Ho sempre sperato di poter tornare nella mia città, ai miei affetti, a ciò che sento mio, ed ho pure tentato di nascondere a me stesso che alcune scelte di vita avrebbero reso sempre meno possibile il ritorno. Eppure ora che, al di là delle opportunità professionali, tutto sembra spingermi a casa, mi accorgo di non volerlo più. Non sono il solo...
Collegamenti: meridione (6)
( ovvero i terroni restano al nord)
Non sono il solo. Ho a lungo discusso con chi prima di me ha vissuto questa sensazione ed ho trovato l'identica, sorprendente incapacità di interpretare il perchè ci sentiamo respinti. Il lavoro, le prospettive, il futuro dei figli, sono abusate giustificazioni che non spiegano una rinuncia così grande.
In questa luce anche una delle aporìe leghiste merita una considerazione: se è vero che il meridionale incarna il mito di Ulisse, l'ultimo desiderio da appagare non dovrebbe essere il ritorno alla terra natìa? Invece, ed è questo che preoccupa il "Lumbard", esiste una oscura forza che lo allontana dalla sua terra.
Quotidianamente siamo investiti da rivendicazioni alloglotte che stentiamo a comprendere, e che dovrebbero sollecitare una reazione. Chi protesta? Il terremotato ancora accampato? Il pastore aspromontano che sopravvive con poche lire al mese? Il pescatore di Bagnoli o Gioia Tauro? No, nessuno di loro. A protestare sono l'idraulico ed il dermatologo lombardo-veneti, che si dichiarano truffati da Roma ladrona e denunciano un reddito mai superiore ai 30 milioni.
Sono un privilegiato, vissuto nell'inquietante consapevolezza di esserlo. Appena laureato, vigeva la reazionaria tendenza ad emarginare chi non fosse "qualcuno". Gli anni del "who's who", dell'apparire per essere, dell'emarginazione e dei ghetti senza diritto di replica.Tutto bene finchè sei dalla parte giusta. L'anabasi del successo aveva determinato un'anacronistica incapacità di calarsi nei panni degli altri ed aveva paralizzato l'istintivo solidarismo meridionale.
Pure questo non è stato abbastanza per scatenare la mia, o meglio, la nostra insurrezione, per pretendere una sterzata decisa, per dimostrare che siamo migliori, per ritornare a principi e valori che neppure i nostri emigrati riescono più a ritrovare nella loro terra. Preferiamo nasconderci, minimizzare, a volte addirittura ci atteggiamo a severi assertori dell'inevitabilità della scelta secessionista.
Confesso di aver paura ad interpretare questo atteggiamento. Credo celi una drammatica consapevolezza: Se avessimo solo giocato male avremmo potuto pretendere una rivincita, ma noi abbiamo anche barato e così abbiamo irrimediabilmente perso. No, non mi riferisco alle tangenti, ai cattivi investimenti, alle clientele, patrimonio ed eredità di ogni sistema di potere (anzi mi sorprende suscitino tanti cori moralistici). Io mi riferisco all'ignavia, al vittimismo egocentrico, alla paralizzante cultura del sospetto, alla rincorsa del privilegio e del potere.
Il gusto peripatetico del parlare e mai fare. Ricordo ancora le interminabili serate trascorse a parlare e sparlare, progettare e demolire, sprofondati in un quieto ed appagante malcontento. Una, dieci, cento discussioni uguali. Sapevamo che non poteva bastare.
Dice una poesia popolare giapponese sui pupazzi Daruma, misirizzi senza gambe che sopportano ogni tipo di strapazzo:
Così è la vita:
cadere sette volte
rialzarsi otto!
Parafrasticamente potrebbe leggersi:
Così siamo noi (meridionali)
cadere spesso
rialzarsi mai!
Vi sembro inclemente? Credete sia per odio o per amore? Una volta non avrei avuto dubbi a considerarlo un appassionato gesto d'amore, oggi forse inseguo un karma espiativo.
Denunciare l'insopportabile: questo lamento ha il suo aspetto positivo, gratificante, ma non aiuta a venirne fuori. La sola constatazione che bisogna trovare una soluzione, installa dentro di noi il "teatro" marziale della decisione, dell'azione, della risoluzione, che, ahimè, rimane confinato al nostro immaginario.
