprarsi voti.
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E aridaje con gli inviti all'allarmismo. Mi spieghi come quanto dici implichi che non si debba usufruire degli incentivi fiscali che esistono -adesso-? L'incertezza sulla fiscalita' futura vale sia sui contributi investiti, sia su quelli lasciati in azienda col TFR, e per quanto mi riguarda e' neutrale. O indicate un'ipotesi concreta e realistica che spieghi come cambiamenti fiscali futuri (come l'annullamento della detraibilita') rendano sconveniente lo sfruttamento dei vantaggi fiscali odierni, oppure lasciate perdere.
Ma io non voglio convincere nessuno a tenere i soldi in azienda. Sono solo esterrefatto dal fatto che tutto il dibattito corrente in campo politico sia sul soggetto a cui lasciare la gestione dei propri sudati soldi, mentre a nessuno, dico nessuno, viene il sospetto che i soldi guadagnati andrebbero piuttosto lasciati a chi li ha guadagnati, e che i motivi dietro le scelte dei governi siano men nobili e certamente non ispirati alla preoccupazione per i il benessere dei cittadini.
Per chiarire, la mia posizione e' la seguente:
1. La previdenza sociale corrente e' una gigantesca truffa perpetrata da chi l'ha escogitata e messa in atto inizialmente (da Bismarck a Giolitti e Mussolini a Franklin Delano Roosevelt e tutti i loro degni colleghi nei vari paesi). Comprarsi l'appoggio popolare (dando pensioni a chi non ha mai contribuito) con soldi che appartengono alle generazioni future, rappresenta l'applicazione del principio della catena di sant'Antonio alla corruzione politica: combina la criminalita' comune con l'insostenibilita' finanziaria. Per fortuna, nel posto dove vivo questo gioco falli' quando tredici anni fa fu tentato dal demagogo di turno (Chris Patten).
2. Dato che i nodi stanno venendo al pettine, i governi stanno ora cercando di eliminare le loro unfunded liabilities incoraggiando schemi "defined contributions" col settore privato: sperando che nessuno si accorga del fatto che loro saranno la generazione dei polli che paghera' per chi aveva preso soldi non suoi dalle mani di Giolitti, Mussolini e governi successivi. Intendiamoci, non che io creda che restare all'INPS sarebbe meglio: il risultato sarebbe o l'insolvenza o un continuo aumento dei gia' altissimi contributi previdenziali.
3. Dal canto suo, l'industria finanziaria e' ben lieta di avere nuovi captive customers costretti da leggi dello stato a segliere tra prodotti mediocri, e sta al gioco. Accettiamo pure il discutibile principio che lo stato abbia il diritto di costringere i cittadini a investire i propri soldi per il futuro (anziche' lasciarli liberi di spendere e spandere in modo irresponsabile se cosi' decidono, e buttarsi da un ponte se dopo averlo fatto restano senza soldi per vivere -- un'attitudine che incoraggerebbe un'approccio alla vita molto piu' responsabile di quello prevalente). Ma anche qui, perche' non permettere investimenti molto meno costosi, tipo un mix tra un fondo indice o ETF, titoli di stato e cash calcolato sulla base del profilo di rischio (in base a eta' e preferenze del risparmiatore)? Un governo responsabile e non asservito agli interessi di tutti tranne che a quelli dei cittadini, e consulenti finanziari che fanno gli interessi di chi li paga anziche' percepire commissioni di vendita, potrebbero fornire ai cittadini tutti i dati e i tools per fare una decisione informata: per esempio, pubblicando medie e matrice delle covarianze per gli ETF quotati in borsa (in Italia, svariate decine di cui alcuni probabilmente troppo esotici per usi previdenziali) e obbligazioni di stato o private investment-grade, e fornire su web semplici tools per calcolare un mix di tre o quattro di essi sulla frontiera efficiente (magari con grafici di simulazioni montecarlo per mostrare non solo il ritorno aspettato ma anche la sua distribuzione calcolata). Invece no: abbiamo un'industria del "risparmio gestito" che tratta i risparmiatori come agnelli da tosare, e allegramente appioppa loro fondi con ritorni sistematicamente sotto il benchmark e con T.E.R. superiori al 2%. Come sorprendersi se, quando se ne accorgono, i risparmiatori decidono che in fondo sarebbe meglio lasciare tutto come sta e che hanno ragione Rifondazione e sindacati?
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Mi sto scervellando per cercare di capire se sia piu' patetico o criminale... qualcuno ha mai sentito questa storia dei "fondi falliti all'estero"? Di che fondi sta parlando? L'unica cosa che ho trovato e' questa, come sospettavo, un riferimento a fondi aziendali che poco hanno a che vedere con i fondi comuni oggetto della previdenza alternativa in Italia
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Un dubbio "di fondo" mi turba: chi effettuera' materialmente la gestione del patrimonio dei diversi fondi negoziali? Dei gestori professionali, che magari gia' gestiscono dei loro fondi aperti? Oppure de(gl)i (ex-)sindacalisti?
