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Qui è FLG La lunga strada per Lisbona: lo stato della Ricerca in Italia.

di giorgio gilestro, 27 Maggio 2008 permalink stampa
Nelle ultime settimane le due più importanti riviste scientifiche mondiali sono tornate a parlare a più riprese della situazione della Ricerca in Italia: ha iniziato la rivista Science pubblicando a fine marzo una lettera aperta diretta alla Senatrice Montalcini firmata da 776 "precari della ricerca" che lamentavano l'assenza di prospettive di lavoro sicuro a fronte di impegni sottopagati o misconosciuti. Ha insistito poi Nature, poche settimane fa, con una lettera inviata da Bertini, Garattini e Rappuoli in cui veniva lanciato l'ennesimo appello ad aumentare i fondi statali destinati alla ricerca a cui è da poco seguita una replica del Senatore Ignazio Marino (il quale sostanzialmente sostiene che non di soli soldi vive la ricerca e che una riforma più meritocratica è anche necessaria). Di nuovo il 16 maggio Science è tornata a parlare di ricerca in Italia con un editoriale intitolato “A Plea for Transparent Funding” in cui si denuncia l'assoluta mancanza di trasparenza nella distribuzione di fondi nei più svariati campi di ricerca, passando dalle cellule staminali fino all'economia (su questo si veda anche, in italiano, 1, 2, 3 e 4). Insomma, nel giro di poco tempo sono tornati alla ribalta internazionale i tre famigerati punti deboli della ricerca nel belpaese: finanziamenti insufficienti, assenza di prospettive di carriera, nepotismi e favoreggiamenti nella distribuzione delle risorse. In questo articolo provo ad affrontare i tre punti con maggior dettaglio andando a vedere cosa c'è di vero dietro ognuno di essi, cosa andrebbe cambiato e come i tre sono interconnessi.
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I finanziamenti alla Ricerca in Italia.

Non c'è dubbio alcuno che l'Italia stanzi per la ricerca molti meno fondi di quanto non dovrebbe. Gli ultimi dati EUROSTAT risalgono al 2005/6 e sono presentati in figura 1. L'Italia dedica ogni anno poco più dell'1% del proprio PIL in ricerca, circa la metà della media europea (EU-15: 1.91%; EU-27: 1.86%). Tra le EU-15 solo Portogallo e Grecia investono meno di noi, con una crescita annua però maggiore della nostra (Figura 2). L'Italia ha incrementato il proprio budget in ricerca del 10% in 10 anni. La Turchia (prima della classe di questa categoria e la cui percentuale di laureati nella forza lavoro ha recentemente raggiunto la italiana), del 75%. Spagna e Portogallo sono oltre il 40%. Questi dati di crescita diventano particolarmente interessanti letti nell'ottica degli accordi presi a Lisbona che auspicano che nel 2010 la media dei paesi europei si attesti ai livelli nordamericani, passando dal 1.9% al 3%. Per dare l'idea dello sforzo che è stato fatto in Italia dal 2000, data di firma del protocollo, ad ora: se dovessimo mantenere questi ritmi di crescita raggiungeremmo l'obiettivo Lisbona nella seconda metà del secolo prossimo (2163). La Spagna d'altro canto, che pure nel 1996 spendeva meno di noi, lo raggiungerebbe fra circa 12 anni. Ovviamente questo non può essere un pronostico di ciò che accadrà ma rende l'idea della serietà con cui il protocollo di Lisbona sia stato recepito dai nostri governanti. Un fatto che va sottolineato è che le cifre finora discusse si riferiscono agli investimenti in R&S nel complesso, cioé andando ben oltre i meri finanziamenti accademici. Sono quindi soldi che lo Stato fa uscire non solo dal MIUR ma anche in parte dal Ministero per le Attività Produttive (ed altri). Di nuovo, per dare un'idea delle priorità, sarà interessante sapere che proprio da questi due ministeri venivano i 90 milioni regalati ai camionisti e i 300 regalati ad Alitalia.

Come al solito, però, certe zone d'Italia sembrano far bene nonostante lo Stato. È il caso della Lombardia che secondo le ultime rivelazioni comunitarie è la regione Europea (e EFTA) con più alta densità di lavoratori specializzati nelle medie e alte tecnologie. Attenzione però che alta tecnologia non significa necessariamente ricerca e anzi senza innovazione ciò che è ad alta tecnologia oggi è già destinato a diventare obsoleto.

 

Figura 1. Spesa dei maggiori paesi in Ricerca nel 2006 (% del PIL)

Figura 1. Spesa dei maggiori paesi mondiali e tutti quelli Europei in ricerca nel 2006/5. Valori espressi in % del PIL. Fonte EUROSTAT. Sigle dei paesi come da convenzione.

 

Figura 2. Crescita relativa dei paesi europei che nel 1996 investivano meno dell' 1% del PIL in ricerca. Elaborazione dati EUROSTAT.

 

Esiste un ampio consenso sul fatto che un aumento dei finanziamenti nella ricerca non potrebbe che far bene al sistema paese; esistono voci discordanti sul modo in cui distribuire i finanziamenti ma sembra che ci sia unanimità almeno sulla prospettiva che i soldi debbano essere usati innanzitutto per aumentare l'impiego di professionisti della ricerca, avvicinando il numero degli stessi per milione di abitanti agli standard degli altri paesi (al momento siamo grosso modo al 50% della media europea).

