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Ex Kathedra Puntualizzazioni pedanti su liberismo e sinistra.

di sandro brusco, 22 Settembre 2007 stampa
Non ho molto da aggiungere all'infinito dibattito su cosa è la sinistra, cosa è la destra e cosa è il liberismo che è seguito alla pubblicazione del libro di Alesina e Giavazzi. Però in questo dibattito si tendono a volte a dare per scontate cose che non sempre lo sono. In questo post provo a chiarire alcune di queste questioni.
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Per quel che ho capito il libro di Alesina e Giavazzi è un tentativo di influenzare il dibattito politico italiano corrente e le politiche effettivamente attuate dal governo italiano in carica. Credo vada valutato come tale, senza richiedergli cose che non promette. In particolare, il libro non è un trattato filosofico ad ampio raggio o un tentativo di ridefinire alla radice cosa sono la sinistra e il liberalismo.

Il dibattito che ne è seguito, anche su questo sito, ha però spesso 'sforato', toccando temi più fondamentali. È su questo aspetto del dibattito (che ha poco a che fare con il libro di Alesina e Giavazzi) che mi voglio concentrare. Nello specifico, questo post è strettamente di speculazione teorica e filosofica; non venite qui a cercare argomenti per la battaglia politica quotidiana a favore o contro la tesi che 'il liberismo è di sinistra'. Voglio solo correggere alcune affermazioni fatte un po' alla leggera, ricordando alcuni risultati che sono apparsi nella teoria delle scelte sociali nell'ultimo mezzo secolo.   

Premessa: i filosofi, i politici e i gatti di Deng Xiao Ping. C'è una certa differenza tra il modo in cui come scienziati sociali valutiamo il significato stesso dei termini 'sinistra' e 'destra' e il modo in cui tali termini vengono percepiti nel dibattito politico quotidiano, in particolare da chi fa politica in modo attivo. Gli economisti aderiscono quasi senza eccezione, esplicitamente o (molto più spesso) implicitamente, a una visione morale consequenzialista. Rimando a questo link per una spiegazione del consequenzialismo migliore di quella che posso dare io. Ma se devo riassumere in forma brutale, facendo inorridire gli amici filosofi che ci leggono, direi che il consequenzialismo afferma che la desiderabilità delle decisioni che prendiamo va valutata unicamente guardando alle conseguenze che tali azioni producono, e non all'azione in quanto tale. Quindi, per esempio, può essere perfettamente giusto mentire se dire la verità può causare morte e distruzione. La parabola dei gatti di diverso colore di Deng Xiao Ping descrive alla perfezione questo punto di vista.

In politica economica questo significa che la bontà di un provvedimento può essere giudicata solo guardando ai suoi effetti su variabili come la crescita, la distribuzione del reddito o quant'altro venga ritenuto rilevante. Per un consequenzialista 'essere di sinistra/destra' può solo significare avere differenti preferenze riguardanti il risultato finale delle politiche pubbliche. Per esempio, se per comodità di esposizione diciamo che essere di sinistra significa essere rawlsiano allora una politica è buona se aumenta il benessere di quelli che stanno peggio ed è cattiva altrimenti. Chiedersi se il liberismo (o la proprietà pubblica delle imprese, o qualunque altra politica) è di destra o di sinistra semplicemente non ha senso, è un po' come chiedersi se un orologio o una bottiglia sono di destra o di sinistra. 'Di sinistra' possono essere solo le conseguenze, non gli strumenti con i quali tali conseguenze sono ottenute. Una persona di sinistra (più precisamente, un rawlsiano) adotterà politiche liberiste se queste aumentano il benessere dei più svantaggiati e non le adotterà altrimenti. Il colore del gatto è totalmente irrilevante rispetto alle conseguenze che lo sguinzagliamento del gatto permette di ottenere.

Il punto di vista consequenzialista, per quanto popolare tra gli economisti, non è universalmente accettato. Per esempio ci sono persone che ritengono moralmente ripugnante il fatto che la gente lavori e operi unicamente per trarre un tornaconto materiale dalle proprie azioni, e ritengono quindi la proprietà pubblica intrinsecamente superiore dal punto di vista morale. Anche se raramente esplicitato in forma così netta, tale modo di ragionare pervade non solo vasti settori della sinistra politica o della destra corporativa ma si può rintracciare, per esempio, nei rantoli di Tremonti sul 'ritorno ... a una visione della vita meno materiale e più spirituale'. Dall'altro lato, molto spesso gli aderenti alla destra libertaria (o al libertarismo senza addizionali qualificazioni) ritengono che l'autonomia individuale e la libertà dalle costrizioni della collettività siano valori in sé, da difendere indipendentemente dalle conseguenze che essi generano. Questo punto di vista è anch'esso incompatibile con una visione strettamente consequenzialista (tornerò su questo tema alla fine del post).

È presumibilmente alla gente che ragiona in questo modo che Alesina e Giavazzi cercano di rivolgersi. Come economisti mainstream, essi sono consequenzialisti. Sanno però che nella sinistra politica italiana molte persone non lo sono, e badano più agli strumenti che ai risultati. Si sono quindi buttati nell'impresa di convincere costoro che i mezzi contano meno dei fini.

Per completare la discussione di questo punto, credo sia opportuno notare che ben poco di quanto detto sopra ha molta rilevanza pratica dal punto di vista delle scelte politiche effettive dei vari gruppi sociali. Alla fine della fiera la gente si schiera in base ai propri interessi, più che in base a qualche astratto ideale di giustiza. Se i termini 'destra' e 'sinistra' vengono usati per indicare le coalizioni socio-politiche che si cristallizzano in un dato paese, tali termini possono rapidamente perdere gran parte della relazione con l'originario significato filosofico del termine. Per cui, ad esempio, è possibile vedere forze politiche di destra difendere a spada tratta sistemi di licenze e concessioni che sono l'esatto opposto del liberismo. Oppure forze politiche di sinistra che difendono un sistema di finanziamento dell'università che è nei fatti assai regressivo. Ma di questo preferirei non parlare in questo post, che vorrei invece riservare unicamente a questioni teoriche.
   