Da quanti anni ascoltiamo le denunce di Lerner e Santoro. Narcisismo e sadico compiacimento si intrecciano perversamente in questo giornalismo. Non è difficile fare "audience", ma a chi giova? Concedetemi un macabro parallelo. Quando viene ritrovato un cadavere, che cosa cercano le telecamere, e voi con il vostro sguardo che cosa cercate? Un segno di corruzione delle carni? Un brandello lacerato? E' una fisiologica esigenza di orrore, serve ad esorcizzare le paure, ma certo non guarisce la devianza.
Nota: i commenti sono di proprieta' degli autori, che ne sono responsabili.
Legenda:
Espandi/nascondi commento
Espandi/nascondi risposte
Permalink
Rss delle risposte
Espandi tutto
Nascondi tutto
Rss dei commenti
|
"non si ribella perchè in questo sistema ci vive e non solo vuole farci strada, vuole emergere con questi canoni" ...Lorenzot, come vedi non mi dai torto, avvalori la mia tesi del parlare e mai fare...del cercare scorciatoie.. del vittimismo (appunto) e dell'incapacità di intraprendere rischiando su sè stessi.
Si, l'assistenzialismo è un elemento devastante, ma non è sufficiente a spiegare tutto. L'assistenzialismo in Irlanda ha dato risultati straordinari, gli aiuti post-terremoto in Friuli sono stati meglio impiegati di quelli campani, e tra le autonomie regionali, Trentino e Val d'Aosta utilizzano in modo più virtuoso le risorse federali rispetto a Sicilia e Sardegna (dove un inqualificabile e punito atto unilaterale della regione voleva tassare i villeggianti ed uccidere il turismo). Noi (sudici, se mi passi la battuta greve) cerchiamo sempre scorciatoie e l'attitudine peripatetica e pettegola descritta bene da Brancati e Levi è davvero difficile da sradicare. Vedrai, anche tu mostrerai insofferenza verso questo costume, ma invece della rabbia e disagio che provi adesso, sentirai impotenza e dolore...come me
|
Impotenza e dolore lo si sente, come se non lo si sente. Diciamo che è una sensazione che ti accompagna sempre quando pensi al sud. Ma sai la mia convinzione, forse un po' ideologica, che delle buone politiche possano modificare situazioni preesistenti mi fa continuare ad "incazzare" perchè vorrei che qualcosa si smuovesse, cambiasse e invece nulla.
Forse hai ragione questo sentimento si trasformerà in insofferenza, è molto probabile che sarà così.
|
Odi et amo. quare id faciam, fortasse requiris. nescio, sed fieri sentio etexcrucior. Catullo (Odio ed amo. Chiederai come faccia! Non so, ma avviene ed è la mia tortura) Assumersi le responsabilita’ dei propri errori e delle proprie mancanze, senza vittimismo ed altri da incolpare, e’ sicuramente il primo passo che i meridionali dovrebbero compiere per la rinascita del mezzogiorno. Il secondo sarebbe quello di rimboccarsi la maniche e lavorare duramente per cambiare lo stato delle cose, senza aspettare la “manna da Roma”. Tutto questo richiede un cambio di atteggiamento che dubito possa nascere spontaneamente tra i meridionali (per i motivi che tu stesso menzioni nel tuo articolo). Considero emblematico il fatto che nelle zone del Lazio e della Campania si utilizza l’espressione “ vado a fatica’ ” per dire “andare a lavorare” (non so se questo sia comune in altri dialetti del sud). C’e’ bisogno quindi che questo cambio venga imposto con la forza (a volte e’ opportuno buttare uno a mare se si vuole che impari a nuotare). E per questo che condivido le proposte spesso avanzate in questo blog: mercato, meritocrazia, federalismo e taglio ad aiuti e sovvenzioni. Fra l’altro mi sembra che, se pur in condizioni e con motivazioni diverse, anch’io vivo una situazione simile: emigrato in Inghilterra e legato da amore/odio all’Italia ed al mio paesello in Lombardia. Come vedi, anche al Nord c’e’ gente costretta ad emigrare per ottenere qualche soddisfazione. Anche nel Nord esiste il clientelismo e le raccomandazioni (soprattutto nella PA) e la gente (o almeno i miei amici) accetta lo stato delle cose con rassegnazione, perche' come dice spesso BM, tanto "cosi' fan tutti".
