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Premessa. Da ben prima della campagna elettorale mi vado chiedendo cosa sarebbe bene, a mio immodesto avviso, che gli italiani facessero e, soprattutto, forzassero i loro governanti - le elites in genere - a fare. Mi uscivano sempre le stesse, intellettualmente noiose anche se sommamente pratiche, risposte. Mi son detto quindi: il problema è cognitivo. Io vedo l'Italia attraverso dei filtri, dei modi di pensiero che, evidentemente, non sono condivisi dai miei (ex) concittadini. Delle due l'una: o sono confuso io o lo sono loro. Sempre a causa della mia patologica immodestia - ma forse anche dei fatti e dei dati che il pragmatismo suggerisce consultare in tali circostanze - ho temporaneamente concluso che sto chiaramente meglio io e peggio loro (almeno in media, alcuni dicono che BS stia meglio di me ma a vederlo vivere non ho questa impressione). Questo implica, dunque, che se gli (ex) concittadini non vedono l'ovvio e non chiedono con forza alle loro elites di metterlo in pratica il tutto dev'essere attribuibile a qualche mito che loro occlude la visione dei fatti (in altre istanze ho anche suggerito, papagallando un maestro, il rumore come causa di tutti i fraintendimenti, ma tralasciamo l'ironia tecnocratica).
Nei miei solipsismi notturni, mentre la signora dorme ed il cane pure, mi son detto dunque: essi continuano ad interpretare i fatti, i dati, i tacchi, i dadi ed i datteri attraverso dei miti, delle mitologie, delle artificiali costruzioni della mente forse adeguate a rappresentare ed interpretare la realtà che prima era ma che ora, chiaramente, non è più. Se voglio dunque intendere perché gli (ex) concittadini non chiedano a gran voce l'ovvio, meglio mi sforzi d'intendere questi miti che a loro fanno vedere quello che io non vedo e che, ad immodesto avviso mio e modesto computo della statistica, non esiste proprio. Una disamina dei miti nazionali, forse adeguati ad interpretare e financo a costruire (perché, in vena di post-modernismi, anche io a volte pretendo che la realtà si costruisca attraverso categorie culturali, miti insomma) ciò che era ma ora non è più: un Bel Paese. Ma non più costruttivi, non più utili, anzi oggi dannosi: miti da buttare, appunto. Apparendomi questo paese non più tanto bello, ed apparendo esso ancora bellissimo a chi ivi vive, evidentemente la ragione deve risiedere in una dissonanza cognitiva o perlomeno culturale. Ecco quindi la decisione di riconsiderare, per parte mia, i miti loro (a loro, per carità, nessuno toglie il diritto di riconsiderare e decostruire i miei) per vedere se, magari, poi riesco a capire perché non chiedono si faccia quell'ovvio che a me sembra ovviamente da farsi. Una rivisitazione, se volete, delle microfoundations di tempo addietro, solo da un punto di vista meno episodico e, mi auguro, più sistematico. Che tutto questo serva a terzi, dubito alquanto; ma io scrivo soprattutto per spazzolare la mente mia dei miti suoi, questi puzzolenti parassiti (danke Palma, ottima l'idea dell'amico tuo ed ora collega mio: come vedi l'uso).
Decomposti i miti, forse troverò ragione per dedicarmi ai riti, quali i programmi di governo sono. Non nuovi (i miti ed i riti, dei programmi ancora non so) 'ché non è il caso di pretendere troppo in tempi di Krisis.
Le elites italiane si coagulano e definiscono attorno ad una serie di miti "nazional-popolari" che sono andate inventando da sessant'anni a questa parte e che hanno inculcato - attraverso strumenti ed istituzioni che pure varrebbe la pena discutere - nelle cosidette "masse popolari". Espressione, quest'ultima, comune nella parlata della casta italiana e sintomatica alquanto.
Di tali miti le popolari masse, forse a causa della crescente impopolarità della casta, sembrano aver cominciato a disfarsi con una certa inconsapevole leggerezza, e forse incoscienza - nel senso che alla gente di abbattere miti non frega nulla: lo fanno perché gli viene. Da qui, in parte, il famoso scollamento fra elites, specialmente quelle intellettuali e politiche, e popolo, cittadini, produttori. Loro la chiamano "crisi della politica", io suggerisco di rivisitarla in una chiave quasi post-moderna: lo sgretolamento d'una valanga di balle.
La supremazia della politica, ovvero il ritorno dello stato.
