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noiseFromAmeriKa: the booK: Tremonti, istruzioni per il disuso

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Ex Kathedra In primo piano Rivoluzionare, non riformare, il mercato del lavoro in Italia

di redattori noiseFromAmeriKa, 20 Novembre 2006 permalink stampa
Da un po' di tempo ci siamo chiesti: cosa bisognerebbe fare per cercare di rendere funzionante il mercato del lavoro italiano, per ridurre la precarietà, aumentare l'occupazione, far crescere i salari e la produttività, e, soprattutto, per dare a chi lavora la speranza che, lavorando e dandosi da fare, qualcosa si possa ricavare? Ce lo siamo chiesto in quanto economisti, non in quanto politici e sindacalisti. Dal dibattito collettivo sono emerse alcune riflessioni e alcune proposte abbastanza chiare, che vi proponiamo. Per un dibattito serio.

Sommario

  1. Introduzione
  2. Le leggi Biagi e Treu, ed i loro effetti
  3. Gli effetti della flessibilità nel mercato del lavoro: il Regno Unito e l'Irlanda
  4. Gli argomenti contro la flessibilità sono errati
  5. Che fare?
  6. Il "posto fisso alle poste". Conclusione

Nota: abbiamo suddiviso l'articolo in sei pagine. Chi volesse leggerlo o stamparlo in un'unica pagina puo' usare la versione stampabile ottenibile cliccando sull'apposita icona a fianco della data di pubblicazione.

1. Introduzione

Il mercato del lavoro in Italia funziona male, anzi malissimo. I lavoratori e le imprese (ma soprattutto i lavoratori) ne pagano enormi consequenze. È assolutamente necessaria una riforma liberale e garantista del mercato del lavoro italiano.

Liberale, proprio nel senso di quella brutta parola che tutti temono: lasciare che la creazione, l'estinzione e l'evoluzione dei rapporti di lavoro sia affidata a contratti privati stipulati volontariamente fra le parti. Lo stato deve limitarsi a proibire contratti che vadano chiaramente contro l'interesse pubblico e contro la dignità della persona, ossia schiavismo, contrattazione di minori o incapaci d'intendere e volere, contratti coercitivi o fraudolenti di vario tipo.

Garantista, perché lo stato deve garantire i lavoratori fornendo loro (i) un'assicurazione pubblica e obbligatoria contro la disoccupazione, di durata limitata e probabilmente non superiore ai 12 mesi, con stretti criteri obiettivi di verifica della condizione di disoccupato sul modello di quelli adottati da Spagna, Olanda o Inghilterra; (ii) un reddito minimo adeguato a persone perennemente disabili o incapaci, per cause esterne alla loro volontà, di sostenere economicamente se stesse.

Queste sono, dette in poche e semplici parole, le riforme del mercato del lavoro che auspichiamo. Sono riforme rivoluzionarie e favorevoli ai lavoratori; sono riforme che questo governo, o qualsiasi altro governo, dovrebbe fare, e al più presto. Infatti, per far presto, basterebbe fare così: copiare la legislazione lavorativa dell'Irlanda, o dell'Inghilterra, o dell'Olanda se proprio non si riesce a sopportare l'uso della lingua inglese. A quelli che, a questo punto, già si chiedono: "perche' non suggerite di copiare la legislazione spagnola? La Spagna è latina e va bene!" (ci sono, ci sono, siamo facili profeti: ecco qui) rispondiamo brevemente: è vero, la legislazione spagnola, è comunque meglio di quella italiana; ma visto che abbiamo bisogno di fare una rivoluzione, facciamola e mostriamo al mondo cosa il genio italico riesce a fare ancora, se vuole.

Premessa metodologica

Nel seguito il lettore troverà argomenti economici con contorno di dati statistici. Prima di entrare nel dettaglio delle argomentazioni - che speriamo cogenti anche se non spassose - vorremmo esporre due avvertenze, sia metodologiche che di finalità.

1) Il problema che ci poniamo è il seguente:

date le circostanze concrete della società e dell'economia italiana nell'anno 2006, quali politiche del mercato del lavoro sono raccomandabili e quali non lo sono, al fine di aumentare l'occupazione, la produttività media, e il reddito dei lavoratori italiani?

In altre parole, ci poniamo il problema del mercato del lavoro in Italia e delle possibili riforme, in termini pragmatici. Che i mercati funzionano bene in teoria lo sappiamo tutti! Qui argomentiamo che un mercato del lavoro con molti (ma molti) meno lacci e lacciuoli e con un sistema di protezione e garanzia appropriato funzionerebbe bene e favorirebbe i lavoratori in Italia, oggi; non solo sui libri di testo. Ci poniamo il problema del mercato del lavoro in Italia da economisti, e non da politici. Quest'ultima sottolineatura è rilevante, in quanto ci permette di non incorporare i vincoli politici nella nostra analisi. È ovvio che il compromesso è necessario per fare qualcosa in pratica; ma se il compromesso è necessario in politica (anche in quella "alta", nell'interesse del paese) non ha invece senso nella logica e nelle argomentazioni economiche. Anzi, fa danno perché oscura i costi ed i benefici di certe politiche piuttosto che altre.

Diciamo questo perché non abbiamo dubbio che qualche sepolcro imbiancato argomenterà che siamo "irragionevoli" o "estremisti" o "poco equilibrati". Non è così. È che non ci sembra il caso di stare a fare i conti su dove un punto di convergenza possa essere trovato fra le mille lobbies italiane coinvolte in questo dibattito. Anche perché le lobbies coinvolte son troppe, e anche lì sta la follia dell'impostare il problema in termini di "ragionevole compromesso": i ragionevoli compromessi sono, molto spesso, irragionevoli pastrocchi che implicano decine di clausole, eccezioni, distorsioni e controdistorsioni, le quali fanno più danno a quasi tutte le parti coinvolte di quanto non lo farebbe una riforma drastica e unilaterale. Invece, purtroppo, il dibattito italiano è impostato a trovare un punto di "mezzo" fra industriali grandi e piccoli, commercianti, artigiani, lavoratori dipendenti del privato, "garantiti" o "precari", dipendenti pubblici strapagati (ossia ministeriali dei piani alti), dipendenti pubblici sottopagati (ossia, ad esempio, insegnanti della scuola primaria e secondaria), immigrati, giovani laureati, anziani che vorrebbero pensionarsi al più presto, sottosegretari verdi che vogliono la decrescita e ministri che vogliono la crescita, politici meridionali che vogliono i sussidi per chi crea occupazione al sud, e politici del nord che non vogliono continuare a pagare le tasse che finanziano i sussidi, e cosi' via.

2) Come detto, ci chiediamo da economisti come strutturare il mercato del lavoro al fine di aumentare l'occupazione, la produttività del lavoro, ed il reddito dei lavoratori. Non ci chiediamo, invece, quali altre riforme, dei mercati dei prodotti, del settore creditizio, della legislazione fiscale, di quella pensionistica, del diritto commerciale, del diritto di immigrazione, del sistema scolastico e della ricerca, dei servizi pubblici, della proprietà pubblica di attività produttive, eccetera, eccetera, potrebbero o non potrebbero sortire effetti desiderabili e costituire un ragionevole accompagnamento a una riforma del mercato del lavoro. Questa è una seria limitazione perché, per esempio, siamo convinti che una forte liberalizzazione del settore dei servizi pubblici, il completamento del processo di privatizzazione, un drastico taglio di trasferimenti e spese per il personale pubblico, congiunti ad un egualmente drastico taglio di imposte sul reddito da lavoro e dei contributi sociali, avrebbero un grande effetto positivo sull'occupazione, la produttività e il reddito del cittadino italiano medio. Così come l'avrebbero una semplice regolamentazione liberale della corporate governance dell'impresa, e una rigorosa politica per la concorrenza che combatta le rendite monopolistiche delle imprese, specie quelle grandi, che da sempre in Italia "contribuiscono" in maniera determinante alla formazione delle politiche dei sussidi, delle tariffe, e cosi' via. Ma, visto che tutti parlano di precarietà, parliamo di precarietà e mercato del lavoro anche noi. Il resto, un'altra volta.

Riassunto

Il mercato del lavoro in Italia è caratterizzato, dalla seconda metà degli anni Sessanta almeno, da contrattazione centralizzata e notevoli rigidità introdotte per legislazione, ad esempio attraverso la legge sul licenziamento per giusta causa, e lo Statuto dei Lavoratori. Ci chiederemo dove ci hanno portato queste politiche. Ci chiederemo inoltre se la legislazione del mercato del lavoro in Italia che si è così venuta costruendo, garantisce e protegge i lavoratori meglio di quanto non avvenga in paesi che hanno scelto invece, negli anni 80 e 90, la via della liberalizzazione, come il Regno Unito e l'Irlanda. Argomenteremo che il mercato del lavoro (ed il sistema fiscale e del welfare) in Italia impedisce (impediscono) la crescita, che i principali danneggiati sono i lavoratori, specie i lavoratori più deboli, come i giovani e le donne. Argomenteremo che la strada da seguire è proprio quella del Regno Unito. Ma perché, allora, tutti in Italia appaiono d'accordo a richiedere politiche di maggiore rigidità e protezione? Perché così tanti sognano il posto alle Poste o in comune, come Francesco Giavazzi, voce sempre più solitaria, sottolineava con sorpresa e timore recentemente sul Corriere? Discuteremo le argomentazioni a questo proposito di sindacalisti, giuslavoristi, ed economisti. Argomenteremo che sono empiricamente irrilevanti e talvolta anche logicamente errate. Cercheremo di capire, comunque, perché nessuno si fida del mercato in Italia (anche quelli che non hanno rendite sindacali da difendere). E concluderemo quanto segue

No alla contrattazione nazionale, no alla definizione legislativa della tipologia dei contratti, si a un mercato del lavoro liberale supportato da forme di assicurazione fatte come il buon senso e la logica economica comandano.

2. Le leggi Biagi e Treu, ed i loro effetti

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42 commenti
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Rss dei commenti

  di Adam Hayek, 20 Novembre 2006, 10:25 permalink rss
Da (modesto) economista, concordo sul piano tecnico con la vostra analisi e proposta. I miei dubbi - e sottolineo dubbi, non ho certezze al riguardo - sono di altro genere: gli USA (paese che ammiro incondizionatamente) o la Gran Bretagna sono davvero il modello di società da proporre in questo momento storico per l'Italia? Non parlo da economista: tacciatemi di "ateo devoto" o di "ratzingeriano di ritorno", ma dal settembre 2001 cerco di guardare a tali questioni spogliandomi per quanto possibile delle robuste convinzioni economiche (che in fondo credo coincidano con le vostre: il mio nickname dovrebbe essere self-explaining, anche se nessuno dei due era "solo" un economista) ed adottando una visione più complessiva. La butto lì a titolo di esempio e, ripeto, senza avere una risposta in tasca: quanto è compatibile difendere i valori occidentali, p.e. la famiglia e l'educazione tradizionale dei figli, obiettivo per me imprescindibile di fronte alla realtà dello scontro di civiltà in atto, con un sistema economico che spinge (meritoriamente sul piano della mera efficienza economica) alla mobilità p.e. territoriale? Se la forza della società italiana è nelle piazze e nei campanili, è davvero desiderabile creare generazioni di individui senza radici? Parafrasando un vostro esilarante pezzo di qualche giorno fa, dal punto di vista del "capitale sociale" da preservare non è in fondo meglio che il figlio del farmacista faccia anch'egli il farmacista, e il figlio dell'operaio faccia l'operaio, ecc., ecc. se questo consente di preservare una rete di valori e relazioni sociali secolari? Voi direte: assolutamente no, perché un sistema sociale mummificato non progredisce economicamente e quindi è destinato a perdere anche nell'(immagino per voi solo eventuale) scontro di civiltà. Io dico: e chi ci dice che il tipo di progresso in grado di farci vincere lo scontro sia (solo) quello di tipo economico? E se invece servisse un progresso (o una mera difesa) di tipo morale/culturale? Dico questo perché temo davvero che in un paese ormai marcio e quasi privo di valori come l'Italia riforme economiche come quelle che voi proponete potrebbero distruggere anche il residuo di "radici culturali" che ci rimangono. Mentre le stesse riforme, in nazioni con un sistema sociale, culturale e di valori condivisi molto più robusto come gli USA, i paesi anglosassoni in genere, ma anche alcuni stati europei (p.e. l'auspicabile futura Francia "all'americana" di Sarkozy), non possono che avere effetti positivi, non sono affatto certo che da noi il risultato non sarebbe il definitivo collasso della società italiana, con la resa di fronte al relativismo culturale e, più tardi, di fronte al "nemico tra noi".  
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  di Alessio, 20 Novembre 2006, 11:27 permalink rss

A mio modesto parere la "nuova famiglia italiana" non è proprio un bene da proteggere. Proprio in questi giorni i giornali sono pieni di episodi di bullismo a scuola e stupri da parte di ragazzini minorenni a compagnette di scuola. I commenti dei genitori degli stupratori? "La scuola sa solo punire!!!". Ma siamo matti, adesso la colpa è della scuola e non della famiglia. E poi, se andiamo a vedere il consumo di droga nelle discoteche frequentate da minorenni (purtroppo non ho dati ma hoi ricevuto l'informazione da persone che ne hanno accesso), parlo di cocaina, il consumo è altissimo. Chi glieli da i soldi a costoro se non i genitori? 50 o 100 euro alla settimana? Io fino a 18 anni vedevo tra le 10000 e le 20000 lire a settimana e zitto. E non ditemi che adesso c'è l'euro!!!

