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Ex Kathedra In primo piano Privatizzare l'università

L'universita', per distorsione professionale, e' uno dei temi ricorrenti su nFA. Questa volta rdibattono due ospiti. Nello specifico Gianni de Fraja (Leicester, UK) e Nicola Lacetera (Case Western OH). Boldrin fa, guarda caso, solo da provocatore ed editore. Il dibattito e' aperto, per l'ennesima volta. Controlliamoci e, soprattutto, non ripetiamoci.

Sommario

L'articolo di Gianni ed il commento di Nicola su LAVOCE.IT
Introduzione, di Michele Boldrin
Pagina 2: La critica di Nicola Lacetera
Pagina 3: La replica di Gianni De Fraja

Introduzione

Un commento del sottoscritto, a margine del dibattito su universita' ed omerta', ad un articolo di Nicola Lacetera e Francesco Lissoni sulla Voce, ha generato un dibattito un po' acceso sul tema privatizzazione. Lo trovate (il dibattito fra Lacetera e Boldrin) qui, nei commenti successivi alla data del 22 Febbraio. Come e' chiaro da quanto ho lì scritto, le critiche di Lacetera e Lissoni alla proposta di De Fraja - che e' in sintonia con quella fatta da Roberto Perotti e compatibile con il quadro da me suggerito in varie istanze - non mi convincono molto. Anzi, non mi convincono proprio; comunque io la mia l'ho detta.

Ho pensato di chiedere a Nicola Lacetera di riformulare le sue critiche alla proposta di Gianni De Fraja, ed a quest'ultimo di ribattere a tali critiche. Entrambi hanno molto gentilmente risposto, ed i due articoli li trovate qui di seguito. Buona lettura.

Michele Boldrin

L'articolo di Gianni ed il commento di Nicola su LAVOCE.IT

Pagina 2: La critica di Nicola Lacetera

Pagina 3: La replica di Gianni De Fraja

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Rss dei commenti

  di Ja, 27 Febbraio 2007, 21:54 permalink rss

Sul calcoletto di Lacetera con numero ottimale di research universities in Italia pari a 14,2 se dobbiamo prendere come metro di paragone gli USA: nello UK il Russell Group di universita' di ricerca che si divide la maggior parte della torta delle aste di ricerca dei Research Councils e' formato da esattamente 20 universita', e funziona piuttosto bene nel mercato concorrenziale globale. Non e' un numero troppo basso per portare benefici, anzi. Per un paese come l'Italia, 15-20 universita' di ricerca mi sembra una stima e un obiettivo ragionevole e fattibile, gia' adesso nei fatti solo una dozzina di universita' ha un impact factor che non sia trascurabile.

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  di Antonio Mele (rabbi), 02 Marzo 2007, 20:02 permalink rss

Ha deciso che prima di aprire nuove universita' si devono "razionalizzare" quelle esistenti.

Questo forse mi fa tendere verso la posizione di Gianni De Fraja: rendiamo piu' difficile ai politici di riprendere il controllo del sistema universitario in futuro.

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  di alberto bisin, 02 Marzo 2007, 21:50 permalink rss
mussi e' veramente il peggior ministro i) di questo governo, ii) dell'universita' che ci sia stato. Hai visto l'argomentazione: le razionalizza lui le universita'; e naturalmente, come nota l'articolo, i rettori "pubblici" del piemonte gongolano.
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  di michele boldrin, 03 Marzo 2007, 01:02 permalink rss
Effettivamente, nel Ciapa No Prodi ha gia' piu' punti di Berlusconi per la cattiva politica economica. Ora Mussi, per non essere da meno, sta battendo la Moratti alla partita di Ciapa No per i Ministri dell'Universita'. (S)Parlando di Prodi e TPS: avete visto le dichiarazioni di oggi? Ora all'improvviso hanno il "surplus" virtuale di bilancio ed e' tutto merito suo/loro, ed ora taglia(no) le tasse mentre una settimana prima della crisi di governo TPS si affannava a dire che neanche per sogno, che lacrime e sangue ancora dovevano venire. Grist per il mulino degli Ex-Kathedra seri sulla politica fiscale ed il debito. Speriamo d'aver tempo nel week-end.

