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In realtà una cosa l'ho imparata, ossia quanto l'ideologizzazione
del dibattito economico in Italia sia causata anche dai tanti
intellettuali che fanno da sponda all'ignoranza economica di gran parte
della classe dirigente e sindacale. Questi intellettuali evidentemente
non fanno il proprio mestiere, forse perché non vogliono o forse perché
non lo saprebbero fare comunque. Infatti, avevo sentito citare questo
libro da Oliviero Diliberto nel salotto di Bruno Vespa, in una puntata
dedicata al rogo della ThyssenKrupp. Bèh, mi direte, e che cosa ti
aspettavi? In realtà avendo imparato cose interessanti da un precedente libro di Gallino,
avevo pensato che avrebbe potuto trattarsi di una lettura interessante,
sospettando che Diliberto avesse forzato l'analisi di un
intellettuale. Invece nessuna forzatura, solo una sponda perfetta al
conservatorismo pregiudiziale in materia di mercato del lavoro.
1. Definizioni e tesi.
La tesi che viene difesa da Gallino è che tutti hanno diritto alla
stabilità del reddito dall'inizio della vita lavorativa alla fine
della pensione, e che l'unico modo accettabile per realizzare questo
diritto sia il posto di lavoro a tempo indeterminato. Chiunque non ce
l'abbia è un individuo dimezzato, anche se lei o lui non la pensa
affatto così.
I lavori flessibili, o precari, vengono infatti
definiti nel libro in maniera residuale, ossia tutto quello che non è
regolato da un contratto a tempo indeterminato e che prevede precise
prestazioni, incluso quindi il lavoro nero. A me pare una definizione
troppo imprecisa per essere utile, soprattutto perché mette insieme
attività legali e attività illegali, mette insieme chi risponde a un
call-center, chi consegna i pizzini del capomafia di turno e chi fa il designer free-lance di moda. Così non
si va molto lontano.
L'analisi è viziata in partenza non solo perché le definizioni sono
importanti, ma soprattutto perché pone sulla strada da percorrere il
macigno del diritto alla stabilità del reddito. Come è già stato
fatto notare in un precedente articolo su nFA,
(vedi in particolare il paragrafo "Precariato"), quello che conta è la
stabilità dei consumi, che non richiede stabilità del reddito né
tantomeno stabilità del posto di lavoro.
2. Un equivoco pervasivo.
La prima cosa che mi è venuta in mente leggendo il titolo del libro è
stata che per analogia potrebbe essere scritto un saggio intitolato
"l'amore non è una merce: contro il divorzio". Questa prima sensazione
è stata confermata capitolo dopo capitolo. Infatti la logica che
Gallino usa per difendere la sua tesi potrebbe essere utilizzata, pari
pari, per opporsi, per esempio, alla facilitazione delle pratiche di
divorzio. Chissà se Diliberto loderebbe anche questo ipotetico saggio. Al pari
di chi lo scrivesse infatti, Gallino vuole
estendere a tutti la libera espressione di due parti che per ragioni
proprie si accordano con un contratto a tempo indeterminato, che è una
forma di esclusiva reciproca.
Il titolo rivela un profondo equivoco che pervade la cultura
economica in Italia: che cioè i concetti di domanda e offerta si
applichino solo a cose che si trovano sui banchi del mercato. E che se
qualcosa sui banchi del mercato non si trova, allora o è inappropriato
oppure disumano parlare di domanda e offerta per quella cosa. Questo è
un tema ricorrente e centrale nel libro. L'equivoco sta nel fatto che
domanda e offerta sono concetti analitici piuttosto flessibili, e come
tali si applicano ad una vasta gamma di scelte individuali. Questo
fondamentale avanzamento nella scienza economica è tra l'altro stato
anche riconosciuto col premio Nobel a Gary Becker,
nel 1992, che per primo utilizzò negli anni '70 il concetto di
"marriage market", e non certo perché credesse che l'amore fosse una
merce. Non pensare in termini di un mercato sottostante, in senso lato,
è probabilmente alla radice della persistenza dei tanti squilibri che
osserviamo in Italia, inclusa l' "emergenza" rifiuti.