Insomma, non mi sembra che la famiglia italiana odierna rappresenti questa grande risorsa da proteggere. Proteggere poi da cosa? Da una riforma che crea occupazione e che ti obbliga a spostarti da Bari a Milano nella peggiore delle ipotesi? E poi diciamoci la verità, ora come ora si spostano i migliori, chi va all'estero e chi migra nelle grandi città per trovare un lavoro che si addice alle sue capacità. Di questi non vogliamo curarci? Ci preoccupiamo solo di coloro che poverini, potrebbero essere costretti a spostarsi data una riforma che crea più occupazione e ricchezza per tutti? Non mi sembra proprio il caso.

 

 

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  di Adam Hayek, 20 Novembre 2006, 10:33 permalink rss
Dimenticavo! Scusate la nuova intrusione ma volevo una informazione tecnica: è possibile utilizzare i vostri articoli a scopi didattici (handout agli studenti o links sul sito del corso e simili)?
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  di michele boldrin, 20 Novembre 2006, 11:31 permalink rss

Certamente! Come dice il fine print in fondo alla pagina:

Contenuti pubblicati a norma di una licenza Creative Commons Attribuzione 2.5 .

Nel link puoi persino trovare i dettagli in legalese, se necessari.

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  di stockli, 20 Novembre 2006, 19:35 permalink rss

Da un punto di vista GE, una condizione necessaria per far funzionare le cose proposte è, dopo aver cancellato lo statuto dei (non)lavoratori, una profonda riforma del processo civile. Se vengo licenziato e voglio portare in giudizio il datore di lavoro diciamo per discriminazione di qualche tipo, devo essere certo che la mia causa, se ha merito, verrà giudicata prima di una decina d'anni!!

Altro punto marginale ma (per me almeno) logicamente interessante: come la mettiamo con i contratti tenure? Negli US, a parte i giudizi di supremi court (forse anche i giudici federali, ma su questo non sono certo), tutti i contratti sono at will meno quelli tenure all'università. Si, lo so, l'impegno è sul non licenziare i tenure professors, non sull'adeguare le loro remunerazioni a market value e neanche all'inflazione, per non parlare del fatto che gli si può aumentare molto il carico didattico. Nonetheless, sapete meglio di me quanto difficile sia fire a tenure professor (do you remember graciela, michele?). Che ne pensate? C'è qualche paper su questo? Io ricordo solo, nella notte dei tempi, un paper di Piero Tedeschi al riguardo, molto complicato e, per quanto mi ricordo, non molto conclusive...

Comunque, anche se non serve dirlo, sono d'accordo in pieno sul modello (di partial equilibrium) proposto in questo articolo.

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  di giorgio topa, 21 Novembre 2006, 18:25 permalink rss

caro stockli,

siamo d'accordo sulla riforma del processo civile - mi pare di ricordare che la durata media di un processo civile oggi in Italia si aggiri sugli otto-nove anni... D'altronde avevamo specificato che ci limitavamo al mercato del lavoro, senza elencare tutti i campi di possibili (e dolorosamente necessarie) riforme. 

L'esempio della tenure e' ovviamente interessante. La motivazione che si usa di solito e' che la tenure e' necessaria per fornire gli incentivi giusti ad intraprendere progetti di ricerca di lungo respiro e molto rischiosi, che senza tenure magari non verrebbero fatti con possibile perdita per lo scibile umano (p.e., la prova dell'ultimo teorema di Fermat...). 

Per quanto riguarda gli strumenti a disposizione dell'universita' che volesse liberarsi di un professore nullafacente, a parte quelli che hai menzionato tu c'e' anche la possibilita' di chiudere un intero dipartimento, cosa che a volte e' stata utilizzata con successo.

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  di stockli, 21 Novembre 2006, 09:49 permalink rss

...fra le coscenze italiche. Poco, forse, ma si muove. Ecco un fondo di Pietro Ichino di oggi, http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2006/11_Novembre/21/ichino.shtml.

Ancora più che la (sacrosanta) eliminazione di concorsi e valore legale del titolo di studio, mi colpisce la proposta ancor più sacrosanta di un sistema di voucher per l'università. Si, lo so, non c'è speranza che cose così intelligenti avvengano in Italia, ma leggere queste proposte almeno aiuta a non sentirsi così soli...

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  di alberto bisin, 21 Novembre 2006, 15:46 permalink rss
sara', mio caro stockli. pero' non riesco a togliermi l'immagine di ichino che legge i necrologi (sulla stampa anglo-sassone- poco o nulla su quella italiana o mi sbaglio?) su friedman e pensa, "pero' questa idea dei voucher non e' mica male; domani la vendo sul corriere come mia'
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  di stockli, 21 Novembre 2006, 17:46 permalink rss

alberto, so che per noi capitalism and freedom, e le pagine splendide su education, sono altro che per l'ex compagno, cigiellino e allievo di giugni. A me però importa che certe cose si dicano, si ricordino, che non si stenda il velo dell'oblio (sto invecchiando male...), e anche se le dice l'ex compagno, cigiellino e allievo di giugni scoppiazzando dai necrologi su Friedman, meglio che niente.

Su university tenure, invece, che mi dici? 

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  di andrea moro, 21 Novembre 2006, 20:58 permalink rss

Secondo me la tenure non induce gli incentivi giusti per fare ricerca; trattasi questa di opinione personale che non posso supportare con studi seri, che per io conosca non esistono; in ogni caso la presenza di tenure non e' grave cosa perche', come detto altrove, di fatto esistono altri meccanismi che le universita' possono usare per vanificarla (salari e inseghamento). Se questi meccanismi diventassero difficili da usare, bisognerebbe pensare ad abolirla (sempre secondo me, e sempre salvo qualcuno mi porti un serio studio che dimostri che la somma dei suoi costi e benefici valgano a mantenerla)

[nota: commento modificato su richiesta di chiarimento, 11/24/06]

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  di alberto bisin, 21 Novembre 2006, 23:40 permalink rss
concordo assolutamente. e aggiungo: in un mercato fluido come quello USA e' completamente irrilevante. se la si togliesse si avrebbe come unico effetto che i "vecchi" che non fanno piu' ricerca insegnerebbero di piu', e questo sarebbe solo efficiente
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  di michele boldrin, 22 Novembre 2006, 00:51 permalink rss
Son d'accordo ma purtroppo non sarebbe il solo effetto (chi non fa ricerca, vecchio o giovane, gia' insegna di piu', a volte MOLTO di piu'). I giovani costerebbero MOLTO di piu' (se accademia ha lo stesso rischio di Wall Street, allora meglio che mi paghiate come Wall Street visto che anche Goldman ha appena fatto un offerta) e farebbero MOLTA meno ricerca (perche' sforzarsi tanto ora quando il premio non arriva subito ma e' diluito nel tempo?) ... alquanto inefficiente, come abbondante letteratura suggerisce.
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  di andrea moro, 22 Novembre 2006, 04:41 permalink rss

Mi autochiarisco: uno puo' pensare quel che vuole sugli effetti di tenure sugli incentivi a fare ricerca; resta il fatto che l'esempio e' poco calzante col contenuto dell'articolo: tenure mica e' imposta dalla legge - noi siamo per la liberalizzazione dei contratti, se universita' x e docente y vogliono firmare un contratto con tenure, sono liberi di farlo. 

Si noti anche che infatti tenure e' sempre meno usata nell'accademia americana, ormai moltissime discipline usano adjuncts (professori a contratto a tempo determinato) per l'insegnamento undergratuate.

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  di Alessio, 21 Novembre 2006, 20:10 permalink rss

Cari Redattori, quanto è legato il successo dell'Irlanda alla bassa tassazione sui capitali provenienti dall'estero? Grazie alla politica di differenziazione tra la tassazione sul capitale interno (28%) e quello estero (10%) gli irlandesi sono riusciti ad attrarre gran parte degli investimenti diretti dall'estero verso l'europa.  Quale sarebbe stato il risultato di questa politica se il mercato del lavoro non fosse stato flessibilizzato allo stesso tempo? Immagino una crescita meno sotenuta ma non sarebbe comunque l'Irlanda cresciuta più dell'Italia? Non sarebbe auspicabile una politica di questo tipo anche in Italia? D'altronde, non sarebbe più facile attuare una liberalizzazione del mercato del lavoro in periodi di crescita che in un periodo di stagnazione? 

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  di pau flaccido, 21 Novembre 2006, 20:20 permalink rss

Cari rumorosi americani:

 ho letto con gusto l’articolo sulla rivoluzione del mercato del lavoro e sono sinceramente intenerito dal vosto entusiasmo. Alcuni spunti polemici sono notevoli e ben scritti, da altri mi sembra vi lasciate trascinare dalla paranoia e immaginiate che solo sepolcri imbiancati possano non essere d’accordo con voi. Io mi limitero’ a chiedervi di lavorare di piu’ per fornire l’evidenza empirica che manca ad alcune delle vostre argomentazioni.

1) “Posto fisso alle Poste”: quanti sono quelli che lo sognano? Sono tanti rispetto a cosa? (Altri paesi? Altri periodi storici?). E’ assunto come dato di fatto nel dibattito che “tanti lo sognino” ma ottenere evidenza empirica non e’ banale: non basta certo il numero di iscritti ai concorsi pubblici (se il sistema di reclutamento non e’ omogeneo nel tempo e tra paesi questo puo’ amplificare o meno gli iscritti e far perdere valore alla comparazione riguardo al fatto se siano “tanti”).

2) Riguardo i (scandalosamente bassi) tassi di occupazione in Italia avete identificato la ragione principale: basso tasso di occupazione femminile e basso tasso di occupazione giovanile. Dati tutti i possibili effetti di feed-back provenienti dal mercato del lavoro, siamo sicuri che il mercato del lavoro abbia in first-order effect nello spiegare i bassi tassi di occupazione di queste due categorie. Butto li’ due possibili spiegazioni: per i giovani, il sistema scolastico a livello terziario (soprattutto per la fascia d’eta’ che citate: 20-25 anni); per le donne, asimmetrie nel carico di lavoro in famiglia e discriminazione. naturalmente entrambe le spiegazioni sono legate al mercato del lavoro ma dire che la mancanza di flessibilita’ nel mercato del lavoro sia la cuasa quantitativamente piu’ rilevante nello spiegare i bassi di attivita’ per questi due gruppi e' qualcosa che rimane da essere provato.