Vabbeh, scusate cari lettori e lettrici simpatizzanti di sinistra, ma io proprio non so che dire. I fatti son fatti, e per quanto uno ci provi a vederci il lato buono in questo "vostro" governo, non si riesce proprio a trovarcelo. Non lo faccio apposta, davvero: sono molto sensibile alle persone che trovano i nostri articoli troppo critici e negativi. Per questo mi mordo la lingua (meglio, le dita per non usarle sulla tastiera) piu' spesso che no, pero' la degenerazione democristiana anni 70-80 di questo governo e' abbastanza palese. L'unica cosa semi-buona, ossia i Dico, sembra li abbiano gettati alle ortiche per paura di Andreotti e per comprarsi Follini! Alla faccia dei diritti civili!

Ora si aprono i giochi sulla riforma elettorale. Sandrooooo ... e' il tuo turno!

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  di LuigiP, 03 Marzo 2007, 18:35 permalink rss

Dopo la crisi, personalmente, ho perso ogni speranza nella possibilità che questo governo possa fare cose buone. Ci aspettano dei mesi di agonia. Del resto, non vedo altre vie d'uscita: un governo tecnico o di larghe intese oppure delle elezioni così vistosamente anticipate sarebbero cattive notizie (e l'individuazione del "male minore", in questo caso, mi sembra tutt'altro che univoca). Un ritorno di Berlusconi o di qualcuno pronto ad agire come lui, per un'intera legislatura, sarebbe pessimo: continuerebbero il canovaccio impostato negli ultimi 5 anni e, come molti di voi hanno fatto notare in precedenti commenti, la prospettiva di avere questa destra al governo è tutto meno che esaltante.

La mia posizione riguardo alle prospettive di questo governo era nota: tirare avanti con piglio militare (e pelo sullo stomaco da vecchi democristiani) per 4-5 semestri, fare almeno le principali riforme annunciate, riformare la legge elettorale e andare a casa; il ricambio generazionale, per quanto parziale, a quel punto sarebbe stato fisiologico. Arroccarsi su posizioni di debolezza, scoprire il fianco in nome di presunti principi di correttezza formale è stato un atto suicida.

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  di luigi, 04 Marzo 2007, 06:08 permalink rss

Permettetemi una domanda ingenua e un po' provocatoria: cosa è che impedisce a, diciamo, un imprenditore italiano di nome Silvio di creare un centro di ricerca (che non si chiama università, per motivi legali, lo chiameremo fattoria della scienza) di prestigio dove gli eccellenti michele, alberto, giorgio, sandro e  giovani di belle speranze come antonio e andrea possano fare ricerca ed essere retribuiti on a competitive base, dove possano insegnare a  selezionati gruppi di studenti che a loro volta potranno essere assunti da imprese affamate di lavoratori con skill superiori alla media, oppure potranno  essere inseriti nel mondo della ricerca, e andare a fare il PhD nella fattoria della scienza 2, creata dal competitor di Silvio, tale Franco, che a quel punto avrà assunto gli eccellenti francesco, marco, andrea e il giovane  pierangelo?

Veramente chi è favorevole alla privatizzazione del sistema universitario italiano pensa che le fattorie della scienza non vengono create perché esiste la pubblica università di Pollena Trocchia dove si insegnano microeconomia e macroeconomia su un bignami delle superiori? Perché il mercato non è ancora intervenuto a spazzare via la storica università del centro in provincia di Napoli?

p.s. la scelta dei nomi è frutto del puro caso :) 

 

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  di gianni de fraja, 04 Marzo 2007, 08:04 permalink rss

D'accordo; nulla impedisce di creare centri di ricerca privati d'avanguardia. Pero': i giovani bravi preferiscono andare all'estero, e ottenere fondi di ricerca dal governo italiano sarebbe difficile in presenza dell'univerista' di Pollena Trocchia (bel nome, esiste davvero? non sara' mica un nuovo quartiere di mestre?), i cui baroncelli e baroncini riescono a ottenere fondi anche in assenza di qualita'. I due mercati potenziali (ricerca e insegnamento avanzati) sono, in modo diverso, altamente competitivi. La fattoria della scienza non sarebbe una proposta imprenditoriale preferibile a, say, una software house, e, se fossi imprenditore con talento e capitali, preferirei questa a quella.