Alla radice di tutto siede la supremazia della politica su qualsiasi altra modalità di relazione umana o meccanismo di decisione e ripartizione delle risorse. La parola originale, e più frequentemente usata, credo sia "primato" e credo venga da Tronti e Cacciari, ma non sono in vena filologica stasera e me la ricordo anche in bocca di Aldo Moro per il quale voleva dire "mediazione oliata dal pubblico denaro", insomma geometrie dell'orrore tipo le convergenze parallele a causa delle quali l'universo potrebbe scomparire. Il suo alfiere, in tempi relativamente recenti, è stato il Massimo D'Alema, sulle labbra del quale l'affermazione andava intesa nel senso di "primato mio"; ne abbiamo visto i luminosi risultati per quasi quarant'anni e, in particolare, nei due anni in cui ha fatto da Primo Ministro. Ma l'illustre D'Alema non era e non è l'unico depositario del primato: esso compariva sulle labbra di Craxi ogni volta che lo beccavano a rubarsi qualche azienda nazionale, o su quelle di Andreotti quando i magistrati portavano evidenza delle sue frequentazoni mafiose, o su quelle di Berlusconi quando cambiava la legislazione fiscale e sui bilanci societari per rimanere fuori dalla galera, o su quelle di Mastella o di qualsiasi altro figuro della medesima risma quando le intercettazioni telefoniche rivelavano un qualche loro losco affare, o di Fassino e D'Alema di nuovo quando li pizzicavano a fare telefonate assicurative. Il primato della politica è l'assioma fondamentale su cui la casta si regge: senza di esso la giustificazione degli assurdi privilegi ad essa concessi non si può nemmeno tentare. Se la politica ha il primato - ovvero la supremazia sulla società civile ed economica e sugli individui - allora i privilegi sono giustificati in quanto costi di produzione del bene pubblico "politica".
L'origine è chiara: il potere arbitrario di principi e signorotti medievali ha sempre goduto di grande ammirazione nel nostro paese, mischiato ad una pseudo-scienza macchiavellica della politica intesa come "arte dell'arrangiarsi", del rimanere in sella, del lisciare ed oliare la corporazione che, nel momento dato, risulta fare da pivot. Negli ultimi anni la cosa ha raggiunto livelli parossistici: per qualsiasi problema si cerca una soluzione politica e si chiede al politico di turno di trovare la soluzione, normalmente attraverso qualche spesa aggiuntiva, esenzione, prebenda, pensione o facilitazione fiscale. L'intera nazione vive da due decenni nell'illusione che vi sia una soluzione "politica", ossia indolore, della crisi nella quale si dibatte: che il reddito di tutti, o della stragrande maggioranza, possa ricominciare a crescere come negli anni 50-70 attraverso una redistribuzione del reddito degli "altri". Che il degrado culturale ed educativo sia arrestabile e reversibile attraverso un re-arrangiamento dei nomi dei corsi e dei titoli. Che il degrado civile e la crescita dell'insicurezza si risolvano attraverso interventi di tipo "politico", ossia che non puniscono nessuno, anzi: indultando. L'idea è che, quando il primato della politica si realizza, i vincoli di bilancio e financo materiali non diventano solo soffici ma, letteralmente, evaporano e tutti riescono a realizzare il sogno italiano: la moglie ubriaca a la botte piena.
Nella sua versione più recente il mito della supremazia della politica è, ovviamente, incarnato dal commercialista di Sondrio. Da alcuni anni, in un linguaggio vieppiù oscuro e lacaniano (che forse crede degno del College, ma transeat) egli predica all'incazzato popolo lavoratore del Nord che l'antidoto per la spoliazione fiscale di cui è vittima, per l'inefficienza dei servizi pubblici, per la paralisi amministativa e decisionale, per il degrado della sua competitività economica sullo scenario internazionale, può fornirlo solo la politica: il ritorno dello stato, del grande stato (comunitario, ovviamente, e tutto il resto, altrimenti Formigoni non ci sta). Abbiamo scoperto recentemente che il ritorno dello stato richiede, oltre a dei dazi (che sarebbero il meno, in quanto impossibili) anche delle nuove nazionalizzazioni, di cui Alitalia è evidentemente il banco di prova, e dei nuovi "aiuti pubblici", il finanziamento dei quali sarà possibile grazie all'assunzione al cielo del vincolo di bilancio. Cos'altro vi sia da statalizzare in una nazione dove anche i cantieri navali e gli stabilimenti balneari già sono statali, non è dato sapere. Forse gli studi commerciali e notarili ...