In realtà è importante sottolineare che esiste una quota molto consistente di giovani impegnati nell'attività di ricerca che semplicemente al momento non viene retribuita – quando si dice lavorare per la gloria! Circa il 40% dei dottorandi è senza borsa, ad esempio, e poi c'è un numero imprecisato di cosiddetti cultori della materia, solitamente neolaureati in fila per un concorso da dottorando. Ora, il dottorato senza borsa è un potente strumento per promuovere intrecci tra la ricerca accademica e i privati, siano essi associazioni filantropiche o piccole e grandi aziende interessate ad instaurare collaborazioni con l'università. In Italia però purtroppo il numero di senza borsa è spropositamente grande rispetto alla quota di partecipazioni private e il risultato finale è semplicemente stravolto: miglialia di giovani che in alcuni casi aspettano anche 3 o 4 anni senza vedere il becco di un quattrino o che vengono pagati coi contratti più disparati che vanno dal COCOCO fatto di 11 mesi di salario più 1 mese di licenziamento fittizio (di modo da venire riassunti al 13esimo mese con lo stesso contratto) alla paga a cottimo (ho amici che prendono un tot a lavoro scientifico scritto, dove ovviamente - sono ironico - il tot varia con l'importanza della rivista). In breve è considerato normale il fatto che si lavori principalmente per il prestigio (!) e se i soldi arrivano tanto di guadagnato, filosofia questa inesistente negli altri paesi. Ho già scritto altrove che costoro devono avere la priorità, dove priorità – attenzione! - non significa meritare il famigerato posto fisso (su cui tornerò più avanti) ma almeno essere pagati per il lavoro svolto e non sfruttati per la loro passione (qualche cinico potrebbe sostenere che costoro pagano così la loro scelta di stare vicino a mamma' ma per solidarietà non lo dirò io, anche perché è un discorso semplificatore che ci porta un po' troppo lontano).

Infine, un appunto importante. Sebbene sia palese che all'Italia non potrebbe che giovare un aumento nei finanziamenti, è interessante considerare come altri fattori, anche meno ovvi, potrebbero comportare miglioramenti anche più incisivi. Prendiamo ad esempio la conoscenza della lingua inglese. Qualcuno stima che “se la Francia riuscisse ad aumentare la proficienza nella lingua inglese del 10%, raggiungendo così i livelli dell'Olanda, la produttività scientifica francese aumenterebbe sul lungo termine del 25%”.

Prospettive di carriera.

Mi preme iniziare questo paragrafo chiarendo che il problema delle prospettive di carriera nella Scienza non è un problema solo italiano. È un problema tutto sommato universale che però in Italia tocca sfumature particolari nei numeri e nelle aspettative. Iniziamo da un dato di fatto: il mercato del lavoro nella ricerca è soltanto un altro esempio di mercato del lavoro e dovrebbe obbedire alle stesse leggi. Esiste un mito per cui la ricerca, non avendo la stessa produttività degli altri settori, sarebbe soggetta a regole distinte. In realtà qualsiasi tipo di ricerca è produttiva, sia quella applicata sia quella di base e tutto sta nel misurare questa produttività con il giusto metro: che siano i profitti generati da un nuovo farmaco per una ditta o il numero e la qualità di pubblicazioni prodotte ogni anno per una università. Detto questo, vediamo come le regole del mercato del lavoro si applicano alla ricerca.

Per fortuna sono tanti i giovani che sognano di fare lo scienziato. Di fatto sono talmente tanti da essere molti di più dei posti di lavoro disponibili, negli USA come in Italia. Secondo i dati del MIUR in Italia nel 2007 il numero di accademici in tenure track (ricercatori, associati e ordinari) è pari a poco più di 60000 unità. Il numero di studenti di dottorato si aggira intorno alle 40000 unità (fonti ADI), a cui va aggiunto un numero di poco inferiore di borsisti e assegnisti. Il rapporto tra pre-tenures e tenures quindi è stimato essere intorno a 1.0, assolutamente comparabile (al limite inferiore) a quello degli USA. Perché quindi negli USA non esiste una domanda di posto fisso così insistente? La risposta è da cercarsi soprattutto nella flessibilità e nella mobilità che è a livelli nemmeno lontanamente comparabili. Intanto gli Stati Uniti (e la Svizzera e la Germania) hanno un substrato di ricerca privata che poco ha da invidiare quella pubblica per diffusione e successo. Vuol dire che in un qualsiasi momento chi fa ricerca ha pur sempre la scelta di buttarsi nel campo privato, facendo ciò che più ama in maniera sostanzialmente simile ma guadagnando, tra l'altro, molto di più. Negli USA il salario di un PhD al primo anno di esperienza è nel privato circa 2 o 3 volte superiore a quello che pagano le università (con variazioni che dipendono dalla disciplina – gli economisti sono tra i più ricchi, i biologi tra i più porelli). In Italia questo sbocco praticamente non esiste essendo pochissime le ditte private che fanno ricerca. Questo ovviamente crea una strozzatura sia negli sbocchi di carriera, sia nei salari. Oltre alla mancanza di prospettive alternative all'accademia, anche all'interno del mondo universitario la mobilità in Italia è una barzelletta. Si prenda in esame un dato significativo, quello che in gergo si chiama inbreeding e cioé la mobilità di chi fa ricerca all'interno dello stesso paese. Secondo stime del 2001 in Italia circa 80 professori su 100 occupano una cattedra nello stesso ateneo in cui hanno iniziato la propria carriera (Figura 3).

