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Non credo di dire nulla di clamoroso se suggerisco che la riforma elettorale prossima ventura verrà determinata dalla negoziazione tra forze politiche che hanno come principale obiettivo quello di massimizzare seggi e potere contrattuale alle prossime elezioni. Tutte le belle considerazioni fatte nelle varie torri d'avorio sono quindi destinate a restare più o meno marginali al dibattito. A partire da questa osservazione, vediamo di capire come si sta sviluppando la discussione e quali saranno i suoi probabili esiti.
Il dibattito sulla riforma elettorale è stato innescato dalla proposta di referendum, ma questa in buona misura è probabilmente una scusa. Alla fine della fiera, per i referendum non è nemmeno iniziata la raccolta di firme. In un mondo dall'orizzonte corto come quello della politica italiana è quindi sorprendente che ci si attivi con tanto anticipo. Ho già espresso i miei dubbi sul fatto che i referendum riescano a raggiungere il quorum; la situazione è un po' migliorata, nel senso che Forza Italia sembra (il condizionale è d'obbligo) propensa a partecipare al voto. Ci sono comunque buone ragioni per ritenere che i referendum avrebbero efficacia limitata. La principale conseguenza di una vittoria referendaria sarebbe quella di assegnare il premio di maggioranza al partito anziché alla coalizione. Non è sfuggito a nessuno che tale norma è facilmente aggirabile. Di fatto la norma costringerebbe solo i partiti di una coalizione a presentare un unico simbolo elettorale, mantenendo poi intatte le divisioni pre-esistenti; per esempio, nulla vieterebbe agli eletti di una data lista di formare gruppi parlamentari separati.
In realtà non sarebbe difficile evitare il referendum semplicemente modificando gli aspetti più deliranti dell'attuale legge, senza modificarne l'impianto sostanziale. La legge è stata palesemente fatta in fretta e furia da persone ovviamente incompetenti dal punto di vista tecnico. Contiene norme evidentemente incostituzionali (oltre che irrazionali), come l'esclusione dei voti della Val D'Aosta ai fini del computo del premio di maggioranza alla Camera, ed è veramente sorprendente e preoccupante che la Corte Costituzionale non sia intervenuta. L'assegnazione dei seggi al Senato è specificata in modo così confuso che ha dato luogo a conflitti ex post sull'attribuzione dei seggi. I premi di maggioranza regionali sono senza capo né coda. E così via. Una riforma che semplicemente eliminasse le deficienze tecniche dell'attuale legge eviterebbe il referendum e probabilmente otterrebbe largo consenso in Parlamento.
Questo non è quello che sta succedendo. La discussione, al momento ancora aperta, si è invece orientata verso un cambiamento dell'impianto della legge. Perché le forze politiche discutono con fervore e non rimandano semplicemente il problema? La risposta è che alcune forze, in primo luogo l'UDC e Rifondazione Comunista, che inizialmente si poteva aspettare fossero avverse a qualunque cambiamento, hanno visto la possibilità di corposi guadagni. Andiamo per ordine.
L'UDC sta cercando di completare il disegno di reintroduzione del proporzionalismo che aveva iniziato nell'autunno 2005 quando spinse per il cambiamento della legge elettorale. Allora ottennero una robusta proporzionalizzazione del sistema e accettarono (malvolentieri) in cambio il premio di maggioranza. Ora è il momento di eliminare il premio.
La novità è che i centristi si sono resi conto dei potenziali benefici di una clausola di sbarramento 'alla tedesca' del 5%. Nel 2006 l'UDC ha ottenuto il 6,8% del voto alla Camera. Se viene abolito il premio di maggioranza e viene istituito lo sbarramento al 5% l'UDC si potrà sganciare da Berlusconi e potrà trattare da posizione di forza con altre formazioni centriste, a cominciare da Mastella, la costituzione di una nuova forza di centro in grado di raccogliere intorno al 10% dei voti. Per i centristi sarebbe come avere la botte piena e la moglie ubriaca. Diventerebbero forza determinante per la formazione di qualunque governo, dato che è improbabile, almeno nel futuro prossimo, che centrodestra o centrosinistra senza centristi siano in grado di raggiungere più del 50% del consenso popolare. Di più, i centristi sarebbero probabilmente in condizione di scegliere ex post tra i due schieramenti, diventando quindi gli autentici arbitri del governo.
Da un certo punto di vista lo scenario sarebbe, per i centristi, molto meglio che ai tempi della DC. Sarebbe in effetti assai vicino a quella specie di regno di bengodi in cui si trovarono negli anni '70 e '80 i craxiani in molte situazioni locali, in cui la possibilità di allearsi a convenienza con la DC o il PCI garantiva a un partito che difficilmente raccoglieva più del 10% sindaci, assessorati ai lavori pubblici e assessorati all'urbanistica, con tutto quel che ne conseguiva. Inoltre la DC era un partito grande. I capi e capetti centristi sono meno numerosi, e quindi anche le bocche da sfamare sono meno. Quasi tutti i personaggi con un minimo di rilevanza otterrebbero almeno un sottosegretariato.
Una soluzione del genere sarebbe altamente stabile, nel senso che è improbabile che a quel punto si manifestino forze endogene per il cambiamento della legge elettorale. I centristi si opporrebbero strenuamente, e solo un'alleanza tra destra e sinistra potrebbe reintrodurre il principio maggioritario. Dato l'orizzonte delle nostre forze politiche questo è altamente improbabile. Inoltre la presenza permanente al governo consentirebbe ai centristi di aumentare, rafforzare e stabilizzare il proprio consenso mediante ben sperimentati metodi clientelari. Salvo implausibili catastrofi ambientali, tipo crisi fiscale dello Stato, i centristi avrebbero assicurata la permanenza al governo per alcuni decenni. Non appare quindi sorprendente che l'UDC abbia dato la propria disponibilità a discutere.