Oso predire che, nella sua re-incarnazione "colbertista", la supremazia della politica avrà gambe ancor più corte di quanto non abbia avuto anteriormente nelle sue versioni catto-comuniste. I problemi dei produttori del Nord (ma anche del Centro e, seppur rari ma pregevoli, del Sud) sono tutti materialmente "mercatisti", in quanto determinati da sempre più stringenti vincoli di bilancio i quali, piaccia o meno, non percepiscono l'impatto di tiritere roman-lacaniane. Poiché la borsa è oramai vuota e la vacca stremata dal troppo mungere attendo, con quasi ammirante curiosità, la nuova sequenza di trucchi del commercialista da Sondrio. Passati i quali il primato della politica apparirà, ancora una volta, per quello che è: la copertura ideologica d'una casta incompetente, oltre che vorace.
La centralità ed essenzialità del sindacato.
Un sindacato in realtà tentacolare, perché oltre a CGIL-CISL-UIL abbiamo Confindustria, Confcommercio, Confartigianato ed i mille ordini di questo e quello. Come il primato della politica, eredità anch'esse medievali le nostre sindacal-corporazioni, per quanto molti pensino sia una scoperta del movimento operaio e socialista (e cattolico, scusate). Trattasi di corporazioni professionali la cui funzione storica è da sempre stata l'implementazione del detto "chi è dentro è dentro e chi è fuori s'arrangi". Un detto, peraltro, utile o perlomeno non dannoso in tempi di scarso cambiamento tecnologico all'esterno delle frontiere e di grande abbondanza di fattori produttivi inutilizzati all'interno delle medesime; come furono gli anni dal 1946 al 1966. Poiché allora quasi tutti erano dentro o potevano esservi ammessi, poiché c'era spazio per accumulare beni capitali uno uguale all'altro ed importati da fuori, e v'era abbondante ed omogeneo lavoro da assorbire dentro, le corporazioni, ognuna manovrando il proprio fattore produttivo, non producevano la paralisi che dopo venne, ma quasi cooperavano ad una crescita che fu vera anche se malnata. Salvo poi legnarsi selvaggiamente tra il 1966 ed il 1976, quando l'accumulazione di K e l'assorbimento di L erano terminati proprio quando qualche marocchino decise d'alzare repentinamente il prezzo di E. Da allora in poi la centralità sindacale e l'associato meccanismo detto della "concertazione" (traduzione: la camera delle elites delle corporazioni, in cui ogni corporazione è rappresentata da pochi autoproclamati lobbisti che condividono con la casta il primato della politica) hanno prodotto redistribuzione distruttiva per circa quindici anni e paralisi degradante per i seguenti, sino alla condizione attuale di un sistema economico incartato ed incapace di crescere.
In cosa consistono la centralità sindacale ed il metodo della concertazione? Nell'applicazione più ferrea del modello superfisso: le risorse sono date, il prodotto nazionale pure ed altrettanto lo sono le tecniche ed i metodi di produzione. Si tratta di ripartirli fra le parti interessate (dove "interessate" va inteso nella doppia e cinica accezione) fregandosene nella maniera più suprema sia di chi parte interessata non è (ossia non è dentro, ma fuori dalla camera delle corporazioni) sia del non banale fatto che il prodotto nazionale non è un dato ma va prodotto ed i modi e le forme in cui produrlo se le inventano i singoli produttori, non i rappresentanti delle corporazioni medievali. Costoro, avendo ben inteso che così è, hanno da almeno due decenni un'unico ed ossessivo proposito: sopravvivere sino alla pensione, occupare una sedia, ricevere una prebenda di stato sotto forma di ente da gestire o patrimonio da amministrare. A casa, ossia a casa degli interessati che sono dentro alle corporazioni, portano sempre meno perché sempre meno c'è da spartire. Da cui le tensioni evidenti, lo sfilacciamento della base sindacale non solo della triplice ma anche confindustriale: se nemmeno chi è dentro ci guadagna, allora a che serve essere dentro? Da cui, anche, l'incazzatura generalizzata che sembra percorrere il paese ed il Nord in particolare: se il sindacato non porta a casa nulla, e Confindustria nemmeno, mentre la casta continua imperterrita a tassare e scialare, io che ho sempre creduto che lì (nella sacra concertazione di quelle tre parti che guarda caso sembrano une e trine) lì stesse la soluzione di tutto, io dove cazzo sbatto la testa?