|
Ho letto con attenzione, l'articolo ed i commenti relativi alla tristezza di chi, emigrato per lavoro, ripensa alla tragedia della propria terra, chiedendosi perchè le cose non cambino, dunque,quale risposta si può dare? Nel Mezzogiorno manca una classe dirigente(chiamiamola pure borghesia evoluta) capace di guidare lo sviluppo sociale ed economico del territorio, con la dizione classe dirigente intendo non i politici, che ne sono lo specchio, ma gli appartenenti di rango alla cosidetta società civile che da 140 anni guida le sorti del Sud.Costoro hanno come unico obiettivo, che siano imprenditori, possidenti, appartenenti alle alte sfere della burocrazia e dell'apparato statale e locale, iscritti agli ordini professionali, salvaguardare i propri interessi mentre a quelli pubblici è riservata una gestione privatistica,feudale e tribale. Così facendo, viene dimostrata l'assoluta incapacità a costituire "capitale sociale" ed a creare un clima di relazioni e di fiducia reciproca tra le persone utile alla crescita ed alla soluzione dei problemi. Il mancato sviluppo del Mezzogiorno, è da addebitare per la maggior parte ai suddetti fattori. Per modificare la situazione bisognerebbe che si costituissero gruppi sociali motivati al vero cambiamento, al fine di intraprendere un'azione rigeneratrice, cosa molto difficile, ma non impossibile.
P.S. consiglierei una rilettura della storia sugli avvennimenti della REPUBBLICA PARTENOPEA 1799
|
|
Paolo, non ho visto il film ma ho letto la recensione, la "minoranza intellettuale consapevole" di cui parli non ebbe il tempo di trasmettere al "volgo ignorante" le idee di libertà e di giustizia a cusa della durata troppo esigua dell'esperienza rivoluzionaria, a differenza di allora, le condizioni attuali permetterebbero un'azione di coesione tra persone "consapevoli". La lettura degli scritti del meridionalista Guido DORSO sarebbe utile a fornire un utile contributo.
|
"Per modificare la situazione bisognerebbe che si costituissero gruppi sociali motivati al vero cambiamento, al fine di intraprendere un'azione rigeneratrice, cosa molto difficile, ma non impossibile".
Non capisco cosa intendi dire. In particolare, non capisco perche' una singola persona con le sue idee e le sue capacita' non puo' fare la differenza (e.g. vedi Tiscali o IKEA).
La seconda cosa che non mi e' chiara e' perche' essere costretti a vivere in un altro posto da quello in cui si e' nati e' tanto piu' duro per uno napoletano che per un milanese.
PS. Il tono non e' polemico. Vorrei veramente capire. Come detto nel post precedente sono nato e cresciuto in un paese della Lombardia ma, come si puo' inferire dal mio nome, il mio nonno materno era della provincia di Latina.
|
La seconda cosa che non mi e' chiara e' perche' essere costretti a vivere in un altro posto da quello in cui si e' nati e' tanto piu' duro per uno napoletano che per un milanese.
Una base economica c'e'. La vita e' piu' cara al nord che al sud, mentre l'esistenza di contratti nazionali di lavoro rende i salari uguali: questo crea un incentivo a vivere al sud, e a chiedere interventi pubblici per ridurre la disoccupazione derivante dalla riluttanza del settore privato a investire dove, per varie ragioni tra loro correlate (peggiori comunicazioni; peggior qualita' dell'istruzione; peggiori rappresentanti politici; piu' alta criminalita'), la produttivita' e' piu' bassa. Siccome le richieste sono supportate dai voti, i politici creano posti di lavoro inutili nella pubblica amministrazione, il che e' piu' o meno equivalente a farsi amico un tossico dandogli altra eroina comprata con i soldi estorti al vicino.