Per dirla a' la Cantona: Il sottobosco deve bruciare via del tutto perche' possano nascere nuovi alberi.

 

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  di LuigiP, 04 Marzo 2007, 09:29 permalink rss

Confesso di saperne poco ma mi pare che l'Istituto Universitario Europeo di Firenze possa essere assimilato al modello da te proposto. Una struttura di qualità molto alta, che, credo, vive sostanzialmente al di fuori del sistema universitario italiano sia per quanto riguarda i finanziamenti sia per quanto concerne l'organizzazione. Produce ricerca di buon livello e gestisce un programma di dottorato assai quotato in Europa.

Restringere l'attenzione ai soli corsi di laurea mi sembra invece una battaglia persa: quanti credete possano essere gli studenti disposti a mettersi in gioco in questo modo? A me vengono in mente numeri molto piccoli...

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  di Marco Paccagnella, 04 Marzo 2007, 13:11 permalink rss
Ma infatti IUE NON è un'università italiana, e NON è un centro di ricerca privato fondato da qualche imprenditore illuminato: è un centro di ricerca interamente finanziato dall'Unione Europea, che ha sede geografica in Italia, ma (credo) abbastanza by accident....avrebbero potuto farlo uguale in Spagna, Francia, Grecia....
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  di LuigiP, 04 Marzo 2007, 13:20 permalink rss
Continuo a non capire il punto sollevato da Luigi. Nascano pure le "fattorie della scienza". So what?
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  di andrea moro, 04 Marzo 2007, 16:58 permalink rss
Qualcuno ti dira' che dipende dal valore legale del titolo di studio. Io non ne sono sicuro (ho scritto un articolo mesi fa a riguardo), ma sicuramente senza valore legale tale impresa sarebbe alquanto rischiosa data la difficolta' di attrarre studenti
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  di AlexCT, 04 Marzo 2007, 20:43 permalink rss

La Fattoria della Scienza puo' certamente nascere, ma ci vorra molto tempo perche si sviluppi e diventi nota. E il problema dell' asimmetria dell'informazione citato da Nicola Lacetera e un po' sottovalutato dai redattori di nFA. Sia nella ricerca che nell'insegnamento i risultati si vedono 10 o 15 anni dopo. Nel frattempo e difficile giudicare la qualita dell'istituto.

Quando chiedo a parenti o amici italiani se hanno sentito parlare del MIT mi rispondono "Si! il famoso istituto amerikano dove ha preso il master nel 1970 il ministro Padoa-Schioppa". ;-) Anche la Fattoria della Scienza produrra ministri, dirigenti d'azienda, professori che scrivono editoriali sul Corriere della Sera a favore di una liberalizzazione dell'economia, e allora la Fattoria godra di un'ottima fama e attirera finanziamenti e studenti. Ma nei 10 o 20 anni intermedi sara dura.

Per gli studenti che si iscrivono il primo anno ci sarebbe un grosso rischio e nessuna garanzia.

 

 

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  di michele boldrin, 05 Marzo 2007, 06:39 permalink rss

Gli argomenti del tipo "If you are so smart, why aren't you rich?" fanno sempre un certo effetto, e lo stesso vale per la domanda "ingenua e un po' provocatoria" di Luigi. La risposta, ovviamente, e' che nulla glielo impedisce. Allo stesso tempo, nulla gli da' l'incetivo per farlo, quindi non lo fa.

Non e' che tutto cio' che non e' esplicitamente proibito sia economicamente conveniente, e fare la Fattoria della Scienza in Itali, privatamente, ovviamente conveniente non e'! Per una valanga di ragioni, alcune delle quali sono gia' state menzionate, ed altre. Riassumendo

- Per far soldi privatamente producendo scienza non si fanno universita' ma centri di ricerca privati. Che infatti ci sono, ed a palate. Piu' all'estero che in Italia, e per le ragioni che siamo andati ripetendo da tempo, ma comunque anche in Italia. Di venture capitalists che finanziano fattorie di scienza ve ne sono migliaia, no?