Nel resto del post assumerò un punto di vista consequenzialista e cercherò di chiarire alcuni punti che a mio avviso sono risultati un po' confusi nel dibattito. Per essere precisi assumerò che essere di sinistra significa avere preferenze sociali rawlsiane nella versione popolarizzata dai teorici economici (e non presente, per quel che mi è dato ricordare, in A Theory of Justice), ossia W=min{U_1,...,U_n} (vuol dire solo che l'unica cosa che conta è l'utilità del più povero). Per favore, non obiettate che tali preferenze sono irrealistiche; è cosa nota, servono solo per semplificare l'esposizione e rendere il discorso più trasparente. Tutti gli argomenti che seguono possono essere adattati a funzioni più generali che abbiano la proprietà di assegnare all'utilità di chi sta peggio un peso maggiore di quello assegnato all'utilità di chi sta meglio.
    
Rawls, la sinistra e la disuguaglianza. Restiamo quindi nel regno della filosofia e proviamo a rispondere alla seguente domanda: come dovrebbe giudicare una persona di sinistra (nel senso di rawlsiano) una politica che favorisce l'aumento della disuguaglianza? Molti danno per scontato che tale politica non può essere di sinistra; per esempio Asoni e Mele su Epistemes  hanno usato esattamente questo argomento per sostenere che il liberismo non può essere di sinistra in quanto genera un aumento della disuguaglianza sociale. Ma non è affatto ovvio che le cose stiano così. Il test fondamentale non è se una politica aumenta la disuguaglianza, ma se una politica aumenta il benessere degli ultimi. L'appropriato correlato empirico da guardare per stabilire se una politica è di sinistra è quindi il valore assoluto del reddito, che so, dell'ultimo percentile. Il coefficiente di Gini può andar su quanto gli pare; se a quelli che sono alla coda sinistra della distribuzione arrivano più soldi, allora la politica è di sinistra.

Un semplice esempio dovrebbe chiarire il concetto. Supponiamo che in una società vi siano 100 contadini. La distribuzione iniziale della proprietà è perfettamente egalitaria: ognuno ha un pezzo di terra identico e ne ricava 10 euro l'anno; il PIL di questa mini-economia è quindi 1000 euro. Sarebbe possibile raddoppiare la produttività dei terreni mediante bonifiche e costruzione di canali per l'irrigazione, ma finché la proprietà resta dispersa tali opere non vengono attuate (per i fanatici del teorema di Coase: supponete che non esista un adeguato sistema legale e che i costi di transazione di raggiungere un accordo siano molto alti). A questo punto un contadino particolarmente intraprendente trova finanziamenti da una banca d'investimento e propone agli altri contadini di vendere a lui la terra e farsi assumere come braccianti per 11 euro l'anno. Essendo agenti razionali gli altri contadini accettano. Dopo le opere di irrigazione e bonifica il PIL è salito a 2000 euro. Ci sono 99 braccianti che guadagnano 11 euro ciascuno, per un totale di 1089 euro. Il rimanente contadino, quello intraprendente, è diventato un ricco signorotto e si becca invece 2000-1089=911 euro. Se sei persona di sinistra, come devi giudicare tale cambiamento? La società è molto più diseguale, ma per un rawlsiano questo non è un problema. Gli ultimi hanno migliorato la loro posizione, guadagnano 11 euro invece di 10, e questo è tutto ciò che conta.

Come esempio più pratico, si pensi a una proposta di liberalizzazione del mercato del lavoro. Dovrebbe essere una tale misura favorita da una persona di sinistra? La risposta è 'no' se la liberalizzazione non crea nuova occupazione e riduce il salario dei peggio pagati, ma è invece 'si' se la liberalizzazione favorisce una espansione dell'occupazione, permettendo ai disoccupati di trovare lavoro e quindi facendone aumentare il benessere. In particolare, anche se la liberalizzazione induce una maggiore dispersione dei livelli salariali e quindi un aumento della disuguaglianza, essa dovrebbe comunque essere sostenuta da una persona di sinistra se permette un aumento del reddito di chi è attualmente disoccupato.

Essere egualitarista è equivalente ad essere rawlsiano in un importante caso particolare, ossia quando la quantità di risorse presenti nella società è fissa e non dipende dalle decisioni sociali intraprese. In tal caso è ovvio che la massimizzazione del benessere degli ultimi si ottiene distribuendo in modo egualitario le risorse. Ma se la decisione di distribuire ugualmente le risorse fa sì che la quantità totale di risorse decresca, ad esempio perché riduce gli incentivi al lavoro, allora non è affatto ovvio che un rawlsiano debba essere a favore dell'egualitarismo.
    
Disuguaglianza statica e dinamica. Ma assumiamo pure che la persona di sinistra si debba preoccupare della disuguaglianza in quanto tale. È giusto considerare misure statiche di dispersione del reddito per valutare la disuguaglianza presente in una società? Anche questo non è ovvio.

Un minimo di buon senso suggerisce che l'unico modo sensato di valutare il benessere degli individui è quello di guardare all'utilità attesa lungo l'arco della vita. Consideriamo il seguente esempio. Compariamo una società in cui esiste un solo tipo di lavoro, il cameriere, che paga 10 euro l'anno. La gente vive due anni e l'utilità sull'arco della vita è data dalla somma dei redditi nei due periodi, quindi 20 euro (al solito, tutte ipotesi che servono solo per semplificare e di cui si può fare a meno). In tale società viene introdotto un nuovo mestiere, il professore di economia. Per esercitare tale mestiere occorre passare il primo anno facendo lo studente di dottorato, guadagnando zero. Nel secondo periodo arriva l'agognata cattedra e il salario sale a 20 euro; una frazione della popolazione decide di intraprendere questa carriera. Come devono reagire un rawlsiano o un egualitarista a questo cambiamento? La risposta è che entrambi dovrebbero essere indifferenti. Se guardiamo all'utilità sull'arco della vita, questa resta immutata e uguale per tutti a 20 euro. Non esiste diguaglianza né prima né dopo l'introduzione della nuova opportunità di lavoro. Ma cosa succede se adesso calcoliamo il coefficiente di Gini separatamente nei due periodi? Quando si può solo fare il cameriere l'indice è zero. Dopo l'apparizione di studenti e professori invece l'indice è strettamente positivo nei due periodi. Un osservatore esterno che guarda tale indice conclude quindi che la comparsa dei professori coincide con un aumento della disuguaglianza. Sappiamo invece che non è così.