L'altra novità è la disponibilità allo sbarramento del 5% da parte di Rifondazione Comunista. Anche in questo caso la cosa appare sensata, dal loro punto di vista. RC ha ottenuto il 5,8% alle ultime elezioni. Uno sbarramento del 5% appare rischioso, ma occorre tener conto che Verdi e PdCI hanno ottenuto ciascuno il 2,3%. L'effetto più probabile dello sbarramento sarebbe quindi una riorganizzazione politica dell'area della sinistra radicale. Se si tiene conto che con la ormai inevitabile formazione del Partito Democratico alcune forze usciranno dai DS da sinistra, è probabile che si venga a formare un'unica formazione con un consenso intorno al 10%. Con uno sbarramento del 5% l'attuale forza elettorale permetterebbe all'attuale gruppo di comando di RC di conquistare le posizioni migliori in tale nuova formazione, a spese degli altri. Le recenti dichiarazioni di Giordano sulla necessità di superare l'esperienza di Rifondazione vanno chiaramente in questa direzione.
D'altra parte Rifondazione non ha interesse a rimuovere il premio di maggioranza, dato che senza premio rischiano di diventare possibili alleanze di governo tra i centristi e il Partito Democratico, con esclusione della sinistra radicale. Ma RC potrebbe accettare di pagare questo costo, scommettendo sulla forza elettorale di un nuovo schieramento a sinistra del Partito Democratico egemonizzato dall'attuale dirigenza bertinottiana.
Le altre novità sono minori. La Lega si è apparentemente svegliata e ha capito che una legge alla tedesca la farebbe fuori. È quindi corsa a chiedere soccorso a Berlusconi, finora con risultati poco chiari. Berlusconi è riuscito a dire la cosa più idiota in assoluto ('gli italiani non vogliono il doppio turno perché si stancano a votare due volte') e continua l'atteggiamento ondivago. Ha ovviamente capito il disegno centrista, ma dato che alle prossime elezioni sarebbero comunque suoi alleati, e il suo orizzonte non va più in là, la cosa non lo preoccupa particolarmente. D'altra parte ha paura di essere abbandonato dalla Lega se accede alle domande dell'UDC. Infine, vari politici di Forza Italia hanno cercato di far passare l'assurda nozione che l'approvazione di una riforma elettorale implica che si debba andare a votare immediatamente; è l'esatto contrario di quello che dovrebbe essere fatto, ma è inutile stare a sparare sulla croce rossa.
AN, DS, e Margherita temporeggiano, cercando di parare il colpo dei centristi. Per AN in verità non ci sono molti dilemmi. Il disegno neocentrista è per loro esiziale, e si batterà per mantenere il bipolarismo. Nel centrosinistra la situazione è un po' più complicata. È forte la tentazione di usare la legge elettorale per imbarcare l'UDC e ottenere un po' di respiro per l'attuale governo al Senato. D'altra parte, è palese che l'interesse di lungo periodo del Partito Democratico richiede il mantenimento del bipolarismo. La divisione qui appare più generazionale che politica. Prodi ovviamente è quello che ha più da guadagnare e meno da perdere da una svendita ai centristi. Invece, se D'Alema e Rutelli permettono ai centristi di diventare l'ago della bilancia si possono scordare di diventare primo ministro, sia nel futuro vicino sia in quello lontano.
Come andrà a finire? Al momento mi sembra che le possilità siano due. La prima è che vincano i centristi e Rifondazione e si instauri il proporzionalismo con sbarramento, forse non al 5% ma al 4% per andare incontro alla Lega. Ognuno può pensare quello che vuole di un ritorno permanente dei centristi al governo, ma io considererei questa una delle peggiore iatture possibili. La seconda è che si raggiunga lo stallo e che si vada al referendum. Se il referendum passasse, cosa non ovvia, ci sarebbe un marginale miglioramento dell'attuale legge, anche se alcuni assurdi aspetti tecnici (come l'esclusione della Val d'Aosta dal computo del premio nazionale) non verrebbero eliminati.
C'è ovviamente la piccolissima probabilità che alla fine, nonostante tutto, prevalgano la decenza e il buonsenso e si faccia una buona legge elettorale. Magari non il mio personalissimo sogno australiano con premio di maggioranza, ma almeno il doppio turno. I'm not holding my breath.
Nota: i commenti sono di proprieta' degli autori, che ne sono responsabili.