- Se penso che vi siano grandi soldi da fare in un'universita' privata, di sicuro non la faccio in Italia dove le restrizioni legali e politiche sono enormi. Vedasi l'opposizione recente del signor Ministro Mussi al progetto del San Paolo di Torino, ultimo di una serie di tentativi privati di entrare nel settore che sono stati castrati dal potere politico. Con buona pace di chi crede che il valore legale non sia un'enorme barriera all'entrata, in un paese dove (stima nasometrica) il 70% dei nuovi laureati finisce nel settore pubblico occorre essere proprio suicidi per saltarsi questa restrizione. Infatti, la restrizione restringe, e lo fa brutalmente. I fatti son quelli, poi possiamo ignorarli e continuare a teorizzare cose strane: la liberta' di parola e' una cosa sacra. Se voglio fare un'universita' privata nuova ed ho soldi e know-how, vado in Cina, o in India (Enzo, tu che ne dici?) o persino a Buenos Aires (vedasi Torquato di Tella) o Mexico (ITAM e' vecchia ma cresce, il Politecnico de Monterey e' giovane, e pure cresce) ... 

- La proposta di De Fraja, e prima ancora quelle di Perotti e, parzialmente, la mia, non hanno mai sostenuto che la "privatizzazione" dovesse funzionare perche' qualcuno investiva cento o cinquencento milioni di euro per fare grandi profitti nell'educazione universitaria. Tutti abbiamo parlato di fondazioni: le grandi universita' private americane non sono organizzazioni "for profit". Per privatizzare l'universita' italiana occorre fare entrare le grandi universita' private (e pubbliche, perche' no? Scommetto che se si apre il mercato qualcuno a Sacramento ci pensa ad un UC-Campus a Milano o Firenze o Venezia) americane, oltre che le grandi fondazioni, italiane e non. Il punto e' che se non entrano delle istituzioni straniere che, attraverso l'aggancio al mercato internazionale importino la concorrenza ed abbiano l'incentivo per evitare collusione, tutto finisce a tarallucci e vino come al solito.

- Similmente, De Fraja sottolinea la centralita' del grande ricco che vuole, attraverso l'universita' con il suo nome, lasciare una traccia nella "storia del paese" oltre che fare un investimento decente. Gli esempi USA sono tutti di questo tipo, idem per quelli latino-americani che conosco - vedi sopra, oppure anche San Andres in Buenos Aires, Getulio Vargas in Rio, U de los Andes in Bogota', ... la lista e' lunga - Spagna, eccetera.   

- Costruire un'universita' ex-novo e' MOLTO piu' costoso che comprarne una che gia' esiste e la qualita' del cui prodotto e' nota sia al venditore che al compratore. Qui la assimetria informativa c'entra come i cavoli a merenda: fra incertezza ed assimetria informativa c'e' una sostanziale differenza. Non e' che l'investitore "sa" che la sua nuova universita' e' "buona" ed i consumatori-studenti non lo sanno e fanno confusione. No, nessuno dei due lo sa! Lui non sa se ha scelto il modello giusto, i corsi giusti, i professori giusti, la collocazione geografica giusta, il direttore di dipartimento giusto, il placement officer giusto, eccetera, eccetera. E' una ditta nuova con un prodotto nuovo, quindi vi e' incertezza sulla qualita' del prodotto. Da ENTRAMBI i lati vi e' incertezza, esattamente come quando arriva un nuovo disegnatore di moda, o un nuovo produttore di mobili o un nuovo gruppo musicale o un nuovo ristorante! Ci vuole tempo per affinare prodotto e metodi di produzione da un lato, e per scoprirne la qualita' dall'altro. Si chiama incertezza sulla qualita' del prodotto, punto. E non ci sono ne' stati ne' ministri che, divinamente, questa incertezza sanno eliminare: si elimina con il tempo, producendo e verificando. Cio' che questo implica, pero', e' che in un paese in cui si sono gia' fin troppe universita' (di per se) e' molto, ma molto piu' conveniente comprare una struttura che gia' c'e', che sai come funziona, di cui hai verificato pregi e difetti e che sai che puoi migliorare, che non partire ex-novo. Non che non si possa, solo che costa molto di piu' proprio perche' ci vogliono molti anni per risolvere l'incertezza sulla qualita' del prodotto. Ed il tempo, anche in questo caso, e' denaro. 