Qual è il problema? Il problema è che l'indice di Gini è un valore interessante solo quando la società è stazionaria e manca la mobilità sociale. Se invece un aumento della disuguaglianza nel periodo corrente si accompagna a un aumento delle opportunità di mobilità verso l'alto, soprattutto per le classi più basse, allora tanto un rawlsiano come un egalitarista non dovrebbero preoccuparsi. Queste considerazioni suggeriscono che una persona di sinistra dovrebbe preoccuparsi più di allargare le opportunità per gli ultimi che di redistribuire le risorse esistenti. Il correlato empirico più importante che bisognerebbe guardare è la probabilità che un membro dell'ultimo decile della distribuzione possa muoversi nei decili superiori. Il livello di diseguaglianza corrente è invece di importanza secondaria.
    
Pareto efficienza e libertà personale. Quando si parla di liberalismo o liberismo si ha spesso in mente la definizione di un insieme di decisioni in cui l'individuo ha piena sovranità, relativa per esempio all'uso dei beni di cui si è acquisita la proprietà. La società non può e non deve violare tale sfera, a pena di essere tacciata di illiberale.

Fin qui, tutto bene. Occorre però essere coscienti che l'istituzione di sfere decisionali private ha conseguenze importanti sull'insieme delle decisioni sociali che possono essere intraprese, e come tale non è interamente compatibile con il consequenzialismo. Nella discussione svolta su questo sito si è dato per scontato che il liberalismo sia sempre compatibile con l'efficienza Paretiana. Sappiamo invece dal lavoro di Amartya Sen (Journal of Political Economy, febbraio 1970) sull'impossibilità del liberale Paretiano che non è così. Questo tipo di paradosso tende ad apparire quando esiste interdipendenza tra le decisioni degli agenti, ossia quando l'utilità di un agente dipende direttamente o indirettamente dalle decisioni di altri. Ci sono vari esempi, e voglio concludere questo post proponendone uno io. Consideriamo una società in cui si possono consumare solo tre beni: tagliatelle al ragù, pasta al pomodoro e cure mediche. Tutti preferiscono le tagliatelle al ragù alla pasta al pomodoro, ma tale delizioso cibo ha la sfortunata conseguenza di far aumentare il colesterolo, richiedendo quindi costose cure mediche. Ovviamente tutti preferiscono essere sani che essere malati.

Imponiamo su tale società la regola liberale secondo cui ciascuno ha diritto di scegliere liberamente cosa mangiare senza essere visto dagli altri (che sembra essere un requisito abbastanza debole). Qual è l'equilibrio in tale società? Tutti mangiano le tagliatelle al ragù e l'assicurazione medica costa parecchio perché il livello medio di colesterolo è alto. Non è possibile ottenere un'assicurazione medica a prezzo più basso promettendo di mangiare pasta al pomodoro, perché il principio liberale impedisce di ficcare il naso nelle scelte alimentari individuali.

Ma supponiamo ora che il principio liberale venga violato e che la società bandisca le tagliatelle al ragù. Qual è il nuovo equilibrio? Il punto cruciale è che ora la gente è costretta a mangiare pasta al pomodoro e quindi il costo medio dell'assicurazione scende. Per opportuni valori dei parametri, il calo di prezzo dell'assicurazione più che compensa la perdita di utilità che di soffre passando dalle tagliatelle al ragù alla pasta al pomodoro. Quindi, un miglioramento paretiano viene raggiunto solo grazie alla violazione del principio liberale.

Quanto è rilevante il risultato? Questa è ancora un'area attiva di ricerca (si veda per esempio qui). Forse in pratica è rilevante, forse no; almeno a giudicare dall'ardore forsennato con cui tante politiche proibizioniste vengono perseguite (non per le tagliatelle al ragù, per fortuna), un buon numero di persone sembra essere convinta della rilevanza pratica del paradosso. Ma, alla fine, qui della rilevanza pratica ci importa poco. Il punto teorico fondamentale resta, e questa è l'unica cosa che interessa in questo post.

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46 commenti
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Rss dei commenti

  di Ettore Panetti, 23 Settembre 2007, 10:04 permalink rss

Una domanda sul teorema di impossibilità del liberale paretiano. Il teorema afferma (roughly speaking) che non è possibile avere politiche liberali e Pareto-efficienza. Dai miei pochi studi microeconomici, ricordo che la Pareto-efficienza e l'equità sono però due cose diverse: un'allocazione efficiente può essere iniqua, e un'allocazione equa può non essere efficiente.

Possiamo allora trarre la conclusione che esiste in teoria un'allocazione "liberale" ed equa, ma non efficiente?

Se questa allocazione fosse possibile, allora sì che il liberismo sarebbe di sinistra.

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  di sandro brusco, 24 Settembre 2007, 05:37 permalink rss

Ettore, il 'liberal paradox' di Sen dice una cosa un po' diversa, che provo a riassumere come segue.

Supponiamo che le preferenze degli individui su un insieme di decisioni sociali siano arbitrarie (il ché in particolare significa che esternalità positive o negative sono possibili).

Allora è impossibile trovare un sistema di preferenze della società che a) soddisfino un requisito minimo di libertà individuale, (la società deve preferire allocazioni in cui gli individui scelgono liberamente su un certo dominio) b) classifichino allocazioni pareto efficienti più in alto di allocazioni che non lo sono

È un risultato in linea con il venerando teorema di impossibilità di Arrow, nel senso che mostra come l'imposizione di una serie di requisiti apparentemente tutti desiderabili porta a contraddizioni logiche al momento di formulare un sistema coerente di preferenze collettive. Il paradosso è ovviamente molto importante in filosofia e scienza politica. Lo è un po' meno in economia, dove spesso si assume che il consumo privato non genera esternalità.