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trattandosi di prova non marginale per la tua indagine, cerchiamo di ripartire da li'.
maggioranza nazionale, no a preferenze, si a sbarramento. Gli interessi del nascituro (?) Partito Democratico e di FI mi sembra convergano a meraviglia: uno sbarramento al 5% o al 4% ed il premio di maggioranza nazionale garantirebbero la continuita' del bipolarismo che su questi 2 partiti si regge ed aumenterebbero la governabilita' rispetto al pastrocchio attuale, last but not the least la mancanza di preferenze manterebbe invariato il potere delle segreterie e dunqe massimizzerebe la rendita politica per i capatazz dei vari partiti (su quest'ultimo punto temo sian d'accordo un po' tutti).
proprio per le ragioni che citi nel tuo post, inoltre, una riforma su queste linee troverebbe l'appoggio di AN e di RC (even more, dato che il premio di maggioranza nazionale congelerebbe i centristi). con l'abbassamento della soglia di sbarramento, e qualche milioncino del Berlusca, penso poi che anche la Lega ci possa stare.
veniamo al partito del no: chiaramente l'UDC e poi tutti la composita galassia di micropartitini del centro sinistra. un'opposizione non insormontabile, almeno sulla carta. ma i vari Diliberto e Pecoraro Scanio cosi' come l'atteggiamento dell'UDC (come dimostra il dibattito sul rifinanziamento della misione in Afghanistan) sono sostanziali per la sopravvivenza del governo.
ed allora temo che finche' Prodi restera' a Palazzo Chigi e finche' si continuera' col muro contro muro fra i maggiori partiti sia molto difficile che una riforma del genere possa passare....
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Credo siamo essenzialmente d'accordo sull'opportunità di eliminare il bicameralismo perfetto, ma è completamente irrealistico nelle condizioni attuali. Il problema è che le riforme costituzionali recenti, quella passata dell'Ulivo e quella bocciata della CdL, hanno semplicemente mostrato l'incapacità di entrambi gli schieramenti di produrre qualcosa di buono ed efficace. Non c'è purtroppo motivo di pensare che le cose siano cambiate.
Il problema in parte è stato che nessuno si è limitato a fare piccoli miglioramenti incrementali, puntando invece al Grande Riassetto Istituzionale. Tale riassetto è anche una bella cosa, ma devi saperlo fare. Siccome non è questo il caso, credo che il meglio che possiamo ottenere sono alcuni semplici cambiamenti migliorativi. Nel caso del Senato, sarebbe bello poter direttamente e semplicemente abrogare gli articoli 58 (discriminazione contro i giovani per elettorato attivo e passivo) e 59 (senatori a vita). Visto che di abrogazione secca si tratterebbe, senza troppe discussioni su cosa mettere al posto dei vecchi articoli, forse i nostri politici riuscirebbero a non far danni.
Magari si riesce pure a ridurre il numero dei parlamentari, che il Italia è grottescamente alto. Per il bicameralismo o altre cose più ardite non c'è speranza, si rimetterebbero a discutere dei massimi sistemi e produrrebbero la solita confusa porcheria. Come in tanti altri casi della vita, il meglio è nemico del bene.
Visto che i premi regionali sono l'unico punto di dissenso, parliamo di quelli.
Se diamo retta alla narrativa dei giornali e alle varie dichiarazioni di Ciampi, Calderoli e compagnia, i premi regionali sono stati introdotti dalla CdL perché Ciampi aveva manifestato perplessità sulla costituzionalità del premio nazionale al senato.
Io ammetto che questa non l'ho capita. L'art. 57 è molto ambiguo e afferma solo che 'il senato è eletto su base regionale'. Questa parte dell'articolo è rimasto invariata dal 1948, e per tutto il periodo della prima repubblica si è usato al Senato un curioso sistema che comunque prevedeva in parte l'assegnazione dei seggi usando i resti a livello nazionale (è grazie a tale sistema che forze minuscole come la Lega negli anni 80 o i fascisti di Rauti riuscivano a raggranellare qualche seggio al Senato ma non alla camera). Perché il sistema dei resti a livello nazionale fosse compatibile con l'art. 57 e il premio di maggioranza nazionale no resta per me un mistero. Dubito che ci sia consenso sulla faccenda tra i costituzionalisti.
Una volta bloccato il premio nazionale la CdL sembra aver deciso che tanti premi regionali fossero un second best. Questa è la cosa che secondo me non ha né capo né coda.
La ratio del premio nazionale è quello di garantire una maggioranza parlamentare. Il premio regionale non serve assolutamente a questo scopo, ed è quindi radicalmente diverso da un premio nazionale. Solo un Calderoli può pensare che le due cose siano sostituti (ehi, hanno lo stesso nome, no?).
Il premio regionale è una lotteria con esiti imprevedibili. Infatti, un Dio particolarmente beffardo si è preso il gusto di usare tale lotteria per dare una risicata maggioranza all'Unione nonostante la vittoria in termini di voti della CdL.
Il sistema è di fatto simile all'assurdo sistema usato negli USA per l'elezione del presidente, in cui tutti i voti elettorali di ciascuno stato vanno a chiunque sia arrivato primo in quello stato. Negli USA il premio è quindi del 100%, da noi del 55%, ma la logica è la stessa. In entrambi i casi la vittoria può andare a chi piglia meno voti, è successo in USA nel 2000 e in Italia nel 2006.
Il premio al 55% ha inoltre bizzarrissimi effetti per le regioni più piccole, che non sono poche, visto che la questione degli interi diventa cruciale.
Per capire il problema compariamo due regioni, una con 7 seggi (Friuli, Umbria) e l'altra con 8 (Liguria, Marche). Supponiamo che ci siano due partiti e in entrambe le regioni un partito vinca con il 51% dei voti. Bene, nella regione con tre seggi il primo partito prende 4 seggi su 7 (57% dei seggi) sia con un sistema senza premio che con un sistema con premio. Nella regione con 8 seggi, in assenza di premio i seggi andrebbero 4 a 4. Ma con il premio vanno 5 a 3, ossia il 62,5% dei seggi. Una differenza del 5% è enorme vista la composizione finale del senato. In generale il sistema produce risultati abbastanza diversi a seconda che il numero dei seggi regionali sia pari o dispari. Non c'è alcuna logica in questo.