Figura 3. Livello di inbreeding (misura inversa di mobilità) all'interno di 55 atenei europei. Dati da: “Scientific Research and inbreeding at European Universities”. Il numero in cima indica le dimensioni del campione.

 

In Inghilterra il rapporto è 5 a 100; in Germania addiritura 1 a 100. Con tutta onestà, sento di sbilanciarmi e sostenere che le stime italiane sono probabilmente addiritura al ribasso e scommetterei che il trend non sia certo cambiato dal 2001 ad adesso. Non stupirà sapere che maggiore è il livello di inbreeding, minore il livello di produttività scientifica e viceversa. Ovviamente non è un caso che Germania, UK e USA abbiano livelli di mobilità così alta ma è il risultato di una strategia attiva e mirata il cui scopo è proprio quello di ottenere il minor livello possibile di inbreeding. Ci sono infatti regole che disincentivano la permanenza e incentivano la mobilità. Ad esempio nell'assegnazione di quasi tutte le borse di finanziamento (fellowships) il candidato che vuole cambiare nazione di residenza e oggetto di studio parte avvantaggiato e chi invece chiede soldi per rimanere all'interno dello stesso laboratorio o ateneo spesso non è nemmeno preso in considerazione, a priori. Questi sistemi andrebbero adottati anche in Italia sia dallo Stato che dai finanziatori privati (iniziando dai grandi enti come AIRC, Telethon, etc). Rimescolare tutte le carte in gioco è il modo più semplice e più efficace per ridurre i trucchetti al mazzo. Come conseguenza ovvia di tale comportamento il merito passerebbe in primo piano come criterio di valutazione e ovviamente la competitività aumenterebbe. Se c'è una cosa che i giovani precari devono chiedere con insistenza è proprio questa: facile da attuare e sicuramente efficace. Il punto è: sono tutti disposti a mettersi in ballo con queste nuove regole? Inoltre, mobilitare il mercato dal basso avrebbe l'ovvia conseguenza di scuotere anche le gerarchie nella parte alta della piramide. Una grandissima parte di ricercatori, professori associati e ordinari semplicemente non merita la posizione che possiede e dovrebbe essere giudicata a periodi regolari e eventualmente sbattuta fuori, lasciando così il posto a chi ha più chance di meritarlo.

Distribuzione dei finanziamenti.

Qui sarò breve. Semplicemente non vedo come una riforma sulla distribuzione dei finanziamenti possa prescindere dai provvedimenti di cui abbiamo parlato nella sezione precedente. A ben vedere, infatti, stiamo parlando della stessa cosa. Finanziamento non vuol dire solo “soldi per la ricerca” ma anche “salario a fine mese”. Chi non produce dovrebbe lasciare il posto a chi produce, semplicemente. Probabilmente sarebbe anche sensato riformare la carriera universitaria prevedendo l'esistenza di due figure professionali: chi fa ricerca e chi insegna; fare entrambi allo stesso tempo in alcuni casi potrebbe addiritura essere scoraggiato per aumentare la produttività in uno o nell'altro campo (dipende dal campo in cui si lavora).

Su un fatto però voglio soffermarmi e cioé che, al di là del merito individuale che dovremmo prendere per punto davvero imprenscindibile, la distribuzione dei finanziamenti deve seguire una strategia nazionale di sviluppo. Gli USA, ad esempio, dedicano al momento circa un mezzo di tutte le risorse scientifiche alle Scienze biomediche. Lo fanno da anni come scelta strategica (così come fu scelta strategica quelle di andare sulla luna) perché è un campo in cui vanno forte e in cui gli investimenti creano ritorno a vari livelli. Fino a che punto l'Italia dovrebbe mettersi a competere con gli USA in questo campo in questo momento? Nel 2003 è stato creato in Italia the Italian Institute of Technology o IIT. Il budget per l'istituto, che si occupa soprattutto di robotica e intelligenza artificiale, era di 100 milioni all'anno per 10 anni, una cifra enorme se confrontata a quanto speso per la ricerca nel complesso. Lo stato delle cose al 2005 era accennato in questo articolo de lavoce.info e non sembrava rassicurante. Un'idea di come le vadano le cose al momento me la sono fatta ma non essendo un esperto di robotica preferisco astenermi dall'esporla. Magari lo farà qualcuno più qualificato nei commenti.

Quale sarebbe un scelta sensata per gli investimenti della ricerca in Italia? In questa sede sosterrò (un po' provocatoriamente) che molto più peso dovrebbe essere dato, in proporzione, alle scienze che più hanno probabilità di creare un ritorno sul territorio. In Italia queste sono le scienze povere: la Storia, l'Archeologia, la Letteratura etc. A prima vista potrebbe apparire come una scelta anacronistica ma vista la situazione del paese credo proprio che non lo sia (e lo dico senza conflitto di interessi, credetemi). Intanto perché sono campi in cui si riuscirebbe ad ottenere incrementi sul piano scientifico notevoli a fronte di investimenti modesti semplicemente perché costano incredibilmente di meno. Secondo, postulo che tutto ciò che pone l'accento sul patrimonio artistico e storico del paese aumenta le possibilità che questo patrimonio venga sfruttato in un modo o nell'altro.

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31 commenti
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Rss dei commenti

  di AlexCT, 27 Maggio 2008, 18:02 permalink rss

Per chi non ha accesso a Nature, si trova anche qui .

La risposta di Marino invece la trovate qui .