I tedeschi hanno un problema simile con l'ex Germania dell'Est, soprattutto a causa dell'infelice decisione di Kohl (anch'essa dervata da calcoli di convenienza politica) di convertire, nel 1990, gli Ostmarks in Deutsche Marks come unita' di conto per prezzi e salari al tasso 1:1.
|
Carmine, la lontananza dalla propria terra è dura per tutti... almeno io la penso così. il dato di fatto è però che su 11 emigrati dal sud, ne tornano a casa 2, (numeri reali di un campione non significativo: la mia classe del liceo). Al Nord le cose sono un pò diverse, anche se il disagio di tornare in un contesto diverso da quello in cui ci si è affermati lo vive anche il nordico...e poi..ognuno ha il suo meridione!
|
Carmine, in merito al vero cambiamento, ho descritto brevemente i motivi causa del mancato sviluppo del Mezzogiorno, io ho vissuto sempre al Sud, lavoro da 33 anni nella P.A., quindi, ciò che asserisco scaturisce da esperienza diretta, tu hai citato Tiscali, che rimane un importante iniziativa endogena per la Sardegna, ma non basta per cambiare le cose, il problema rimane la classe dirigente, la volontà del cambiamento rimane nelle mani dei meridionali, comunque consiglerei la rilettura degli scritti dell'insigne meridionalista GUIDO DORSO le cui opere hanno contribuito ad aprire uno squarcio sulle condizioni del Mezzogiorno.
Sull'essere costretti a vivere in un altro posto da quello in cui si è nati, Ti rispondo dicendoti che il cittadino del Sud è costretto, senza alcuna speranza e contro la propria volontà ad emigrare al Nord per un contratto part-time di 800 euro, con il costo della vita più del doppio rispetto al Nord ed in un "ambiente" culturalmente"nuovo", al contrario un lombardo, un veneto ecc.ecc. sarebbero disposti a trasferirsi soltanto a fronte di prospettive di carriera allettanti(credo si difficile trovare un milanese o bolognese felice di trasferirsi a Roma per 800 euro al mese e senza prospettive per il futuro)
|
Andrea, permettimi di farti notare che:
1) Qualsiasi persona che emigra, lo fa perche' le condizioni nel paese o regione in cui si sposta sono migliori del posto in cui vive. E' chiaro che nel nord Italia, avendo migliori opportunita', quelli che si spostano sono meno e normalmente si tratta di persone con laurea e buone prospettive di guadagno. Non credo pero' che alla gente del sud sia preclusa la possibilita' di ottenere gli stessi posti di lavoro. Si tratta solo di essere bravi e qualificati. In quel caso, invece che spostarmi al nord per lavorare nelle poste o nella PA, magari me ne vado 1500 Km piu a nord e lavoro nella City.
2) Anche molti dei miei amici e parenti hanno contratti temporanei a 1000 euro al mese. Quelli che vivono con i parenti stanno meglio che un meridionale che deve pagare un affitto. Ma quelli che vivono da soli, sono nelle stesse condizioni (a parte le barriere culturali). Inoltre, dovresti allora considerare l'esempio opposto: due insegnanti con un ugual stipendio, una milanese che insegna a Milano e l'atra partenopea che insegna a Napoli. Come dici tu, la vita nel Sud Italia costa meno e, in questo sento, la seconda vive molto meglio.
Detto questo, non conosco sufficientemente il problema meridionale. Personalmente credo che la mancanza di una classe dirigente non sia un problema per chi ha iniziativa (Tiscali ne e' un esempio). Forse lo e' la mancanza di sicurezza. Io non sono un eroe e sarei il primo a chiudere bottega se ricevessi minacce di stampo mafioso. Ma questo e' un altro problema.