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Il sistema è di fatto simile all'assurdo sistema usato negli USA per l'elezione del presidente, in cui tutti i voti elettorali di ciascuno stato vanno a chiunque sia arrivato primo in quello stato. Negli USA il premio è quindi del 100%, da noi del 55%, ma la logica è la stessa. In entrambi i casi la vittoria può andare a chi piglia meno voti, è successo in USA nel 2000 e in Italia nel 2006.
Be', e' assurdo se assumi uno stato omogeneo, ma gli Stati Uniti sono nati come aggregato di stati indipendenti, e al momento della sua nascita c'era da parte degli stati piu' piccoli il timore (che poi si dimostro' ampiamente giustificato) che con un sistema piu' proporzionale il loro peso venisse diluito (e la loro autonomia sminuita) fino all'irrilevanza. Suppongo che le preoccupazioni di Alberto siano di natura similare.
Domanda ad Alberto: se assumi che la base del diritto di voto e' la residenza e non la cittadinanza, sei d'accordo col dare il voto ai residenti permanenti che sono cittadini stranieri?
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Solo una breve nota su questo punto specifico. Non capisco bene in che senso la natura (piu' o meno) federalista di uno stato debba essere rilevante per decidere qual'e' il metodo migliore per determinare una maggioranza stabile che sostenga il governo nazionale, o federale che dir si voglia.
La natura federalista si determina e difende in due maniere: (i) dando alle "regioni" competenze esclusive che lo stato centrale non puo' toccare, con autonomia di governo e fiscale sulle stesse; (ii) creando strumenti costituzionali che tali esclusivita' difendano impedendone usurpazioni surretizie da parte del centro. Il punto (ii) si garantisce - qui la costituzione USA ha fallito, e se ne son viste le conseguenze nel lento evaporare del federalismo USA - essenzialmente con una camera federale (Senato delle Regioni) eletta separatamente, con rappresentazioni equilibrate delle regioni (ossia, non proporzionali a popolazione) e che tali competenze gestiona alterarandole solo con maggioranze molto qualificate.
Imporre che il premio di maggioranza nazionale - ammesso e non concesso che sia una buona idea, ma se non lo e' togliamolo del tutto e fine della storia - sia il cumulo dei premi regionali e' come dare potere di monopolio alle regioni piccole, o gruppi di esse. Ossia, il governo nazionale si costituisce se e solo se ha una maggioranza anche in ogni regione specifica o in un grande numero di queste. In un paese come l'Italia, dove le piccole e molto particolari "regioni" abbondano, questo implica dare potere di veto su questioni federali (e.g. la difesa nazionale o l'alta velocita', tanto per restare a temi particolarmente italiani) a tale miriadi di regioni. Non solo, potrebbe favorire, anziche' limitare, il parassitismo fiscale: regioni molto grandi e ricche verrebbero penalizzate dal potere di veto delle molto piccole le quali potrebbero imporre trasferimenti fiscali a proprio vantaggio attraverso il ricatto dell'instabilita' del governo federale. Non mi sembra molto saggio.
Se davvero si vuole garantire tale estremo potere di veto, allora tanto vale mandare alla malora lo stato nazionale e fare una confederazione molto "sciolta" ... ma qui, nel caso italiano, entriamo in fantascienza.
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Se davvero si vuole garantire tale estremo potere di veto, allora tanto vale mandare alla malora lo stato nazionale e fare una confederazione molto "sciolta" ... ma qui, nel caso italiano, entriamo in fantascienza.
Ma infatti questa di una "loose confederation" era l'idea iniziale negli Stati Uniti di fine XVIII secolo, dove "federalisti" (Alexander Hamilton e seguaci) significava in realta' "unionisti" come lo significa oggi a livello Europeo, non "autonomisti" come nell'Italia contemporanea... Il Bill of Rights (che Hamilton oppose con tutte le sue forze) fu appunto frutto di un compromesso mediato da Madison per uscire dall'impasse che durava dalla Convenzione di Filadelfia di due anni prima, e che stava bloccando la ratifica della Costituzione (la North Carolina ne faceva esplicitamente un showstopper). L'applicabilita' dei principi contenuti nel Bill of Rights ai singoli stati, come pure l'interpretazione "positiva" di certi diritti piuttosto che "negativa" (vale a dire che al governo e' fatto divieto di limitarli) e' frutto di dottrina giuridica molto posteriore (Gitlow v. New York, 1925).
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La mia soluzione preferita, lo ripeto, e' rimuovere il bicameralismo, e lasciare che il Senato venga eletto su base regionale, possibilmente per farne una camera di rappresentanza delle regioni.
Sono d'accordo sull'opportunita' di evitare che regioni piccole abbiamo immotivati diritti di veto. Nel contesto italiano non vedo che senso storico abbia garantire al Molise la stessa rappresentativita' della Lombardia o della Toscana. Il sistema dei premi regionali al 55% non mi sembra proprio che dia rappresentanza eccessiva alle piccole regioni: ci possono essere sbilanciamenti come quelli segnalati (5 senatori contro 3 nelle regioni con 8 senatori) ma non mi sembra tragico in un Senato di 315 eletti.
Concordo che adottare principi federalisti e' scorrelato con l'obiettivo di garantire la governabilita'. Se la governabilita' e' il principio guida, e richiede il premio di maggioranza nazionale, allora ritengo doveroso che prima di adottarlo per il Senato si modifichi la Costituzione, perche' personalmente tengo all'applicazione sostanziale di leggi e principi, anche se in Italia e' questo e' da sempre, ma anche sempre piu', concepito come un optional.