E per gli sfigati che non hanno neppure l'abbonamento a Science, ecco l'articolo A Plea for Transparent Funding (MS word format)

e la lettera aperta alla signora Levi-Montalcini la trovate qui  

 

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  di chemist, 27 Maggio 2008, 21:27 permalink rss

Analisi chiara e condivisibile, a mio parere. Spesso mi sono chiesto quali possano essere le cause della disgraziata situazione di questo paese, sia per quanto riguarda la ricerca accademica che lo sviluppo di attività industriali ad elevato contenuto tecnologico. Penso alla fine dell'Olivetti, di Montedison, di Pirelli Cables & Systems...

Non vorrei spargere inutile pessimismo, ma temo che la cultura italiana sia semplicemente inadatta. Troppo umanistica, troppo cattolica, troppo nepotistica, troppo cinicamente scettica riguardo ad ogni progetto ambizioso.

Non so che prospettive possano avere cattedrali nel deserto come l'IIT, temo poche (a dispetto del fatto che io abbia una buona opinione del dinamismo personale del suo direttore).

Investire nei beni culturali, nel turismo, nella gastronomia... si, forse qui potremmo fare un po' meno peggio.

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  di marco esposito, 27 Maggio 2008, 22:25 permalink rss
Io posso solo parlare di quello che conosco. Un mio amico è entrato come ricercatore all'Università di Napoli, cattedra di Ingegneria applicata, mi chiama e mi chiede di far parte con la mia azienda di un gruppo di ricerca sulle protesi acustiche, loro hanno un'idea che sembra brillante ed hanno bisogno del supporto di un'azienda per realizzare prototipi, ingegnerizzazione del prodotto da un punto di vista commerciale, know-how sulle materie plastiche. Aggiunge: non abbiamo un centesimo, però se va bene la cosa la sfruttiamo insieme (università e la mia azienda), rispondo di sì, che mi va benissimo e sarà anche un divertimento, così proviamo dei nuovi materiali che volevo comunque provare in azienda. Da allora siamo fermi. Perchè ? Perchè l'Università non sa cosa farsene dello sfruttamento commerciale di un'idea, tutt'al più cederebbero il brevetto, ma prima dobbiamo fare un progetto, presentarlo al capo istituto, poi vedere chi coinvolgere, e soprattutto chi dovrà firmare la relazione finale (che fa punteggio per le cattedre). Se questo è il modo di fare ricerca siamo fregati, le carte vincono sull'idea, e non ci sono soldi che tengano.
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  di Giuseppe Lipari, 27 Maggio 2008, 23:26 permalink rss

Sono sostanzialmente d'accordo con molte delle tesi riportate nel post. In particolare, lavorando nel campo della ricerca in Ingegneria Informatica, mi sento di dire che un problema fondamentale del nostro paese è la sostanziale povertà del panorama della ricerca privata. Per fare ricerca a livello industriale bisogna essere "grandi" per essere in grado di investire in maniera sostanziale. La struttura industriale italiana, ancora composta sostanzialmente da piccole e medie aziende, non è in grado di spendere cifre sostanziali nella ricerca. Non a caso, alcuni settori di punta nella ricerca industriale sono Finmeccanica e Fiat. Le piccole azienda concentrano tutte le loro risorse per competere in un mercato globale, e non hanno tempo ne soldi per "progettare" ricerca di medio-lungo termine. Molti di quelli con cui parlo si limitano a seguire (male) dei tesisti, oppure arrivano con pretese incredibili (ad esempio, vorrebbero che sviluppassimo gratis o quasi un prodotto per loro). 

A questo si aggiunga la quasi totale assenza di "venture capital" in italia che finanzi spin off ad alto contenuto tecnologico. Senza soldi (o con pochi soldi) non si va da nessuna parte. 

Nella nostra istituzione, cerchiamo di convincere i nostri dottorati che non devono aspettarsi come unico sbocco la carriera accademica. Molti di essi riescono a trovare un lavoro mediamente soddisfacente dopo pochi mesi dalla fine del dottorato. I miei ex-studenti sono tutti riusciti a spuntare una valutazione del proprio periodo di dottorato (3 anni) come 2 anni di esperienza in azienda, ottenendo quindi contratti sostanzialmente migliori dei neo-laureati. I 3 anni di dottorato non sono stati buttati: c'è la possibilità di fare cose "divertenti", di andare all'estero, di imparare meglio l'inglese, anche di imparare un lavoro. Tutti i miei studenti collaborano in qualche modo a un progetto Europeo, dove devono preparare report in inglese, presentare, sviluppare tecnologia. Quindi, sono molto ricercati dalle aziende. Naturalmente, non ottengono lavori "di ricerca". Se va bene, saranno dirigenti di primo livello. 

Sulla collaborazione industria-università: tante università si sono attrezzate benissimo sul problema "brevetti" (due per tutte, i 2 politecnici di Milano e Torino, ma anche la Scuola Sant'Anna e l'Università di Pisa, per quelli che conosco io). Molti ricercatori fanno delle spin-off, alcune di esse di successo: solo da noi alla Scuola Sant'Anna ne abbiamo fatte 20 in poco più di 15 anni. Vedrete che si attrezzaranno presto anche a Napoli (come al solito, in Italia ci vuole tempo, tanto tempo, troppo tempo...).

