... e altri 11 articoli
Collegamenti: bioetica (1) libero mercato (18)
L'idea di legalizzare un vero e proprio mercato di organi destinati ad essere trapiantati, con tanto di pagamenti monetari, sembra essere tornata di stretta attualità, anche in seguito alla pubblicazione sulla stampa di articoli e dossier volti ad evidenziare quanto poco efficaci siano stati fino ad oggi i tentativi di colmare il divario tra domanda ed offerta e di ostacolare il proliferare di organizzazioni criminali che, soprattutto in Asia, si arricchiscono attraverso il traffico illegale di organi.
Il tema non è nuovo, essendo stato trattato competentemente da medici, sociologi, esperti di bioetica ed economisti. Il primo ad aver lanciato nuovamente e pubblicamente la proposta, rompendo un tabù come pochi altri che durava ormai da diversi anni, è stato il Nobel per l'Economia Gary Becker con un op-ed apparso su The Chicago Sun-Times nel gennaio 2005. Da economista Becker afferma, in breve, che l'offerta di organi per trapianto aumenterebbe immediatamente se solo si eliminassero le esistenti restrizioni legislative, con il risultato che migliaia di vite sarebbero salvate. Allo stesso tempo pone forti obiezioni alla critica naturale che soltanto le classi meno abbienti sarebbero realmente disposte a vendere organi propri dietro compenso monetario; ed argomenta che il problema della presenza di asimmetrie informative riguardante la qualità degli organi in vendita e gli eventuali rischi connessi all'asportazione chirurgica sia in realtà risolvibile.
In un editoriale apparso nel maggio 2006 su The Wall Street Journal, il professore della University of Chicago Richard Epstein sostiene che i dubbi etici vadano accantonati davanti alle lunghissime liste d'attesa a cui occorre iscriversi per accedere a un trapianto. Nel 2005, negli Usa, solo 16 mila dei 70 mila americani in lista d'attesa hanno ottenuto un trapianto di reni. Per risolvere il problema potrebbe invece essere accettabile rischiare di perdere i donatori disinteressati e, allo stesso tempo, creare ulteriori opportunità economiche per le fasce più povere della popolazione. Le quali, di fronte alla possibilità di lauti e commisurati compensi, potrebbero essere spinte a diventare la principale fonte di organi da trapianto. Epstein afferma inoltre che solo un esperto di bioetica può preferire un mondo con mille altruisti che donano un organo e 6.500 morti per mancanza di un sufficiente numero di persone altruiste, a un mondo nel quale non ci siano nè altruisti nè decessi per mancanza di organi.
Anche un giornale "liberal" (nel senso USA) come The New York Times, pur con un approccio più morbido, si accoda e accetta di porre all'attenzione dei propri lettori la questione di un'eventuale legalizzazione di un mercato del genere. La studiosa Sally Satel, in un suo articolo pubblicato nel maggio 2006, suggerisce la creazione di un "mercato regolato" degli organi per ovviare al problema delle liste di attesa. Secondo la Satel la via più opportuna potrebbe essere non quella di offrire denaro, ma assistenza sanitaria gratuita, il finanziamento di una buona scuola per i figli o un'assicurazione sulla vita per chi offre sul mercato, ad esempio, i propri reni.
Come già brevemente evidenziato, l'attuale legislazione statunitense (ma il discorso vale per qualsiasi altro Paese al mondo) permette esclusivamente che gli organi siano donati e ne vieta categoricamente la vendita. Generalmente occorre attendere, senza alcuna garanzia, almeno otto anni prima che un rene adatto al trapianto sia reso disponibile; nel frattempo, anche sotto dialisi, i reni già malati delle persone in attesa continuano ad usurarsi così rapidamente che un tempo così lungo risulta spesso fatale. Statistiche citate dalla Satel ci dicono che, in media, undici persone bisognose di un trapianto di reni muoiono ogni giorno nei soli Stati Uniti. La disperazione porta alla creazione ed alla diffusione di appelli e di siti specializzati attraverso il web; disperazione che in molti casi spinge i malati ed i propri familiari a viaggi della speranza all'estero, molto spesso verso i mercati neri della Cina o dell'India nei quali sembra sia possibile ottenere abbastanza facilmente reni ed altri organi. Molti di questi organi potrebbero addirittura provenire da prigionieri politici giustiziati, ma molti sono venduti da povera gente in cambio di un tozzo di pane.