L'equità e la Pareto efficienza sono ovviamente due concetti distinti che nulla hanno a che vedere. Il suggerimento che forse il liberalismo non è incompatibile con l'equità, mentre è incompatibile con la Pareto efficienza, è interessante, ma non ho la minima idea se sia vero. Good topic for a paper, though. 

In ogni caso non mi spingerei a dire che questo renderebbe il liberismo di sinistra. Dipende ovviamente da cosa intendiamno per sinistra, ma un rawlsiano non dovrebbe essere contento con un'allocazione equa se c'è ne una efficiente che magari non è equa ma far star meglio l'ultimo.

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  di Elisa, 23 Settembre 2007, 13:05 permalink rss

Quando leggo post come questi, i miei "dubbi" (ne sa qualcosa Andrea Moro...) su NFA vengono spazzati via.

Altro che puntualizzazioni pedanti. Voglio ringraziare pubblicamente Sandro Brusco per questa sintesi. Sono gli argomenti che inseguo da tre anni all'università... Sono commossa.

Ora la mia domenica ha più senso. E non è poco.

Saluti 

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  di Filippo, 23 Settembre 2007, 13:33 permalink rss

Domanda 1: cosa comporta la violazione dell'ipotesi che nessuno possa sapere cosa mangiano gli altri? (ci posso arrivare anche da solo, ma non mi azzardo a mostrare tutta la mia pochezza).

Domanda dell'ignorantone numero 2: ma in un mondo in cui c'è domanda altissima di cure mediche e quindi prezzo alto dell'assicurazione, non c'è un incentivo per gli agenti ad offrire cure mediche? Anche così il costo dell'assicurazione scende, e tutti continuano a mangiare il ragù. 

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  di sandro brusco, 24 Settembre 2007, 05:44 permalink rss

Beh, se la compagnia di assicurazione può installare (con il mio consenso) telecamere nella mia cucina allora posso impegnare a non cedere ai miei bassi istinti in cambio di un premio assicurativo più basso. Tale decisione sarebbe perfettamente liberale, dato che le telecamere verrebbero installate solo con il mio consenso. L'esempio nel post assume che tale tecnologia non esista.

Sulla domanda due: l'esempio assume che il mercato assicurativo sia concorrenziale e che i premi siano fair. Il punto è che in un mondo in cui le tagliatelle sono liberamente disponibili il costo medio dell'assicurazione è più alto, perché le arterie si occludono più frequentemente. Se unilateralmente decido di mangiare più sano non beneficio di alcuna riduzione dei premi, perche' la compagnia assicurativa non mi crede (ne beneficiano ovviamente le mie arterie, ma l'ipotesi è che senza un'ulteriore risparmio assicurativo questo non sia sufficiente a farmi smettere). Bandire le tagliatelle invece riduce il costo medio dell'assicurazione, e in un mercato concorrenziale tale riduzione di costi si traduce in un risparmio degli assicurati.

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  di Antonio Mele (rabbi), 23 Settembre 2007, 14:26 permalink rss

Sandro, solo per dire che nel nostro articolo noi diciamo chiaramente (almeno mi pare, ma potrebbe non essere cosi') che la nostra definizione di "sinistra" sta a significare "ridurre al minimo le disuguaglianze per ogni t". Questa e' la definizione secondo me piu' calzante. Anche perche' se chiedi in giro (noi forniamo due fonti diverse di "chiedere in giro", giusto per essere sicuri), a sinistra e' questo che vogliono: la disuguaglianza e' ingiusta per ogni t, ergo va minimizzata per ogni t. Per ogni t, il ricco deve prendere parte dei profitti della sua societa' finanziaria e darli agli homeless.

"Nanetto". Una volta Xavi Sala-i-Martin disse a lezione: "non capisco perche' la gente si ostina a voler ridurre la disuguaglianza... mentre mi trovano d'accordissimo sulla riduzione della poverta' (e la crescita economica questo produce, basta vedere Cina e India), non capisco perche', se Bill Gates e' moooolto piu' ricco di me io dovrei volere i suoi soldi..." Gelo in aula. I commenti piu' teneri che ho sentito sono stati: e' un fascista, ipocrita, non gliene frega niente dei poveri, e similia. Prova ad indovinare come si definivano questi commentatori?

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  di Elisa, 23 Settembre 2007, 16:30 permalink rss

Mah, non so se a sinistra (in tutta la sinistra) vogliano solo "quello" (che penso di poter sintetizzare così, da quanto scrivi: "la disuguaglianza è ingiusta sempre, quindi va minimizzata sempre". Poi si potrebbe anche proseguire: "w l'eguaglianza dei risultati, no all'eguaglianza delle opportunità, che invece le diseguaglianze le implica eccome"). 

Se può tranquillizzare, molti trenta/quarantenni (e anche ventenni, via: me compresa) nei vari pensatoi affiliabili alla sinistra "riformista" hanno studiato autori come Rawls e si riconoscono sempre più in un frame consequenzialista, per dirla alla S.B.

Non è generalizzabile, estendibile a tutta la sinistra l'atteggiamento pietistico-compassionevole, "cattolicoso" di avversione verso i ricchi e di ammmmmòòre verso gli homeless...

Mi scuso se sono andata un po' fuori tema, visto che il pezzo di S. B., come lui stesso specifica nella premessa, si mantiene fuori dalla battaglia politica quotidiana. Ma volevo fare questa precisazione.

Salut 


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  di andrea stella, 24 Settembre 2007, 00:00 permalink rss

quindi a voler portare alle estreme conseguenze la tua visione della sinistra, antonio, una persona di sinistra sarebbe ben contenta di rendere tutti più poveri se questo permettesse di diminuire la disuguaglianza, ma non sarebbe assolutamente disposta a far stare meglio i meno abbienti se questo significasse far stare molto più meglio i ricchi, giusto? Ma ti sembra sensato?