 

 

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  di MicheleC, 05 Marzo 2007, 11:51 permalink rss

Scusate l'intromissione, sono, tanto epr intenderci il MICHELE di qualche settimana fa. L'argomento mi interessa alquanto, per cui la voglia di dire qualcosa e' irrefrenabile...Domanda: siete poi cosi' sicuri che il modello americano/privato funzioni poi cosi' bene? Sapete nelle banche d'investimento (boldrin, mi raccomando, non innervosirti...) chi sono i laureati piu' ambiti? Direi senza ombra di dubbio laureati grand ecoles francesi, al limite anche politecnici italiani, quindi scuole pubbliche europee...io che ho fatto il des alla bocconi, ho dovuto studiare tanta di quella finanza, accounting e statistica seria per cui per entrare ho fatto la mia fatica (e dire che avevo preso quasi tutti 30, giavazzi, cifarelli inclusi etc)...su tutto il floor di ML laureati inglesi si contano sulle dita di una mano,pochissimi della blasonata LSE. In effetti, se andiamo a vedere la parte non di mercati ma di puro investment banking (consulenza, m&a, corporate finance), li' i master/phd americani ci sono, ma li', ne converrete, il bullshit abbonda...

DOmanda: siamo cosi' sicuri che il modello europeo sia da sopprimere? non e' che avete un punto di vista troppo "interno" per cosi' dire al vostro ruolo/lavoro? E' vero che  avere un degree/master/phd americano conta, ma conta se vuoi fare l'economista o poco piu'. Peccato che gli economisti non se li fila nessuno (intendetemi, parlo di imprese che massimizzano i profitti)...

Con affetto

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  di enzo michelangeli, 05 Marzo 2007, 14:04 permalink rss

Sapete nelle banche d'investimento (boldrin, mi raccomando, non innervosirti...) chi sono i laureati piu' ambiti? Direi senza ombra di dubbio laureati grand ecoles francesi, al limite anche politecnici italiani, quindi scuole pubbliche europee...io che ho fatto il des alla bocconi, ho dovuto studiare tanta di quella finanza, accounting e statistica seria per cui per entrare ho fatto la mia fatica (e dire che avevo preso quasi tutti 30, giavazzi, cifarelli inclusi etc)...su tutto il floor di ML laureati inglesi si contano sulle dita di una mano,pochissimi della blasonata LSE.

Non saranno a Londra (o Dublino), dove sono anche pagati molto meglio che nel Belpaese?

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  di MicheleC, 05 Marzo 2007, 17:29 permalink rss
beh, certo a Londra.
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  di andrea moro, 05 Marzo 2007, 14:06 permalink rss

Toh, chi si rivede! Comunque, farei un po' di chiarezza. Un phd lo prendi solo se poi vuoi fare ricerca. Se vuoi fare investment banking, il phd magari anche ti prepara (anche se lo dubito), sicuramente e' una grossa perdita di tempo. Questo perche' in un corso phd di, putacaso, "corporate finance", non si insegna "corporate finance". Nelle migliori scuole il docente presenta e spiega un elenco di studi recenti per far capire come si fa a fare ricerca in quel settore. Se lo scopo e' quello di imparare tutto cio' che c'e' da sapere in "corporate finance" meglio comprarsi un buon libro o fare un master. Nessun corso di phd serve a trasmettere tutto lo scibile di un certo "field". Poi, per finire il phd perdi minimo un anno per fare una tesi, che, se poi ti vuoi prestare alla "praxis", non ti serve.

In teoria, un master puo' essere piu' utile; in pratica sono d'accordo con te: soprattutto negli MBA il "bullshit abbonda", fenomeno che non riesco a spiegare completamente. Comunque, il fatto che ci siano piu' europei attorno a te che americani lo spiegherei semplicemente con un fattore geografico. Il fatto che ci siano piu' francesi e italiani che britannici mi stupisce: ma e' proprio vero? E nel riportare questi dati stai considerando la laurea undergraduate o i  post-graduate degree (ricorda che in italia MBA o diplomi simili sono interamente gestiti "privatamente" e in regime concorrenziale da universita' private - tipo bocconi SDA-  o consorzi di universita' pubbliche - p. es. il CUOA)?