|
Bene Carmine convieni anche tu che questo piangersi addosso e`tipico degli abitanti del sud (non mi permetto di definirli terroni)
Ogni decisione presa e` perche` il potere, il denaro e la fama stanno al di sopra di ogni altra motivazione, io li definirei amanti disillusi da loro stessi,codardi senza la forza di intraprendere un qualcosa nella loro terra natia e credimi le opportunita` per chi vuole fare esistono anche al sud...certo il rischio forse e` maggiore e la certezza di affermarsi non e` cosi` sicura ma....volere e` potere
|
Ogni decisione presa e` perche` il potere, il denaro e la fama stanno al di sopra di ogni altra motivazione, io li definirei amanti disillusi da loro stessi,codardi senza la forza di intraprendere un qualcosa nella loro terra natia e credimi le opportunita` per chi vuole fare esistono anche al sud...certo il rischio forse e` maggiore e la certezza di affermarsi non e` cosi` sicura ma....volere e` potereMi sembra di capire che non sei meridionale e non ne hai conosciuti moltissimi, giusto ? ;))
|
|
|
Grazie per le referenze bibliografiche. Spero di trovar il tempo di leggere.
"l'Italia non è un'espressione geografica, la Questione Meridionale è ancora viva, nessuno pensi dopo 140 anni di liberasi del Sud come un fazzoletto di carta, è utile impegnarsi tutti,anche se non lo si fà per spirito solidaristico e fraterno, poichè il crollo del Sud trascinerebbe nel baratro tutto il Paese"
Concordo che, allo stato attuale, risolvere la questione meridionale e' tanto importante per il Sud quanto per il Nord del paese. Mi (ti) chiedo pero' in che senso il Nord possa aiutare il sud? Inoltre, visto il risultato delle elezioni, mi sembra chiaro che il "federalismo che verra'" portera' necessariamente ad un disinteressamento progressivo del Nord, credo con risvolti positivi per tutto il paese. Se non altro perche, se "il federalismo non sa' da fa'", ho paura che qui in Italia molte persone si possano spostare verso posizioni piu' radicali (indipendeza/secessione della Padania). La Spagna e i paesi baschi non sono molto lontani!
P.S. Come si fa' il copia ed incolla?
|
Concordo che, allo stato attuale, risolvere la questione meridionale e' tanto importante per il Sud quanto per il Nord del paese. Mi (ti) chiedo pero' in che senso il Nord possa aiutare il sud? Inoltre, visto il risultato delle elezioni, mi sembra chiaro che il "federalismo che verra'" portera' necessariamente ad un disinteressamento progressivo del Nord, credo con risvolti positivi per tutto il paese. Se non altro perche, se "il federalismo non sa da fare", ho paura che qui in Italia molte persone si possano spostare verso posizioni piu' radicali (indipendeza/secessione della Padania). La Spagna e i paesi baschi non sono molto lontani!
Ben venga il federalismo. Purtroppo non basta solo quello, però. Serve meno Stato. Serve meno Stato. Serve meno Stato. Soprattutto al sud, se lo Stato (non importa a che livello di amministrazione parliamo, mi riferisco a tutto quello che va dal quartiere alla capitale) ha possibilità di intervenire, fa danni. E quindi bisogna togliere questa possibilità il più possibile. Altrimenti temo che, con il solo federalismo, il Nord prenderà il volo e il Sud affonderà definitivamente.
P.S. Come si fa' il copia ed incolla?
Ti dico come lo faccio io, anche se magari esiste un metodo più efficace: dal messaggio che vuoi citare, copi il pezzo al quale vuoi rispondere, lo incolli nella textarea, lo selezioni e scegli la voce "blockquote" dal menù a tendina presente nell'editor (dove di default vedi la voce Paragraph).
|
Questo e' un punto interessante. Concordo che federalismo non significa automaticamente meno stato. E' possibile che invece di essere mal governati da un gruppo di cialtroni seduti nella capitale, saremo vittime di incapaci e corrotti seduti in Brianza o nel Salento.
Pero' con il federalismo il malgoverno locale non verra' piu' compensato dagli aiuti provenienti da altre regioni. I candidati e dirigenti locali saranno chiamati a rispondere del loro operato in prima persona e non avranno altre maniere per comprarsi il voto degli elettori se non quello di lavorare bene. Teoricamente (!), il federalismo dovrebbe portare ad un riciclo e miglioramento della classe dirigente.