3) Nella risposta alla lista di Andrea Ichino riguardo i costi della flessibilita’ portate il solito esempio del tenure-track che coinvolge gli accademici americani. Una sola domanda: se la flessibilita’ ha questi formidabili effetti incentivo perche’ la tenure esiste? In fondo il tenured professor americano e’ nella stessa posizione dell’impiegato delle poste italiano: inamovibile posto a vita a meno di comportamento criminale. Richiesta di empirical evidence: data una cross-section di professori americani quanto sono in un contratto di lavoro flessibile?

4) L’impiegato alle poste o peggio al ministero o (brrr) all’INPS sono il vostro target preferito. Ancora richiesta di empirical evidence: la proporzione di occupati nel settore pubblico in Italia e’ molto piu’ alta di quella in altri paesi, ad esempio gli Stati Uniti dove il budget del Pentagono da solo e’ pari al GDP della maggior parte dei paesi del mondo? Ancora il calcolo non e’ banalissimo: ad esempio, come confrontiamo paesi con diverse proporzioni di scuola pubblica e privata o ancora con sistemi di assicurazione sanitaria diversa? Come calcoliamo l’indotto?Ancora: c’e’ effettivamente liberta’ di licenziamento nel settore pubblico americano (o irlandese o inglese)? Se non c’e’ usano altri sistemi di incentivi o bastano gli effetti di equilibrio provenienti dal mercato del lavoro privato?

5) Contrattazione collettiva: qui sinceramente mi sembra siate un po’ ingenui quando dite che “non vi e’ nessuna logica, ne’ di efficienza, ne’ di equita’ per mantenere il contratto nazionale”. Certo che c’e’: aumenta il bragaining power per gli unskilled workers. Altrimenti perche’ mai Wal-Mart fa’ tutta ‘sta fatica per tenere fuori i sindacati dai suoi orribili grandi magazzini? Poi possiamo discutere qual’e’ il beneficio netto, se sia appropriato a tutti i livelli o solo alcuni, quali effetti occupazionali abbia ma dire che non abbia logica mi sembra buttata li’. Domanda di evidenza empirica: che proporzione del salario totale e’ data dal contratto collettivo nazionale? (Per industria e occupazione, please).

Un’ultima cosa: non sottovalutate il cinema argentino.

Pau Flaccido

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  di michele boldrin, 22 Novembre 2006, 00:38 permalink rss

Vorrei provare a rispondere, ma non so se farlo o meno, ed ho paura di farmi prendere la mano. Per le seguenti ragioni che definirei "tecniche" (elencate seguendo la numerazione usata nel commento precedente):

1) Noi dei dati li diamo, molti altri hanno dato altri dati sul fenomeno, tutti puntano nella stessa direzione. Il commento dice che la direzione in cui i dati puntano non lo convince perche' la conclusione non gli piace. Mi dispiace non gli piaccia, ma avrebbe lui dei dati migliori e diversi? Ci voglion dei dati nuovi per far tacere i dati vecchi. Poi tira fuori un problema di non omogeneita' nel sistema raccolta dati e condizioni paesi che potrebbe distorcere i dati che noi ed altri abbiamo a disposizione: giusto, ma potrebbe distorcere in entrambe le direzioni, ovvero i sognatori del posto di usciere/postino in Italia potrebbero essere ancor piu' di quanto le statistiche rivelino! L'argomento non lo vedo, mentre vedo l'affermazione ideologica: non mi piacciono le conclusioni. Mi dispiace.

2) Sembra che il commentatore non abbia letto il testo del post. Parliamo di giovani e donne ed insistiamo su di essi. L'evidenza empirica e' univoca, la teoria pure. Gli argomenti che "butta li'" sono proprio "buttati li'", ovvero non hanno consistenza ne' logico-teorica ne' empirica. Valgono tanto quanto il seguente: i giovani e le donne in Italia hanno un tasso di occupazione piu' basso perche' i gelati italiani sono migliori che negli altri paesi, poiche' a giovani e donne i gelati piacciono molto preferiscono passare il tempo a mangiare gelati che a lavorare. Oppure che le mamme italiane sono piu' mammone (e non lasciano che i giovani escano da casa e vadano a lavorare) ed i maschi piu' machisti (idem per le donne). Aria fresca. Ripeto, ci vuole un modello e dei DATI per battere un modello e dei dati, altrimenti siamo alle solite proteste ideologiche: non mi piace la conclusione.

3) C'e' una letteratura gigantesca sull'argomento, non mi sembra domanda da farsi visto che l'anonimo scrivente da' l'impressione di essere uno che all'economia dedica piu' di una passeggera attenzione. Mai sentito di tenure professors che, avendo smesso di darsi da fare e di far ricerca, hanno ora lo stesso stipendio nominale di 5 anni fa? Quelli con lo stesso stipendio di 10 anni fa son pochi, infatti: cambiano lavoro prima. Esempi? A iosa, come on! Ma, di nuovo, il commentatore non si rende conto della natura illogica del suo argomento. Non potendo negare l'ovvio fatto che ovunque vi sia il rischio di essere licenziato la gente lavora duro ed investe in capitale umano - perche' non lo puo' negare e (by the way) l'esempio del tenure track e' quello quantitativamente meno rilevante fra quelli elencati nel post - fa la domanda retorico-controfattuale. Ossia, perche' non ce n'e' ancor piu' di flessibilita'? Perche' non ce n'e' ancora di piu' possiamo discutere, ma intanto: perche' non cominciamo ad introdurre in Italia la stessa flessibilita' che c'e' all'estero e poi discutiamo se aumentarla? In ogni caso, l'aspetto che conta del nostro argomento e' mostrare che la teoria di Andrea Ichino (ossia: rischio di licenziamento => basso investimento in capitale umano specifico) e' empiricamente, oltre che teoricamente, falsificata.

4) Domande interessanti, alcune hanno risposte ovvie e ben note (appena ho un attimo le elenco con bibliografia). Comunque, interessanti. Sarebbe carino che l'anonimo commentatore facesse anche lo sforzo di produrre alcune risposte, no? In ogni caso, in che senso quelle domande - e le mille altre possibili, per esempio: quanto dura un contenzioso fiscale negli USA? Ed in Italia? Io la risposta a queste domande la so, ma non ve la dico ... - eliminano o contraddicono la cogenza del nostro argomento? In Arizona, dove mi trovo, c'e' il sole, vero. Ma questo non elimina l'opportunita' d'uscire con l'ombrello a Londra verso la fine di novembre...

5) Lo stesso di prima. Dov'e' l'evidenza che sorregge la contro affermazione? Ripeto la nostra affermazione: collective bargaining non migliora per niente il bargaining power degli unskilled a livello aggregato. Il commentatore dice di no (e cita Wall Mart che non c'entra nulla, classica incomprensione degli effetti di equilibrio economico generale). Va bene, allora dev'esserci un argomento logico e dei dati empirici coerenti con esso che mostrano che la gente con low skills viene beneficiata, a livello aggregato e dopo gli aggiustamenti di equilibrio generale del caso, dalla contrattazione collettiva nazionale. Se ci sono, qualcuno li tiri fuori per favore. Attenzione, occorre mostrare che crescono sia il livello di reddito che il livello di occupazione di tutti i lavoratori poco qualificati, non dei fortunati che sono gia' "dentro" quando c'e' il colpo di mano contrattuale, e prima che si chiudano a serramanico i cancelli e le porte dell'occupazione "buona" per quelli che son fuori.

In sostanza, per discutere occorre

- mostrare che l'argomento logico dell'altro e' erroneo;

- portare dati che lo contraddicono, o pongono in dubbio i suoi, o sorreggono almeno il proprio argomento.

Tutto questo qui manca. C'e' solo una logica contorta che rivela, fondamentalmente, un profondo dispiacere con le conclusioni a cui siamo arrivati ... mi dispiace.

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  di pau flaccido, 22 Novembre 2006, 17:45 permalink rss

Bello: apprezzo la dettagliata risposta anche se nuovamente mi sembra venata da un po' di paranoia: da dove l'editor ha dedotto che io non sia d'accordo con le conclusioni? Mi sembra di essere stato abbastanza chiaro nel chiedere ulteriore empirical evidence e non nel dire che io ne avevo di alternativa, altrimenti l'avrei mostrata volentieri. Certo avrei potuto fare io il lavoro che chiedo a voi....

Alcune banali reply:

2) Veramente la teoria e l’evidenza empirica e’ univoca nell’affermare che l’unico (o quantomeno il di gran lunga quantitativamente piu' rilevante) motivo percui giovani e donne partecipano meno e’ la mancanza di flessibilita’ nel mercato del lavoro? Buttiamo via un trentennio di letteratura di labor supply? Vogliamo far finta che ci sia un modello condiviso di interazione all’interno della famiglia? Che non ci siano problemi nel capire gli effetti del mercato del lavoro sulle scelte di fertilita’? Vogliamo dimenticare che osserviamo altissimi tassi di partecipazione femminile sia in paesi con mercati del lavoro molto flessibili che in paesi con mercati del lavoro molto rigidi?

3) Mi soffermo sull’esempio della tenure per i professori su cui qualcosina in letteratura c’e’ anche se non proprio in misura sterminata. L’aspetto che i tenured professor non produttivi rimangano a stipendio fisso dice che ci sono altri sistemi di incentivo che non sono la minaccia di licenziamento. Cio’ detto puo’ non essere il sitema di incentivo efficiente. Sul fatto che “quelli con lo stesso stipendio di 10 anni fa sono pochi” ribadisco la mia domanda di empirical evidence. E’ proprio vero? E’ proprio vero tolti i top 10, top 20 departments? Sospetto inoltre ci siano grosse disomogeneita’ tra discipline.

4) Dove affermo che le mie domande elimino o contraddicano (necessariamente) la cogenza dell’argomento?

5) Ammetto, mi sono sbilanciato: ho affermato che che la contrattazione collettiva “aumenta il bragaining power per gli unskilled workers” senza grosso supporto di argomenti teorici o empirici e solo riportando il trito esempio di Wal-Mart. Ogni tanto la pigrizia porta a dare qualcosa per scontato.

In sostanza, per discutere:

- non occorre necessariamente mostrare che l’argomento logico dell’altro sia erroneo

- si puo' anche solo suggerire che alcuni dati riportati non sono sufficienti (anche se “consistenti” che l’argomentazione che si porta avanti)

 Infine, giurin-giuretta: non provo profondo dispiacere per le conclusioni a cui arrivate. Non stia a dispiacersi per me.

Pau Flaccido

PS: apprezzero' le references promesse.

 

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  di michele boldrin, 23 Novembre 2006, 08:26 permalink rss

Non manchero' alla promessa delle references, ma mi prendo due giorni perche' davvero sono subisssato. Infatti, da una settimana non riesco a scrivere nulla su nFA!

Rispondo rapidamente sui punti in relazione ai quali una risposta rapida e' possibile. Gli altri son piu' difficili e richiedono un po' di calma.

- Certo, non aumentare lo stipendio e' una soluzione diversa dal licenziare. Infatti, di solito si licenzia solo chi, come dire, fa danno. Ma non aumentare lo stipendio (o addirittura ridurlo) a chi poltrisce non si puo' senza contratti individuali: con il contratto collettivo, l'aumento c'e' sempre per tutti.

- Quanti sono quelli con lo stipendio bloccato? Non tantissimi ma non pochi. Nomi, ovviamente, non posso proprio farne. Ma posso dare percentuali, visto che sono uno che ha girato parecchi posti. Nel mio nuovo dipartimento, WUStL, saranno almeno 8-9 su 20, ma questo e' un dipartimento in forte transizione. A Minnesota erano 3-4 su 20 di nuovo. A Kellogg eran pochi, forse 4 o 5 nell'intera scuola, che aveva piu' di 100 professori, ma al dipartimento di Economia erano i soliti 4 o 5 su circa 30-32 persone al tempo. A UCLA stessa storia, ed a Chicago 2 o 3. Di questi, quanti se ne sono andati? Diciamo alcuni, se comincio a dare percentuali individuo persone. Pero' serve come metodo. Piu' scendi in realta', piu' e' effettivo: il carico d'insegnamento puo' crescere anno per anno, la tenure non stabilisce che il tuo carico di lavoro non cambia, ne' il tuo stipendio. E se non insegni o fai su casini, la tenure salta.