In generale, quando si valuta un fondo (a gestione attiva) la figura del gestore non dovrebbe essere secondaria. O non dovrebbe esserlo, anche se mi rendo conto che in Italia (in altri Paesi non so) le curve di performance dei fondi sono tipicamente appiattite sul bemchmark di riferimento, ovviamente meno l'altissimo costo - ovviamente fisso - di gestione.
Oppure si puo' assumere che, per profili prevalentemente "obbligazionari" come quelli che tipicamente caratterizzano i fondi chiusi, il contributo attivo del gestore sia trascurabile? Ma allora basterebbe una economicissima gestione passiva (ETF).... Non serve anche un certo uso di derivati per cercare di guadagnare/contenere le perdite anche in caso di mercati discendenti? Per queste scelte non serve un gestore umano?
In estrema sintesi, anche se i rendimenti passati non sono indicazioni per il futuro, i fondi aperti sono soggetti a rating (= performance passate, comunque) e se uno volesse magari potrebbe anche seguire i CV dei gestori riportati su Morninstar. Dei fondi chiusi invece non si sa quasi nulla: gestori, performance passate (quel poco che si vede dei pochi anni passati, non entusiasma), NAV giornaliero, ...
FYI, personalmente devo fari i conti con TELEMACO (telecomunicazioni), e, sebbene mi consideri abbastanza attento in materia di investimenti in questo momento sinceramente non saprei dire chi ne gestsce il patrimonio. Ho invece un vago ricordo (o sogno?) che in COMETA (metalmeccanici) ci fosse un meccanismo multigestore, ossia per ogni linea di investimento, il 50% e' attribuito a un gestore (SIM) e l'altro 50% ad un altro gestore, scelti periodicamente su base gara fra quelli gia' operanti sul mercato del risparmio gestito (italiano o estero non saprei dire).
Mi piacerebbe sentire un vostro commento su questo aspetto: la gestione finanziaria attiva dei fondi chiusi.
Cordialmente
--Paolo
P.S.
se all'industria del risparmio gestito italiano sono applicabili le critiche del prof. Beppe Scienza, come non ritenere che gli stessi difetti si porteranno naturalmente anche sui fondi chiusi?
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Alcune informazioni aggiuntive. In Italia i dipendenti del settore del credito hanno la possibilità di sottoscrivere fondi pensione aperti (gestiti dal proprio gruppo, ovviamente...) con il benefit di contribuzione da parte dell'azienda, che si situa intorno al 2-2.5 per cento della retribuzione lorda (incluse le voci variabili come il bonus). In molti casi, il dipendente può limitarsi a trasferire il proprio Tfr senza contribuire con parte del proprio lordo retributivo, e l'azienda versa comunque il benefit.
Sulla (impropria) denominazione data ai prodotti italiani rispetto alla prassi statunitense: è vero, concordo con la critica, ma specificherei che queste forme di ignoranza discernitiva non sono responsabilità dei gestori bensì dei maghetti del marketing, che nei prodotti finanziari hanno molto più potere di quanto non appaia all'esterno: spesso, tale potere giunge a condizionare la strutturazione di benchmark efficienti quanto potrebbe esserlo un ubriaco che cerca le chiavi di casa sotto il lampione più vicino. E non lo dico per difendere la casta dei gestori, che spesso in realtà si trovano a gestire prodotti del tutto irrazionali, e ne pagano le conseguenze in termini di immagine. Anche se di Van Basten in giro non ce n'è neppure nel risparmio gestito, ovviamente;
Riguardo l'aspetto fiscale della previdenza integrativa, Andrea scrive che "che il parlamento è stato quasi unanime nell'intento di incentivare la previdenza alternativa", e quindi il timore di futuri trattamenti discriminanti a danno della previdenza integrativa non dovrebbe sussistere. Forse è così, ma non dimenticate quello che era scritto (sotto dettatura della sinistra radicale) nel programma dell'Unione, a pagina 171, sulle prestazioni previdenziali integrative:
Poi, è vero che anche l'aumento di tassazione del risparmio è stato accantonato dalla maggioranza, che ne aveva esaltato per mesi il valore salvifico. Credo che, in caso di rallentamento congiunturale e relativa flessione di gettito fiscale, torneremo a sentir parlare del "valore etico" della maggiore tassazione del risparmio...
Concordo con il punto 4 delle raccomandazioni: individuare chi sta frenando lo sviluppo della competizione nei prodotti di previdenza alternativa è piuttosto agevole. Diciamo che si tratta di una convergenza di interessi tra chi è interessato a mantenere vischiosità alla migrazione dei clienti verso prodotti migliori.