Ammetto che l'impressione di progressivo sfaldamento che viene sia dalla triplice che dalla Confindustria non viene, con altrettanta chiarezza, dalle altre e svariate "Conf-qualcosa", o dagli ordini. Questi resistono all'assalto che viene sempre più forte e dall'esterno. Da quelli che sono fuori e vogliono venire dentro. Resistono, e questo mi sorprende non poco: evidentemente del grasso che cola da qualche parte ancora deve esserci altrimenti la capacità di corporazioni impazzite ed altamente improduttive, come giornalisti e taxisti per non parlare dei semprelodati notari, di resistere ed erigersi a vittime, come ve la spiegate? Oddio, aspetta: non tutti i sindacati son nati uguali. Le Conf-qualcosa e gli ordini, in effetti, sono molto più astuti ed efficaci (oserei dire anche meno socialmente dannosi, ma non m'arrischio che non ho fatto i conti) degli altri quattro. Fondamentalmente perché occupano interstizi di potere e di rent-seeking, ma non paralizzano necessariamente produzione ed innovazione tanto quanto gli altri. Per questo, credo, meglio resistono alla krisis generalizzata. O forse perché più forte è lo spirito identitario: gli avvocati sempre quelli sono ed in un paese che non cambia nei suoi non-tradeables fanno anche sempre le cose di prima. Nell'industria, invece, specialmente quella dei tradeables, lo spirito identitario è saldato da almeno due decenni se non tre.
Fermiamoci qui. Che, fra i due di stasera, un mito regga l'altro non ci piove. Agli ex-concittadini entrambi sembrano entità divine e necessarie alla vita: fonte di tutte le disgrazie ma anche di tutte le soluzioni. Ecco, in questo rapporto sado-masochistico con la politica e la concertazione sindacale sta una delle piaghe d'Italia. Viste da qui sembrano orrende figure di paglia che il vento potrebbe portarsi via ogni momento. Visti da Marcon o da Vigevano, probabilmente, essi, partiti e sindacati, appaiono l'unica ancora a cui aggrapparsi in un oceano ribollente di cinesi e rumeni. Che differenza fanno i punti di vista, no? A volte creano dei miti.
Nota: i commenti sono di proprieta' degli autori, che ne sono responsabili.
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Signor "cumino", lei ha un brutto vizio, anzi due.
Tira il sasso, anzi il veleno, e poi ritrae il braccio. La qual cosa, oltre ad essere in media una vigliaccata, non serve neanche a molto. Ha qualcosa di intelligente da dire? Lo dica.
E lo firmi, anche. O non sarà il fatto che lei non firma le sue incursioni un segno della sua tempra?
P.S. La cosa ironica è che la costituzione è uno dei miti nella lista, assieme a quello degli eroici tempi fascisti ovviamente. Perché anche quelli sono una balla, ossia un mito per gente intellettualmente debole ed anche un po' acida.
P.P.S. Ma cos'è un vizio nazionale? Battute scritte in fretta, senza un minimo di articolazione logica e poi via ad altra faccenda? Non so su cosa si fondi lo "stato" italiano, "johnnydatadinascita". Ad occhio e croce, in quanto stato, si fonda su casa savoia, garibaldi, mazzini e la protezione militare francese. Almeno così insegnavano a scuola ... Non sono proprio certo che uno stato debba "fondarsi": a volte semplicemente accade e poi continua ad essere, magari evolvendosi, peggio o meglio dipende. Ad ogni modo, faccio anche io le domande: che dice l'antropologia al riguardo? Che lo stato italiano e' stato fondato da Enrico Mattei?
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Io mi firmo. Non tiro nessun sasso, non ritraggo nessun braccio. Aggiungo, a scanso equivoci futuri, non ho nessun padrone, non cerco nessun posto. E di quale vigliaccata va cianciando?
Forse ha un pò il complesso dei Fuksas lei. Comunque si rassereni, di vizi ne ho raccattati molti nella mia vita, salvo la spocchia e la supponenza. Di quella, a giudixìcare dal suo tono, non ne rimane più molta in giro, anche volendo.
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Io mi firmo. Ecc ...
Si, cumino, ti firmi. Dalle parti mie, che sostieni essere anche le sue, dicono "faccia di tolla".
Nient'altro da aggiungere, se non una domanda: che gusto ci trovi a scrivere cazzate anonime? Niente di meglio da fare nella vita?
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in che senso la Repubblica non è fondata sulla resistenza?
per caso la V armata ha scritto o influenzato la costituzione?
per caso la Francia trova i suoi fondamenti nella Big Red One?
che la repubblica si fondi sulla resistenza - attraverso il CLN se vogliamo dirla tutta e per prevenire eventuali obiezioni - è un dato di fatto e che da li sia nata la costituzione pure.
francamente a questo punto invito l'autore del post a indicarmi una bibliografia ragionata a sostegno della sua affermazione. inutile ribaltare la richiesta. sarebbe indice di idiozia e follia ideologica.
detto questo invito ancora l'autore a distinguere tra desiderata, chiacchere da bar(accone) e storia fatta dagli storici.
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scusate mettiamola così: su cosa si fonda, anzi si è fondato, lo stato italiano? quali i piani di analisi, quali le analisi. avanti...