- Una nota metodologica. Nel nostro piccolo pamphlet abbiamo criticato solo alcune delle teorie secondo cui "forse" un mercato del lavoro competitivo non funziona. Non le abbiamo criticate tutte, non e' possibile. Non perche' siano incriticabili, ma perche' renderebbe il pamphlet un'enciclopedia noiosa. Inoltre, capiamo perfettamente che si possano tirare fuori mille imperfezioni di mercato che potrebbero TEORICAMENTE inficiare le nostre conclusioni. Per esempio, quando io ero in graduate school andavano molto di moda gli efficiency wages ... qualcuno ne ha piu' sentito parlare? Il punto e' questo: il mercato e' pieno di imperfezioni, pero' occorre anche quantificarle e saper dire quale di queste ha un effetto sostanziale, e quali sono invece pure curiosita' intellettuali. Ne abbiamo prese tre, a nostro avviso le tre logicamente piu' solide e con piu' possibilita' di avere un effetto quantitativamente rilevante. Ci siamo convinti che no, che nessun effetto rilevante hanno e che sono logicamente incoerenti. Se abbiamo sbagliato, siamo o sono (per lo meno) contento che mi si spieghi perche'. Se si ritiene che vi siano ALTRE imperfezioni che inficiano il nostro argomento, son di nuovo felice che mi vengano spiegate e che, in particolare, si punti il dito verso i dati che le sorreggono e che da tali imperfezioni fanno conseguire che occorre mantenere, chesso', la contrattazione collettiva o lo statuto dei lavoratori. PERO' non mi si puo' continuamente chiedere di fare la battaglia cultural/intellettuale contro dei fantasmi, ossia contro tutte le altre infinite possibilita' che non abbiamo considerato. E' una richiesta unfair, oltre che incoerente. L'insieme dei mondi possibili, nel senso di immaginabili da un teoricco, e' di cardinalita' infinita ... sono un teorico anche io e so come "inventare modelli". Il problema qui e' che qualcuno deve avere il coraggio di dire qual e' il modello coerente e suffragato da dati che giustifica la legislazione italiana ed inficia la nostra posizione. Questo son disposto a discuterlo, discutere "tutto" non posso proprio ed e' una scelta sterile.

- Ovviamente, questo non mi esime dallo sviluppare con documentazione adeguata le affermazioni che ho fatto nel commento precedente, e lo faro' entro lunedi' prossimo. Prende tempo, come si vede, rispondere con attenzione persino alle domande "corte" o "semplici" ...

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  di pau flaccido, 28 Novembre 2006, 18:12 permalink rss

La ringrazio: due giorni sono un intervallo piu’ che ragionevole e il bisogno di calma doveroso.

Per ora, risposta rapida a risposta rapida:

- Incentivi, contratto collettivo e contratto individuale: Mi trova d’accordo nel riconoscere che la minaccia di licenziamento non e’ l’unico sistema di incentivi ma che esistono anche sanzioni premiali. E’ anche logicamente ineccepibile che un tale sistema di incentivi sia inapplicabile in presenza di contrattazione collettiva che spesso dettaglia le presentazioni da fornire a livelli comici (ha mai provato a leggere un “mansionario”?). Il mio sforzo non era pero’ valutare i benefici della contrattazione individuale rispetto a quella collettiva ma valuare se sia corretta la vostra affermazione che “Non vi è nessuna logica, né di efficienza né di equità, per mantenere il contratto nazionale, di categoria o di quel che sia”. Le vostre argomentazioni a supporto di questa tesi hanno un cambio di registro rispetto ad altre parti del vostro intervento: piene di “ovviamente” e “e’ ovvio che”. Mi permetto di prenderle come un sintomo.

- Interessante la carrellata di dipartimenti con percentuali di tenure professor con stipendio bloccato: puo’ essere il primo passo per la raccolta di sistematica evidenza empirica? Anche qui faccio il noioso, adulandola: il suo campione e’ notevolmente distorto verso top departments. La mia domanda rimane: perche’ la tenure esiste? Leggendo altri interventi del dibattito mi sembra che solo Andrea Moro abbia dato un giudizio chiaro: e’ un residuo del passato che “non induce gli incentivi giusti”. Certo sarebbe un bell’esperimento mentale: tutti i professori con tenure italiani, in Italia e in giro per il mondo, provino ad immaginare che domani la tenure per cui hanno dato lacrime e sangue non c’e’ piu’.

- Nota metodologica: Apprezzatissima: e’ proprio di questo che si tratta, c’e’ gran confusione metodologica in giro, soprattutto da parte degli economisti. (Non e’ una novita’: gli economisti fanno sempre delle gran confusioni metodologiche e infatti sono spesso derisi da epistemologi e filosofi della scienza). Abbiamo politici che fanno finta di portare evidenza empirica “scientifica” e abbiamo economisti che fanno i politici mettondosi a scrivere un progetto di legge al giorno. Ma non sporcandosi le mani, per carita’: solo in teoria, in editoriali e interventi virtuali vari. Molto del gusto nel leggere il vostro intervento l’ho proprio ottenuto dalla nota metodologica iniziale (anche se mi sembra traspari un orgoglio eccessivo nell’essere i paladini della “mancanza di compromesso”).

Riguardo la sua sottolineatura che “Il problema qui e' che qualcuno deve avere il coraggio di dire qual e' il modello coerente e suffragato da dati che giustifica la legislazione italiana”: e’ su un punto come questo che vi muovo l’accusa di ingenuita’. Ma lei crede proprio che un “modello coerente e suffragato dai dati” sia rilevante per spiegare la longevita’ e la creazione della legislazione italiana? O che qualcuno pensi che esista? Eppure il mercato del lavoro italiano esiste e si perpetua: come mai? Mi sembra che non vi siate interrogati sul perche’ sia un sistema cosi’ stabile e longevo. Non mi sembra una domanda irrilevante, anzi utilissima ad informare interventi come il vostro. C’e’ una tensione tra il dettaglio e la competenza con cui affrontate alcune domande e il semplicismo con cui sorvolate su altre.

In attesa del prossimo colpo di fioretto, e con sincero apprezzamento per il dialogo che ha voluto instaurare, la ringrazio.

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  di michele boldrin, 30 Novembre 2006, 00:58 permalink rss

Alcune cose le discuto nel commento lungo di alcuni giorni fa, che si trova piu' sotto.

Sul perche' la contrattazione collettiva non serve ai lavoratori, credo risponda lo stesore del commento stesso: perche' la contrattazione collettiva uccide qualsiasi sistema d'incentivi e svilisce la produttivita'. A livello micro la contrattazione collettiva crea costi aggiuntivi che non creano occupazione ma solo rendite sindacali e per gli insiders, tipo la cassa integrazione, mentre danneggia gli outsiders. Abbiamo scritto "ovviamente" perche' la letteratura (no, non mi offro a preparare una bibliografia) e' tanto grande quanto chiara, e data dalla seconda meta' degli anni 80, insomma roba vecchia. Ho visto un mansionario piu' di una volta; fra i sindacalisti bazzico ed ho bazzicato per molto tempo e molto intimamente, credimi. A livello aggregato l'effetto negativo della contrattazione collettiva sull'occupazione e' banale, per una delle tante argomentazioni (con abbondanza di dati europei) vedasi "The Medium Run" di Olivier Blanchard, 1998 o dintorni, Brookings Papers. Se si e' interessati ad una cosa piu' tecnica, Boldrin e Fernandez Villaverde, rintracciabile sulla mia pagina web sotto Business Cycles, la contiene. Spero questo permetta valutare se abbiamo ragione a dire Non vi è nessuna logica, né di efficienza né di equità, per mantenere il contratto nazionale, di categoria o di quel che sia” ... abbiamo passato l'esame? Qualche suggerimento?

Sulla lunga nota finale relativa alla nostra ingenuita', non so che dire. Tante cose sono, ingenuo temo mi manchi dalla lista. Non so per gli altri cinque che hanno sottoscritto il trabiccolo in questione. Il punto del documento non e' spiegare perche' il mercato italiano funziona come funziona ed e' regolato com'e' regolato, questo mi sembra chiaro da quanto scriviamo. Il punto e' solo di argomentare perche', a nostro avviso, i lavoratori dipendenti italiani guadagnano poco e l'occupazione in Italia e' bassa. Fine. Vogliamo parlare del resto? La prossima volta, se ci viene la voglia. Se se ne vuole parlare ora, prego: la porta e' aperta. Ci mandi l'articolo.

Anche i fisici vengono spesso derisi da epistempologi e filosofi della scienza. Un tal Richard Phyllips Feynman, nel terzo capitolo (se ricordo bene, il libro e' a casa e i "Six Easy Pieces" in cui e' riprodotto se l'e' portato via mio figlio) delle sue The Feynman Lectures on Physics spiega perche' non dobbiamo proprio preoccuparci delle opinioni espresse da filosofi della scienza ed epistempologi su come fare scienza. Fondamentalmente perche' costoro sono quasi sempre degli scienziati falliti, che non hanno imparato a fare nessuna scienza specifica e non son capaci di scrivere un modello o analizzare una base di dati, per quello scaricano le loro frustrazioni venendo a spiegarci come farlo. Concordo con l'allegro Richard: prima di scrivere di metodologia della zappa, meglio imparare a zappare, ed anche zappare sino ad avere i calli. Poi, fra zappatori esperti, si puo' anche discutere del metodo con un bicchiere di vino nelle mani callose ...

 

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  di marco de innocentis, 24 Novembre 2006, 13:27 permalink rss

Per chi chiede i dati, consiglierei di consultare il sito www.menostato.it, in particolare lo spreadsheet di Excel scaricabile da lì, che contiene un bel po' di cifre e grafici sull'occupazione con tutte le fonti. In particolare, l'Italia ha uno dei più alti tassi di disoccupazione per gli under-25 in Europa: 24% rispetto a una media EU del 18.5% (Regno Unito: 12.9%, Stati Uniti: 11.3%). La fonte (Eurostat) è citata in dettaglio sullo spreadsheet di menostato.it. Un'altra area in cui l'Italia "eccelle" è nel tasso di disoccupazione di lunga durata: la percentuale di persone continuamente disoccupate per almeno un anno tra tutti i disoccupati. L'Italia è di nuovo in cima con 49.2% rispetto a una media EU del 45.3% (Regno Unito: 20.6%, Stati Uniti: 12.7%).

A parte questo, vedo dall'esperienza di parenti e amici in Italia che le possibilità di lavoro sono veramente poche. Tanti giovani, anche laureati, passano il tempo in lavoretti tipo call center, mentre fanno concorso dopo concorso. Se sono fortunati, o raccomandati, dopo qualche anno ne vincono uno e prendono un posto permanente in qualche comune o ministero. Non esiste quasi per niente la possibilità di riciclarsi, di cominciare a fare qualcos'altro da quello che hai fatto finora. E' il contrario della situazione che vedo qui in Inghilterra, dove c'è sempre la possibilità di cambiare, e ancora più negli Stati Uniti.

L'unica cosa che mi lascia un po' perplesso è il discorso sul garantismo. Non so quale tipo di sussidi di disoccupazione abbiate in mente. Che cosa intendete per "assicurazione pubblica e obbligatoria contro la disoccupazione"? Citate come esempio l'Inghilterra, ma qui i sussidi ai disoccupati sono più che altro simbolici (30-50 sterline la settimana, a seconda del reddito). Di più non c'è bisogno, perché chi vuole lavorare un posto nuovo lo trova praticamente subito, almeno a Londra o nelle grandi città.