Non sono  d'accordo con la proposta di separazione "forzata" tra ricerca e docenza. Sarebbe come creare cento, mille CNR in giro per l'Italia, senza la massa critica del CNR. Naturalmente, potrebbero essere create delle figure "ad-hoc" che siano solo di ricerca, e delle figure di "professori a contratto", magari provenienti dall'industria (ex-studenti che sarebbero felici di tornare per un po in ambito accademico). Non tutti i ricercatori sono bravi docenti, e non tutti i bravi docenti sono anche bravi ricercatori. Ha funzionato benissimo in qualche caso l'inbreeding aziend-università: laboratori aziendali all'interno di università, con ricercatori co-finanziati. Ma il "core" deve essere di "professori" ovvero di insegnanti-ricercatori, come succede un po in tutto il mondo, compresi i tanto osannati USA. 

Infine, su cosa puntare? ognuno dice la sua. Certamente la proposta di buttarsi sui beni culturali è "appealing". Ma non possiamo restare indietro sui campi della tecnologia di punta, o ci trasformeremo davvero soltanto in un grande "parco giochi" per i turisti stranieri (era il piano di un certo Adolf).  Non dico che bisogna investire tutto in tecnologia e niente in lettere, ma non dimentichiamoci della techologia (l'abbiamo fatto per troppi anni). Abbiamo delle ottime competenze sulla meccanica, *avevamo* delle ottime competenze di elettronica e informatica, non buttiamo tutto nel cestino ancora una volta.

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  di marcello urbani, 28 Maggio 2008, 08:36 permalink rss

Quanto al "venture capital", da noi non mancano solo gli operatori, ma anche la cultura.

Mi son laureato una decina di anni fa al Politecnico di Milano senza averne mai sentito parlare, e la quasi totalità dei miei compagni di corso per fare un business plan dovrebbe cominciare da qui.

Pochi anni dopo son capitato in visita a Stanford e non di parlava d'altro.

Non mi illudo che per trasformare il milanese in silicon valley basti un po' di evangelizzazione, ma il fatto di non pensare minimamente in termini di business fin dopo la laurea (e parlo di ingegneria a Milano!) resta un' handicap.

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  di andrea moro, 28 Maggio 2008, 13:17 permalink rss
Non sono  d'accordo con la proposta di separazione "forzata" tra ricerca e docenza. Sarebbe come creare cento, mille CNR in giro per l'Italia, senza la massa critica del CNR. Naturalmente, potrebbero essere create delle figure "ad-hoc" che siano solo di ricerca
Non sono nemmeno io d'accordo: il valore marginale dell'ultima ora spesa a fare ricerca è per molti ricercatori inferiore al valore di un'ora di insegnamento. Ma in ogni caso, e anche se fosse vero il contrario la soluzione non è creare figure ad hoc,  è quella di permettere la contrattazione individuale dell'orario di insegnamento, come si fa comunemente qui. Purtroppo, in un ambiente in cui i salari sono tutti uguali e rigidamente definiti dall'anzianità sembra una bestemmia.
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  di giorgio gilestro, 28 Maggio 2008, 15:04 permalink rss

Partiamo da un presupposto e cioe' che insegnare e fare ricerca sono entrambe due occupazioni che da sole valgono la definizione comune di "lavoro a tempo pieno". Credo che sia ovvio che il tempo che viene dedicato alla prima di fatto non possa che essere tolto alla seconda e viceversa. Il risultato netto e' che si finisce per non far bene ne' una cosa ne' l'altra, come spesso accade in queste circostanze. E' anche vero che esistono ricercartori a cui piacerebbe insegnare: o perche' e' comodo per reclutare studenti, o perche', se giovani, forza ad aprire un po' gli orizzonti e a non focalizzarsi su un unico problema o semplicemente perche' piace cambiare un po' attivita'. In realta' tutti e tre questi vantaggi non mancano negli istituti dove si fa SOLO ricerca (e sono tanti): si organizzano seminari di colleghi dei campi piu' disparati, si organizzano brevi corsi ad hoc per studenti particolarmente interessati, etc.

Dal punto di vista del sistema l'unico svantaggio che ci vedo e' che si rischia che si insegnino all'universita' solo concetti vecchi: la mia obiezione e' "piu' vecchi ancora di ora? Dubito". Un buon compromesso secondo me sarebbe avere per ogni corso due o tre o 4  o 5  "invited lecturers". Gente che va a parlare degli studenti del proprio lavoro: ci guadagna il titolare del corso che si puo' specializzare sul core della materia; ci guadagnano gli studenti e ci guadagna lo speaker occasionale che si ritrova tutti i vantaggi senza il fardello di doversi prepare le lezioni per l'intero semestre.

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  di andrea moro, 28 Maggio 2008, 16:14 permalink rss

Capire quanta complementarietà vi sia fra insegnamento universitario e ricerca è un problema empirico di difficile soluzione. Soluzione che -azzardo- dipende non solo da disciplina a disciplina, ma anche da ricercatore a ricercatore. Non è un caso che nelle università americane che ho frequentato, i chimici insegnino meno degli economisti, che in media insegnano meno dei germanisti. Fra gli economisti, conosco chi insegna un corso l'anno, e chi ne insegna cinque. 

Per questo propongo di lasciar fare al mercato: l'ottimo si raggiunge lasciando libertà a docenti/ricercatori e rispettive istituzioni di contrattare (individualmente) quanto devono insegnare, piuttosto che ingabbiare le loro mansioni usando schemi predefiniti. Se per il ricercatore fare 10 ore di insegnamento l'anno implica vanificare l'esito di 900 ore di ricerca, né lui né l'università sceglieranno un contratto con 10 ore di insegnamento. Se invece la funzione di produzione è più smooth, stai certo che il contratto implicherà di svolgere un po' di insegnamento e un po' di ricerca. L'evidenza empirica delle soluzioni contrattuali nei paesi dove questo tipo di contrattazione è possibile mi fa supporre che per la maggior parte dei docenti e ricercatori universitari sia questo il caso. 