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Concordo sul fatto che il sistema del Senato USA sia giustificato dalla nascita dello Stato come Federazione. In Italia (purtroppo) non siamo nelle condizioni per ricreare qualcosa del genere, per cui non proporrei un sistema equivalente che dia alla Val d'Aosta la stessa rappresentativita' della Lombardia nel Senato.
Nel caso italiano sarebbe utile invece applicare nella misura piu' ampia possibile la sussidiarieta': regioni grandi come Lombardia, Sicilia, Toscana dovrebbero essere in grado di auto-amministrare la quasi totalita' della spesa pubblica, in teoria anche il 100% visto che entita' comparabili come Svezia, Svizzera e Irlanda non hanno alcun problema al riguardo, anzi precedono l'Italia nell'indice di sviluppo umano di molte posizioni.
Riguardo al voto, per trattare in breve l'argomento, ritengo che il voto vada dato agli immigrati che acquisiscono la cittadinanza risiedendo regolarmente per almeno 10 anni. Sono contrario come Giovanni Sartori (residente straniero negli USA) al fatto che cittadini stranieri, con diritti elettorali pieni altrove, possano votare automaticamente solo in quanto residenti. Per quanto riguarda il voto cosiddetto amministrativo, sono d'accordo a consentirlo entro certi limiti, sulla base di accordi di reciprocita' tra paesi, con regole simili a quelle esistenti nel resto d'Europa.
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Riguardo al voto, per trattare in breve l'argomento, ritengo che il voto vada dato agli immigrati che acquisiscono la cittadinanza risiedendo regolarmente per almeno 10 anni. Sono contrario come Giovanni Sartori (residente straniero negli USA) al fatto che cittadini stranieri, con diritti elettorali pieni altrove, possano votare automaticamente solo in quanto residenti.
Ma se cittadini stranieri hanno diritti elettorali pieni altrove pur risiedendo in Italia, perche' i cittadini italiani residenti altrove non dovrebbero avere diritti elettorali pieni pur risiedendo all'estero?
La mia personale posizione (ovviamente non traducibile in proposte realizzabili nella situazione presente) e' che la cittadinanza e' abbastanza irrilevante, e dovrebbe votare chi paga tasse (il che in genere significa "i residenti", ma anche, in certi casi, investitori non residenti), e con un peso proporzionale alla differenza tra tasse pagate e sussidi ricevuti. Questo in un colpo solo eliminerebbe la crescita continua della spesa pubblica e del carico fiscale, disincentiverebbe l'evasione, e salverebbe la repubblica. Da "No Taxation without Representation" a un piu' matematicamente accurato "Representation = Max(K * (Taxation - Subsidies), 0)" :-)
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La mia personale posizione (ovviamente non traducibile in proposte realizzabili nella situazione presente) e' che la cittadinanza e' abbastanza irrilevante, e dovrebbe votare chi paga tasse (il che in genere significa "i residenti", ma anche, in certi casi, investitori non residenti), e con un peso proporzionale alla differenza tra tasse pagate e sussidi ricevuti.
Sono d'accordo, però oltre a questo io renderei la rappresentazione proporzionale all'investimento in titoli di stato (almeno per i residenti). Questo renderebbe molto difficile ai politici liberarsi del debito pubblico con l'inflazione, come hanno fatto prima o poi in tutte le democrazie durante il ventesimo secolo.
Penso anch'io che una cosa del genere sia improponibile, però si potrebbe cominciare a chiedere, ad esempio, che venga tolto il diritto di voto a chi non paga le tasse sul reddito o sugli immobili. Vinti i pregiudizi iniziali, una proposta del genere verrebbe opposta soprattutto dai più giovani (che già tendono a votare molto meno dei più anziani) e da chi vive di sussidi statali. Anche i pensionati non avrebbero molto da perderci, visto che la maggior parte di loro o ha risparmi da parte su cui paga le tasse o è proprietaria della casa in cui abita. Una volta accettato il principio di "no representation without taxation" si potrebbero poi aggiungere altre proposte in tal senso.
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Beh, in linea di principio sono d'accordo con la tua proposta su representation modulata. Sul matematicamente accurato - nel senso di problema ben posto, cioe' con soluzione che esiste, e' unica ed e' stabile - pero' se ne puo' discutere.
Primo, e' un problema non lineare. Se fissi K e gli altri costanti (e lasciamo perdere chi lo fissa, il dittatore benevolente, il presidentissimo, o gli elettori con FBS incredibilmente funzionante e efficiente alla faccia di Arrow), allora bene. Basta una semplice analisi statica, il problema e' gestibile.
Secondo, Il problema e' che Taxation, Subsidies e K in the real world sono time-dependent. E qui gia' il problema si fa analiticamente e computazionalmente difficile, anche in presenza di una o due costanti su tre. Applicare lo stesso principio a milioni di persone non e' banale.
Certo, ci sono workaround - tipo applicare formule di FK. Ma comunque e' interessante.
Quindi ammetterai che e' un problema di ricerca serio. Kudos for suggesting that. Anyone interested in developing it, timeframe 2008?
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Quindi ammetterai che e' un problema di ricerca serio. Kudos for suggesting that. Anyone interested in developing it, timeframe 2008?
Ma io lo avevo proposto gia' nel lontano 1994 -- e, guarda caso, in un thread a cui partecipava Alberto Lusiani :-) (passa il tempo, eh, Alberto?).