Citando ancora i dati forniti da Sally Satel, oggi circa 70 mila americani sono in attesa di un rene proveniente da un donatore postumo. L'anno passato, solo 16 mila pazienti sono riusciti ad ottenere il trapianto. Circa la metà delle donazioni effettuate sono avvenute post mortem; l'altra metà da donatori vivi. Nel frattempo, oltre quattro mila persone sono decedute nell'attesa vana di un trapianto. Si calcola che nel 2010 l'attesa media per un trapianto sarà di dieci anni, ben al di là del tempo medio di sopravvivenza di un individuo in dialisi. Nonostante decenni di campagne informative e di sensibilizzazione, il numero dei donatori ufficialmente registrati è esiguo, insufficiente rispetto alle esigenze dell'intera popolazione americana. Tra l'altro, anche nel caso dei donatori regolarmente registrati, a decesso avvenuto non è sempre possibile procedere con una donazione e quindi con un trapianto per motivi inerenti allo stato di salute e di conservazione dell'organo in questione.
I crudi numeri sottolineano il chiaro fallimento dell'attuale legislazione americana in materia: la speranza, non ben riposta, nella forza dell'altruismo ha prodotto fin'ora risultati desolanti. Continuare a sperare che le cose cambino, che inaspettatamente il numero di coloro disposti a cedere un proprio organo in cambio di nulla, è soltanto una pia illusione. Un prezzo pari a zero (ovvero il prezzo di un qualsiasi organo trapiantabile imposto dalle attuali direttive pubbliche americane e del resto del mondo) non può far altro che determinare un equilibrio in cui domanda ed offerta non si incontrano, un equilibrio in cui, specificamente, l'offerta non è commisurata alla domanda.
L'idea che debba essere sempre e soltanto l'istinto altruistico a guidare la scelta di offrire un proprio organo è diffusa non soltanto negli ambienti burocratici di coloro che devono gestire le liste d'attesa, ma anche in quelli più propriamente accademici. Il solo pensiero di poter stabilire un prezzo positivo per l'acquisto di un organo sembra essere di gran lunga più disdicevole ed immorale che lasciare morire un ammalato con l'attuale sistema, senza che si possa fare oggettivamente nulla per salvargli la vita.
Tra le tante critiche che vengono rivolte a chi solo ipotizza che un organo di un vivente possa essere reso commerciabile vi sono quelle che predicono che la naturale fonte d'offerta sarebbero le fasce più povere della popolazione (cosa forse probabile, ma non sarebbero obbligate a farlo ed ovviamente sarebbero adeguatamente compensate per questo); quelle che paventano la possibilità che si possa verificare un problema di selezione avversa riguardante la qualità del prodotto venduto (ma controlli ed analisi adeguate eliminerebbero il pericolo alla radice); o quelle che si basano sulla convinzione che le persone che si privassero di un organo diventerebbero meno abili al lavoro e meno produttive, a rischio più elevato di malattia e di mortalità.
Chiaramente, il discorso della vendita di un organo proprio da vivi dovrebbe riguardare solo quegli organi di cui si possa fare ragionevolmente a meno. Occorre precisare ad esempio che, nel caso di un trapianto di reni, i rischi di breve periodo per un donatore (o potenziale venditore) sono minimi, non più alti di quelli associati alla procedura anestetizzante ed all'intervento chirurgico in sè, quantificabili (secondo alcune stime ancora fornite dalla Satel) con una probabilità di morte pari a circa lo 0.03%. Anche i rischi di lungo periodo sembrano essere ragionevolmente bassi: recenti studi hanno dimostrato che i tassi di mortalità tra coloro che hanno donato un rene non sono significativamente differenti da quelli riscontrabili nel resto della popolazione. In ogni caso, tali rischi non dipendono certo dal fatto che l'organo si venda o si doni quindi, nella misura in cui riteniamo legittima la donazione, considerazioni inerenti al rischio non possono essere rilevanti per proibire la vendita.
Una possibile ed ovvia soluzione al problema della carenza di organi da trapianto è data quindi dalla creazione di un mercato di organi che funzioni parallelamente all'attuale sistema di donazioni. La coesistenza dei due sistemi permetterebbe ad operatori, medici e pazienti di svincolarsi dal punto di vista etico e di rivolgersi a quel segmento di offerta più compatibile con le proprie convinzioni morali. Il miglioramento paretiano che ne deriverebbe è evidente: maggiore possibilità di scelta (anche sotto il profilo etico) per chiunque si trovi all'interno di questo particolare mercato, maggiore offerta di organi, potenziale diminuzione dei tassi di mortalità tra i pazienti in attesa di trapianto, forte limitazione delle vendite illegali di organi nei mercati neri. In linea di principio, l'esistenza di un mercato di organi all'interno del quale - legalmente - il prezzo di un rene possa essere positivo non dovrebbe neanche disincentivare le donazioni.