 

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  di giorgio topa, 25 Novembre 2006, 05:47 permalink rss

Caro Marco,

grazie mille della segnalazione, e' sempre utile diffondere dati e fatti che possano meglio informare il dibattito. Permettimi di rispondere in due parole riguardo ai sussidi di disoccupazione. Prima di tutto, qualche dato sulla durata dei periodi di disoccupazione: negli USA, la durata media di tali periodi varia grosso modo dalle 12 alle 20 settimane, a seconda del ciclo (vedi qui per ulteriori dati); in Europa, di nuovo grosso modo, tale durata media va dagli 8 ai 12 mesi! (vedi qui per qualche dato europeo).

Per quanto riguarda i sussidi alla disoccupazione, variano molto da paese a paese sia per durata che per entita' (di nuovo, vedi qui , tabella A1, per un riassunto). In Germania, ad esempio, la durata va da 6 a 12 mesi (in funzione di quanto a lungo si e' rimasti occupati); l'ammontare del sussidio varia dal 60% al 67% del reddito medio netto negli ultimi 12 mesi. Negli Stati Uniti, la durata varia da stato a stato ma di solito non supera le 26 settimane; l'ammontare e' basato su una percentuale del reddito negli ultimi 12 mesi, e varia secondo formule molto complicate (vedi qui per un algoritmo che consente di calcolare i benefici a secondo dello stato, numero di figli a carico, ecc).

I sussidi di disoccupazione presentano un ovvio trade-off: da un lato, forniscono un elemento di assicurazione quando si perde il lavoro per eventi aleatori indipendenti dalla propria volonta', e questo e' un aspetto desiderabile. D'altro canto pero' riducono gli incentivi a cercare un nuovo lavoro, visto che comunque si riceve un sussidio monetario. Sempre il paper citato sopra menziona poi un altro beneficio dei sussidi: permettendo al lavoratore di essere piu' paziente nella ricerca di un nuovo lavoro, porta a dei "matrimoni" migliori fra lavoratore e potenziali datori di lavoro, aumentando di conseguenza la durata media dei successivi periodi di occupazione.

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  di marco de innocentis, 28 Novembre 2006, 15:39 permalink rss

Grazie per il link all'articolo molto interessante (più che altro per i dati). L' "assicurazione sulla disoccupazione" non ha molto senso come concetto, e infatti nessuna compagnia d'assicurazioni si sognerebbe di venderla. Si tratta di sussidi statali alla disoccupazione, che è un po' diverso.

"da un lato, forniscono un elemento di assicurazione quando si perde il lavoro per eventi aleatori indipendenti dalla propria volonta', e questo e' un aspetto desiderabile."

Tutti i contratti di lavoro includono un periodo di preavviso per la convenienza di entrambe le parti. Qui è normalmente di un mese. Se qualcuno pensa che un mese non gli sia sufficiente per trovare un lavoro simile, sta a lui provvedere col risparmio, non al contribuente. Tra l'altro la disoccupazione "speculativa" ha senso solo tra i professionisti, non tra quelli che lavorano col salario minimo, perché in un libero mercato questi ultimi un lavoro simile lo trovano subito. Quindi se il sistema fosse usato in maniera onesta si tratterebbe probabilmente di un programma di redistribuzione del reddito da chi guadagna appena il necessario per mantenersi a chi ne ha meno bisogno. Non solo, ma a farne più uso sarebbero i professionisti meno capaci, quelli magari licenziati per incompetenza, o quelli di cui il mercato non ha bisogno e farebbero meglio a cercare un'altra strada. In pratica ovviamente il sistema non funziona così: i lavoratori con reddito più basso prenderanno i sussidi invece di andare a lavorare ogni volta che possono, con buona pace dei sindacati. Dubito che un sistema simile abbia molto senso.

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  di michele boldrin, 30 Novembre 2006, 01:10 permalink rss

Marco, un dettaglio tecnico. Le assicurazioni sulla disoccupazione non le paga il contribuente: sono assicurazioni ed i premi le pagano coloro che le utilizzano.

L'unica cosa che hanno e' che non sono volontarie ma obbligatorie (si puo' tentare di farle volontarie, ma dubito funzionino per ovvie ragioni di free-rider).  

Su perche' un mercato privato di assicurazione contro la disoccupazione abbia qualche sostanziale difficolta' a funzionare c'e' una vasta letteratura, da Pauly (QJE 1974) in avanti. Le cose piu' recenti, tipo Hopenhayn&Nicolini (JPE 1996) arrivano a studiare i meccanismi efficienti con molta profondita'. Le conclusioni a cui arrivi, mi dispiace, non hanno nessun fondamento ne' logico, ne' empirico; sembrano solo ideologia e come tale lasciano il tempo che trovano. Se hai un modello o un argomento logico o dei dati che sostengano quanto affermi, mi farebbe piacere leggerli.

Per esempio, negli USA, la durata dei periodi di disoccupazione (coperti dall'assicurazione) e' MAGGIORE per il lavoratori qualificati e con titolo di studio college che per quelli meno qualificati (Dati CPS, l'ultima volta che li ho guardati sara' stato il 2004, dubito sia cambiato molto).

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  di marco de innocentis, 05 Dicembre 2006, 12:59 permalink rss

> Le assicurazioni sulla disoccupazione non le paga il contribuente: sono assicurazioni ed i premi le pagano coloro che le utilizzano.  

Se l' "assicurazione" è obbligatoria, allora è solo una tassa con un altro nome. Infatti negli Stati Uniti si parla di Social Security Tax. Ma anche se la chiamassero National Insurance Contribution, come fanno qui, all'atto pratico sempre una tassa sarebbe.

> Su perche' un mercato privato di assicurazione contro la disoccupazione abbia qualche sostanziale difficolta' a funzionare c'e' una vasta letteratura

Beh, il "moral hazard" è ben noto. E' lo stesso motivo per cui non esistono assicurazioni private contro la povertà.

> Le conclusioni a cui arrivi, mi dispiace, non hanno nessun fondamento ne' logico, ne' empirico; sembrano solo ideologia e come tale lasciano il tempo che trovano.

L'unica differenza tra me e voi è che voi considerate questo sistema di sussidi statali come utile e, credo, socialmente giusto. Quest'ultimo è un giudizio ideologico a cui non posso controbattere. Per quanto riguarda l' "utilità" sta a voi, e non a me, definire cosa intendete per "utile" e dimostrare che i sussidi (o assicurazione, che dir si voglia) soddisfano questa definizione. L'articolo di Tatsiramos, per quanto interessante, non dimostra assolutamente nulla: non c'è alcun modo di stabilire un legame causale tra l'esistenza di sussidi di disoccupazione e i dati osservati.

Ti cito un esempio personale, con una domanda alla fine. Mia moglie è americana, viene dalla California, da una famiglia di braccianti di origine messicana. Visto che il lavoro nei campi è stagionale, per 3-4 mesi all'anno questi braccianti non hanno niente da fare. In questo periodo un bel po' di loro invece di cercarsi un altro lavoro prendono sussidi di disoccupazione e stanno a casa senza far niente. E questo è il meno, mia moglie ne ha viste di tutte: gruppi di persone on benefit che vanno in Messico per mesi mentre un amico ogni settiamana spedisce i moduli per fargli avere i sussidi, gente che è ufficialmente disoccupata e riceve il sussidio ma allo stesso tempo lavora in nero, ecc. Io ti chiedo: come fai ad impedire che si verifichino abusi del genere? Se non puoi impedirlo la gente se ne approfitterà, perché è difficile resistere la tentazione di guadagnar soldi senza far niente.

> Per esempio, negli USA, la durata dei periodi di disoccupazione (coperti dall'assicurazione) e' MAGGIORE per il lavoratori qualificati e con titolo di studio college

Questo non contraddice affatto quello che ho scritto io.

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  di michele boldrin, 05 Dicembre 2006, 18:44 permalink rss

Se vogliamo ragionare senza battute, facciamolo e guardiamo i problemi in faccia, invece di saltarli perche' non ci piacciono. Altrimenti lasciamo stare.

(1) Una tassa e' una cosa che tutti pagano e con il ricavato della quale il governo si compra quello che vuole.

Un'assicurazione obbligatoria e' un sistema che, se si costruisce bene e la social security americana sino ad ora lo e' stata "abbastanza" (possiamo metterci a discutere degli aspetti erronei ed insensati della stessa, ma e' un altro tema), funziona sulla base di un principio assicurativo, ossia

- un sottoinsieme della popolazione contribuisce (quello che tu ed altri chiamate "tax" si chiama "contribution" nella maggioranza dei casi, mentre la "income tax" nessuno la chiama "income contribution") al fondo.

- il fondo si accumula attraverso contributi e rendimenti dei titoli in cui il fondo investe.

- i contribuenti al fondo ricevono copertura assicurativa nei termini e nelle condizioni prestabilite dall'assicurazione stessa.

(2) Il mercato privato contro la disoccupazione non funziona per tre motivi: rischio morale (che e' il minore: basta modulare il sistema adeguatamente ed il moral hazar quasi svanisce anche con un'assicurazione privata), selezione avversa (molto piu' complicato da eliminare senza l'obbligatorieta'), ed infine, cosa piu' seria di tutti, "inconsistenza temporale" (ossia il fatto che, come l'esperienza dimostra, senza l'obbligatorieta' nessuno si assicura, poi quando va pancia all'aria la grande impresa tutti a far casino per il sussidio, ottenendolo, mentre quando va a pancia all'aria la piccola impresa, che si fottano ... con ovvie distorsioni).

Ora, questi tre fattori ci sono e da anni li studiamo, quantifichiamo, cerchiamo di capire come ridurli/eliminarli/gestirli. Scrollare le spalle perche' irritano e dire "Beh, son 'ben noti'" non li elimina. Anche il cancro e' ben noto, nondimeno sembra che valga la pena provare a curarlo Se hai una soluzione migliore dell'assicurazione obbligatoria alla disoccupazione, nella forma da noi suggerita, ti prego di proporla. Se pensi che gli argomenti a cui accenno siano erronei, provamelo. Le battute, come quella sulla poverta', lasciano il tempo che trovano, anzi fanno venire le nuvole all'orizzonte.

Renditi conto inoltre che il "periodo di preavviso" altro non e' che assicurazione contro la disoccupazione, obbligatorio anch'esso! Nel tuo commento precedente lo citi come forma contrattuale che ti sembra accettabile ed utile. Ora, pensaci, e' la stessa cosa, solo piu' inefficiente. E' la stessa cosa, perche' (i) e' tipicamente obbligatorio e stabilito per legge, (ii) volendo lo si puo' estendere quanto si vuole (noi diciamo 6 mesi di assicurazione, basta fare 4 mesi di preavviso e siamo allo stesso risultato, visto che nessuno suggerisce di pagare il 100% del salario come assicurazione alla disoccupazione), (iii) si finanzia attraverso una "tassa implicita" (usando la tua logica) in quanto il costo del preavviso viene distribuito sul costo del lavoro di tutti, esattamente come il contributo pensionistico. E' piu' inefficiente, perche' scarica il costo dell'assicurazione (quando la stessa dev'essere elargita) sull'impresa che vuole licenziare. Ora, poiche' e' ragionevole assumere che le aziende non licenzino semplicemente per dar fastidio alla gente ma perche' hanno qualche difficolta' a usare i dipendenti in questione (tecnicamente: hanno avuto uno shock negativo) la logica economica, ed il buon senso, suggerisce non caricare tali imprese di un costo aggiuntivo in situazioni di difficolta' gia' presenti.