Ma i titoli, si sa, servono soprattutto a vendere. E infatti poi il
libro non chiarisce affatto in che senso il lavoro non sia una merce e
perché questo status sia negato da rapporti diversi da quello a tempo
indeterminato. Cioè alla fine non è affatto chiaro perché, ad
esempio, un contratto che scade dopo tre anni renda l'attività di una
persona non più "elemento integrale e integrante del soggetto", o
perché costituisca una disintegrazione "dell'identità della persona,
dell'immagine di sé, del senso di autostima, della posizione nella
comunità, della sua vita familiare presente e futura" (p. 59). Mi
piacerebbe sapere se i lettori che non hanno un lavoro a tempo
indeterminato si sentono così, a parità di altre cose.
3. Confusioni.
Certo, "a parità di altre cose" vuol dire anche a parità di
remunerazione. E questi due aspetti sono confusi nel libro come nel
dibattito sul mercato del lavoro in Italia. Il fatto che chi svolge un
lavoro "flessibile" abbia in molti casi una remunerazione più bassa
degli altri è questione distinta. Che in parte dipende dal
fatto che si tratta di individui di fatto non rappresentati dai
sindacati. Questo è un punto importante e ignorato nel libro. A me
pare ad esempio che un sindacato che abbia l'obiettivo di mantenere i
privilegi dei propri iscritti nella forma di una precisa forma di
contratto di lavoro abbia anche tutto l'interesse a che chi lavora
sotto altre forme contrattuali sia sottopagato. Non sto dicendo che è
il sindacato che affama i precari, ma il contenuto strategico della
situazione mi pare evidente: se i precari prosperassero, e questo mi
pare che succeda altrove, come si fa a convincere la gente che la
precarietà fa male?
Altri due aspetti che vengono confusi sono il funzionamento del mercato
del lavoro e il possibile disfunzionamento del mercato del credito. Una
delle ragioni di opposizione alla flessibilità del mercato del lavoro
è che in Italia un precario ha difficoltà ad accedere, per esempio,
al credito immobiliare e più in generale, secondo Gallino, "la
possibilità di costruirsi e perseguire progetti di vita viene
pressoché vanificata" (p. 78). Questa è, se confermata dai dati, un'anomalia italiana, perché
altrove chi non ha contratti a vita non ha alcun problema a vedersi
approvato un mutuo per comprare casa. Ma allora il problema è il
funzionamento del mercato del credito, non quello del mercato del
lavoro.
Per esempio negli Stati Uniti pochissime persone hanno un lavoro "a
vita", perché questo vuol dire il "tempo indeterminato" in Italia. La
maggioranza è invece licenziabile piuttosto facilmente e quindi
precaria. Eppure anche questi hanno accesso a credito
sufficiente all'acquisto di una casa. Naturalmente se di lavoro friggi
le patatine da McDonald's hai qualche problema. Ma l'accesso di per sé
non dipende dalla licenziabilità o, oltre una soglia piuttosto bassa,
dalla scadenza del
contratto di impiego corrente. Scusate il ricorso ad evidenza del tipo "mio cuggino, mio cuggino",
ma una coppia di conoscenti piuttosto precari (studentessa lei,
studente lui ma faceva i sandwich da Subway al tempo) ha ottenuto un
mutuo trentennale per acquistare una casa, molto piccola ma pur sempre
casa.
4. Qual è veramente il problema?
Ma, sottolinea Gallino, il problema non sono le conseguenze economiche
indesiderabili della flessibilità che, come anche lui riconosce
discutendo il modello danese, possono essere del tutto eliminate. Il
problema sarebbe piuttosto che la precarietà del lavoro conduce alla
"precarietà della vita". Per me "precarietà della vita" significa che
oggi o domani potrei anche morire, una rischio ineliminabile. Per
Gallino significa invece cambiare spesso lavoro, oppure orari, o luogo
di residenza. Queste cose -- dice lui -- costituiscono "una ferita
all'esistenza, una fonte immeritata di ansia, una diminuzione di
diritti di cittadinanza che si solevano dare per scontati" (p. 75).