Che io sappia non esistono esempi di mercati legali di organi funzionanti in epoche passate. Non ci sono prove, dati o elementi che possano far pensare con assoluta certezza che un tal mercato possa davvero incentivare l'offerta attraverso un meccanismo di compensi monetari o di altra natura. Un motivo in più per proporne la sperimentazione: nel peggiore dei casi l'offerta non aumenterebbe, ma certamente non diminuirebbe. Data l'incertezza che sovrasta un argomento siffatto, un significativo passo in avanti sarebbe comunque rappresentato anche dall'introduzione di meccanismi di mercato regolamentati dall'intervento statale.
Di seguito riporto alcune delle proposte che sono state fino ad oggi formulate per la configurazione più opportuna di un ipotetico mercato di organi.
Mercato "forward" di organi di persone decedute. Proposto inizialmente dall'economista Loyd Cohen, prevede che il donatore - postumo e futuro - sia compensato oggi dallo Stato o dalle compagnie d'assicurazioni abilitate con una somma di denaro che lo incentivi ad iscriversi al registro dei donatori. Alternativamente, si potrebbe pensare alla richiesta di registrazione oggi in cambio di una somma di denaro molto più sostanziosa destinata ai familiari nel caso i propri organi siano effettivamente utilizzati per trapianti dopo il decesso. L'effetto di un meccanismo simile sarebbe quello di alleviare solo parzialmente i problemi connessi alla carenza di reni (nel caso specifico, è preferibile infatti che i donatori siano vivi), ma potrebbe incidere positivamente ed in maniera molto più marcata sull'offerta di fegati, cuori e polmoni. Si calcola che siano oltre 23 mila gli americani attualmente in attesa di trapianto di uno di questi organi.
Cassa di compensazione centrale. Con questo meccanismo, solo lo Stato o agenzie particolari designate sarebbero autorizzate a comprare dai venditori e distribuire ai malati nelle liste d'attesa gli organi resi disponibili. Come nel sistema corrente, gli organi acquistati sarebbero assegnati al miglior candidato successivo nelle liste d'attesa nazionali. Per la casse statali, il maggior onere dovuto all'acquisto degli organi potrebbe essere compensato dalla conseguente riduzione delle spese mediche correntemente destinate ai pazienti in lista d'attesa. L'incentivo offerto dallo Stato ai venditori potrebbe configurarsi non solo come una immediata somma di denaro, ma anche come un credito d'imposta o un vitalizio; un piano pensionistico dedicato, assistenza sanitaria presente e futura totalmente o parzialmente gratuita; assicurazione medica di altro genere e natura.
Acquirenti multipli. Si potrebbe introdurre uno schema in cui lo Stato non sia l'unico acquirente degli organi da redistribuire, ma uno dei tanti insieme, per esempio, a compagnie d'assicurazione private e ad associazioni e fondazioni impegnate nella costruzione e diffusione di opere caritatevoli.
Contratti privati. Probabilmente il modo più semplice per avviare un mercato di questo tipo, prima ancora di pensare a meccanismi più complessi per la gestione delle transazioni aventi gli organi come oggetto principale. Ma forse anche il meno esente da critiche e, in prospettiva, il più osteggiato. Cambiando le leggi attuali si potrebbe dare la possibilità a privati e liberi cittadini di accordarsi sui termini del rapporto contrattuale, con la probabile conseguenza che offerta e domanda sarebbero immediatamente più vicine. L'ovvia critica è che un sistema del genere potrebbe risultare poco equo, perchè potenzialmente favorirebbe solo coloro in grado di affrontare le spese per l'acquisto di un organo. Ci si ritroverebbe, tuttavia, in una situazione di miglioramento paretiano in cui qualche fortunato (generalmente, ma non esclusivamente, i più ricchi) potrebbe migliorare la propria situazione a fronte di vincoli di scelta più ampi e tutti gli altri (forse i più poveri, che comunque resterebbero nelle liste d'attesa nazionali) non subirebbero alcun peggioramento. Anzi, cosa affatto trascurabile, dal momento che chi acquista un organo attraverso contrattazione privata sarebbe rimosso automaticamente dalle liste nazionali dei pazienti in attesa di una donazione postuma o da vivi, tali liste finirebbero per accorciarsi considerevolmente inducendo una riduzione sostanziale dei tempi necessari per arrivare al trapianto. Tale effetto nettamente positivo, per i poveri, potrebbe in principio essere più che compensato se gli attuali donatori altruisti decidessero, in presenza di potenziali guadagni monetari, di non donare più il proprio organo ai pazienti nelle liste pubbliche ma di venderlo via transazioni private. Dubito che questo effetto possa essere rilevante, per due ragioni. Una grande percentuale dei donatori vivi è composta di parenti o amici dell'infermo, ed è tale relazione affettiva che li motiva; difficilmente posso immaginare una persona tanto altruista da essere disposta a donare un rene ad un autentico sconosciuto che, colta all'improvviso dal desiderio del denaro, decida di entrare in una transazione privata. Ad ogni buon conto, l'osservazione negativa è coerente ed un periodo di sperimentazione permetterebbe anche di quantificare questo effetto.