Comunque io non cercherei una formula ottimale: uno dei pregi principali di un buon sistema fiscale e' la semplicita' (Mr. Gordon Brown, are you listening?), e soprattutto non bisogna dimenticarsi quel che Cicerone ricordava a Catone l'Uticense: non siamo nella Repubblica di Platone ma nella Fogna di Romolo. Ogni proposta con opportunita' di complicazione diventerebbe materia di interminabili negoziazioni tra partiti e partitelli al pari delle altre riforme elettorali, e alla fine ne uscirebbe l'ennesimo simil-porcellum.
Quel che Marco De Innocentiis suggerisce, cioe' che venga tolto il diritto di voto a chi non paga le tasse sul reddito o sugli immobili, risolverebbe il problema degli evasori totali ma non quelli che dichiarano di guadagnare due lire. Comunque in effetti misure simili esistevano negli Stati Uniti fino alla ratifica del XXIV Emendamento nel 1964. La cosa fu legata alla dichiarazone di incostituzionalita' delle Poll Tax usate in alcuni stati del Sud a fini discriminatori, ma il testo dell'emendamento fa riferimento a ogni tipo di tassa.
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Comunque io non cercherei una formula ottimale: uno dei pregi principali di un buon sistema fiscale e' la semplicita' (Mr. Gordon Brown, are you listening?), e soprattutto non bisogna dimenticarsi quel che Cicerone ricordava a Catone l'Uticense: non siamo nella Repubblica di Platone ma nella Fogna di Romolo.
La mia unica critica alla tua proposta è che mi sembra dia per scontata la presenza di una tassa sul reddito. Quest'ultima è per sua natura ridistributiva, anche in un regime di flat tax. Io preferirei rendere la rappresentazione proporzionale al finanziamento che si dà allo stato, sia come creditore che come contribuente. Questo porterebbe molto probabilmente all'abolizione delle tasse sul reddito. Si tornerebbe ad una situazione come quella che c'era in Gran Bretagna prima della ri-introduzione dell'income tax nel 1842. Ancora oggi ci sono un piccolo numero di paesi (tra cui la ricchissima Bermuda) che non hanno tasse personali sul reddito.
Quel che Marco De Innocentiis suggerisce, cioe' che venga tolto il diritto di voto a chi non paga le tasse sul reddito o sugli immobili, risolverebbe il problema degli evasori totali ma non quelli che dichiarano di guadagnare due lire.
Sarebbe solo un piccolo passo, ma avrebbe il pregio di togliere il voto a chi vive di sussidi statali e ai giovani che non lavorano, i più facilmente contagiati da idee egalitarie e ridistributive.
Comunque in effetti misure simili esistevano negli Stati Uniti fino alla ratifica del XXIV Emendamento nel 1964. La cosa fu legata alla dichiarazone di incostituzionalita' delle Poll Tax usate in alcuni stati del Sud a fini discriminatori, ma il testo dell'emendamento fa riferimento a ogni tipo di tassa.
In effetti il XXIV emendamento renderebbe la proposta impraticabile negli Stati Uniti.
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Ancora oggi ci sono un piccolo numero di paesi (tra cui la ricchissima Bermuda) che non hanno tasse personali sul reddito.
Gia', ma hanno orrendi dazi (in Bermuda, dal 6.5% al 33.5%) che in paesi di maggiori dimensioni ostacolerebbero il commercio internazionale. E anche in paesi piu' piccoli, non sembrano funzionare molto bene: da quanto ho visto, Anguilla e' comparativamente molto piu' povera e sonnacchiosa della vicina St. Martin, che ha income tax ma e' porto franco (spesso gli Anguillesi prendono il traghetto e vanno a fare la spesa la' :-) ).
Come effetti ridistributivi, non vedo una grossa differenza tra flat rate income tax e imposte indirette: in fondo, chi guadagna di piu' tende anche a consumare di piu'.
Una cosa che avrebbe senso per chi accetta una concezione "Lockiana" dello stato (ente che salvaguardia dei diritti di proprieta' degli individui) sarebbe ricavare una fetta piu' sostanziosa di entrate fiscali dalla proprieta' edilizia, che e' collocata in modo indisputabile sul territorio controllato dallo stato, e ha bisogno di infrastruttura pubblica e protezione da occupazioni, vandalismi etc. Invece i governi paiono molto riluttanti a toccarla, e spesso danno anche sgravi fiscali a chi s'indebita per acquisirla...
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Gia', ma hanno orrendi dazi (in Bermuda, dal 6.5% al 33.5%) che in paesi di maggiori dimensioni ostacolerebbero il commercio internazionale.
Il commercio internazionale di Bermuda (quasi tutto con gli Stati Uniti) fu spazzato via dallo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, dopodiché Bermuda si creò un nuovo ruolo come centro finanziario e turistico. I dazi sono più che altro una tassa sui consumi, e in compenso Bermuda non ha l'imposta sul valore aggiunto.
Come effetti ridistributivi, non vedo una grossa differenza tra flat rate income tax e imposte indirette: in fondo, chi guadagna di piu' tende anche a consumare di piu'.
Se le tasse sono intese come pagamento per i servizi che si ricevono dallo stato allora i ricchi dovrebbero pagare di meno, visto che tendono a fare meno uso di servizi pubblici (ad esempio usando strutture sanitarie private, mandando i figli in scuole private, eccetera). Quindi invece di una "flat tax" secondo me sarebbe più giusto un sistema di tassazione regressiva con una soglia di reddito oltre la quale non si paga più niente. L'unico problema con questo è che i politici potrebbero aumentare la soglia ogni volta che finiscono i soldi. Per questo preferirei altre forme di tassazione, come quella sui consumi, sugli immobili o la "council tax" come c'è in Gran Bretagna. Queste sono tasse che è abbastanza difficile aumentare, anche col suffragio universale.