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Quando mai ho scritto questo io? Quando mai ho scritto che la Repubblica non è fondata sulla Resistenza? Ho scritto che il fascismo non fu sconfitto dalla Resistenza. Non ho neanche scritto per non suscitare polemiche annose che non ci fu nemmeno una Resistenza propriamente detta, ma piuttosto una guerra civile. Aggiungo che creare un mito fondativo creato sulla Resistenza fu un bene, altrimenti su che valori si sarebbe potuto creare, se mancando quest'epopea il punto di origine sarebbe stato inevitabilmente quello di un popolo eternamente voltagabbana?
Tralascio la questione bar(accone). Non la prendo nemmeno come una maleducazione, ho capito che deve trattarsi evidentemente di una consuetudine qui.
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Me che scemenze si inventa Sig. Cumino?
La resistenza, che fu fenomeno perfettamente reale e assai minoritario, fornì in pratica, quasi direttamente da CLNAI, il ceto politico della transizione dalla monarchia alla repubblica.
D'altronde chi altro c'era? McArthur era occupato (ogni tanto legge qualche libro di storia o solo le opere complete di Walt Disney?), il papa era scemo (mancò di originalità in quel rispetto), il monarca e la dinastia dei cagoia (non solo assai squalificata dall'eccesso di fellazioni praticate al maestro di Predappio, ma pure pochettino credibile dopo aver mandato la gente a morire in Libia o a Kursk) ebbe poi (il re fellone) la faccia di dare l'ordine di non dare ordini agli ufficiali....
ERGO chi rimase, se non l'antifascismo?
Ebbene sì: avevano i loro limiti, i Nenni, i Terracini, i Dossetti, De Gasperi, Taviani, Amendola e Togliatti-- ha il sottoscritto nessun dubbio in merito.
Ma il "mito" dove sta?
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Per mito intendo l'immagine amplificata o l'alone leggendario che si crea attorno a un fenomeno sociale.
Questo rispondo e solo perchè c'era una domanda e ho un'educazione che mi impone di farlo. Non risponderò oltre. Non vedo nessuna ragione per continuare una discussione con chi usa un tono come il suo.
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Il tono è irritato: sì. Per mito intende l'alone leggendario che si crea attorno a un fenomeno sociale.
Ripeto la resistenza ha nulla di tutto ciò. Ci furono poche persone che formarono un ceto politico in un paese altrimenti distrutto dalla dabbennaggine (troppo forte anche qui il termine?) di una classe dirigente formata da deficienti, megalomani, infoiati da dio, e troppo spesso da spirito omicida. Vale la pena di ricordare che le leggi razziali non vengono richieste da nessuno ma solo dei dementi (Mezzasoma, Almirante, & Co.) le spinsero ed applicarono. Il re fellone, sul termino ho zero dubbi, semplicemente consegnò *suoi* sudditi a dei macellai.
Ebbene sì, come già notato, la resistenza aveva una cultura del 1943 (che altro avrebbe dovuto avere? aver letto Nozick, buonanima?) e rifece una costituzione, che lei, o chicchessia ha tutto il diritto di criticare. Il "mito" c'entra proprio nulla per le due seguenti ragioni
1. la costituzione la fecero proprio loro e non gli inglesi, i francesi, gli australiani, i sudafricani, i polacchi, i marocchini (cito a caso dall' elenco dei corpi combattenti nella campagna d'Italia.)
2. il contributo stricto sensu militare del Cln è minore di Alexander e non zero.
Mi dica pure dove sta la "leggenda", l'"alone" e così via. Dica e mi ricredo.
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palma, il problema l'hai evidenziato tu stesso: la Resistenza fu un fenomeno minoritario, il "Mito" di cui parla Cumino (credo, non faccio l'esegeta dell'altrui pensiero) sta proprio nel farle assumere un carattere "nazionale", inteso come popolo italiano che prende coscienza dell'inaccettabilita' del fascismo e vi si ribella. Il mito e' quello di de De Gasperi che va a Parigi per la Conferenza di Pace e parla di guerra "non voluta dal popolo". Nella mia visione probabilmente semplicistica, la Resistenza era il mito necessario a far si' che l'Italia non subisse il trattamento delle altre nazioni dell'Asse. E funziono' benissimo, fatto salvo il problema che, in un'ottica di nation building, la Resistenza non aveva carattere nazionale ma di parte. Il tutto in un paese che solo in seguito alla Grande Guerra cominciava ad avere un'unita' approssimativamente nazionale.
Tu dici giustamente che la Resistenza era una scelta necessaria per la ri-fondazione dello Stato italiano, io dico che questo ha creato le premesse per un failed state (si', considero l'Italia uno stato fallito) nel lungo periodo. Piaccia o meno, se il tuo elemento fondativo è un elemento partisan, automaticamente tutti quelli che non si riconoscono in quella parte finiranno per sentirsi al di fuori della nazione. Pace e bene.