Le asimmetrie informative cui si faceva cenno inizialmente potrebbero essere risolte, in ciascuno degli schemi di mercato proposti, dal lato dell'acquirente attraverso l'obbligatorietà di analisi approfondite per la determinazione di compatibilità ed eventualmente qualità dell'organo ceduto; e dal lato del venditore attraverso l'offerta di consulenze specializzate ed individuali sui rischi specifici connessi alla cessione dell'organo e sulla corretta valutazione economica della transazione.
Per evitare, infine, che siano solo i più poveri a diventare venditori di organi e quindi la parte più rilevante dell'offerta in questo tipo di mercato (ammesso che questo sia eticamente deprecabile), potrebbero essere escogitati meccanismi incentivanti per i più ricchi applicabili in tutti i casi fin'ora proposti. Un esempio? Promettendo l'esenzione fiscale completa per uno, due o più anni, si potrebbe pensare di indurre anche gli individui più abbienti ad offrire un proprio organo.
Nota: i commenti sono di proprieta' degli autori, che ne sono responsabili.
Legenda:
Espandi/nascondi commento
Espandi/nascondi risposte
Mostra origine
Permalink
Rss delle risposte
Espandi tutto
Nascondi tutto
Rss dei commenti
|
|
Non sono del tutto daccordo. Mi spiego. E' vero che rimuovere i divieti aumenterebbe la libertà sia di coloro che possono vendersi un rene sia di coloro che ne hanno disperatamente bisogno e sarebbero disposti a pagare per averlo; e più libertà equivale a una maggiore possibilità di scelta che a sua volta dovrebbe comportare un miglioramento per tutti. E' anche vero però che non si sta parlando di un bene di cui si può fare tranquillamente a meno, se l'evoluzione ci ha dotati di due reni è perché con due reni si sopravvive meglio. Creare l'opportunità di vendere il proprio rene significherebbe sostanzialmente obbligare quei milioni di americani che hanno disperatamente bisogno di soldi per un motivo o per un altro a privarsi di organi interni perché pur facendo due o tre lavori non sono in grado di arrivare alla fine del mese, a pagare la scuola dei figli, a pagare un'emergenza medica o a pagare l'affitto della roulotte in cui vivono. Sinceramente non penso sia giusto. Così come non penso che sia giusto che tanti giovani siano costretti ad arruolarsi per fare l'università o per pagare le spese mediche della gravidanza della moglie; però di un esercito non si può fare a meno, forse di un mercato degli organi sì. E' molto meno problematico legalizzare il mercato degli organi dei defunti, se non ci fossero mille credenze medievali si potrebbe semplicemente per legge rendere obbligatoria la donazione degli organi post mortem.
In sintesi: a meno che si dimostri che due reni non servono assolutamente a niente, non si può costringere milioni di persone a mettere a rischio la propria salute. Altrimenti si dovrebbe anche legalizzare il mercato di organi vitali, ci scommetto che ci sarebbero genitori disposti a dare la propria vita per salvare figli e consorti, certamente questo aumenterebbe al libertà di tutti, ma sarebbe davvero giusto?
In ogni caso è giusto che se ne parli e che persone più brillanti di me abbiano la possibilità di esprimere la loro opinione senza essere accusati di immoralità.
|
|
Grazie. Io non sto infatti suggerendo la mercificazione del corpo umano in nome del liberismo piu` sfrenato, come sono stato accusato di fare da molti in altra sede. Sto solo cercando di porre all'attenzione un problema serio sul quale penso valga la pena riflettere minimizzando, se possibile, i nostri bias ideologici.
E` mia intenzione cercare di capire se correttivi ed interventi come quelli che compaiono nell'articolo siano davvero in grado di aumentare il benessere generale e salvare vite umane. Per questo l'analisi delle condizioni di salute correnti ed in prospettiva delle due controparti in una transazione che abbia come oggetto un organo ceduto da vivente e` essenziale, di importanza centrale.
In quest'ottica, gli interventi di chi e` impegnato per professione nell'ambito descritto, come Luca De Simone, non possono essere che graditissimi e utili a comprendere meglio il fenomeno.