Una cosa che avrebbe senso per chi accetta una concezione "Lockiana" dello stato (ente che salvaguardia dei diritti di proprieta' degli individui) sarebbe ricavare una fetta piu' sostanziosa di entrate fiscali dalla proprieta' edilizia, che e' collocata in modo indisputabile sul territorio controllato dallo stato, e ha bisogno di infrastruttura pubblica e protezione da occupazioni, vandalismi etc.
Completamente d'accordo.
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Ma se cittadini stranieri hanno diritti elettorali pieni altrove pur risiedendo in Italia, perche' i cittadini italiani residenti altrove non dovrebbero avere diritti elettorali pieni pur risiedendo all'estero?
Per me gli italiani residenti all'estero dovrebbero votare con pieno diritto nella circoscrizione di ultima residenza. Come in altri paesi, il diritto dovrebbe essere cessare dopo un certo numero di anni all'estero, e anche in caso di acquisto di cittadinanza o diritti elettorali pieni in altro paese.
Circa far votare solo in misura al contributo netto dato alla societa' credo che sarebbe stragiusto nell'Italia di oggi, e non potrebbe fare che bene a tutta la societa' inclusi quelli che vivono di sussidi. Non sono pero' sicuro sia corretto e opportuno come principio generale. Personalmente ho sempre apprezzato il suffragio universale come elemento di perequazione tra cittadini "naturalmente" differenti per capacita' personali e soprattutto come eredita' di patrimonio di famiglia e ambiente, e poi per la sua intrinseca e oggettiva semplicita'. Un sistema di voto basato sul contributo alla societa' avrebbe innanzitutto il problema del calcolo oggettivo e poco contestabile del contributo. Per esempio come considerare un handicappato? O un un coniuge che in una famiglia faccia attivita' casalinga? Poi potrebbe produrre una societa' differenziata in caste, senza interesse a migliorare la condizioni di chi non vota.
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Circa far votare solo in misura al contributo netto dato alla societa' credo che sarebbe stragiusto nell'Italia di oggi, e non potrebbe fare che bene a tutta la societa' inclusi quelli che vivono di sussidi. Non sono pero' sicuro sia corretto e opportuno come principio generale. Personalmente ho sempre apprezzato il suffragio universale come elemento di perequazione tra cittadini "naturalmente" differenti per capacita' personali e soprattutto come eredita' di patrimonio di famiglia e ambiente, e poi per la sua intrinseca e oggettiva semplicita'. Un sistema di voto basato sul contributo alla societa' avrebbe innanzitutto il problema del calcolo oggettivo e poco contestabile del contributo. Per esempio come considerare un handicappato? O un un coniuge che in una famiglia faccia attivita' casalinga? Poi potrebbe produrre una societa' differenziata in caste, senza interesse a migliorare la condizioni di chi non vota.
Si', ma a me sembra che qui si stiano mescolando considerazioni che appartengono a due campi diversi: efficienza economica e dovere morale all'assistenza caritatevole.
Cominciamo dal caso semplice: per il coniuge senza retribuzione, la cosa sarebbe facilmente risolta dal cumulo fiscale; cosi' come riceve parte delle risorse finanziarie, potrebbe ricevere parte dell'allocazione di voti. Dato che al momento l'aliquota e' progressiva, cumulare darebbe anche un vantaggio economico.
Su chi non lavora perche' non ne ha la possibilita', io distinguerei due casi: portatori di handicap di vario tipo, e persone semplicemente sottoqualificate.
A mio avviso, la carita' verso chi non ha la capacita' di mantenersi e' meglio gestita dai singoli individui che dallo stato. Del resto, perche', dal punto di vista strettamente morale, dovrei preoccuparmi di piu' di un portatore di handicap cittadino italiano piuttosto che di uno del terzo mondo? Semmai il contrario, dato che il primo ha presumibilmente amici e familiari piu' in grado di aiutarlo che il secondo. Al momento lo stato favorisce nettamente il primo, dato che esso vota mentre il secondo no.
Poi ci sono gli abili e volonterosi, ma di minori capacita' economiche dovute a sfavorevoli condizioni iniziali. Qui secondo me e' interesse di tutti migliorarne le prospettive, e non credo che nessuno (a parte il nostro tremonti-di-NfA che rimpiange la scuola d'elite ;-) ) si opporrebbe a investimenti pubblici in istruzione o sanita', dato che un'underclass ignorante e malaticcia, e pertanto disoccupata, rappresenterebbe anche un pericolo a stabilita' sociale e benessere di tutti. Ma si tratterebbe di investimenti produttivi su cui il ritorno e' abbastanza chiaro, e potrebbero essere gestiti in modo da avvantaggiare realmente i beneficiari intesi e non le burocrazie interposte: ad esempio, vouchers da spendere in scuole e cliniche private e in concorrenza tra loro, sotto la supervisione di regulators pubblici a cui rivolgersi in casi di abusi (collusioni etc.). Al momento, invece, la spesa pubblica privilegia nettamente le burocrazie statali (che tramite le loro organizzazioni di casta hanno un enorme potere di pressione sui governi), anche quando questo significa degradare il servizio reso ai beneficiari.