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la Resistenza fu un fenomeno minoritario
siamo tutti d'accordo
considero l'Italia uno stato fallito
Non esageriamo, gli stati falliti sono la Somalia, la Yugoslavia, ecc. GWB si riserva il diritto di intervenire militamente in uno stato fallito, speriamo non abbia letto questa tua battuta :-)
in un'ottica di nation building, la Resistenza non aveva carattere nazionale ma di parte
Parzialmete vero. La Resistenza era al Nord, e non al Sud, e questo e' stato molto negativo per lo sviluppo politico e forse economico del Sud. I meridionali sono stati trasbordati da un sistema politico ad un altro come un sacco di patate, senza aver la sensazione di aver participato a questa scelta.
Ma non era di parte nel senso che comprendeva al suo interno tutte le tendenze politiche che erano fattibili dopo il crollo del regime: dai cattolici di DeGasperi ai comunisti di Togliatti, e anche seppure in minoranza una corrente liberale. Era un ambiente molto ristretto e minoritario, ma c'erano quasi tutte le idee politiche degli Italiani.
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Non esageriamo, gli stati falliti sono la Somalia, la Yugoslavia, ecc. GWB si riserva il diritto di intervenire militamente in uno stato fallito, speriamo non abbia letto questa tua battuta :-)
Sono punti di vista, a me mica dispiacerebbe vivere nel 51esimo stato americano - ma mi accontenterei anche di uno status tipo quello di Porto Rico :-)
Comunque, non mi va di fare storiografia da bignami, ma la storia patria e' piena di fenomeni che hanno riguardato in maniera differente Italia settentrionale e meridionale. Per quanto mi ruguardaomogeneita' economica e sociale la trovi solo fino all'Alto Medioevo. Poi, dalla nascita dei Comuni in poi, hai una progressiva differenziazione anzitutto culturale che dura fino ad oggi, nonostante l'Unita', Caporetto, Vittorio Veneto e Mussolini. Un esempio meno scolastico di failed state e' il Belgio; sono convinto che senza unita' linguistica saremmo gia' a quei livelli, se non oltre.
Ma non era di parte nel senso che comprendeva al suo interno tutte le tendenze politiche che erano fattibili dopo il crollo del regime: dai cattolici di DeGasperi ai comunisti di Togliatti, e anche seppure in minoranza una corrente liberale. Era un ambiente molto ristretto e minoritario, ma c'erano quasi tutte le idee politiche degli Italiani.
Mi son spiegato male. Io dico che si e' trattato di un fenomeno partisan perche' non dotato di carattere nazionale-unitario: per il partigiano rosso repubblichini e tedeschi sono i nemici del momento, e partigiani bianchi e anarchici gli alleati di comodo. Idem per tutte le parti in causa. Alla fine, nella Resistenza hai la stessa alleanza - su scala piu' piccola - che si verifica in Europa contro la Germania, un'alleanza di comodo ma priva di qualunque valore fondativo comune che non sia la contrapposizione ad un nemico. Cosi' va a finire che la Repubblica si basa su un antivalore, l'antifascismo, che e' come l'araba fenice - cosa sia nessun lo dice - e per cui ognuno da' la propria interpretazione di comodo. La Costituzione e' proprio il prodotto obbrobrioso di questa impostazione partisan, per cui in ogni articolo si puo' vedere l'influenza del singolo gruppo che cerca di strappare qualcosa per se, a partire dalla Repubblica fondata sul lavoro che nessuno e' ancora riuscito a spiegarmi cosa diamine voglia dire. Guten nacht.
P.S. Chiedo venia in caso lo scritto manchi di coerenza, l'ho iniziato prima di spararmi la doppietta Boston Celtics - Atlanta Hawks / L.A. Lakers - Utah Jazz, e il tifo anti L.A. mi toglie le residue capacita' logiche. Peraltro trovo disdicevole che su un blog amerikano si parli cosi' tanto di uno sport inutile come il soccer e cosi' poco dell'unico sport completely born in the USA (vabbe', insieme al lacrosse).
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Un esempio meno scolastico di failed state e' il Belgio; sono convinto che senza unita' linguistica saremmo gia' a quei livelli, se non oltre.