Ora, i diritti di cittadinanza sono una cosa seria, e credo che da
nessuna parte includano il diritto a trovare lavoro nella città in cui
si nasce e a conservarlo fino alla pensione con orario 9-17. Ma questa
"ferita all'esistenza", si badi bene, è tale anche se (i lavori definiti precari) "un numero
crescente di persone, in specie giovani, sembra ormai accettare senza
drammi di svolgerli, o anzi dichiara di gradirli" (p. 75), cioè anche
in caso di libera scelta. In altre parole, è inutile qualsiasi analisi
costi-benefici, perché esisterebbe un costo, sia questo percepito o
meno, che non può essere compensato da nessun beneficio. Non essendo
scientifica, questa posizione è necessariamente ideologica oltre che
intrisa di paternalismo -- curioso che quest'ultimo provenga da
sinistra -- e quindi inutile ad un dibattito serio.
5. E i dati?
Mi aspettavo che un saggio di un accademico su un tema così importante
discutesse seriamente l'evidenza disponibile. Invece ai dati si fa
riferimento solo in due capitoli e in maniera piuttosto bizzarra.
All'inizio del libro si trova uno sproloquio sull'inaffidabilità delle
rilevazioni ISTAT in materia di lavoro e occupazione. Poiché queste
sono su base campionaria, secondo Gallino possono diventare "un mezzo
di persuasione di massa e uno strumento politico." (p. 11). Se questa
è la premessa non si va da nessuna parte. Tranne poi stimare i precari
in Italia, stavolta escludendo chi lavora nel sommerso, in 5-6 milioni.
Non si capise perché i numeri dell'ISTAT siano strumento politico e
quelli di Gallino strumento di verità. Più oltre si discute il legame
tra flessibilità e occupazione, riproponendo la tesi del complotto
statistico e poi citando l'Employment Outlook del 2004, secondo il
quale i risultati empirici sul legame tra protezione (che peraltro è
solo un aspetto della rigidità) e livelli di occupazione sono
contrastanti. Ora, per me "risultati contrastanti" indica che la
questione merita ulteriore ricerca. Per Gallino indica che ogni riforma
del mercato del lavoro orientata alla flessibilità è ingiustificata e
dannosa.
6. Lui, sempre lui: il modello superfisso.
Il celebrato modello superfisso
costituisce la vera ossatura teorica del libro. Infatti si assume,
spesso piuttosto esplicitamente, che ci sia un numero fisso di posti di
lavoro e che le abilità (skills) degli individui siano anch'esse
fisse, sia in termini assoluti che relativamente a un dato rapporto di
impiego. In questo mondo, naturalmente, un precario è non solo
precario a vita, ma anche progressivamente più povero in termini reali
a fronte di un aumento dell'offerta di lavoro non qualificato. Questo
modello è usato per calcolare che un giovane precario oggi avrà una
pensione di 314 euro mensili a 60 anni (p. 82). Sistema pensionistico, abilità del giovane, e salario del medesimo tutti
fissi, ci mancherebbe.
7. Econ 101, please.
Il libro rivela in più punti molta ignoranza economica, se ci fosse
bisogno di ribadirlo. Per esempio, secondo Gallino la radice della
flessibilità è la globalizzazione, per cui le imprese sono costrette
a ridurre i costi del lavoro a fronte di investitori istituzionali che
chiedono elevati tassi di remunerazione (e chi non li chiede?). Ma,
osserva Gallino, "come si fa a ottenere dal capitale investito nelle
imprese un reddito del 15-20 per cento l'anno quando l'economia, ovvero
il Pil, cresce nel migliore dei casi al tasso del 3 per cento annuo?"
(p. 41). Spiegare perché questa è una sciocchezza, da un punto di
vista "contabile" prima ancora che di teoria economica, offenderebbe
l'intelligenza del lettore medio.
8. Conclusione: chi ha paura della flessibilità?
Secondo Gallino le imprese condizionano il rinnovo dei contratti a
termine alla disponibilità ad accettare "dosi addizionali di
flessibilità". E afferma che "è forse questo l'incubo principale dei
lavoratori che hanno un'occupazione sottoposta alle leggi economiche e
alla legislazione della flessibilità." (p. 9).