Da quello che leggo nel tuo post non sei convinto che questo possa avvenire. Perche' questa sfiducia? Perche' la Puglia non puo' produrre una nuova classe politica e dirigente? E' vero che non conosco bene la situazione attuale ma perche' il prossimo presidente della regione Puglia non puo' essere un nuovo Einaudi?
|
|
A riprova del fatto che una persona puo' fare la differenza:
|
un sistema o una istituzione lo puoi cambiare in un giorno. altrettanto non è possibile fare con le persone, però.
comunque intendiamoci: nonostante lo schifo che vedo costantemente, non mi sento poi troppo pessimista. solo cinicamente realista.
|
Detto questo, non conosco sufficientemente il problema meridionale. Personalmente credo che la mancanza di una classe dirigente non sia un problema per chi ha iniziativa (Tiscali ne e' un esempio). Forse lo e' la mancanza di sicurezza.
Il tema potrebbe essere discusso per anni e mi scuso quindi per l'estrema sintesi di questo mio commento.
Vivo a Lecce e ho due aziende: personalmente non ho mai avuto alcun problema o contatto con la criminalità. Le difficoltà che ho avuto (e continuo ad avere, ahimé) vengono tutte dalla parte legale della società: dal modo di operare della classe dirigente al modo di pensare dell'ultimo dei potenziali clienti.
|
Ho pensato molto a questo argomento e credo sia difficile trovare una soluzione unica. La risposta è che si cambia, e lo si fa in maniera diversa. Coloro che decidono di andare via dal meridione, dalla sicilia come me, prendono una strada di rinuncie ma spesso anche di soddisfazioni. Ho trovato molte cose positive nel lavorare lontano dal mio luogo di nascita, vedere nuove realtà, avere la possibilità di lavorare all'estero ed in ambienti internazionali. Tuttavia queste esperienze ci cambiano, ci allontanano dalla realtà che abbiamo alsciato, e quindi spesso non ne comprendiamo le determinanti.
Con questo non voglio giustificare l'immobilismo ed il vittimismo di certi amici che hanno deciso di restare. Ma è anche vero che il non esserci, aver deciso di non restare per cambiare le cose, non è sintomo di egoismo, ma di paura, di mancanza di coraggio. Io apprezzo il coraggio delle persone che restano in sicilia portanto avanti la loro attività professionale, o il lavoro di insegnamento nelle scuole pubbliche e all'università. Ma loro saranno gli artefici del cambiamento, se mai ci sarà.
Scappare quando ci sono dei problemi è sintomo di disimpegno, di mancanza di responsabilità. Coloro che lasciano non lo fanno per scoprire nuovi orizzonti, ma per scappare dall'ambiente che loro stessi non riescono a gestire.
Il mio non è un esercizio di replica del miglior Verga, in tema con le mie origini, ma cerco di trattenermi dal giudicare da lontano le enormi difficoltà di un territorio che non ha nessun aiuto, e mai lo ha ricevuto.
|
quanti luoghi comuni............tutto vero ma allora basta con le solite lamentele nessuno vi obbliga ad andarvene è una pura scelta di vita non paratevi sotto false ipocrisie, nessuno è obbligato da nessuno a fare nulla
|
Ti invito a leggere la replica inviata a Carmine in data 17/04/2008
Ove fosse possibile, gradirei conoscere il tuo nome ed in quale Regione vivi
Saluti
|
Andrea ho letto la tua replica, ma non concordo affatto nella totalità delle tue affermazioni, ovvero mi voglio spiegare meglio non è assolutamente del tutto vero quello che dici
tu mi chiedi di dove sono e io ti rispondo sono nordica e sono fiera di esserlo, ma opero da diversi anni al sud con un attività imprenditoriale ,ne sono entusiasta.