Non so quanto questo sarebbe un male: in fondo, si tratta di un esempio estremo di devolution, col governo centrale che conta talmente poco che se non e' formato per sei mesi nessuno quasi se ne accorge... Quando stai in un'unione doganale e monetaria con diritti incrociati di residenza, com'e' l'UE, uno stato unitario diventa molto meno importante. Se Valloni e Fiamminghi decidessero di terminare la difficile convivenza, mi sa che gli unici a doversi preoccupare sarebbero i detentori di titoli di stato belgi :-)
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io invece penso proprio di si. le frasi "è il mercato", "è il libero gioco del mercato", "sono le regole del mercato" e mille altre varianti del genere sono usate in ogni trasmissione televisiva che tratti di economia. Tra queste spicca Porta a Porta. A corollario del "è il mercato" solitamente si aggiunge "serve più concorrenza". Considerato il modo con cui queste frasi sono utilizzate è d'obbligo constatare che sono entrate ormai nel senso comune dell'italiano medio e sopratutto del mediocre giornalista medio che non si prende più (o non si è preso mai) la briga di approfondirne il senso specifico.
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Potrei anche essere d'accordo sul "primato della politica", ma il paragrafo sul sindacato davvero fa cadere le p--braccia.
La concertazione fu un invenzione di fine anni '80, imposta dal "senso istituzionale" del povero Trentin; fino ad allora, la teoria e la pratica sindacale passavano per il conflitto duro che aveva come prospettiva finale il riappropriarsi dei mezzi di produzione per riproporre un'economia di tipo cooperativo. Altro che "modello superfisso".
Il sindacato italiano, negli ultimi 25 anni, non e' stato all'altezza proprio perche' ha rinunciato all'elaborazione autonoma, finendo per assecondare i disegni macchiavellici delle sue caste interne in chiave nazionale (i.e. fare la ruota di scorta della miserabile sinistra parlamentare, altro che cinghia di trasmissione). Purtroppo questo e' successo a livello europeo, non solo italiano, e rientra piu' in generale nella crisi post-sovietica, ma in italia ha assunto forme molto piu' sclerotizzate.
Non so, mi pare che questo blog, quando editorializza, puntualmente la faccia fuori dal vaso. Il number-crunching vi si addice molto di piu'...
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Non sopporto molto la gente che sermona a caso distribuendo la propria ignoranza qua e là. Sembra che in questo periodo quelli così arrivino a frotte: si stava più comodi quando eravamo in meno. Potere del web: dà a tutti l'illusione d'avere un'opinione coerente e fondata sui fatti solo perché la scrivono in uno spazio pubblico. Non è così.
- Modello superfisso e sua relazione con la politica e lotta sindacale: se ti leggi l'articolo linkato sopra, bastano due minuti, forse capisci lo stretto legame. Se non lo capisci non so che farci.
- Non so in quali mondi virtuali tu abbia scoperto che il sindacato degli anni '60 e '70 voleva "riappropriarsi dei mezzi di produzione per riproporre un'economia di tipo cooperativo." ma ti assicuro che quei mondi non sono solo virtuali, sono allucinati. Il sindacato voleva ben altro, figliolo. Vatti a leggere i giornali ed i documenti del tempo, poi ne parliamo.
- Bruno Trentin era un grande personaggio, complesso, intelligente ed anche confuso: il salario variabile indipendente è anche un'idea con la quale s'è trastullato alquanto. Che abbia giocato un ruolo nell'introdurre l'idea della concertazione in Italia non elimina la natura della concertazione ed i principi su cui si fonda. Bruno c'era, quindi? Le due cose sono ortogonali. Non capire che la concertazione è basata sul principio che i rappresentanti dei fattori produttivi si siedono attorno al tavolo, distribuiscono la torta e programmano l'utilizzo della medesima e dei fattori produttivi è gravetto, no?
- Sul sindacato degli ultimi 25 anni all'altezza o alla bassezza, ti lascio discettare da solo. Sembri avere molte idee, ma tutte molto confuse.
Consiglio: prima di discettare sulla storia del movimento operaio e sindacale in Italia, studiala almeno visto che l'opportunità di parteciparci non l'hai avuta.
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Al resto, faccia di tolla, cazzate anonime, niente da fare di meglio nella vita ecc.. non replico. Per educazione nei confronti del blog soprattutto e anche nei suoi confronti, nonostante tutto. Preferisco pensare che alcune cose nascano male, e talvolta si sviluppino peggio o scivolino in qualche modo involontariamente per trasformarsi in un battibecco di cui nessuno può onorarsi e che complessivamente risulta bugiardo delle rispettive qualità. Spero sia questo il caso.
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Signor Fogel, preferisco chiamare la gente con il suo nome, non faccia l'offeso che da queste parti non funziona e, nel caso suo, è proprio un metodo inappropriato.