(3) "Voi" qui si riferisce ai sei che hanno scritto l'articolo, assumo. La differenza qui sembra essere di attenzione a quello che abbiamo scritto ed a quello che su questo argomento la gente che ha fatto ricerca ha scritto. Se la "separazione involontaria" (per usare un termine tecnico: ossia il fatto che l'impresa ti dice arrivederci, c'e' stato uncambio di domanda o un aggiustamento del personale e, per ragioni non prevedibili ed indipendenti dalla tua volonta' e dai tuoi atti, fra un mese o fra tre non abbiamo piu' bisogno di te) e' tale, essa dipende da eventi esterni. Non tutto cio' che ci succede ce lo "scegliamo", almeno non consapevolmente. Quindi, per ragioni utilitaristiche elementari, e' utile avere un'assicurazione contro tali eventi avversi. Ora, se per te non sembra "utile" mi devi spiegare perche' l'idea di assicurarsi contro rischi esterni e non controllabili dalle nostre azioni ti sembra "inutile". Questa e' la ragione per cui ci sembra "utile" avere un'assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione: perche' produce un miglioramento nel senso di pareto, che a noi non sembra possibile attraverso meccanismi di mercato. Ripeto, per dimostrare che abbiamo torto occorre fare una almeno delle seguenti due cose: (a) dimostrare che un'assicurazione non serve per accrescere il benestare degli agenti in situazioni di rischio dovuto a shock esterni; (b) dimostrare che tale assicurazione si potrebbe ottenere, efficientemente, con meccanismi privatistici. Dubito alquanto che (a) sia possibile, fintanto che si riconosce l'ovvio fatto che le persone sono avverse al rischio, comunque magari mi sbaglio. Forse (b) e' possibile, ma in trent'anni che studiano il problema, tutti i colleghi che conosco, indipendentemente da quanto a favore siano del libero mercato, riconoscono che e' praticamente impossibile farlo in condizioni realistiche. Se hai un'idea migliore della loro, ben venga ... che magari ci scriviamo su un paper. In ogni caso, il nostro e' tutto fuorche' un giudizio "ideologico", a meno che tu non ritenga che e' "ideologico" assumere che il compito della politica e dello stato sia quello di creare istituzioni e diritti di proprieta' che massimizzino il benestare dei cittadini. Se cosi' e', ti pregherei di suggerire un ruolo per la politica e lo stato che scia scevro di tali distorsioni "ideologiche".

(4) Gli abusi del sistema che tua moglie descrive: e chi li nega? Ma vuoi che ti racconti qualche storiella di come il mio vicino abusa dell'assicurazione privata sulla casa, o gente che conosco abusa di quella privata per la salute, o per la macchina? Io stesso, qui lo dico e qui lo nego, credo di aver abusato della mia molto privata assicurazione privata sulla macchina per farmi aggiustare qualche ammaccatura che frutto di terzi certo non era ... Stiamo scoprendo che i meccanismi assicurativi sono suscettibili di manipolazione in presenza di informazione privata? Certo che lo sono! Per questo le assicurazioni, private e pubbliche, fanno di tutto per ridurle, per estrarre informazioni, insomma: per disegnare meccanismi che, sotto il vincolo dell'informazione privata, siano efficienti. Quando il costo sociale degli abusi diventa piu' alto dei benefici, allora forse conviene chiudere il sistema. Se e' questo che suggerisci, credo dovresti dare qualche dato. La letteratua sull'argomento (vedi per esempio i lavori di John Rust sull'assicurazione d'invalidita') suggeriscono che il livello di abuso negli Stati Uniti non sia particolarmente alto. Non conosco lavori sull'assicurazione alla disoccupazione. Che ne ha, ne metta.

(5) Tu hai scritto (commento anteriore):  <<In pratica ovviamente il sistema non funziona così: i lavoratori con reddito più basso prenderanno i sussidi invece di andare a lavorare ogni volta che possono, con buona pace dei sindacati.>>

 Io ho commentato: <<Per esempio, negli USA, la durata dei periodi di disoccupazione (coperti dall'assicurazione) e' MAGGIORE per il lavoratori qualificati e con titolo di studio college.>

Tu hai risposto: <<Questo non contraddice affatto quello che ho scritto io.>>

Io ora ggiungo: a me sembra proprio che contraddica la tua affermazione iniziale. In quale altra maniera si puo' interpretare la frase tua se non nel senso che i lavoratori con redditi bassi "userebbero/abuserebbero" del sussidio di disoccupazione piu' di quelli con redditi alti? I dati mostrano il contrario, quindi contraddicono la tua frase. Se la tua frase ha un altro significato recondito, dimmelo. Per il momento, non ne vedo altri. 

 

 

 

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  di michele boldrin, 26 Novembre 2006, 01:28 permalink rss

1) e 5) Se capisco bene su questo punto abbiamo converso, e se non leggo male il punto di convergenza era il nostro punto di partenza. I dati OCSE (questa era anche una delle nostre fonti) aggiunti da De Innocentis nel commento precedente confermano, credo, quello che al riguardo sosteniamo. Di nuovo, se altri e differenti dati mostrano una situazione differente da quella che abbiamo illustrato noi, ben vengano. Pero' che vengano i dati, per favore.

2) Giovani e donne. Siamo anche qui d'accordo che li' sta un buon 50-60% della differenza italiana (non scordiamoci che c'e' anche il Sud, in Italia, e che il tasso d'occupazione fra i maggiori di 55 anni e' se non il piu' basso certo uno dei piu' bassi in Europa, quindi del mondo.) Riferimenti a caso sul tema "Occupazione di giovani/donne, flessibilita' del mercato e fertilita'", cercando di rimanere in sud europa il piu' possibile.

La prima e' una delle tante surveys, gli altri sono titoli che mi vengono a caso dai miei files ... direi che e' talmente tanta la letteratura che mi sembra impossibile non la si conosca.

- Siebert, H. "Labor Market Rigidities: At the Root of Unemployment in Europe", Journal of Economic Perspectives, 11 (1997), 37-5

- IZA DP No. 1550 "Part-Time Work in EU Countries: Labour Market Mobility, Entry and Exit", Hielke Buddelmeyer, Gilles Mourre, Melanie Ward. April 2005

 

- Martinez-Granado, Maite, and Javier Ruiz-Castillo, "The Decisions of Spanish Youth: Cross-Section Study", Journal of Population Economics, XV (2002), 305-330.

- Dolado, Felgueroso and Jimeno, "Explaining Youth Labor Market Problems in Spain: Crowding-Out, Institutions, or Technology Shifts?" Discussion Paper No. 142 April 2000, IZA

- Del Boca, Pasqua, Pronzato, "Why Are Fertility and Women's Employment Rates So Low in Italy? Lessons from France and the U.K", mimeo, Torino- NYU

LA DEL BOCA HA ALMENO 5 O 6 PAPERS, SOLA O CON ALTRI, SULL'ARGOMENTO. VERIFICARE LA SUA PAGINA SU IDEAS

- Bertola e Garibaldi, "THE STRUCTURE AND HISTORY OF ITALIAN UNEMPLOYMENT", CESIFO w.p. 907, 2003.

- Gilles Saint-Paul, "Assessing the Political Viability of Labour Market Reform: the Case of Employment Protection", CEPR Discussion Paper No. 2136

- Boeri, Conde-Ruiz, Galasso "Protecting Against Labour Market Risk: Employment Protection or Unemployment Benefits?" IZA Discussion Papers 834, 2003

-Acemoglu & Shimer "Efficient Unemployment Insurance" Journal of Political Economy, 107(5), pages 893-928, ED OVVIAMENTE HOPENHAYN E NICOLINI, STESSO TEMA JPE 1997, CHE E' IL LAVORO ORIGINALE

- Boden, RJ, "Flexible working hours, family responsibilities, and female self-employment: Gender differences etc." The American journal of economics and sociology, 1999

- Peter Auer, Employment Revival in Europe: Labor Market Success in Austria, Denmark, Ireland and the Netherlands ILO, 200?

- Steve Nickell "Unemployment and Labor Market Rigidities: Europe versus North America" Journal of Economic Perspectives, 11 (1997) 55-74

- Mac Culloch and Di Tella, "The Consequences of Labor Market Flexibility: Panel Evidence Based on Survey Data" mimeo, harvard 2002, credo pubblicato nella European Economic Review

... basta, senno' non finisco piu' ...

Poi c'e' una sequenza di domande: <Vogliamo far finta che ci sia un modello condiviso di interazione all'interno della famiglia? Che non ci siano problemi nel capire gli effetti del mercato del lavoro sulle scelte di fertilita'? Vogliamo dimenticare che osserviamo altissimi tassi di partecipazione femminile sia in paesi con mercati del lavoro molto flessibili che in paesi con mercati del lavoro molto rigidi?>> alle quali non so bene come rispondere.

Forse potresti elaborare, o qualcun altro potrebbe farlo. Non capisco proprio, quindi faccio domande chiarificatrici:

- Quali 30 anni di letteratura stiamo o sto buttando via?

- In che senso i modelli d'interazione nella famiglia implicano conclusioni differenti dalle nostre sull'offerta di lavoro delle donne?

- Quali dei, molti, problemi a capire la relazione fertilita'/partecipazione contraddicono le nostre affermazioni?

- Quali sono i paesi con mercati del lavoro piu' rigidi dell'italiano che hanno una partecipazione femminile piu' alta?

- Insomma, dov'e' la evidenza, if scant, che far crescere la rigidita' del mercato del lavoro puo' anche vagamente far crescere l'occupazione femminile e giovanile?

Posso avere una risposta documentata a qualcuna di queste domande? Altrimenti non so di cosa stiamo parlando. Mi scuso in anticipo per la mia ignoranza della letteratura che senz'altro il commentatore conosce meglio di noi, viste le domande che pone.

3) Tenure. Avevo promesso references, eccone alcune da cui si puo' partire, la letteratura e' enorme e ritirare fuori tutto da files molto vecchi richiede troppo tempo.

L'argomento fondamentale viene dalla domanda"senza tenure, chi controlla il controllore? Meglio, chi e' il controllore?". Detto in soldoni, se in nel dipartimento di fisica teorica nessuno ha tenure, chi assume i nuovi professori? E che incentivi avra' costui? Diamo al dean (che ovviamente neppure ha tenure) il potere di assumere tutti, di sua sponte? Ci vorrebbe veramente un bel dean ... o lo diamo al board of trustees? La tradizione da cui io ho appreso questa impostazione, a mio avviso ineludibile, del problema, lo attribuisce a Walter Oi e/o Sherwin Rosen, pero' questa e' una tradizione verbale della vecchia Rochester, e sia Walter che Sherwin sono stati rochesteriani (Walter tutt'ora lo e', Sherwin purtroppo no), quindi chissa' ... La mia impressione e' che tutto venga da un pezzo scritto da Fritz Machlup negli anni 60, che tutti citano (con titoli diversi, il piu' frequente e' "In Defense of Academic Tenure" ...) ma io non ho mai letto perche' e' pubblicato in un Bullettin of something. Forse via Google si trova da qualche parte, specialmente con Google Print, se lo trovate fammi sapere che m'incuriosisce leggerlo. FM era uno molto lucido, ed il suo report di un decennio prima su IP e' una delle migliori cose che mai siano state scritte sull'argomento.

Un articolo recente in cui lo stesso argomento viene ripetuto per l'ennesima volta e' il seguente, anche se l'abilita' dell'autore di modellare la cosa mi sembra lasci a desiderare.

Willam O. Brown, "University Governance and Academic Tenure: A Property Rights Explanation," Journal of Institutional and Theoretical Economics, 153 (1997),

Altre "teorizzazioni"

Aloysius Siow, "Specialization, Obsolescence and Asymmetric Info in Academia" Univ of Toronto W.P. No. UT-ECIPA-SIOW-95-02

Ian Novos and Michael Waldman "Returns to Tenure: Conceptual and Empirical Issues," Eastern Economic Journal, 23, Summer 1997. (MOLTE DELLE COSE CHEWALDMAN HA SCRITTO IN QUEGLI ANNI HANNO A CHE FARE CON TENURE. PER ES IL PIECE IN QJE 1999)

Una survey, biased ma survey, del dibattito piu' recente si trova a http://www.hup.harvard.edu/pdf/CHAQUE_excerpt.pdf

Un'altra survey, piu' orientata al lavoro degli economisti, la trovate qui http://agecon.unl.edu/royer/tenure.htm

Enough, direi ... c'e' da leggere per un paio di giorni. Argomenti seri che provino che un tenure contract e' un contratto inefficiente (sotto ipotesi almeno ragionevoli) io non ne conosco proprio, ne' so immaginarli, ma forse qualcuno piu' lucido/informato di me li conosce o li puo' produrre.