Sono d'accordo ovviamente sul suggerimento di facilitare almeno le donazioni (o vendite) post mortem, se proprio non si vuol far nulla per un mercato legale tra vivi.
|
|
capisco le tue riserve, come dire, emotive, che condivido appieno. ma quando dici:
Creare l'opportunità di vendere il proprio rene significherebbe sostanzialmente obbligare ....
alloralnon ti seguo piu'.
e poi dici..
privarsi di organi interni perché pur facendo due o tre lavori non sono in grado di arrivare alla fine del mese, a pagare la scuola dei figli, a pagare un'emergenza medica o a pagare l'affitto della roulotte in cui vivono.
ma anche qui, senza pa possibilita' di privarsi degli organi .... non e' che arrivano meglio alla fine del mese, ne' che riescano piu' facilmente a pagare la scuola o l'emergenza medica.
mah, e' questione difficile, proprio perche' emotivamente siamo tutti contrari, ci pare ovviamente cosa brutta, ma poi razionalmente, argomenti contro e' difficile trovarne.
|
|
Creare l'opportunità di vendere il proprio rene significherebbe sostanzialmente obbligare quei milioni di americani che hanno disperatamente bisogno di soldi per un motivo o per un altro a privarsi di organi interni
Non sono d'accordo. Creare un'opportunita' per qualcuno non significa obbligarlo a sceglierla. Si puo' argomentare che le persone non sono del tutto razionali e potrebbero decidere di vendere i loro organi sottostimando i danni futuri rispetto al beneficio monetario che ottengono nell'immediato. Se credi questo, allora hai delle ragioni per opporti al mercato degli organi. Ma se non si crede in questo, allora si deve concludere che, se qualcuno sceglie di privarsi di un organo, lo fa perche' ritiene di trarne dei benefici, tutto sommato. Privarlo dell'opportunita' di vendere un organo lo priva di un'opzione che lui ritiene preferibile alle altre a sua disposizione. Tu stesso dici che "maggiore possibilità di scelta che a sua volta dovrebbe comportare un miglioramento per tutti".
Poi, sono d'accordo che se qualcuno e' pronto a vendere un suo organo, tanto bene non deve stare; e credo che una societa' possa avere motivi molto forti per far si' che il numero di persone in tale condizione debba essere ridotto il piu' possibile. Ma questo e' un altro punto: fintantoche' c'e' qualcuno che si trova in tale condizione, e che, pur consapevole dei rischi, e' pronto a vendere un organo, dobbiamo concludere che privarlo di tale opzione lo obbliga (in questo caso "obbligare" e' giustificato) a fare qualcosa che preferirebbe non fare.
Tra l'altro, visto che si parla di effetti distributivi, i poveri non sono necessariamente solo dal lato dell'offerta ma potrebbero essere anche da quello della domanda e potrebbero loro stessi beneficiare da una maggiore quantita' di organi disponibile.
E, si', lo stesso ragionamento si applica al mercato degli organi vitali, cosi' come ad altri mercati, quali quello della prostituzione. Non vedo molto la giustizia di privare un genitore dell'opzione di salvare la vita a cio' che ha di piu' caro, come un proprio figlio cosi' come non vedo molto la giustizia di privare una prostituta dell'opzione di aiutare la famiglia indigente o di mettersi da parte dei soldi per poter un giorno passare a fare un lavoro meno degradante per lei.
|
|
Probabilmente il mio ragionamento non sta in piedi. L'idea è questa. Nelle nostre società c'è una percentuale di popolazione che versa in condizioni tali da essere più che disposta a vendersi il rene per tirare avanti; problema della collettività è ridurre tale percentuale. Nel frattempo però credo che la società non debba permettere a queste persone di vendersi il rene. Questa limitazione della loro libertà certamente non li aiuta ad arrivare alla fine del mese, ma perlomeno evita loro malattie e guai sanitari ulteriori a quelli che già li vessano.
Permettere a queste persone di vendersi gli organi significherebbe obbligarli nel senso che sarebbe una facile fonte di guadagno di cui peraltro probabilmente non sarebbero appieno in grado di valutarne le conseguenze; se si volesse fare un mercato di questo tipo si dovrebbe perlomeno rendere obbligatori e gratuiti per il donatore tutta una serie di esami che gli permattano di fare una scelta informata; non sarebbe però a mio avviso sufficiente, di fronte a emergenze di vario genere queste persone sarebbero costrette a vendersi l'organo; se non ci fosse la possibilità di vendere l'organo non risolverebbero l'emergenza, certo, ma questo significa che bisognerebbe creare un welfare state anche negli stati uniti, non che bisognerebbe rendere legale il mercato degli organi.
Il discorso sulla prostituzione è diverso. La prostituzione negli us e europa già c'è, un mercato degli organi esiste solo nei paesi in via di sviluppo, a quanto ho capito. Ovviamente la prostituzione andrebbe legalizzata, non perché è un mestiere come un altro,(non cedo alla tentazione di facili ironie), ma perché meglio un mercato regolamentato piuttosto che uno non regolamentato. In questa prospettiva forse dovrebbero pensare a una legalizzazione della vendita degli organi i paesi, tipo cina e india a quanto ho capito, che sono già "dotati" di un mercato nero, però sinceramente non credo sia la strada giusta, penso piuttosto che si debba investire risorse per sradicare la pratica, e penso che le risorse per farlo debbano venire in primis dai paesi che il mercato l'hanno creato, cioè i nostri.