 

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  di MicheleC, 05 Marzo 2007, 16:20 permalink rss
Ma scusa non ti fa specie (e ti assicuro e' cosi', controlla pure con altri bankers e te lo confermeranno) che banche d'investimento americane ricorrano a ingegneri francesi, italiani, greci e non ai loro phd/mba/degrees etc? E' ovvio che essendo a Londra mi trovo circondato per la piu' parte da europei, ma e' altrettanto ovvio che quasi tutte le banche americane hanno spostato a londra (per mancanza palese di cervelli) i loro desk quantitativi. Tanto per citare il nostro esempio: capo ricerca quantitativa derivati: un greco (vice italiano, no inglesi o whatsoever); capo trading esotici: un francese; capo quants: un altro francese. E la cosa si ripete piu' o meno in tutte le banche....Credo di non sbagliarmi se dico che le grandi ecoles o il politecnico di milano siano in perdita (ammesso che abbiano un bilancio)...eppure harvard chiama parigi o milano quando si tratta di risolvere un integrale stocastico...e noi dobbiamo fare lobbying per cercare di liberarci dei cugini ignoranti americani (o inglesi, cambia poco)...A me fa ancora piu' specie che Merrill Lynch finanzi/sussdi a manetta le universita' americane ed inglesi, salvo poi preferire negli hirings le tanto vituperate scuole pubbliche europee? Perche'? Non lo so, perche' non ho studiato negli USA, ma ovviamente una mia teoria ce l'ho, vorrei sapere anche da voi economisti una spiegazione....
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  di ispirati, 05 Marzo 2007, 18:24 permalink rss

non e' che hai un sample troppo limitato? cioe' non e' che guardi solo ad una funzione specifica della banca d'affari (il resto lo chiami fuffa, pero' c'e' gente che paga milioni per quella fuffa)? non e' che guardi solo a quelli che sanno risolvere gli integrali? cmq per quanto ne so io, ad oggi sono tutti indiani piuttosto che francesi o italiani.

in ogni caso quando si parla di superiorita' del sistema americano lo si fa soprattutto in termini di ricerca, piuttosto che di qualita' media dei laureati. sulla qualita' media dei laureati credo ci sia poco da fare, in ogni caso.

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  di MicheleC, 05 Marzo 2007, 19:24 permalink rss
concordo in parte sugli indiani, sono dei francesi piu cheap, ma anche di qualita' molto inferiore. Superiori comunque di gran lunga agli americani e agli inglesi in fatto di numeri e logica (per non parlare delle materie letterarie e storiche, che secondo me non vengono proprio insegnate in US, forse sono degli electives). Per non parlare dei russi, che sono sempre piu' presenti sui floor delle banche in ruoli spesso cruciali. Domanda a Fraja/Boldrin: ci sono scuole private in RUssia? Sulla ricerca di che, gli USA sono superiori? Su economics, sono senz'altro d'accordo, ma economics e' ideologia americana allo stato puro. Le banche finanziano 'sta roba per la stessa ragione per cui l'URSS e la DDR facevano dopare gli atleti, per la gloria, per provare che la nazione e' forte etc...Ma se economics aiutasse a comprendere l'economia, le banche ne sarebbero piene (per me continua ad essere un sillogismo, come ebbi gia' modo di dire), invece purtroppo no...per quanto riguarda gli mba etc, ho solo detto che in corporate finance, la popolazione e' molto piu' geograficamente equiponderata, siccome e' pacifico che la materia e' piu' "leggera" non e' che il controesempio di quanto andavo dicendo...
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  di AlexCT, 05 Marzo 2007, 20:05 permalink rss
Sulla ricerca di che, gli USA sono superiori?
Guarda che quella roba di cui parli tu, l'hanno scoperta Black, Merton e Scholes, mica la signora El Karoui!
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  di MicheleC, 06 Marzo 2007, 09:01 permalink rss