No, non è l'incubo dei lavoratori flessibili. È piuttosto l'incubo di molti insiders protetti e, di riflesso, di chi li rappresenta. Una persona che lavora con contratto a termine ed è capace e motivata ha ben poco da temere: il contratto sarà rinnovato, forse anche a tempo indeterminato se questo offre vantaggi. Chi ha da temere è chi non fa il proprio dovere dietro lo scudo dell'inamovibilità. Ma questo argomento in Italia è tabù. Pietro Ichino l'ha sollevato qualche tempo fa e gli hanno quasi sparato.
Per me è stata una lettura un po' irritante, come forse si percepisce dal tono polemico della recensione. È quindi probabile che abbia fatto di tutta l'erba un fascio: voi cosa ne pensate?
Nota: i commenti sono di proprieta' degli autori, che ne sono responsabili.
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Guardiamo al lato positivo : vespa ha perso un telespettatore :D
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Trovo l'articolo molto interessante.
Poichè si invita ad abbandonare il modello "superfisso" anche per le previsioni, chiedo all' autore quale modello di calcolo della pensione suggerirebbe e quali stime della pensione verrebbero fuori.
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chiedo all' autore quale modello di calcolo della pensione suggerirebbe e quali stime della pensione verrebbero fuori.
Domanda interessante. Non sono un esperto di calcoli attuariali; abbozzo una risposta nella speranza che qualche lettore piu' esperto possa rispondere in modo esauriente.
Intanto riporto per intero il calcolo di Gallino. Il ragionamento e': uno che inizia a lavorare oggi da precario (cioe' un parasubordinato tipo co.co.co o co.co.pro) potra' contare tra 35 anni su un tasso di sostituzione (cioe' il rapporto tra la pensione e l'ultima retribuizione) del 37%. Poiche' il reddito mensile medio di un parasubordinato e' di 849 euro, la pensione sara' 0.37 x 849 = 314 euro.
Questa simulazione mi pare scorretta per due motivi:
Una simulazione piu' seria la fa Pizzuti nel "Rapporto sullo stato sociale 2007", pagina 259 (testo che Gallino cita nella sua simulazione, per cui e' un mistero il perche' le due differiscano cosi' tanto). La riassumo qui sotto.
I parametri sono: il precario ha un salario pari a circa l'80% del non precario, una probabilita' di disoccupazione di circa il 10% (contro 0%), il suo reddito da lavoro cresce all'1,5% l'anno contro il 2% del non precario, e ha un'aliquota contributiva del 23% contro il 33% del non precario.
Nel caso estremo ("precari per sempre"... il titolo di un film tratto dal libro? :-) ) la pensione del precario (se inizia a lavorare nel 2007 e va in pensione nel 2047) e' circa la meta' di quello del non precario.
Cosa spiega il gap? Simulazioni di controllo (cioe' a parita' dell'una o dell'altra cosa) mostrano che [metto qui un estratto del rapporto cosi' potete controllare se leggo bene le tabelle; la simulazione e' a pagina 40]:
Ora, questa e' una simulazione che da' informazioni utili. Ricordate che siamo nel caso estremo del precariato a vita. In tutti i casi intermedi la pensione di chi inizia da precario relativamente al non precario con caratteristiche simili varia dal 51% al 100%, quindi stiamo parlando della stima piu' conservativa possibile del gap.
Ecco allora cosa dovrebbe fare un sindacato serio, cioe' che si preoccupi del futuro dei precari. Dovrebbe fare pressione perche':
Mi pare fattibile e anche equo.
Quindi, per rispondere alla domanda, un precario a vita prendera' il 50% della pensione di un occupato a vita SE tutto resta com'e'. Ma perche' deve restare tutto com'e'?
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Ottima recensione.