4) Sulle molte domande che nel punto precedente, e qui (allo stesso numero, commento precedente) vengono poste: hai qualche risposta che contraddica le nostre/mie affermazioni? Nelle circostanze in cui siamo vale proprio la regola che "it takes a model and some data to beat a model and some data". Cerco di spiegarmi di nuovo, perche' sembra non ci si intenda sulla metodologia.

Noi abbiamo fatto una proposta di politica economica, prendendoci un rischio. Mantenere lo status quo, sia chiaro, e' una proposta di politica economica alternativa alla nostra. Se qualcuno ne ha in mente una terza, ben venga. La ricerca scientifica seria raramente e' utilizzabile direttamente per fare proposte positive di politica economica, di questo sono ben consapevole. La maniera migliore di usare la ricerca scientifica e' per dire "questo di certo non funziona". Niente di male, io lo faccio sempre e quando ho giocato a fare l'advisor ne ho spesso abusato. A chi fa ricerca piace porre dubbi, criticare, avanzare il sospetto che la soluzione suggerita sia migliorabile. Va benissimo.

Ma, ed e' un "ma" importante, nelle circostanze presenti e data la situazione italiana, ci sembra chiaro che le politiche attuali non funzionino. Lo dicono i fatti e lo dicono le teorie. Quindi, punto uno, noi affermiamo che tutta la ricerca economica di cui siamo a conoscenza dice

(A) "Non fate le politiche del lavoro che sono state fatte e si fanno in Italia dall'inizio anni 70 ad ora."

Magari ci sbagliamo, quindi chiedo: esiste ricerca seria che neghi la nostra affermazione, ossia che dimostri che lo status quo italiano fa bene a occupazione e produttivita' del lavoro? Se c'e', che venga. Se non c'e', ciccia, e capitolo chiuso.

Capitolo chiuso vuol dire: l'attuale organizzazione e legislazione del mercato del lavoro italiano fa male a occupazione e produttivita'. Alla quale segue la domanda veramente difficile: fra le politiche TEORICAMENTE possibili (diciamo chiaramente che del vincolo di fattibilita' politico-sindacale per il momento ce ne freghiamo nel modo piu' assoluto) quale politica sembra la piu' foriera dei risultati desiderati. Qui ovviamente il rischio e' piu' grande perche' invece di dire cosa non fare diciamo cosa fare, e probabilmente da qualche parte sbagliamo di sicuro. La domanda quindi e':

(B) "Fra le cose che suggeriamo, quale sembra decisamente sbagliata, alla luce della ricerca economica?"

Questa mi sembra una domanda legittima, alla quale non capisco in quale senso le altre domande fatte nel commento aiutino a rispondere. Ora, quali dati/modelli suffragano le ripetute affermazioni secondo cui le nostre conclusioni sono dubbie? Tutte o quasi le domande poste suggeriscono - direttamente ed indirettamente: prego rileggere commento - che le nostre conclusioni sono per lo meno dubbie e per nulla solide o accettabili/condivisibili. Insisto, per mettere in dubbio la validita' di un'affermazione occore presentare almeno un argomento logico o dei dati che ne mettano in dubbio, appunto, o la coerenza o la consistenza con i fatti. Io sono incline a diventar dubbioso, ma il seme del dubbio uno me lo debe pur piantare con almeno QUALCHE esempio o modello. Non chiedo molto, suvvia!

A questa seconda domanda, che credo il commento dovrebbe rispondere per far proseguire la discussione, ne segue, o se ne accompagna, una terza:

(C) "Quali altre politiche avremmo potuto suggerire, assieme o in alternativa a quelle gia' suggerite, che alla luce di quanto sappiamo potrebbero meglio permettere il raggiungimento degli obiettivi desiderati?"

Anche per questa domanda, in che senso le domande poste mi aiutano a trovare una risposta? Vorrei capirlo. In soldoni:

se cio' che non diciamo e' dubbio x%, cosa giustifica questo x% e cos'e' che e' dubbio y%, con y

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Nota sullo stile del dibattito.

Non avevo notato le battute sulla "paranoia" nei due commenti della persona che si firma "pau flaccido" e che non risulta corrispondere a nulla ed a nessuno di rintracciabile. Non avevo nemmeno notato che, sempre secondo la stessa persona, facciamo "intenerire" ed altre allusioni piu' o meno ironiche, tipiche di chi "knows better" e ti guarda con suprema condiscendenza ... faccio finta di non averli notati anche questa volta. Ora capisco meglio il tono delle domande e perche' mi si chiedono riferimenti bibliografici su un tema, flessibilita' ed occupazione, su cui la letteratura e' talmente sterminata che ci sbatti addosso anche senza volerlo. Va bene, facciamo finta che la letteratura non era nota e, comunque, qualche altro lettore forse la trovera' utile.

Pero' mi permetto una nota sullo stile del dibattito che ritengo appropriato fra persone che hanno argomenti solidi da proporre: lasciamo stare le battute facili e, le altrettanto facili ironie. Se abbiamo qualcosa da dire di serio ed argomentato, diciamolo, mettiamo i modelli e mettiamo i dati. Le facili battute e le domande retoriche senza risposta son cose che usano quelli che non sanno cosa dire.

E firmiamoci, che io mi firmo. La regola del put your money where your mouth is vale soprattutto in questioni di scienza dove, come a poker, the hand speaks by itself.

 

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  di giorgio topa, 27 Novembre 2006, 05:06 permalink rss

Provo a fare l'avvocato del diavolo (che, come dice sempre mio padre, puo' essere utile), e a rispondere ad una delle domande aperte da michele nel commento precedente.

Michele chiede "Quali sono i paesi con mercati del lavoro piu' rigidi dell'italiano che hanno una partecipazione femminile piu' alta?"

Questo rapporto contiene alcuni dati (anche se non recentissimi) su partecipazione femminile al mercato del lavoro. Si vedano, in particolare, le figure 1 e 2. Balza subito all'occhio che fra i paesi con partecipazione femminile piu' alta ci sono quelli scandinavi, che (credo) abbiano tutti un mercato del lavoro almeno altrettanto rigido di quello italiano. (si noti anche, pero', che Spagna e Irlanda pur partendo entrambi da livelli piu' bassi dell'Italia nel 1981, dopo 20 anni avevano bellamente superato il bel paese stesso. A occhio e croce mi sembra che Spagna, Irlanda e Olanda siano i paesi che hanno registrato gli incrementi maggiori nel periodo 1981-2001).

Ok, torniamo ai paesi scandinavi. Mi chiedo come si spieghi la loro anomalia. E' solo cultura? Sono io che conosco male i fatti dei paesi scandinavi? Ci sono delle differenze importanti fra le rigidita' del mercato del lavoro scandinavo e quelle del mercato del lavoro italiano? Mia moglie mi suggerisce che questi paesi hanno anch'essi effettuato delle (magari timide) riforme in senso liberistico negli ultimi anni. Qualcuno ne sa di piu'?

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  di michele boldrin, 29 Novembre 2006, 23:35 permalink rss

Quando stavo scrivendo la frase incriminata pensavo "vuoi vedere che qualche anima bella se ne uscira' con il solito esempio svedese?"

E' facile fare l'indovino, in certe cose ...

Non conosco a menadito il mercato del lavoro svedese o norvegiese (la seconda e' sempre di piu' un'eccezione strana, e' un paese che sta lentamente convergendo verso una versione "fredda" del Dubai, grazie al reddito per capita che il petrolio produce). Pero' mi risulta che quello danese sia altamente flessibile. A ogni buon conto, ho fatto un po' di ricerca (usando Google e Google Scholar, credo accessibili anche alla NY Fed) e l'evidenza mi sembra ci sia: i mercati del lavoro scandinavi sono parecchio piu' flessibili dell'italiano e di quelli del resto dell'Europa continentale, anche se lo sono meno degli anglosassoni. La disoccupazione giovanile, in Svezia, non e' poi cosi' piu' bassa dell'italiana, dalle tabelle che vedo in giro. Per quanto riguarda, in particolare, licenziamento ed orari flessibili, lavoro part-time e contratti temporanei, quello che ho capito da varie letture e' che stanno molto meglio dell'Italia, meglio nel senso da noi avocato ... Basta andare in questo interessante sito, ed entrare "Denmark", "Italy", "Netherlands" e "Sweden". Nota che la cassa integrazione e la liquidazione non sono chiaramente calcolate in questo sito, e che nemmeno il comportamento dei pretori del lavoro lo e', ma questo e' un discorso che porta lontano e richiede tempo che non ho.

Ecco una sintetica rendition della situazione, da un esperto (Gustav Ranis, YER Agosto 2006) "The Danish experience may not be easy to replicate in other OECD countries or the developing world as each country has its own structural characteristics. We can, however, classify countries according to their labor market flexibility with potential for private-sector participation and safety net contributions from the public sector. OECD countries can be classified into three types: Anglo-Saxon, Scandinavian and Continental European. The Anglo-Saxon countries, the US and UK, advocate minimal state intervention, leaving the main burden of labor market adjustment to a private sector that operates in a more flexible labor market. Scandinavian countries combine relatively flexible labor markets with larger public-sector participation in meeting the costs of adjustment. Continental European countries also encourage substantial public-sector participation, with the private sector’s ability to contribute to the adjustment process hampered by more rigid labor-market conditions."

 

 

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  di giorgio topa, 30 Novembre 2006, 05:32 permalink rss

Infatti, mi ero stupito che non avessi scritto, dopo la frase incriminata, "e non ditemi i paesi scandinavi, troppo facile"  :-)

Immaginavo appunto che il mercato del lavoro svedese fosse piu' flessibile di quanto non si pensi. Per la disoccupazione giovanile, il solito sito menostato.it riporta i seguenti dati. L'Italia guida la classifica (!) con il 24% di disoccupazione fra i giovani sotto i 25 anni; all'altro estremo ci sono la solita Irlanda, insieme a Olanda e Danimarca, intorno all'8%; la Svezia sta esattamente a meta' con il 16%. Gli Stati Uniti sono all'11%, Regno Unito al 13%. Stupisce un po' trovare la Spagna al 20%, subito dopo la Francia (ma il trend e' in miglioramento).

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  di pau flaccido, 28 Novembre 2006, 18:21 permalink rss

Caro editor:

mi scuso: ho appeno posto una reply alla sua reply di qualche giorno fa e l'ho posta senza aver prima letto questo suo intervento che ho notato contiene risposte dettagliate ad alcune mie domande. Mi prendo il tempo di leggerlo.

Non rinuncio ad un appunto: l'anonimato tradizionalmente non danneggia il dialogo scientifico, non si fa cosi' nei referaggi? 

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  di alberto bisin, 28 Novembre 2006, 19:07 permalink rss

ma nei referaggi non c'e' dibattito: uno giudica e l'altro e' giudicato.

nel dibattito ci si guarda in faccia. 

 

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  di siracide, 04 Dicembre 2006, 20:08 permalink rss

Ho apprezzato l'articolo e, non essendo economista, ci rifletterò a lungo (pur avendo compreso (quasi) tutto e pur condividendo le conclusioni). Anche perchè di "questo" mercato del lavoro faccio parte, nel bene e, soprattutto, nel male.

Volevo però intervenire sulla " Nota sullo stile del dibattito" e dare una simpatica tiratina d'orecchi a Michele:

- ma come "non avevo notato"??? erano ben visibili! Male che tu non abbia notato subito le ironie e le battutine di "pau flaccido" fin dal primo intervento... son sicuro che sei abituato a leggere bene e rapidamente con  buone tecniche di lettura che permettano di dare valore solo ai contenuti che ne hanno veramente... però anche alcune sfumature possono essere importanti...