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  di Antonio Mele (rabbi), 24 Settembre 2007, 00:47 permalink rss

Guarda che e' esattamente cosi'. Non e' mica colpa mia se i Sandro Brusco, a sinistra, sono 4 gatti...

Andrea, ma secondo te perche' la distribuzione dei redditi in Italia (in generale, nei paesi europei) e' molto meno dispersa che negli USA o in UK o in Chile, o piu' recentemente in Irlanda? Da noi, le riformicchie fatte sinora (e mi riferisco a partire dagli anni '80) sono state blande e minime; oltremare, hanno rivoluzionato completamente il sistema economico rendendolo molto piu' liberista. Nel frattempo, noi siamo cresciuti alla media del 2% quando andava bene, gli altri al ritmo del 5%. 

Ovvero: i nostri sistemi sociali iperredistributivi ci hanno fatto crescere meno e hanno tenuto le disuguaglianze piu' sotto controllo. Se questo non e' esattamente quello che indichi tu, caro andrea, come conseguenza del mio ragionamento...

Adesso: chi ha governato in Italia negli ultimi diciamo venticinque anni? socialisti, democristiani, sinistre piu' o meno comuniste... c'e' stata una breve parentesi di 5 anni del governo del centrodestra nostrano: ex fascisti che praticamente sono piu' socialisti di D'Alema, leghisti che sono buoni solo ad urlare, e FI che nel frattempo e' stata colonizzata da (guarda un po' che caso) ex socialisti ed ex democristiani. In pratica abbiamo avuto una successione ininterrotta di governi socialdemocratici dal 1980 ad oggi. Le conseguenze quelle sono. 

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  di Luigi Pisano, 23 Settembre 2007, 21:05 permalink rss

Complimenti per il post.

Per amor di discussione, segnalo un'altra lettura, più o meno in argomento (argomento disuguaglianza, intendo):

http://krugman.blogs.nytimes.com/2007/09/18/introducing-this-blog/

edit: una replica a Krugman si trova qui:

http://www.marginalrevolution.com/

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  di andrea stella, 24 Settembre 2007, 01:17 permalink rss

Quindi il tuo ragionamento è questo. Osservo la politica italiana degli ultimi ventanni e ne deduco che le preferenze delle persone di sinistra sono assolutamente insensate. Potrei anche darti ragione in questo. Però ti si potrebbe contestare che dedurre dal comportamento di politici, che rispondono a miliardi di incentivi oltre alle preferenze degli elettori, il sistema etico morale degli elettori stessi è piuttosto difficile. Potrebbe essere che le politiche siano state quelle che sono per miliardi di altri motivi. Per determinare cosa sia sinistra è più sensato tentare di fissare teoricamente uno o più obiettivi da raggiungere e quindi decidere quali sono le migliori poltiche attuabili per raggiungere tali obiettivi. Decisamente la sinistra che hai in mente tu è una sinistra insensata. Il prof brusco ha semplicemente puntualizzato come teoricamente si possa essere di sinistra e volere poltiche liberiste; e mi sembra abbia usato una definizione di sinistra più sensata di quella che usi tu. Non so se il prof brusco sia o meno di sinistra, quello che è sicuro è che riconosce che possa esistere una posizione di sinistra sensata; non mi sembra che tu faccia lo stesso. Tutto qua.

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  di Antonio Mele (rabbi), 24 Settembre 2007, 02:30 permalink rss

la sinistra (intesa in senso culturale e identitario) che ho in mente io e' quella che viene fuori guardando i dati delle surveys demoscopiche (se vuoi vedere i dati, guarda che sono linkati nell'articolo di sandro, dove dice Asoni e Mele su Epistemes). Che e' insensata lo suggerisci tu, e io ti do ragione. Di nuovo: non e' colpa mia se la pensano cosi', e' inutile che mi dici che la mia visione della sinistra e' insensata. Se e' per questo, io guardo a coloro che si riconoscono nella destra sociale e dico: ma questi sono socialisti. Di nuovo, se loro hanno idee insensate, non e' colpa mia, io mi limito a fare notare la cosa.

I politici hanno mille motivi per implementare le politiche, ma quando settano (e mantengono per decenni sostanzialmente invariato) un sistema di welfare state come il nostro sono le visioni del mondo che contano, e sono state proprio quelle cattolica "di sinistra" (i cattocomunisti per intenderci) e la cultura socialista-comunista a forgiare il welfare state italiano. Di nuovo: io mi limito a registrare un fatto.

Per quanto riguarda i concetti espressi da Sandro: tutte cose di buon senso, chiaro. Ma non vedo perche' tali considerazioni implichino che la sinistra dovrebbe essere liberista, given i nuovi obiettivi sensati stabiliti da sandro.

Il primo: un mercato del lavoro piu' flessibile molto probabilmente farebbe scendere il salario dei lavoratori meno skilled, perche ora la gran parte di loro sono protetti dal contratto collettivo sindacale che lo tiene artificialmente alto. Piu' in generale, sono propenso a ritenere che in un mondo liberista gli homeless non scompaiano. 

il secondo: dobbiamo guardare alla probabilita' che chi sta nel primo decile si sposti negli altri nove. Benissimo: ma il liberismo non massimizza questa probabilita'! anzi a priori non saprei proprio dire che succede a quella probabilita'. 

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  di enzo michelangeli, 24 Settembre 2007, 02:34 permalink rss

Per determinare cosa sia sinistra è più sensato tentare di fissare teoricamente uno o più obiettivi da raggiungere e quindi decidere quali sono le migliori poltiche attuabili per raggiungere tali obiettivi. Decisamente la sinistra che hai in mente tu è una sinistra insensata.

Purtroppo non l'ha solo in mente Antonio: e' un dato sperimentale. Come commentavo giorni fa, ci sono anche ragioni biologico-evoluzioniste per l'esistenza di posizioni di questo tipo (cosi' come per altri comportamenti che vanno contro all'interesse generale, e per l'esistenza della schadenfreude). L'ultima variazione sul tema, in ordine di tempo, e' stata la sinistra ambientalista: siccome non e' piu' sostenibile che politiche egalitarie funzionino anche solo nell'interesse dei meno abbienti, parte della sinistra ora esagera le esternalita' negative dello sviluppo, e gente come Mauro Bonaiuti e Paolo Cento chiede la "decrescita"... Se li sentisse, il Marx del "Manifesto del partito Comunista", che considerava la rivoluzione borghese come positiva premessa di quella proletaria, si rivolterebbe nella tomba.