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Sono contrario come Giovanni Sartori (residente straniero negli USA) al fatto che cittadini stranieri, con diritti elettorali pieni altrove, possano votare automaticamente solo in quanto residenti. Per quanto riguarda il voto cosiddetto amministrativo, sono d'accordo a consentirlo entro certi limiti, sulla base di accordi di reciprocita' tra paesi, con regole simili a quelle esistenti nel resto d'Europa.
Non però a quelle della Gran Bretagna, che concede unilateralmente i pieni diritti politici a tutti i cittadini del Commonwealth e a quelli della Repubblica d'Irlanda (anche ai residenti temporanei).
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I pieni diritti politici sono legati al poter votare nelle politiche (General Elections) e in effetti il Representation of the People Act 2000 include anche i cittadini irlandesi e del commonwealth.
I cittadini irlandesi e del Commonwealth residenti in UK hanno sempre avuto i pieni diritti politici, che includono anche quello di candidarsi in elezioni parlamentari. Un indiano residente a Londra ha gli stessi diritti di voto di un cittadino britannico, anche se è qui con visto di studente. La concessione è unilaterale perché i cittadini britannici in altri paesi del Commonwealth non hanno alcun diritto di voto, salvo poche eccezioni.
Ma i diritti politici parziali per votare alle amministrative (Local government elections) sono estesi unilateralmente, oltre che a quelli di cui sopra, anche ai cittadini dell'Unione Europea che si siano registrati (anche temporaneamente) nelle liste elettorali. Dov'e' la reciprocita', negli altri paesi?
Quella non è una concessione unilaterale, è il risultato di una direttiva UE del 1994.
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Vero. E' una direttiva, non la conoscevo - pur avendo votato due volte alle comunali londinesi, prima come studente erasmus - quindi temporaneo - e poi come residente. Noto pero' che le modalita' di iscrizione alle liste variano moltissimo a seconda della cultura giuridica di appartenenza (e del resto e' lo stato) e della sensibilita' del paese di origine.
A quanto pare c'e' un decreto legilativo del 1998 che prevede la possibilita' di voto attivo e passivo dei cittadini extracomunitari, il 286, articolo 9 comma4.d), quando previsto dall'ordinamento - fonti primarie e statuti regionali e comunali - in armonia con la convezione di strasburgo del 1992. Molti comuni hanno modificato gli statuti, salvo scontrarsi con le circolari restrittive di Pisanu e vari conflitti di attribuzione dei poteri.
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Condivisibile tutto, meno l'affermazione: "i premi di maggioranza regionali sono senza capo né coda". La Costituzione prevede che i senatori siano eletti su base regionale, se si vuole rispettare la sostanza non e' possibile avere premi di maggioranza nazionali. La Costituzione italiana prima della riforma dell'Ulivo conteneva alcune minime prescrizioni vagamente federali, tra cui la competenza regionale della sanita' e appunto le prescrizioni sull'elezione dei senatori. La competenza regionale della sanita' e' stata svuotata di ogni significato facendola amministrare dal governo centrale, per cui l'elezione dei senatori rimane forse l'unico principio costituzionale vagamente federale ancora non stravolto dalla prassi. Personalmente farei di tutto per salvarlo.
Volendo fare una legge proporzionale con premio di maggioranza senza modificare la Costituzione, i premi di maggioranza regionali sono pienamente giustificati. Se fosse stato approvato il referendum costituzionale, sarebbe stato in seguito eliminato il bicameralismo e non ci sarebbe stato bisogno di una maggioranza certa al Senato, per di piu' uguale a quella della Camera.
Per quanto riguarda piu' in generale la legge elettorale, senza modificare la Costituzione e appunto rimuovendo il bicameralismo, e' impossibile fare una legge elettorale che produca maggioranze certe e concordi anche quando l'elettorato e' diviso a meta' come nel 2006. L'unica via d'uscita sensata e' modificare la Costituzione eliminando il bicameralismo perfetto, a quel punto la legge attuale funziona, ed e' difficile far meglio dal punto di vista tecnico di combinare governabilita' e rappresentanza, anche se vanno rimossi i difetti come l'esclusione del voto dei valdostani dal quorum, e personalmente rimuoverei anche le ridicole circoscrizioni estere, consentendo il voto solo agli italiani temporaneamente all'estero, da attribuire alle loro circoscrizioni di appartenenza.
Sottolineo peraltro che considero il proporzionale con premio di maggioranza nazionale alla coalizione un sistema efficace solo da un punto di vista tecnico astratto, ma non mi piace per molti aspetti. Il punto piu' importante e' che a mio parere un sistema maggioritario deve responsabilizzare al massimo chi grazie ad esso vince. Se a vincere e' una persona, come il presidente degli USA, l'effetto di responsabilizzazione esiste: c'e' una persona ben definita, che ha onere e onore del governo su mandato di una maggioranza spesso relativa e non assoluta, qualunque cosa succeda rimane reponsabile delle sue azioni e sara' giudicato di conseguenza. Il premio di maggioranza ad una coalizione di partiti (che in Italia si traduce in un'accozzaglia di partiti) e' quanto di peggio si possa immaginare da questo punto di vista, specie considerando la tradizione storica del trasformismo politico italiano. Secondo me non e' un caso che i paesi di maggiore tradizione democratica come UK, Francia, USA, Svizzera, Olanda, Svezia non abbiano premi di maggioranza a partiti e coalizioni, e solo paesi di incerta esperienza democratica come Italia e Grecia abbiano elaborato questi sistemi.