Ma negli us c'è davvero questo dibattito oppure sono poche voci isolate? Alle elezioni si sentirà parlare di questo? Ci sono stati opinion polls?
|
|
Molti studi su donatori viventi di reni e di persone nate con un solo rene hanno dimostrato che la life expectancy e` la stessa per i "monorene".
Gli studi hanno pero` un bias strutturale: i donatori vengono scelti solo se sono sani, senza diabete o ipertensone arteriosa (le 2 cause piu` frequenti di malattie renali), ed appartengono in genere a ceti piu` ricchi ed istruiti.
Chi dona un rene per denaro probabilmente lo fa perche` ha meno istruzione, appartiene ad una minority (e come dicevo al mio primo post, neri ed ispanici hanno piu` rischio obesita`, diabete ed ipertensione) e spesso meno possibilita` o volonta` di seguire cure mediche.
Il rischio potrebbe essere quello di donare un rene, salvare un dializzato, e crearne un altro... oppure comunque aumentare la spesa totale per aumento di ospedalizzazioni, medicinali etc, che ricadrebbero sul medicare e medicaid, dato che questi pazienti o vanno in disability o si impoveriscono.
|
|
... che pensa che dal punto di vista quantitativo l'impatto piu' grosso di una eventuale creazione di un mercato degli organi sarebbe quello di incentivare le donazioni post mortem con denaro che finisce nelle tasche dei figli, delle mogli o delle amanti?
cioe' secondo me piu' che costringere (?) i "poveri" a vendersi un rene semplicemente si incentiveranno le persone a donare post mortem con beneficio per la prole. una sorta di bequest.
|
|
incentivare le donazioni post mortem con denaro
Secondo me un'eventuale legge dovrebbe mirare esplicitamente a questo scopo, escludendo dal "mercato" i donatori viventi. Incontrerebbe meno ostacoli politici e sarebbe meglio accolta dalla popolazione. Avrebbe un effetto quantitativo, credo, sensibile. Ancora: diminuirebbero i problemi di selezione inversa cui si accennava nei commenti precedenti.
|
|
Sono d'accordo. Politicamente, il mercato con i donatori viventi non mi sembra fattibile e ci sarebbe comunque un miglioramento rispetto ad ora. A questo riguardo, anche solo avere leggi piu' pro-donazione, senza avere alcun tipo di mercato, fa differenza:
http://tinyurl.com/2n8tc8
|
|
pensavo, da vivente cosa si puo' donare a parte il rene?
mi sembra che il mercato piu' grande sia quello delle donazioni post mortem di tutti gli organi vitali (cuore, polmoni, fegato -che si puo' anche fare in due, cornee). poi non sono un medico e puo' darsi che mi sbagli.
qualcuno conosce numeri in proposito?
|
|
|
|
il problema non e` la vendita, ma l'acquisto.
chi acquisterebbe il rene? Il dializzato? E se un dializzato, disperato per la sua situazione, dovesse fare debiti e vendere la casa? E se dovesse andare ad elemosinare da amici e parenti, mentre chi ha piu` denaro puo` permettersi di pagare... ci sono dei problemi etici.
ed i reni verrebbero messi all'asta? Oppure dovrebbe essere lo "stato" a pagare, considerato che e`lo stesso a coprire i costi della dialisi? Un trapiano costa molto meno di un dializzato. Forse questa sarebbe una migliore soluzione.
|
|
Ottimo punto. Che io sappia, però, la scarsità di organi è di per sé un grave problema. Leggi "sensate e accettabili" che permettano di incrementare sensibilmente il numero delle "donazioni" sarebbero innovazioni importanti. Sbaglio?
Per il resto, concordo: in questioni delicate come quelle di cui si tratta, il meccanismo di allocazione dei "beni" è questione tutt'altro che secondaria.
|
|
il problema non e` la vendita, ma l'acquisto.
chi acquisterebbe il rene? Il dializzato? E se un dializzato, disperato per la sua situazione, dovesse fare debiti e vendere la casa? E se dovesse andare ad elemosinare da amici e parenti, mentre chi ha piu` denaro puo` permettersi di pagare... ci sono dei problemi etici.