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  di sandro brusco, 24 Settembre 2007, 06:43 permalink rss

Allora Rabbi, vediamo di capire una volta per tutte quello di cui stiamo parlando. Parafrasando un po' tu dici "le persone che oggi qua in Europa si dichiarano di sinistra dicono così e cosà, quindi sinistra si definisce come così e cosà; in particolare, la sinistra è fatta di pazzi pavloviani che iniziano ad abbaiare rabbiosamente appena sentono le parole 'disuguaglianza' e 'liberismo'". Questo è un modo di argomentare che va bene per il dibattito politico corrente (in verità forse sarei un pelino più ottimista, non di tanto, su come la pensa in media l'elettorato di sinistra; però sto divagando, non è questo il punto), ma che non funziona se cerchiamo di dare una definizione in termini di filosofia politica, che è quello che ho cercato di fare nel post.

Fammi fare un esempio. Anche senza fare sondaggi, spero mi concederai che l'elettorato di destra in Europa è in stragrande maggioranza ferocemente in favore del proibizionismo. Non la destra sociale-corporativa (fascista a quanto pare non si dice più), non la destra democristiana. TUTTA la destra. I quattro gatti spelacchiati della destra antiproibizionista sono addirittura meno dei Sandro Brusco sulla sinistra. Se applichiamo il tuo criterio definitorio, concludiamo quindi che il proibizionismo è di destra. È una definizione utile? Si, se guardiamo alla battaglia spicciola corrente; in particolare, se promuovere azioni immediate antiproibizioniste per te è importante, questo fatto ti suggerisce che nell'Europa di oggi gli alleati te li devi cercare soprattutto a sinistra.

Però c'è un altro senso in cui invece affermare che il proibizionismo è di destra è sbagliato. Ci basta infatti leggere Milton Friedman per trovare argomenti cristallinamenti di destra contrari al proibizionismo. Pertanto se cerchiamo una definizione più fondamentale di cosa significa essere di destra dal punto di vista della filosofia politica dobbiamo riconoscere che è almeno possibile essere di destra e antiproibizionista (stesso identico discorso ovviamente si applica ai diritti degli omosessuali o ad altre cause che sono molto malviste dal popolo della destra).

Il mio punto è semplicemente che se dobbiamo chiarirci questioni concettuali di base, non possiamo che rifarci a principi e argomentazioni astratte che prescindono da come tali principi sono più o meno bene interpretati dalle forze politiche che, in un dato periodo e paese, affermano di ispirarsi a essi.

D'altra parte, se ci mettiamo a definire i termini 'sinistra' e 'destra' in termini statistici ('essere di destra vuol dire questo e questo perché chi dice di essere di destra afferma di volere questo e questo') allora non abbiamo altra scelta che restringere drammaticamente il campo d'analisi, rinunciando a qualunque definizione di carattere generale, visto che in paesi e tempi diversi sinistre e destre hanno sostenuto politiche contraddittorie. È vero, per esempio, che gran parte della sinistra politica europea rifiuta aprioristicamente politiche che possono aumentare la disuguaglianza. Ma ovviamente è anche vero che nientepopodimeno che il partito comunista cinese ha avviato importanti liberalizzazione economiche, perfettamente cosciente che questo avrebbe aumentato la disuguaglianza nella società cinese.

Come ho detto nel post, vorrei evitare il dibattito se il liberismo è di destra e di sinistra. Ho spiegato che a mio avviso la questione è essenzialmente priva di senso. E per ribadire: come non penso che essere di sinistra debba meccanicamente significare essere contrari al liberismo, così non penso che debba necessariamente significare essere a favore.

Non prendiamo troppo sul serio il titolo del libro di Alesina e Giavazzi; i due hanno voluto lanciare un sasso in piccionaia e costringere la sinistra politica italiana a scuotersi un poco dal suo torpore e tornare a ragionare, non credo intendessero rifondare filosoficamente il liberismo o la sinistra. A prima vista non mi sembra che ci siano riusciti. Il libro è stato commentato da economisti e intellettuali vari, oltre che sui vari blog (abbastanza stupefacente la reazione rabbiosa di tanti bloggers di destra; non dovrebbero essere contenti se la sinistra diventa liberista? boh), ma non ho visto molte reazioni dei politici del centrosinistra. O forse sono solo stato poco attento?

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  di Antonio Mele (rabbi), 24 Settembre 2007, 13:18 permalink rss

Sandro: no, il processo logico e' il contrario. Io do la definizione "obiettivo sociale-economico di sinistra =  ridurre le disuguaglianze per ogni t", basandomi su varie fonti, dalla filosofia politica ai fenomeni culturali piu' in generale che si etichettano come "sinistra". Sostanzialmente, mi baso sulla concezione del se e perche' ci siano disuguaglianze e ingiustizie sociali, e se e come debbano essere eliminate, perche' fondamentalmente su quello si basano tutte le discussioni di tipo astratto-filosofico (compreso Rawls, che essenzialmente dice che una societa' e' ingiusta se non si occupa degli ultimi nella scala sociale). Stiamo dando una definizione diversa: tu ti basi su rawls, io mi baso su altre letture.

Dopodiche' controllo nei dati per vedere se effettivamente la mia definizione "fitta" le visioni del mondo dei cittadini. Per fare questo guardo a dati in diversi periodi, e vedo che tale riscontro e' positivo e stabile nel tempo. NON GUARDO alla politica contingente e alle proposte sul piatto, guardo alla identificazione identitaria delle persone, perche' e' la' che si sedimentano i concetti astratti di cui parli tu. Trovo che, piu' o meno, con qualche distinguo, la definizione fitta abbastanza.