Sbagliato, tutto questo si deve a Louis Bachelier e al suo Theorie de la Speculation che risale a una settantina di anni prima dell'articolo "seminale" dei signori che tu citi, due dei quali guarda caso si sono presi il Nobel (Merton tra l'altro l'ho avuto come collega alla fine dei '90 a JP organ dopo che aveva contribuito al default di LTM, tanto per dire che razza di genio della finanza che era costui). D'altra parte non mi stupisce che uno che lavora in US si beva tutto cio' che l'ideologia imperante gli fa bere senza approfondire, scommetto che il telefono per i tuoi amici americani l'ha inventato Bell e non Meucci...Ora, non voglio entrare in questa polemica abbastanza sterile, ma il caso e' abbastanza emblematico di quello che dico. Possibile che non riusciate ad afferrare quali meccanismi sotterranei di "sociologia della conoscenza" operano quando si assegnano i Nobel. Per fare un'analisi accurata, depuriamo i dati: consideriamo ad es. quanti dei Nobel americani si sono in realta' formati in Europa. In aggiunta, a parer mio, la prospettiva "ora faccio ricerca per vincere il Nobel" e' molto, molto tipicamente americana...Ripeto qualcosa di simile al doping che faceva vincere le medaglie alla DDR...a noi europei, in genere, di passare la vita a far ricerca interessa molto, molto meno perche' non abbiamo nessuno che ce lo inculca (eppoi perche' far tanti soldi e vivere bene, e' piu' bello!, mi si passi la battuta)...In realta', l'esperienza comune di un luogo cosmopolita come Londra mi dice che: un qualunque ingegnere grand ecole, ma anche politecnico Milano/Torino, ingegneria aerospaziale a ROma (non e' cosi' raro come vedete, sono tutti casi toccati con mano), ne sa molto di piu' di matematica/logica (dove per matematica intendo essere capaci di risolvere gli integrali, problemi veri, perche' se andiamo a vedere i punteggi dei GMAT, gli americani probabilmente sono piu' forti, perche' questa e' la loro cultura, il "multiple choice") di un phd americano...E lasciatemi aggiungere che il francese/italiano ha 23-26 anni, l'americano ne ha 29-32, l'uno e' una persona dalla conversazione piacevole, di grande spessore culturale, l'altro e' un poverino che cita dati, formule, teoremi di teoria dei giochi che puntualmente non sa dimostrare, e a cui non puoi parlar di niente se non politically correct (questa e' la sua cultura, in senso antropologico si intende, perche' di cultura in senso stretto ne ha masticata pochina)

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  di Antonio Mele (rabbi), 05 Marzo 2007, 20:14 permalink rss

Michele C., il maggior linguista vivente (nonche' no global anti americano) si chiama Noam Chomski. Indovina dove insegna e fa ricerca? al MIT.

Seconda cosa: il Politecnico di Milano e' tra le universita' d'eccellenza in Italia. Chiedi se da te c'e' un laureato dell'Universita' di Messina.

Terza cosa: cosa c'entra la Russia?

Quarto: economics e' ideologia americana allo stato puro?!?!? e invece cosa e' ideologia europea? o russa? o italiana? ma per cortesia, siamo seri...

Quinto: all'eccellenza nella ricerca in economia per i dipartimenti USA puoi aggiungere l'eccellenza in tutte le materie insignite di premio Nobel. Basta contare. Soprattutto nel 2006.

Sesto: le banche americane si stanno spostando a Londra per la Sarbanes-Oxley, mica per le cose che indichi tu. 

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  di piergiuseppe fortunato, 05 Marzo 2007, 22:10 permalink rss

d'accordo su molte delle cose che dici.

alla tua lista aggiungerei pero' la fields medal per la matematica (difficile considerarla ideologia yankee allo stato puro...)

e decurterei invece il Chomski degli ultimi anni. con tutto il rispetto per il linguista che fu, nella attuale versione sociologo da strapazzo lo vedrei bene su una cattedra in Italia (magari a Trento...) piuttosto che al MIT.  

 

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  di MicheleC, 06 Marzo 2007, 18:05 permalink rss

rabbi, un commento ai tuoi punti:

1/ non son in grado di esprimermi su chomski, ho provato a leggere i suoi libri di polica/sociologia/economia (non di linguistica), e in proposito, mi sembra ci capisca quanto un Casarini (piu' o meno...). Questo e' peraltro un tratto che noto in molti prof. americani che sanno essere tanto validi in un settore di ultra-nicchia, quanto ultra naives e dilettanteschi in tutto il resto. D'altra parte, l'ideale Rinascimentale e Umanistico dell'intellettuale poliedrico e' tipicamente europeo ed italiano. Credo che in scuole tipo le grand ecoles, la scuola Superiore Normale di Pisa, o anche semplicemente nel liceo classico italiano (ovviamente prima delle riforme sciagurate del centro sinistra italiano degli anni '60), questo ideale era ancora ben presente. Siamo sicuri che vogliamo distruggere cio' che rimane dell'uomo colto europeo, per creare tanti specialisti ignoranti all'americana?