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  di Giuseppe Lipari, 04 Giugno 2008, 00:40 permalink rss

In realtà, concordo con voi. Quando parlavo di figure ad-hoc volevo significare la necessità di rimuovere gli ostacoli a che uno si occupi solo di ricerca. Lasciare fare al mercato e alla contrattazione individuale è la cosa migliore. Sicuramente c'è gente che insegna volentieri, e gli riesce bene, e gente che invece farebbe meglio a dedicarsi esclusivamente alla ricerca.

Personalmente, trovo utile insegnare perché insegnando elaboro meglio io stesso certi concetti, e "sistematizzo" il mio sapere. Perché insegnare mi forza a chiarirmi le idee. Se non insegnassi, sarei parecchio più ignorante di quello che sono. Fare seminari non è lo stesso: un seminario dura qualche ora, un corso di 40 ore è molto più impegnativo. 

 

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  di alberto lusiani, 28 Maggio 2008, 01:19 permalink rss

Grazie per l'articolo su un tema importantissimo. Aggiungo qualche modesto appunto ormai vecchio di alcuni anni ma che contiene alcuni dati che a mio parere vanno sottolineati:

  • la strategia di Lisbona ad oggi prevede che la UE arrivi ad impiegare il 3% del suo PIL in ricerca e piu' precisamente 1% del PIL in ricerca dallo Stato e 2% dai privati (vedi sotto)
  • il ritardo dell'Italia e' soprattutto nella ricerca privata

In questo documento sulla strategia di Lisbona per la ricerca si legge:

Two years later at the Barcelona European Council, which reviewed progress towards the Lisbon goal, they agreed that research and technological development (R&D) investment in the EU must be increased with the aim of approaching 3 % of GDP by 2010, up from 1.9 % in 2000. They also called for an increase of the level of business funding, which should rise from its current level of 56 % to two-thirds of total R&D investment, a proportion already achieved in the US and in some European countries. This twin objective is ambitious but realistic: today, several European countries are close to or beyond these levels.

Questa e' la situazione della ricerca alcuni anni fa, probabilmente il 2003 o 2004:

paese laureati* sp. statale** sp. privata** brev. hi-tech*** brev.***
USA 10.2 0.86 1.90 48.4 154.5
Giappone 13.0 0.80 2.32 40.4 166.7
Germania 8.1 0.77 1.73 45.5 301.0
Spagna 12.2 0.47 0.56 3.5 25.5
Francia 20.2 0.83 1.36 31.8 147.2
UK 19.5 0.61 1.26 32.0 128.7
Italia 6.1 0.55 0.55 7.1 74.7
UE_15 12.5 0.69 1.30 30.9 158.5

* laureati in materie scientifiche in perc. della pop. da 20 a 29 anni
** in percentuale del PIL
*** domande all'EPO per milione di abitanti

Lo Stato dovrebbe quasi raddoppiare gli investimenti e le imprese private dovrebbero quadruplicarli per arrivare agli obiettivi di Lisbona.

Perche' le imprese private investano in ricerca e' necessario che vi sia una legislazione che tuteli in maniera competente l'uso commerciale dei brevetti, e un sistema giudiziario efficiente e preparato. L'Italia e' all'eta' della pietra su tutti e tre i punti. Questi tre punti dovrebbero ricevere il massimo dell'attenzione: l'Italia non sara' mai al livello degli altri paesi europei senza leggi semplici e ben scritte e senza un sistema giudiziario funzionante.

Per quanto riguarda lo Stato, siamo all'eta' della pietra su trasparenza, misura dei risultati, e competizione onesta, ma questo e' stato gia' illustrato anche nell'intervento iniziale.

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  di alberto lusiani, 28 Maggio 2008, 01:28 permalink rss
Quale sarebbe un scelta sensata per gli investimenti della ricerca in Italia? In questa sede sosterrò (un po' provocatoriamente) che molto più peso dovrebbe essere dato, in proporzione, alle scienze che più hanno probabilità di creare un ritorno sul territorio. In Italia queste sono le scienze povere: la Storia, l'Archeologia, la Letteratura etc.
Questo secondo me andrebbe nella direzione sbagliate di accentuare la predilezione eccessiva per le materie umanistiche che differenzia l'Italia dai paesi europei.  L'Italia in rapporto alla popolazione ha meno laureati in discipline scientifiche (ricordo qualcosa come la meta' rispetto alla Francia), e un drammatico ritardo nei brevetti e nell'innovazione dell'alta tecnologia. Non conosco i dati ma scommetterei che rispetto a Francia Germania e UK abbiamo in cambio troppi laureati in Giurisprudenza e materie umanistiche. Considerati i risultati fallimentari dello sviluppo economico dell'Italia rispetto al resto della UE, credo che l'Italia farebbe bene a ridurre le differenze con gli altri paesi e a incentivare scienze e tecnologia rispetto alle discipline umanistiche.
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  di enzo michelangeli, 28 Maggio 2008, 02:08 permalink rss

Questo secondo me andrebbe nella direzione sbagliate di accentuare la predilezione eccessiva per le materie umanistiche che differenzia l'Italia dai paesi europei.