Voglio precisare ancora meglio un equivoco presente nel dibattito in Italia, che deriva dall'assunto che tempo indeterminato equivalga a precarietà. Come è stato notato nell'articolo, negli USA quasi tutti i posti di lavoro sono a tempo indeterminato. Avete capito bene, quasi tutti. Nel senso che non è prevista quasi mai una data di terminazione del contratto. Certo, il lavoratore è licenziabile, ma questo non implica che i lavoratori si sentano "precari" nel senso che in Italia si da a questa parola.
La possibilità di creare rapporti a tempo indeterminato ma estinguibili crea fenomeni virtuosi, perché il datore di lavoro si sente libero di assumere (tanto se va male può licenziare), e di investire nel lavoratore, di formarlo ai compiti che deve svolgere, anche spendendo notevoli risorse. Una volta spese queste risorse, nessun datore di lavoro licenzia per capriccio: è l'investimento specifico a svolgere i compiti propri dell'azienda che garantisce la stabilità del lavoro. Se il lavoratore se ne va o viene licenziato, occorre iniziare tutto da capi con un altro.
Al contrario in Italia esiste il problema opposto: se assumi a tempo determinato, sai gia che questo lavoratore non lo potrai tenere, pena doverlo assumere a tempo indeterminato. Questo disincentiva l'investimento nella formazione del lavoratore, ed è per questo, temo, che i lavori "precari" sono pagati male, nonostante la precarietà dovrebbe essere compensata in qualche modo, visto che non piace a nessuno.
Infine, stiamo attenti ad associare tempo indeterminato a stabilità del posto. Anche i lavori a tempo indeterminato si estinguono quando falliscono le aziende.
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Come è stato notato nell'articolo, negli USA quasi tutti i posti di lavoro sono a tempo indeterminato. Avete capito bene, quasi tutti. Nel senso che non è prevista quasi mai una data di terminazione del contratto.
Anche in Inghilterra. I lavoratori a contratto qui sono quasi solo gente altamente specializzata che si fa pagare un bel po' di soldi per prestazioni temporanee. E anche in questi casi se l'impiego si protrae il datore è incentivato ad assumere a tempo indeterminato, perché in quel caso non c'è bisogno di compensare per la precarietà del lavoro.
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Giulio, Andrea o chiunque altro: c'è un modo semplice e rapido per trovare dati sull'occupazione per classi dimensionali delle imprese nel settore privato? E sull'incidenza dei contratti a tempo determinato (ossia "precari") nelle diverse classi dimensionali?
Lo chiedo perché in realtà quando si dice che in Italia i lavoratori sono illicenziabili si parla principalmente (oltre che del settore pubblico) delle aziende private con più di 15 dipendenti. In quelle con meno di 15 dipendenti valgono regole diverse, e in particolare il licenziamento per ragioni economiche è molto più facile. Se l'ipotesi di Andrea è corretta allora dovremmo osservare una assai più bassa incidenza di contratti a tempo determinato nelle imprese piccole. Mi rendo conto però che ci possono essere norme legali che disturbano l'osservazione. Per esempio, imprese con 13-14 dipendenti che hanno paura di assumere più gente per non passare la soglia dei 15 dipendenti oltre la quale si applica lo statuto dei lavoratori possono decidere di assumere solo lavoratori precari. Ma almeno per le imprese più piccole (diciamo meno di 7-8 dipendenti) l'effetto si dovrebbe vedere.
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Riguardo l'assunzione di CoCoPro nelle imprese di piccola dimensione, va sottolineato che nella legislazione italiana il contratto CoCoPro ha due vantaggi: licenziabilita' e minori contributi previdenziali. I contributi previdenziali per i lavoratori dipendenti corrispondono al 33% del salario lordo (50% del netto in busta paga). Inizialmente la normativa per i CoCoCo prevedeva il 10% invece del 33%, il 10% e' stato progressivamente aumentato fino a circa il 20% oggi. Quindi a parita' di netto in busta paga, le imprese anche quelle piccole risparmiano cifre considerevoli che le incentivano ad assumere a termine.
Penso che la riduzione dei contributi per i lavoratori a termine non abbia giustificazione e anzi sia una norma insensata e nociva. Sarebbe molto meglio se i contributi dei lavoratori fossero uguali o se differenziati fossero comunque commisurati alle spese previdenziali (inclusi tutti gli impegni futuri) della categoria di impiego.