2/Il punto e' che ci sono molti piu' Politecnici (tra Milano/Torino e francesi) che harvard/mit e quant'altro. Messina non e' rappresentata, come d'altra parte universita' mediocri americane;

3/ beh, la russia c'entra eccome...ha mandato i razzi sulla luna, ha una tradizione matematica , musicale, letteraria incredibile, e non mi sembra che tutto cio' sia frutto di un sistema di scuole private. Per me non e' che l'ennesima dimostrazione che la scuola e' per moltissimi versi l'espressione culturale di un popolo, che non si puo' sopprimere semplicemente perche' un modello teorico mi dice che gli incentivi sono meglio in un cazzutissimo scenario piuttosto che un altro;

4/ scusa, non so se sei un economista, io no, pero' una volta fatto il DES ho dovuto trovare modo di riciclarmi. Penso di saperne abbastanza per dire che un economista non riesce a provare empiricamente nemmeno una curva di domanda: e questa gente ci dovrebbe dire come funziona la politica, il mercato del lavoro, i mercati finanziari etc...E' pura ideologia...

5/ sui nobel ho scritto altrove...

6/ siamo in piena globalizzazione, c'e' grande flessibilita' del lavoro, il mio punto non e' ML e' a Londra, il mio punto e' chi sa contare a ML non e' americano...

 

 

 

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  di Antonio Mele (rabbi), 06 Marzo 2007, 18:10 permalink rss
Ok, vai a controllare da dove vengono i quants a Wall Street.
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  di MicheleC, 06 Marzo 2007, 18:17 permalink rss
ti posso dire che sia a Jp Morgan che a ML (le banche per cui ho lavorato), i desk quantitativi di NY hanno completamente o quasi delegato a quelli di Londra la gestione dei rischi complessi. Da Black&scholes in avanti (che come gia' detto altrove non e' B&S ma e' Bachelier, pochi lo sanno ma e' cosi'), tutta o quasi la modellistica finanziaria quantitativa e' francese...
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  di Ja, 05 Marzo 2007, 22:44 permalink rss

Il livello di conoscenze medio dei lavoratori quantitativi delle banche d'investimento e' basso, che sia negli USA o nello UK. Non e' raro che le interviste le facciano capi ai quali mancano i fondamentali della finanza, dell'economia  e della matematica. E anche della contabilita'. Se solo pensate alla pessima figura fatta recentemente dal CEO di Nasdaq...

L'unico motivo per cui quelli dei politecnici francesi e italiani e greci e russi sono ambiti e' che hanno passato corsi seri e lunghi senza perdere la bussola. Ma io non generalizzerei, come ha detto Ispirati piu' stiamo selezionando da campioni bassi e biased.

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  di ispirati, 06 Marzo 2007, 05:18 permalink rss

"Sulla ricerca di che, gli USA sono superiori?"

Michele la risposta e' facile facile.

Cittadini americani (americani non francesi o indiani) hanno vinto il 44% dei premi nobel scientifici (economia, fisica, chimica e medicina) che sono stati dati dall'istituzione del premio ad oggi. Dal 1970 tale proporzione non scende sotto il 56% per decade.

Non europei o indiani che lavorano in America. Americani. Proprio gli stessi stupidotti che si fanno fregare il posto dai francesi nelle grandi banche :)

Se ti vuoi fare i calcoletti da te vai qua.

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  di Marco Paccagnella, 06 Marzo 2007, 07:45 permalink rss

Sulla ricerca, cioè sull'eccellenza, c'è poco da dire: il sistema anglosassone è superiore.

MicheleC però sollevava, credo, una tematica differente, cioè la qualità del laureato medio. Quindi, dato per appurato che il sistema americano riesce meglio di tutti gli altri a selezionare e far crescere i migliori talenti, americani e non solo, come si comporta invece nei confronti dello studente "medio"? A naso, direi che, vista la grandissima libertà di scelta nelle università USA, chi ha talento e ambizione si studia materie serie e poi va avanti negli studi graduate; chi non ha voglia di sbattersi, si segue corsi di economia domestica.

Qualche impressione/commento da chi nelle università americane ci i