E' vero che andrebbe in questa direzione, ma perche' "sbagliata"? Sfrutterebbe uno dei pochi vantaggi comparati del Belpaese, quindi potrebbe rivelarsi un'ottima strategia. E dato che oggi muoversi in Europa e' particolarmente semplice, incoraggerebbe i bamboccioni (TM TPS) di inclinazioni tecnico-scientifiche a impararsi una lingua e andare a studiare in paesi con universita' migliori e maggiori opportunita' occupazionali: gia' adesso, gli studenti stranieri che vengono in Italia lo fanno in larghissima maggioranza per frequentare facolta' umanistiche. 

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  di alberto lusiani, 28 Maggio 2008, 18:36 permalink rss
E' vero che andrebbe in questa direzione, ma perche' "sbagliata"? Sfrutterebbe uno dei pochi vantaggi comparati del Belpaese, quindi potrebbe rivelarsi un'ottima strategia. E dato che oggi muoversi in Europa e' particolarmente semplice, incoraggerebbe i bamboccioni (TM TPS) di inclinazioni tecnico-scientifiche a impararsi una lingua e andare a studiare in paesi con universita' migliori e maggiori opportunita' occupazionali: gia' adesso, gli studenti stranieri che vengono in Italia lo fanno in larghissima maggioranza per frequentare facolta' umanistiche.
Mi piacerebbe conoscere i dati numerici di studenti e docenti stranieri per facolta', effettivamente sarebbe un parametro di cui tener conto. Temo che per la natura stessa delle discipline tuttavia saranno proprio le discipline tecnico- scientifiche ad essere quelle piu' internazionalizzate, senza bisogno di altre spinte.
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  di marcello urbani, 28 Maggio 2008, 20:17 permalink rss
Io invece scommetterei che la più internazionalizzata sta a metà:Architettura.
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  di giorgio gilestro, 28 Maggio 2008, 15:50 permalink rss

Dunque, partiamo dalla ricerca. Penso che non sia difficile dimostrare due presupposti:

1. La ricerca nelle scienze umanistiche costa MOLTO  meno che nelle scienze applicate. Non ho molti numeri sotto mano pero' una stima a naso si puo' fare. Gli USA dedicano a quelle che loro chiamano humanities circa 150 milioni l'anno. All' NIH vanno circa 30 miliardi l'anno. Considerando anche i finanziamenti privati e il numero di persone coinvolte (diciamo un rapporto 5 a 1?) posso stimare che un ricercatore in storia costa nel complesso 1/50 di un ricercatore in genetica. Accetterei anche 1/100 come stima.

2. L'italia ha un vantaggio comparato innegabile che deriva dal patrimonio culturale e storico.

Ne deduco che sarebbe ragionevole dare un peso *relativo* piu' alto alle scienze umanistiche. Triplicare i fondi alle scienze umanistiche darebbe secondo me un ritorno piu' probabile che non se venissero triplicati alla ricerca biomedica, a fronte di una spesa minima.

Ora tu dici: si ma, al di la' della ricerca, aumenterebbe il numero di laureati nelle scienze umanistiche e poi che ce ne facciamo? Intanto ribatto che l'Italia ha bisogno di laureati, quali che siano. I dati che hai mostrato tu dicono che abbiamo la meta' di laureati in materie scientifiche ma va anche sottolineato che abbiamo la meta' dei laureati tout-court quindi possiamo pensare che la proporzione interna sia comparabile a quella degli altri paesi e cio', considarata la nostra storia, e' secondo me un errore.

Inoltre, e' sbagliata l'equazione che umanistiche = totale - scientifiche. Per come le intendo io le umanistiche sono circa il 10% del totale; di nuovo, secondo me e' poco per l'italia e potrebbe facilmente diventare un venti (anche se avessimo meno avvocati e scienziati della comunicazione in giro non piangerei).

Ad ogni modo, tutto questo discorso sui laureati cade se non partiamo dal presupposto che piu' ancora di tanti laureati abbiamo bisogno di BRAVI laureati. Si veda quest'illuminante articolo del lavoce a riguardo. Ma qui e' tutt'altra solfa.

Una cosa che mi e' stata detta una volta da uno scienziato australiano che lavora in europa: assumere gli italiani come studenti di dottorato sulla carta e' sempre molto difficile per noi: hanno tutti il massimo dei voti, tutti referenze poco note, tutti lettere di referenze faraoniche. A meno che non abbiano gia' pubblicazioni l'esperienza mi ha insegnato che il modo migliore per assumere italiani e prendere quelli che NON hanno il massimo nella media delle materie ma uno o due punti meno. Gli altri saranno molto bravi a studiare ma non a lavorare".

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  di alessandro figà talamanca, 28 Maggio 2008, 12:12 permalink rss
Sul reclutamento dei ricercatori mi sembra interessante la lettera scritta da un gruppo di fisici al ministro nel 2007

http://www.marcocirelli.net/lettera_ministero.pdf

 

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  di luigi pisano, 28 Maggio 2008, 12:56 permalink rss

Una delle prime volte che, in un documento di questo tipo, vedo scritto chiaro e tondo:

Il problema dunque non `e la “fuga dei cervelli”, ma piuttosto l’assenza totale di un flusso inverso. Ovvero, l’impossibilit`a per gli italiani di rientrare dopo un periodo trascorso all’estero, anche dopo qualche anno di carriera; e inoltre, la quasi totale assenza di ricercatori stranieri.

clap clap clap  :)
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  di alberto lusiani, 28 Maggio 2008, 13:53 permalink rss

Completamente d'accordo. Il problema e' proprio questo, l'ho fatto presente anche io nelle riunioni sul tema del reclutamento cui ho partecipato. Esistono numerosi premi Nobel dati ad italiani che hanno lavorato all'estero, non esistono premi Nobel dati a stranieri valorizzati in Italia. L'Italia ha il 2% di stranieri nelle facolta' universitarie contro il 4% della Spagna, anche da questi numeri si vede quale e' lo Stato e il modello culturale perdente.