Per venire al tuo esempio: ci sono delle posizioni dei cittadini su alcuni aspetti che e' difficile far rientrare nelle logiche identitarie di fondo sulle questioni economiche, molto probabilmente perche' si intrecciano altri motivi non socio-economici (religione, ecc.) che tale identita' definiscono in modo altrettanto forte. Ma qua parliamo di economia, quindi...

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  di fausto panunzi, 24 Settembre 2007, 15:12 permalink rss

«Sì, perché si è sempre pensato che il merito fosse un trucco dei ricchi per fregare i poveri, non capendo che è esattamente il contrario. È grazie al merito, al talento che il povero può annullare le differenze sociali e avere le stesse opportunità».

"la logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra ricchi e poveri e un rovinoso sfruttamento del pianeta."

Rabbi, sono due frasi dal Corriere di oggi. Una è di Fassino e l'altra del Papa. Qual è più di sinistra, secondo la tua metrica?

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  di Antonio Mele (rabbi), 24 Settembre 2007, 15:18 permalink rss
Fassino dice cose di destra (notare il "si e' sempre pensato", grazie fausto per l'involontario assist ;-) ), il papa ha fatto un discorso di sinistra (leggendolo tutto, e' anche peggio di quel pezzetto che citi). So what?
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  di fausto panunzi, 24 Settembre 2007, 15:35 permalink rss
Il punto è esattamente quello che dice sandro  sotto (fregandomi sul tempo e  scrivendolo meglio di me).
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  di sandro brusco, 24 Settembre 2007, 15:20 permalink rss

Beh, almeno siamo d'accordo che è possibile dare differenti definizioni di sinistra (e destra, suppongo). Devo dire che non ho visto molta gente dire esplicitamente che è giusto far stare peggio chi si trova in fondo alla scala sociale al fine di ridurre la disuguaglianza, ma può essere solo ignoranza mia. Ho comunque lo stesso alcune obiezioni sul metodo.

Quello fai è essenzialmente fare cherry picking tra le diverse possibili definizioni di sinistra e poi trovare dati (nel caso, risposte a questionari) che dimostrano che la particolare definizione di sinistra che hai scelto è quella più diffusa. Il metodo mi piace poco perché si presta in troppi punti a essere manipolato.

Ti faccio un esempio. Supponiamo che io decida che 'essere di destra' significa condividere quello che scrive Tremonti. Trattandosi di influente personaggio politico, importante ministro dei governi di destra, e auto-proclamato maestro di pensiero, la scelta è sicuramente almeno legittima. Supponiamo poi che io faccia un sondaggio in cui chiedo alla gente 'vi piace Tremonti?'  e scopra che chi si autoidentifica come di destra ama Tremonti molto di più di chi si autoproclama di sinistra. A questo punto concludo che 'essere di destra' significa essere un iracondo postmodernista con venature antimaterialistiche.

La conclusione così raggiunta sarebbe interamente compatibile con la metodologia che tu proponi. Non ho preso qualche fringe member, ho preso un pezzo da novanta della destra italiana. E ho chiesto direttamente alla gente cosa pensa di lui, una domanda semplice e chiara. Però sappiamo sia io sia tu che tale conclusione sarebbe fondamentalmente disonesta. Sappiamo che per fortuna a destra, in Italia e nel mondo, c'è molto di meglio di Tremonti, sia come pensiero sia come personale politico. Sappiamo che la stragrande maggioranza di chi risponde a questi sondaggi non è esperto di economia e non analizza quotidianamente le implicazioni logiche dei discorsi o gli atti pratici di una persona come Tremonti.

Questa è la ragione per cui eviterei di dare molto peso a sondaggi d'opinione con domande generali che cercano di svelare valori e identità. Se dobbiamo per forza dare definizioni di destra e sinistra, mi sembra giusto cercare di dare una definizione assiomatica di cosa si ritiene politicamente desiderabile, assicurandosi che tale definizione sia logicamente coerente. Poi lo sappiamo che in pratica la gente coerente non è. Ci saranno quindi persone a sinistra che si dichiarano contro la disuguaglianza e a favore dei più umili, senza nemmeno capire che tale posizioni a volte sono tra loro contradditorie. E ci sarà gente a destra che si dichiara per il libero mercato e a favore di Tremonti. E ci sarà gente in tutti gli schieramenti che dice di volere simultaneamente la riduzione delle tasse, del deficit, e l'aumento della spesa sanitaria e pensionistica. Ma non è utile definire le dottrine politiche in base all'incoerenza dei propri aderenti meno sofisticati, anche se costoro sono la maggioranza.

Un'ultima nota sull'uso dei sondaggi. Talk is cheap. Se proprio dobbiamo discutere di cosa dicono e fanno concretamente la destra e la sinistra politica di un dato paese ed epoca storica (cosa che, ripeto, non volevo fare con questo post), a me sembra che sia molto più utile guardare alle politiche concrete che tali forze politiche mettono in atto quando raggiungono il potere. In questo modo si ottiene, a mio avviso, una rappresentazione più fedele e realistica dei reali orientamenti politici e sociali dell'elettorato.

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  di fausto panunzi, 24 Settembre 2007, 15:40 permalink rss
Sull'ultimo punto di sandro, ripeto quello che avevo già scritto in un altro post. La metodologia di rabbi solleva un problema: perchè se tutti gli elettori di centro destra vogliono tagliare la spesa pubblica, privatizzare e liberalizzare, il governo Berlusconi, con una supermaggioranza, ha fatto piuttosto poco in tali direzioni? Non voglio fare polemica sul governo Berlusconi, rabbi, ma solo cercare di capire perchè se gli elettori di centrodestra hanno certi valori, un governo da essi eletto sembra essere andato in direzione quasi opposta. Il gap tra il modo in cui si autodefiniscono gli elettori e le politiche del governo che li rappresenta può essere veramente così ampio?
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  di Antonio Mele (rabbi), 25 Settembre 2007, 03:13 permalink rss

Ci stiamo allontanando tanto dal post, Sandro, ma due parole le vorrei spendere lo stesso.