In realta' questo problema sussiste per qualunque cura costosa (e anche se hai l'organo da trapiantare, non e' che l'operazone sia gratis...). Potrebbe essere affrontato nello stesso modo in cui lo sono le cure costose gia' disponibili: assicurazione sanitaria, medicare/medicaid, etc.
|
|
|
|
|
|
|
|
poni la questione in modo sbagliato. metti che abbiamo due modi di allocare l'organo. quello attuale (pochi organi, pochi che lo ricevono, molti muoiono/soffrono nell'attesa) e quello nuovo (mercato degli organi, piu' organi in giro, piu' lo ricevono, meno muoiono/soffrono nell'attesa).
rabbi tra i due preferisce il secondo perche' si salvano/migliorano piu' vite. perche' e' decisamente un miglioramento rispetto al primo.
se vuoi invece fare la morale allora non posso che farti notare che per salvarne uno, ne stai facendo morire cento (che poi quell'uno non lo stai salvando ma lo stai facendo morire insieme agli altri secondo una concezione di giustizia sociale un po' particolare).
|
|
Tutti gli ematologhi amerikani che conosco (vabbe': uno solo) sostengono che sia sconsigliabile pagare i donatori di sangue; pare infatti che quando (alcuni decenni orsono) questa pratica era abbastanza frequente l'evidenza empirica era che il sangue pagato era piu' a rischio di contaminazione di quello ottenuto gratuitamente.
Non so se abbia ragione o no, ma lo faccio presente a coloro che non credono vi siano argomenti logici o empirici contro il pagamento. Vi sono, vi sono, si tratta di stabilire se sono validi o no.
Anche un famoso libro sosteneva questa tesi
About thirty years ago, a book titled The Gift Relationship was published. The author’s name was Richard Titmuss, and the book was a comparative study of the blood donation systems in Great Britain and the United States. The difference between the two systems is that in the United States we pay some people to give blood, while others donate freely, but in Great Britain, everyone donates and no one is paid. And the fascinating outcome of the study was that, proportionally speaking, the blood supply in Great Britain is larger and of higher quality than the blood supply in the United States.
|
|
Il probleme dell'adverse selection in un mercato di organi sarebbe presente, e` chiaro. Ma, onestamente, non lo considererei un ostacolo insormontabile.
Voglio dire: se per una donazione di sangue si effettuano controlli rigorosi per accertarne la qualita`, perche` non dovrebbe avvenire lo stesso se si trattasse di vendita di sangue.
Immagino che gli strumenti di analisi e controllo a disposizione oggi siano ben diversi da quelli degli anni'70. Un sistema di riconoscimento del donatore/venditore (sul modello, migliorabile, di quello esistente attualmente per chi fa parte di associazioni per la donazione del sangue) potrebbe ridurre parzialmente le dimensioni del problema, ad esempio.
|
|
|
|
Caro De Pace,
sono un economista in erba, e quindi non farò cosnsiderazioni con modelli ed equilibri.
Mi limito a qualche considerazione di massima che mi viene spontanea dopo la lettura del suo articolo.
Non penso che i più abbienti si sognerebbero di vendere un organo, anche a fronte di uno due o tre anni di esenzione fiscale. Il benestante perchè dovrebbe sottoporsi a un intervento che comporta rischi e dolore per del denaro avendone già a sufficienza? Passi il rpincipio dell homo oeconomicus, ma non credo che si possa applicare fino a questo livello.Oltrettutto i costi e i benefici non sono commensurabili.
In secondo luogo sarebbero comunque solo i disperati a vendere organi. il discorso fatto sopra vale, a mio avviso, anche per la classe medio-bassa. Gli unici che probabilmente accetterebbero di farsi espiantare un organo per denaro sarebbero i più disperati e questo se esteso a livello internazionale non farebbe altro che rendere legale l'arricchimento di chi traffica organi (specialmente nel caso di un mercato che permetta i "contratti tra privati"), nonchè lo sfruttamento delle popolazioni più indigenti (non fraintenda il discorso, non sono un no global, tuttavia non posso non pensarci)
Inoltre il suo discorso è piuttosto simile (mutatis mutandis) a quello portato avanti in Italia dai radicali per la liberalizzazione delle cosidette droghe leggere.
Personalmente non penso si possa autorizzare e legalizzare un comportamento solo per il bene del mercato, e che al mercato si sottometta l'etica.
saluti
Guido
|
|
Guido,
innanzitutto diamoci del tu, come consuetudine su questo sito.
Condivido il primo punto: probabilmente qualche anno di esenzione fiscale non sarebbe sufficiente a convincere una persona ricca a vendere un rene proprio. Certo pero`, in un ipotetico mercato legale di organi, la possibilita` potrebbe essere comunque prevista (se coperta adeguatamente sotto il profilo finanziario e dei conti pubblici): in fondo, non sarebbe da disincentivo alla vendita. Fosse anche una sola persona ricca ad accettare lo scambio, sarebbe una vita in piu` ad essere potenzialmente salvata. Questo non mi sembra un male.
Sul secondo punto ho delle perplessita`. Come gia` sottolineava Alberto in un commento di sopra, qui non si tratterebbe di un mercato di beni o servizi come ogni altro: le nostre resistenze morali sono forti e probabilmente ci impedirebbero (come gia` fanno) anche solo di ipotizzare meccanismi come quelli descritti nell'articolo.