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  di lugg, 28 Maggio 2008, 14:12 permalink rss

Scusate, non ho letto la lettera ma in breve questi problemi (l'uscita di cervelli, il non rientro degli stessi e la mancanta importazione di altri) non hanno le stesse cause? Cioe' in pratica: la formazione puo' essere buona (se non altro per le difficolta' che gli studenti devono superare per imparare qualcosa) ma non si fa ricerca perche' le universita' non hanno i mezzi, le aziende non hanno la struttura e le persone non hanno la mentalita'.

Sempre IMHO :)

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  di giorgio gilestro, 28 Maggio 2008, 14:29 permalink rss

Volutamente non ho fatto menzione del problema della fuga dei cervelli e della mancanza di attrazione per gli stranieri perche' a mio avviso sono un'ovvia conseguenza dell'inbreeding descritto nell'articolo: davvero nella quasi totalita' dei casi l'unico modo per avere un posto in Italia e' mettersi in fila nel laboratorio o dipartimento che si ambisce (di solito quello in cui ci si e' laureati, appunto). Se io mi presentassi ad un concorso per associato in cui non sono "atteso" mi guarderebbero come si guarda uno che va in giro coi pantaloni abbassati.

La mobilita' straniera e' bassissima in Italia, tanto che e' addiritura difficile contarla. Dieci anni fa, durante gli studi, frequentavo a tempo pieno un laboratorio molto importante nel suo campo nel nord italia. Essendo un posto sopra gli standard italiani ogni tanto venivano giornalisti per questo o quel motivo. Quando c'era da fare una foto di gruppo il capo chiamava le tecniche rumene e africane che stavano in cucina o che facevano le pulizie, metteva loro un camice e un cartellino et voila, ecco che la foto di gruppo di colpo acquista internazionalita'! In altre occasioni, per foto piu' importanti, vennero addiritura modelli professionisti da fuori. Questo per dire che spesso il pubblico neanche ha idea di che loschi figuri si aggirino li' dentro.

Se non altro il lato positivo e' questo: essendo l'inbreeding la causa di mancata meritocrazia, sfruttamento, fuga dei cervelli e mancanza di stranieri, combattendo violentemente l'inbreeding ci si puo' auspicare di vedere effetti su tutti e 4 quei punti. 

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  di alessandro figà talamanca, 28 Maggio 2008, 15:16 permalink rss

Qualche aneddoto storico. Negli anni sessanta il direttore dell'Istituto Superiore di Sanità (Marotta) fu incriminato perché aveva assunto in una posizione riservata ai laureati il premio Nobel per la medicina D. Bovet. E infatti le lauree straniere ( ed il premio Nobel) non hanno valore legale in Italia. Marotta morì prima che il processo fosse celebrato. Ma il suo caso (come quello di Ippolito) fu di esempio.

Nel 1968 nel primo concorso di Probabilità che si sia mai svolto in Italia la commissione fu diffidata dal far vincere (entrare in terna) un candidato (docente al MIT) che come cittadino americano aveva perso la cittadinanza italiana. La commissione resistette all'intimidazione, e fu prodotto un decreto di esclusione dal concorso (probabilmente illegale, in quanto vincere il concorso non era equivalente a assumere il ruolo). La commissione reagì lasciando uno dei tre posti vuoti.

Nel 1973 la "lobby" dei matematici, con l'aiuto di un matematico che era senatore democristiano (Alessandro Faedo) riuscì ad ottenere che nella conversione in legge del DL580 del 1973 fosse inserita una norma che consentiva ai cittadini stranieri di divenire professori universitari in Italia (come avveniva prima del 1915 quando la norma antistranieri fu inserita per cacciare i professori tedeschi). All'ultimo momento intervenne un oscuro funzionario del Minstero degli Esteri che impose la clausola di "reciprocità". Come dire noi possiamo importare un bene importante da un altro paese, solo se questo paese importa lo stesso bene da noi. La clausola di reciprocità fu applicata in maniera non troppo rigida per i paesi dell'Est europeo (ma ci fece perdere un famoso matematico dell'MIT, cittadino indiano, probabilmente per un'affermazione errata dell'ambasciata) fino a quando crollo' il sistema sovietico. A quel punto il Ministero decise di opporsi con tutte le forze all'importazione di docenti russi o provenienti dall'europa dell'est. Le commissioni di matematica, fino ad un certo punto, reagirono lasciando ostentatamente posti non ricoperti. Solo nel 1999 quando le possibilità di beneficiare dell'esodo degli scienziati russi si esaurirono la norma fu cambiata. In Francia i posti universitari sono aperti ai cittadini stranieri dal 1972.

A tutt'oggi, almeno per la matematica, nonostante i gravi difetti del sistema di reclutamento, il principale ostacolo al "ritorno dei cervelli" è costituito dalle difficoltà per un coniuge cittadino straniero nel trovare lavoro in Italia. Anche per il comunitario ci sono difficoltà legate al riconoscimento dei titoli, nonostante direttive europee che dovrebbero facilitarlo. La situazione sarà peggiorata dalle norme che rendono più difficile l'acquisto della cittadinanza italiana da parte del coniuge di un cittadino italiano.

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