Prima cosa, e qui credo che non ci stiamo capendo: nel nostro articolo su Epistemes ci sono due parti. La prima parte porta evidenza empirica per mostrare che quando fai riforme liberiste, la disuguaglianza aumenta. Perche' citiamo questa evidenza? perche' A&G sostengono che quando fai riforme liberiste aumentano sia efficienza che equita', e che quindi la sinistra, che tiene maggiormente all'equita', puo' stare tranquilla: le riforme liberiste aumentano anche quella.

Ora: equita' io non so cosa voglia dire, sinceramente. Per cui, devo dare una definizione di equita' (e contestualmente do anche una definizione di sinistra, visto che la sinistra tiene di piu' all'equita'). Quella che diamo noi e': "maggiore equita'=minore disuguaglianza per ogni t", e come proxy di questa utilizziamo la disuguaglianza dei redditi. Perche' usiamo questa definizione? Perche' se vai a dare una letta anche veloce a tutti i pensatori appunto "di sinistra", questo sembra essere un punto piu' o meno condiviso: disuguaglianza sociale, brutta, uguaglianza, buona. Ne consegue che, visto che la sinistra tiene maggiormente all'equita', una situazione in cui la disuguaglianza dei redditi e' minima le piace tanto.

[ per inciso: la seconda parte dell'articolo dice: ok, questa cosa dell' equita' e dell'efficienza che aumentano insieme non regge, ma magari tra coloro che si definiscono di sinistra oggi, le riforme liberiste piacciono lo stesso, e magari piacciono di piu' che a destra.  quindi testiamo questa ipotesi (che si rivela falsa).] 

Vediamo quindi se ci capiamo: mi pare che quello che facciamo noi e' piu' nell'ottica dell' "essere"(con tutti i suoi difetti, che di certo non mancano e anzi ne hai elencato solo una parte), la tua piu' nell'ottica del "dover essere", dimmi se mi sbaglio. Tu metti dei paletti fissi di base (gli assiomi) e parti deduttivamente ad elencarne le conseguenze logiche, giusto? Se assumo che sinistra=Rawls, allora ne discende che etc etc. Rileggendo il tuo post, mi pare di aver capito che in questa ottica del liberismo te ne frega poco: se il liberismo ha conseguenze di un certo tipo (rawlsiane), allora e' buono; altrimenti, no. Giusto? Nel secondo esempio: se guardo alla disuguaglianza, non devo guardare a quella contingente statica, devo guardare a quella lifetime; in poche parole, probabilmente una misura migliore e' la disuguaglianza delle ricchezze accumulate rispetto alla disuguaglianza dei redditi (in realta' ci piacerebbe misurare la disuguaglianza del benessere degli individui, ma e' complicatino mi sa...)? 

sui sondaggi e il cheap talk non sono del tutto d'accordo: probabilmente se fai domande filosofiche e generiche (e' meglio la liberta' o l'uguaglianza? una societa' giusta deve ridurre le disuguaglianze o lasciarle aumentare per favorire gli incentivi?) la gente risponde abbastanza fedelmente alla sua visione del mondo (che e' quella che a noi interessava, delle politiche contingenti della destra attuale e della sinistra attuale in italia non ce ne siamo occupati), perche' gli genera appunto dei riflessi pavloviani forti. ma ammetto che non ho grandi argomenti ne' evidenza per sostenere questo.

Mi scuso se ho portato il discorso fuori dal seminato con i commenti precedenti (e con questo, ma mi pareva necessario chiarire), mi sono fatto prendere dalla foga oratoria...
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  di andrea moro, 25 Settembre 2007, 05:10 permalink rss
Prendiamo atto che tu e Sandro avete definizioni di sinistra diverse. Una cosa pero' vorrei chiedere ai tuoi pensatori di sinistra per i quali "disuguaglianza sociale, brutta, uguaglianza, buona": e cioe' se l'uguaglianza e' buona anche a costo di far stare peggio i diseguali? Stessa domanda chiederei nei sondaggi. Usa pure la qualifica "per ogni t", o il valore atteso, se preferisci.
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  di Antonio Mele (rabbi), 25 Settembre 2007, 11:55 permalink rss

Ovviamente no, ma non capisco perche' vi accanite su questo punto. Allo stesso modo potrei chiedere ai Rawlsiani di Sandro: e' buona una politica che aumenta il reddito atteso presente scontato dei piu' poveri di un dollaro e quello di Bill Gates di cento miliardi di dollari? Secondo te cosa rispondono ad un sondaggio?

Quello che mi state chiedendo e': metti la gente di fronte alla realta', ai tradeoff veri, e mostrali che le cose che chiede sono o incoerenti, o unfeasible, o se portate alle estreme conseguenze cambiano completamente il significato che volevi dare al tuo pensiero (e questo vale per gente comune e per i pensatori). Ma perche'? sto cercando di analizzare cose diverse. 

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  di andrea moro, 25 Settembre 2007, 15:50 permalink rss
Non e' una questione di smoothess. Ed in ogni caso il piu' povero sta morendo di fame, quindi a quella domanda ti rispondono certo di si'. Il punto e' che il trade-off fra efficienza ed equita' sta solo se stiamo sulla frontiera, ma dalla frontiera stiamo ben lontani, e non perche' viviamo in unione sovietica in cerca del miraggio dell'equita', ma perche' viviamo in un sistema capitalistico imperfetto, pieno di monopoli e di inefficienze.
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  di Ja, 25 Settembre 2007, 01:52 permalink rss

Sara', ma per me "obiettivo sociale-economico di sinistra = ridurre le disuguaglianze per ogni t" sa di ragionamento circolare e privo di senso. Intanto: poniamo che si decida di ridurre le diseguaglianze. Quali diseguaglianze? Di risultati? Di discriminazioni? La diseguaglianza del singolo o la diseguaglianza di tutti? O, per metterla su binari statistici, differenze degli indici di concentrazione, che sono concetti statici e non dinamici? La scelta e' piuttosto arbitraria...

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  di enzo michelangeli, 24 Settembre 2007, 11:19