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Non sono d'accordo: i CoCoPro se non sbaglio hanno diritto a coperture nettamente inferiori o nulle per disoccupazione, maternità e/o malattia.Alzargli i contrbuti ma non le prestazioni è un furto.
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"Contributi uguali" non significa necessariamente alzarli per i precari. Magari si possono abbassare per i lavoratori a tempo indeterminato, oppure incontrarsi a metà strada. D'accordissimo che la parità dei contributi dovrebbe essere accompagnata dalla parità nelle prestazioni.
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Si, ma quello che è stato fatto in questi anni, come notava Alberto, è alzare i contributi ai CoCoCo.
L' idea dichiarata dei legislatori è che se questi diventano più costosi dei dipendenti le imprese cominceranno ad assumere a tempo indeterminato anzichè a progetto.Ci sono però un paio di punti che non tornano:
- il costo dell' illicenziabilità resta, ed è il vero motivo per cui si assume a tempo determinato
- spero di sbagliarmi, ma mi pare che a parte le pensioni (calcolate in base ai contributi), a fronte di contributi raddoppiati le prestazioni siano rimaste invariate.
- i cococo sono stati aboliti dalla Biagi, e molti ex-cococo han dovuto aprire partita iva, rinunciando al poco di coperture che avevano.Anche ai lavoratori a partita iva sono stati aumentati i contributi (sempre con la scusa di favorirli!).
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Lo chiedo perché in realtà quando si dice che in Italia i lavoratori sono illicenziabili si parla principalmente (oltre che del settore pubblico) delle aziende private con più di 15 dipendenti.
Anche i dipendenti dei sindacati e dei partiti politici sono esclusi dall'articolo 18 (strano!).
Mi rendo conto però che ci possono essere norme legali che disturbano l'osservazione. Per esempio, imprese con 13-14 dipendenti che hanno paura di assumere più gente per non passare la soglia dei 15 dipendenti oltre la quale si applica lo statuto dei lavoratori possono decidere di assumere solo lavoratori precari.
Un’altra possibilità è di aprire un’altra ditta che fornisce lo stesso servizio della prima, e usarla per assumere i dipendenti aggiuntivi. La prima ditta continua a tenere i contatti col pubblico (sito web, vendite, ecc) e ogni tanto qualche cliente viene mandato dalla ditta b, assicurandolo che non c’è alcuna differenza tra le due ditte.
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Un’altra possibilità è di aprire un’altra ditta che fornisce lo stesso servizio della prima, e usarla per assumere i dipendenti aggiuntivi. La prima ditta continua a tenere i contatti col pubblico (sito web, vendite, ecc) e ogni tanto qualche cliente viene mandato dalla ditta b, assicurandolo che non c’è alcuna differenza tra le due ditte.
O gestirli in subappalto. Conosco un'azienda che si è articolata in 7/8 unità piccole (virtuali) e si presenta ai clienti tramite la capogruppo.
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La tesi che viene difesa da Gallino è che tutti hanno diritto alla stabilità del reddito dall'inizio della vita lavorativa alla fine della pensione, e che l'unico modo accettabile per realizzare questo diritto sia il posto di lavoro a tempo indeterminato. Chiunque non ce l'abbia è un individuo dimezzato, anche se lei o lui non la pensa affatto così.
Anche questo e' troppo poco. E' disumano aspettarsi che una persona si alzi la mattina alle 7 e passi le giornate lontano dalla famiglia per arricchire i suoi datori di lavoro (che non fanno nulla da mattina a sera) fino all'eta' della pensione. L'unica soluzione e' il reddito minimo garantito per tutti, che lavorino o meno.
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Anche questo e' troppo poco. E' disumano aspettarsi che una persona si alzi la mattina alle 7 e passi le giornate lontano dalla famiglia per arricchire i suoi datori di lavoro (che non fanno nulla da mattina a sera) fino all'eta' della pensione. L'unica soluzione e' il reddito minimo garantito per tutti, che lavorino o meno.
Se non ci metti un ":-)" rischi di essere preso sul serio...
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