- il secondo a fare ironia e a guardare dall'alto sei stato forse proprio tu, nella tua prima risposta a "pau flaccido"; tanto che io ti giustificavo pensando restituissi pan per focaccia, anche se mi sembravi addirittura troppo acido e risentito con quel "mi dispiace" ripetuto non a caso... e invece adesso mi dici che non avevi notato ironie e battutine... allora teoricamente sei stato tu il primo a fare l'ironico

- Mi sembra poi che il secondo intervento di "pau flaccido" ti abbia soddisfatto di più, tanto da farti rispondere in maniera opportuna... in effetti anche a me pareva che non fosse per forza obbligatorio fornire dei dati per aprire un dibattito su dei punti dubbi (o presunti tali)... anch'io avendo dubbi e non avendo il benchè minimo dato a disposizione affronterei un dibattito esponendoli e/o, se vogliamo provocando; saranno poi gli altri a smontarmi e a fornirmi i dati mancanti... insomma non vedevo nulla di male anche se le battutine c'erano e mi sembra che  alla fine di tutto, il tuo primo intervento fosse un po' sprecato, rispetto ai seguenti...

Infine una nota a molti tra voi: colgo l'inglese e pure l'americano e certe volte è d'obbligo usare certe forme linguistiche ma, SE POSSIBILE visto che scrivete in italiano... scrivete in italiano. Gli stessi proverbi o modi di dire esistono anche nella nostra lingua e forse più carini e spesso non c'è nessuna convenienza, nemmeno quella di risparmio d'inchiostro...  "knows better",  put your money..., the hand speaks...  Il primo intervento di stockli è quello che mi ha fatto più pensare all'idioma: già c'erano i termini "tecnici" di tenure, tenure professors,  supremi court, at will, market value (che tradotto non farebbe però brutta figura); se ci aggiungiamo Nonetheless, do you remember, paper, paper, partial equilibrium...

Il tutto con leggerezza, solo pensando a qualcuno che l'inglese non lo sa (sigh, ce ne sono!) e vorrebbero capirci qualcosa in un sito molto interessante come questo. 

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  di giorgio topa, 04 Dicembre 2006, 20:40 permalink rss

caro Siracide,

ti ringrazio dell'apprezzamento. Immagino che Michele ti rispondera', ma volevo intanto dire che siamo molto consapevoli della nostra tendenza ad usare modi di dire americani o comunque anglosassoni, e cerchiamo di porvi rimedio (quando e' possibile). Ogni tanto qualcosa sfugge, specie quando si scrive di getto. Purtroppo e' una conseguenza dell'essere vissuti all'estero per molto tempo. Credimi, almeno da parte mia, non e' assolutamente fatto con arroganza, e anzi mi da molto fastidio l'aver perso, nel tempo, alcune sfumature della lingua italiana.

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  di siracide, 04 Dicembre 2006, 20:48 permalink rss
Lo so, lo so, e non pensavo, infatti, all'arroganza... conosce bene qualcuno tra di voi e il rischio di queste e altre conseguenze della lontananza.
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  di michele boldrin, 04 Dicembre 2006, 23:30 permalink rss

Tirata d'orecchi accettata, anche se non prometto di non rifarlo nel futuro lo stesso errore. Cerco di spiegare perche' (l'altro pezzo della spiegazione si trova come risposta ad una osservazione, speculare alla tua, fatta da Nicola Lacetera nel dibattito su Stuyvesant).

Avevo notato, come se ne notano altri, ma uno prova a far finta. A volte c'e' chi ama "tirar di fioretto", facendo ironie e battutine da furbetto, pero' con l'intenzione di discutere seriamente. E' una specie di autodifesa iniziale, superata la quale la persona si rilassa e riesce a discutere sulle cose concrete, sui fatti-dati-teorie e lascia stare le battutine. C'era un 50% di probabilita' che il "pau flaccido" (tutti con questa mania dei nomi finti, mi sto un po' stancando ... ah, sto dibattendo con un altro nome finto ora che ci penso!) volesse discutere sul serio, quindi ho fatto hedging: ho risposto facendo finta di niente, ma just in case ho messo anche io le mie battutine. Ha risposto rincarando la dose ed ora, alle mie risposte che mi sembrano piu' che serie, vedo che non risponde. Diciamo che assegno un 12.7% di probabilita' al fatto ce lo faccia questa settimana ... 

Sull'opportunita' di fornire dati alternativi per dibattere: ti sbagli. Non vedo proprio in che senso si possa argomentare scientificamente contro un'ipotesi se non si ha almeno un'ombra di evidenza che la metta in dubbio. Nel caso del mercato del lavoro non sostengo che tale evidenza contraria alle nostre politiche esista, ne esiste e la conosco. Ed ho deciso che e' di gran lunga insufficiente a farmi cambiare idea. Se qualcuno ha dei dubbi sulla posizione che avanziamo deve almeno spcificare su CHE COSA si REGGANO tali dubbi, non ti pare? A me sembra che o si reggono su errori logici o di teoria che facciamo - nel qual caso, ci si dica dove sono tali errori o tali ipotesi dubbiose - o su evidenza empirica che contraddice quella che noi riportiamo - ed anche qui ritengo legittimo dire: mostrami l'evidenza. 

Dubitare e' bene, ma vi sono due livelli del dubbio. Quello a cui ti riferisci, il dubbio del ricercatore che non e' mai contento, che mette sempre in discussione i propri risultati, e' perfettamente salutare e legittimo. Ma inutile e paralizzante in una discussione di politica economica, visto che quest'ultima richiede PRENDERE DECISIONI ed AGIRE. Dire semplicemente: forse hai ragione, ma io comunque dubito e' una posizione utile per scrivere il prossimo paper, o per andare a cercare nuova evidenza su cosa determina il lavoro precario o un basso tasso di occupazione femminile. Ma finche' non hai fatto questa ricerca, tale tipo di dubbio e' inutile e paralizzante in una discussione di politica economica. Se gli ingegneri dovessero attendere che i fisici risolvano tutti i loro dubbi sulla struttura sub-atomica della materia, mai costruirebbero ponti. Non e' obbligatorio fare politica economica, ma se si fa e si dibatte di essa occorre seguire la regola "ci vogliono un modello e dei dati per prendere decisioni". Il che ci porta al secondo livello di dubbio, quello ingegneristico, che si applica al caso in questione. Se pensi che il ponte che sto suggerendo di costruire non regga devi darmi almeno una ragione tecnica precisa che giustifichi il tuo dubbio. Non puoi limitarti a dire "non ci credo, troppo facile, dubito ...". Mi spiego?

 

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  di siracide, 05 Dicembre 2006, 00:02 permalink rss

Il mio nome è Siro e il nick siracide non ne è poi così lontano anzi; tu potevi firmarti mike e sarebbe stato uguale. E poi, la presenza o meno del nome reale, in verità non conicide necessariamente con un non-anonimato... per quello ci vorrebbe ben altro... forse anni di amicizia... ma qui andremmo lontani.

Riguardo ai "dubbi" capisco cosa intendi, ma esistono anche i "dubbi" (forse è la parola "dubbio" a non essere la più azzeccata) di chi non comprende tutto, o almeno non tutto in modo così evidente, senza avere conoscenze e dati, senza per questo voler andare contro un'ipotesi, ma anzi proprio per poterla comprendere meglio e abbracciarla incondizionatamente. Sono quei dubbi che vengono quando non afferri qualcosa; se sapessi cosa forse avrei già risolto il dubbio. Non mi sembravano proprio questo il tipo di dubbi di "pau flaccido", che forse un po' ci giocava; però, pur non fornendo dati, poneva alcune domande. Ora, pur supponendo che potesse avere o meno delle risposte contrarie o meno alle tue, e ad ogni domanda si poteva comunque rispondere... come poi hai fatto.

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  di siracide, 04 Dicembre 2006, 21:30 permalink rss

Nell'articolo non ho notato riferimenti ad alcuni fenomeni che invece a me sembrano evidenti (almeno stando qui in Italia a lavorare cercando nel frattempo altri impieghi). Mi riferisco al sorgere come funghi di "negozi" (più che agenzie) di lavoro temporaneo, lavoro interinale e simili. Ce ne sono un'infinità: è un tentativo maldestro di andare nella direzione da voi indicata, creando un "ricircolo" di impieghi e una varietà di soluzioni collaborative? O è semplicemente uno dei tanti modi di creare posti di non-lavoro? Anche perchè la maggior parte degli posti di lavoro in circolazione sono proprio per essere impiegati nelle agenzie stesse a fare selezione di personale o ad aprire nuovi sedi d'agenzia: chi cerca lavoro ci ritrova a fare il selezionatore o a cercare lavoro per altri... che, se ne trova uno, forse se lo tiene.

Quanto a categorie e sindacati, la mia drammatica esperienza (centinaia di persone in contratto di solidarietà, 6 mesi senza stipendi, azienda in amministrazione straordinaria, continue proroghe sulla presunta nostra acquisizione da parte di qualche altra azienda...) non può che confermare tristemente la loro utilità e la (meglio "il") loro fine.

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  di michele boldrin, 04 Dicembre 2006, 23:09 permalink rss

Le agenzie di lavoro "interinale" come credo le chiamino evidentemente nascono perche' c'e' domanda, no? Altrimenti come sopravviverebbero se non ci fossero imprese che usano i loro servizi e che pagano per essi? Insomma, dubito che siano una specie di machinetta che si autoalimenta a meno, beh a meno che qualche leggina o qualche codicillo della Biagi o della Treu non abbia creato finanziamenti e sussidi per questo tipo di imprese, nel qual caso il loro eccessivo ed inutile moltiplicarsi si spiegherebbe con l'ennesima prebenda. Ma non sono a conoscenza di tale sussidio.

Il secondo paragrafo e' troppo "ermetico", quindi non capisco cosa vuoi dire ...

 

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  di siracide, 04 Dicembre 2006, 23:28 permalink rss
Per il secondo paragrafo ermetico... niente di speciale. Solo che la mia esperienza diretta mi ha confermato quel che viene da voi detto riguardo l'utilità dei sindacalisti e delle categorie e la loro fine (cioè quella di finire in ministeri o in qualche dirigenza).
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  di michele boldrin, 08 Dicembre 2006, 03:04 permalink rss

Ho l'impressione che, forse perche' predicavamo ai convertiti, il nostro pezzo collettivo sul mercato del lavoro abbia sollevato meno dibattito e polemiche di quante ci aspettavamo. Bene, male? Male, credo, in quanto e' probabile che questo sia dovuto al fatto che la maggioranza di chi ci legge queste cose le aveva gia' capite.

Il che conferma che ci legge una sparuta minoranza ... beh, PARLATENE AD AMICI E COLLEGHI CHE NON CONDIVIDONO!

Ad ogni buon conto, ecco un altro e ben fatto lavoro empirico che conferma, con dati e metodi nuovi, il punto su cui insistiamo e CHE entra anche nel dettaglio di come i mercati del lavoro rigidi facciano male ai lavoratori. [Micco&Pages]

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  di siracide, 08 Dicembre 2006, 10:30 permalink rss

Non credo proprio di poter essere io a far diventare grande questo dibattito. Dici "male perchè la maggioranza aveva già capito queste cose"... è un male questo? Forse solo perchè temi che a leggere queste pagine siano i soliti che già le condividono; per il resto altrimenti credo sia un bene, anche se non penso che basti capirle e condividerle per cambiare le cose... c'è un modo per fare arrivare questi vostri "studi" a "chi" può far qualcosa (ammesso che voglia far qualcosa)?

Io, credo, non le avevo già capite, ma leggendo mi sono sembrate abbastanza chiare (quasi ovvie?), come se in fondo sospettassi già che fosse così. Inoltre mi è venuto quello spunto di curiosità sulle agenzie di lavoro temporaneo o interinale... ammessa la loro validità, non possono essere un primo passo per la flessibilità del mercato del lavoro? Ma vorrei saperne di più sul perchè ce ne siano così tante... non credo alla semplice "domanda-offerta"... del resto è pur sempre un intermediario tra datore di lavoro e lavoratore e non credo che questo sia sempre utile e/o conveniente.

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