Ma per questo occorre fare delle considerazioni oggettive: da economisti dobbiamo cercare di dare risposte e di proporre delle soluzioni ad alcune tipologie di problemi. Quello della scarsita` di organi per trapianto mi sembra un problema evidente destinato a diventare piu` marcato nel tempo. Cosa fare allora?
Forse la naturale conseguenza di quanto proposto e` che siano davvero i piu` poveri a fornire organi a chi se lo puo` permettere (non necessariamente solo i piu` ricchi. Leggevo che un trapianto illegale di reni in Nepal, tutto incluso, non costerebbe piu` di 7-8 mila euro.... insomma, una cifra abbordabile dalla maggior parte delle persone, almeno in occidente, fosse anche attraverso un prestito in banca).
Ma voglio andare oltre: ipotizzando che il mercato di organi sia non solo nazionale ma addirittura internazionale, c'e` il "rischio" che alcune nazioni, le piu` povere, diventino almeno inizialmente enormi serbatoi di organi al servizio del ricco ed opulento occidente. Nella tua ottica anche questo non sarebbe giusto ed accettabile.
Ma, nell'ottica economica, anche quest'evenienza rappresenterebbe con tutta probabilita` un evidente miglioramento paretiano, in cui nessuno perde (a meno che l'organo non sia prelevato con la forza e senza il consenso, ma un mercato legale potrebbe prevenire proprio queste eventualita`). In definitiva, piu` che simile al discorso sulle droghe (sul quale potrei scrivere qualcosa, magari in futuro... inutile dire che sono a favore della legalizzazione di quelle leggere, ci sto pensando seriamente riguardo a quelle pesanti), la questione posta in quest'articolo mi sembra simile a quella che lega commercio estero e questioni etiche (e` giusto commerciare con la Cina, se i cinesi violano ripetutamente i diritti umani e sfruttano il lavoro minorile?)
Quegli enormi serbatoi di organi, accettando simili transazioni con l'occidente, rivelerebbero le proprie necessita` finanziarie contingenti. Sfruttando queste nuove opportunita` economiche nella maniera migliore, avrebbero pero` la possibilita` di allineare nel lungo i propri prezzi relativi con quelli dei paesi occidentali con cui commerciano anche in questo mercato; avrebbero un opportunita` in piu` di aumentare il proprio benessere complessivo e di sviluppare altre industrie in grado di competere con i paesi piu` ricchi.
Qui nessuno, infine, vuole autorizzare o legalizzare un comportamento in nome del mercato o per il bene del mercato (tant'e` vero che molte delle soluzioni a mio avviso percorribili sarebbero solo lontane parenti di un mercato libero). Qui e` importante capire come salvare delle vite umane, cercando possibilmente di non peggiorare la condizione di altri. In prospettiva, si potrebbe addirittura migliorare la vita di chi accetta di vendere un proprio organo (riceverebbe denaro o aiuti di altra natura a cui prima non aveva accesso, aumentando cosi` la qualita` della propria esistenza e quella dei propri cari). Il mercato e` solo un meccanismo, non un totem da idolatrare. Nel contesto descritto, la nostra etica fa invece morire migliaia di persone senza che nessuno muova un dito.
|
|
Va bene, sono in parte d'accordo, però...
Ti invito a immaginare che cosa penseresti se ti venisse presentato il signor Abbadukal, noto nell'ambiente per essere un trafficante di organi in modo illegale. Penseresti ad un delinquente che fa la sua ricchezza sfruttando la povertà e la disperazione altrui, ignorando le più comuni procedure mediche di garanzia per la persona che si torva sotto i ferri. Con il mercato privato di organi ammetteresti ciò.
Sarei molto più d'accordo con la soluzione "forward", magari incrociando la ricompensa ex ante ed ex post. Mi sembrerebbe un mezzo di controllo sul mercato e di garanzia.
Saluti
G.
|
|
Una precisazione: nel New Jersey l'attesa media per un rene da cadavere e` 4.5 anni, in Pennsylvania circa 3.5, a New York circa 5, ed e` uno degli stati con attesa piu` lunga. Nel Midwest anche solo 1-2 anni.
La sopravvivenza media in dialisi di un diabetico e` 4-5 anni, di un non-diabetico circa 8, ma tenete presente che l'eta` media di un dializzato e` negli USA circa 65 anni (per cui la life expectancy non e` poi tanto male).
In Italia si fanno molti meno trapianti e le liste sono molto piu` lunghe.
Alcune minorities aspettano di piu`, per motivi culturali e genetici.
Ci sono piu` African-Americans in Dialisi rispetto ai Caucasians, in percentuale alla popolazione, ed il pool di donatori e` piu` piccolo (statisticamente e` piu` probabile un good match tra persone geneticamente simili).
see www.USRDS.org