non ho mai subito nessun tipo di pressione da parte nessuno e fidati che gli unici che si lamentano sono i meridionali che vivono al nord perchè sono quelli che sono fuggiti dalle loro radici,alla ricerca della loro fortuna, per evadere da un qualcosa che li opprimeva, li ossessionava, gli stava stretto
Al sud non tutti si lamentano , anzi sono tutti fieri di essere meridionali e di vivere nel paese più bello e più solare d'italia, con il loro calore, la loro gioia e i loro sorrisi
|
|
|
Andrea buongiorno prima di tutto,
ho divagato un attimo prima dal tema ma ora mi ritrasformo in una persona seria e consapevole delle proprie affermazioni
Io mi definisco un' emigrata al contrario, partita dal nord per approdare al sud, pensa già mio padre subito dopo la fine della guerra aveva fatto la stessa cosa lui in Calabria.. e ti assicuro la Calabria di 40 anni fa non è quella di oggi .... io più giù
io sono fiera di essere italiana prima di tutto
Non dimentichiamo che le migliori menti, le più geniali, eclettiche, poliedriche che ci sono e ci sono state nascono e crescono nel nostro meridione e questo deve in tutti modi rendervi sempre più consapevoli e fieri di esserlo bisogna invece capire cosa vi ha o gli ha spinti ad andarsene...tu insisti sul bisogno e la disperazione ma io non penso che sia per tutti così,io definirei la cosa una sfiducia nelle potenzialità della propria terra l'essere disincatati e attratti verso l'erba del vicino
Ma certo convengo con te il nord non sarebbe quello che è se non ci fosse stato questo pezzo di stivale, fondamentale alla sopravvivenza reciproca non dimentichiamocelo, che ci ha permesso di essere e di godere di quello che abbiamo
certo anche su questo punto hai ragione ma meglio l'empatia del sud che l'apatia del nord almeno questa passamela
e su questo vorrei aprire una nuova discussione tu, voi vi siete mai soffermati ad osservare le persone? Sapete io cosa ho nota
Io non credo che il popolo meridionale abbia una propensione naturale "all'ignavia, al vittimismo egocentrico, alla paralizzante cultura del sospetto, alla rincorsa del privilegio e del potere" e non credo sia questo il punto nevralgico dei problemi del meridione. Parto dalla causa principale dello sfascio meridionale per arrivare al tema del post perchè non vogliamo tornare o in maniera equivalente perchè ce ne siamo andati.
La causa principale dello sfascio attuale del meridione è nelle sue classi dirigenti ma soprattutto dell'uso criminale che si è fatto della PA nel meridione. La PA ha funzionato come grande strumento di welfare state e non parlo solo del probabile disoccupato che diventa fuzionario al comune, ma soprattutto di coloro che con scarse competenze sono arrivati e occupano tutt'ora le massime posizioni nelle ASL, nei ministeri, nelle università, forze armate...e chi più ne ha più ne metta. Ora il cittadino che vede queste persone che solo grazie alle clientele e al malaffare lavorano fanno carriera non si ribella perchè in questo sistema ci vive e non solo vuole farci strada, vuole emergere con questi canoni perchè il messaggio è chiaro studia poco, lavora poco e magari ti ritrovi direttore di ASL(per dirne una) senza saper far nulla (o quasi). Tutti vogliono entrare a far parte della categoria sono arrivatoinaltoenonsonemmenoilperchè. In questo sistema tutti credono che tutto gli è dovuto perchè se non studio e ho scarsa voglia di lavorare e il politico di turno mi trova il posto, manca la percezione che a x di impegno corrisponde y guadagno. Allora mi lamento solo e non decido mai perchè aspetto che la soluzione dei miei problemi arrivi dall'alto come per magia. Il messaggio sulle giovani generazioni ovviamente è degenerativo. Magari oggi non è più ai livelli di trenta anni fa, forse, ma il sistema è in piedi e gode di buona salute.
Perchè ce ne siamo andati? bhe credo fondamentalmente per egoismo, cioè sappiamo che la situazione è questa e non crediamo in possibilità di cambiamento, allora ognuno segue la propria strada nella speranza interiore che forse un giorno qualcosa cambierà.
PS. Io credo che l'unica via di cambiamento al sud sia una politica ultra-liberista. Bisogna spezzare questo sistema, togliere dal controllo statale quanto più è possibile, dalle scuole alle università, alla sanità e elimanere ogni forma di sovvenzionamento pubblico per le imprese. Ciò non dico sarebbe equo, ma il mercato una cosa la assicura che chi non ha voglia di far nulla col cavolo che va avanti.