Qui può trovare una collezione dei suoi recenti commenti. Le paroline pesanti ed i giudizi taglienti sono una sua specialità, e sono regolarmente "uncalled for" e distribuiti allegramente a destra ed a manca. Parecchi di essi non sono nemmeno motivati: sparano un giudizio negativo, e basta. Se li rilegga, che se vuole le faccio estrarre quelli pregressi. A molti dei suoi commenti, le persone che lei ha aggredito ed offeso non hanno nemmeno risposto; in altre occasioni sì. Capita a chi va in giro dando giudizi taglienti senza essere provocato: a volte viene ripagato con la medesima moneta.
Perdippiù: fino ad oggi, quando s'è finalmente accorto di essere un completo anonimo solo perché gliel'ho ripetuto tre volte, erano anche insulti anonimi! Il faccia di tolla, per esempio, era diretto ad uno che dichiarava di firmarsi facendosi poi chiamare "cumino". Se lei non sapeva quello che stava facendo, non attribuisca la colpa agli altri tanto per fare un po' la vittima offesa.
Idem per la presente sequenza di commenti e contro commenti. Lei è arrivato qui facendo battute pesantemente critiche alle quali ho risposto osservando che ha il pessimo vizio di tirare il sasso e nascondere il braccio. Le sue battute iniziali erano, inoltre, ortogonali (se lei avesse letto l'articolo che commentava avrebbe colto che i due temi di cui parlavo non ne escludevano altri, nel futuro) e vuote di contenuto (continua a non dirci in che senso la resistenza sia un mito, attendo paziente: l'ultimo commento definisce (malamente) la parola mito ma non ci dice perché la resistenza lo sia). Voleva dire che non le piace la costituzione? Neanche a me. Ha qualche argomento da proporre? Lo scriva e lasci stare le battute sul "fa fino", che con il sottoscritto cade malino. Invece continua, senza mai offrire un sostegno delle sue lapidarie affermazioni.
Libero lei di procedere con questo metodo, se le aggrada. Libero io di risponderle a tono quando mi trova, come oggi, di non particolare buon umore con la gente che sermona senza spiegare il cosa ed il come.
P.S. Di grazia, mi spiega cosa sia il complesso dei Fuksas? Così almeno scopro di quale malattia soffro.
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A me non risulta aver offeso nessuno. Posso aver dato come dice lei giudizi taglienti. Me ne scuso.
Quanto a lei può rispondere a tono, ma non offendere, o almeno deve fare attenzione a farlo, e questo è un consiglio. Tolgo il disturbo da questo sito. Ringrazio comunque dell'ospitalità e delle cose utili che ho potuto leggere qui. Vi prego gentilmente di togliere il mio profilo dal sito.
Buon lavoro.
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9 Maggio 2006
Torni
l'idea di un primato della politica: e' il monito che il presidente dei
Ds Massimo D'Alema lancia in occasione di un convegno che ricorda la
figura di Aldo Moro. Ragionando sulla figura dello statista
democristiano ma con un occhio all'attualita', D'Alema invita a
riflettere sulla necessita' di un primato della politica che governi i
processi della societa'.
''Oggi la logica della mediazione, la
coscienza della necessita' e dei vincoli, dei rapporti di forza, gode
di cattiva fama. Sembra che lo scontro brutale indichi un piu' alto
senso di moralita', mentre ogni tentativo di compromesso e mediazione
e' visto come deteriore'', ha osservato D'Alema rilevando come invece
questo senso della politica sia stato lo spirito della lezione di Moro
e piu' in generale di una buona parte del ceto politico della prima
Repubblica.
''Oggi prevale la logica della delegittimazione
reciproca e della condanna di ogni compromesso: e' una regressione
culturale e politica paurosa''. La politica invece deve stabilire il
quadro di regole condivise entro cui si manifesta il conflitto.
''La
grande debolezza della seconda Repubblica e' che non e' stato
realizzato un nuovo fondamento comune: il limite e' che si e' costretti
giorno dopo giorno, e oggi e' uno di quelli, a cercare gli
aggiustamenti necessari''.
D'Alema ha ricordato il progetto di
Moro di inaugurare una nuova stagione politica, ''stagione brutalmente
interrotta'' con la morte dello statista. Una stagione
Ce ne sono tanti altri di miti, signor Boldrin, ma stupisce che non venga considerato innanzitutto il mito dei miti, la madre di tutti i miti, quello fondativo. Cioè quello della resistenza che ha sconfitto il fascismo (mentre la V* armata Americana faceva i picnic sui prati evidentemente) e quello conseguente della Repubblica antifascista, la cui Costituzione mette chiare le premesse alle conseguenze stataliste (e ci è andata pure bene grazie alla vituperata DC, allo zio d'America e a "San" Yalta, con quel PCI che ci ritrovavamo). La stortura, che è culturale innanzitutto, nasce da là.
Anch'io mi fermo qui. Meglio parlare di Tremonti e di new-colbertismo, fa indubbiamente più fino.