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In una intervista resa a La Stampa pochi giorni addietro, Guido Rossi suggeriva che "Tremonti
non ha tutti i torti". Si riferiva all'ultima fatica editoriale
dell'immarcescibile dottorino della Valtellina. Come gli si conviene,
il Professor Rossi non si è fermato ad una semplice battuta, e
nell'intervista ha elaborato il suo pensiero. Io, nel mio piccolo, penso che il
testo di Tremonti
sia una cagata pazzesca. Il libro, se cosi lo vogliamo chiamare, dà
ampia evidenza, se mai ce ne fosse ancora bisogno, di quanto limitati siano i mezzi del ragionier
Giulio da Sondrio. Rabbrividisco al pensiero che un cervello del
genere, tra qualche settimana, possa nuovamente aleggiare ai piani nobili del
palazzo di via XX Settembre. (Nota al margine: nella stessa intervista,
Rossi si è concesso uno svarione quando ha maldestramente interpretato
la motivazione fornita dal giudice costituzionale americano Paul Stevens nel caso intentato dallo Stato del Kentucky circa la costituzionalità dell'iniezione quale metodo di esecuzione - una distrazione, o la senilità che avanza?)
Devo dire, però, che le due orette
che ho passato sul libercolo non sono state del tutto inutili. Mi hanno
ricordato una delle ragioni per cui io non ho nulla a che fare con la
destra conservatrice che in Italia ha ottenuto una forte maggioranza
alle ultime elezioni. E questo non è poco. Per coloro che sono così
gentili da leggermi, ma non si vogliono immolare leggendo tutti gli
sproloqui che seguono, ecco una breve summa del pensiero tremontiano. La globalizzazione ha portato alla delocalizzazione
di una lunga serie di mansioni verso Paesi in via di sviluppo e all'immigrazione di petulanti orde di
diseredati. Queste dinamiche stanno inesorabilmente schiacciando la
nostra forza lavoro a basso skill level
e stanno ponendo sfide immani ai sistemi in cui si articolano le nostre
società (leggi: europee). Non v'è altra soluzione che rallentare, se
non fermare, il processo di globalizzazione -- riducendo fortemente
l'immigrazione e salvaguardando i produttori europei via dazi e sussidi
vari. Peccato che, in questo modo, i poveracci del mondo se la prendano
ancora una volta dove non batte il sole... ora gli sproloqui.
Prima di tutto, un breve accenno alla prosa tremontiana.
Io sono ben consapevole di non essere la penna più felice del reame.
Ogni volta che mi accingo alla scrittura, mi impegno per raggiungere
l'obiettivo minimo di farmi comprendere. Se poi, di tanto in tanto, mi
riesce il colpo stilistico, tanto meglio. Tremonti, al contrario, crede di essere un letterato di prim'ordine.
Si esprime con una pressoché infinita serie di analogie incomprensibili
e di aforismi imperscrutabili. È auto-referenziale (cita unicamente i
suoi libri ed articoli, degni di outlet come l'Intrepido e il Monello - ve li ricordate?), conia neologismi in quantità (mercatismo,
squadratura, ibridare, ... ), e si espone a cadute stilistiche del tipo
"La storia si può infatti ripetere all'incontrario." All'incontrario? Ma cosa fanno alla Mondandori? Dormono?
Veniamo
ora ai contenuti. I primi due capitoli sono digressioni sulle dinamiche
e gli effetti della globalizzazione, che secondo il Nostro ci starebbe
portando all'apocalisse. Giuro che avrei voluto sintetizzarne i
contenuti, ma il pensiero Tremontiano
è sì complesso ed articolato, che il mio intelletto non è riuscito
nell'intento. Pertanto mi limito ad illustrare una serie di
castronerie, sperando che vi risultino esilaranti tanto quanto lo sono
state per me. Prometto che farò giustizia a Giulietto più sotto, quando descriverò e commenterò la sua tesi principale.
L'apertura, c'era da aspettarselo, ci propina per l'ennesima volta la retorica malthusiana. Il commercialista lumbard scrive:
"Se il numero dei bovini da latte o da carne che ci sono nel mondo resta fisso, ma sale la domanda di latte o di carne, allora i prezzi non restano uguali, ma salgono anche loro... La squadratura che si sta così determinando, tra offerta che resta fissa e domanda che cresce, ha avuto e avrà nel mondo un effetto strutturale sostanziale: la salita globale dei prezzi. E dunque del costo della vita"Bien sur, Monsieur Tremonti. È vero. Così come è vero che la mia cara nonnina, se avesse le ruote, potrebbe essere un treno. Mi spiega perché la maggior domanda non dovrebbe portare ad un aumento dell'offerta? Nel caso di risorse ad offerta molto rigida, come potrebbe diventare il petrolio, negli ultimi 250 annni la pressione dei prezzi ha sempre portato all'individuazione di alternative. Solo poche settimane fa, il Wall Street Journal ricordava che l'olio di balena alimentava la maggior parte delle lampade negli Stati Uniti della prima metà dell'Ottocento. Quando i prezzi salirono, si cercarono alternative. Nel 1846, Abraham Gesner comincio a sviluppare il kerosene. Alla fine del secolo, l'olio di balena costava meno di quanto costasse nel 1831.
"fermare il mercatismo, l'ideologia forsennata dello sviluppo forzato spinto dalla sola e assoluta forza del mercato." E poi pondera: "...perché penalizzare ora i Paesi in via di sviluppo? Perché le ragioni dell'ambientalismo dovrebbero valere solo ora, con l'ingresso dell'Asia nel mercato mondiale?" Si risponde: "Per una ragione molto semplice e non solo per astuzia politica o per egoismo occidentale in generale ed europeo in particolare. Perché non si può rifare la storia, non si può guardare indietro, si può solo guardare avanti."E sì, cari fratelli asiatici. Potevate svegliarvi prima... ora è troppo tardi. Siamo arrivati prima noi. Dice davvero sul serio? Pare di si. Ma c'è di più.
"La vecchia sequenza tra le varie età della storia è stata finora scandita nel passaggio dall'età mediterranea a quella europea e a quella atlantica. La nuova storia può andare oltre, passando direttamente dall'Atlantico al Pacifico. Saltando l'Europa."Secondo Tremonti, il sud-est asiatico è sempre stato la regione più arretrata del mondo. Che abbia avuto la scarlattina, il bimbo Giulietto, quando la maestra delle scuole elementari parlò alla classe dei racconti di Marco Polo?
"... la Cina ha un'ambizione strategica: sostituirsi all'Occidente nella guida della... rivoluzione della genetica, applicata ai prodotti agricoli e all'uomo. A favore della Cina, un decisivo fattore di successo in questa strategia dovrebbe essere costituito dal fatto che, a differenza dell'Occidente, la Cina non ha in questo campo vincoli, remore o limiti di tipo morale o legale."Certo, ha ragione il buon Tremonti. I cinesi sono tutti bastardi. Gente senza scrupoli, automi senza cuore che altro non vogliono, se non la supremazia sul mondo occidentale. Ma ci rendiamo conto? E ancora:
"Quando lo sviluppo porrà fine alla dipendenza finanziaria della Cina dall'occidente, quando la tecnologia le permetterà di interrompere il dominio della US Navy sulle sue rotte marittime - perché le masse continentali si controllano dal mare e non viceversa -, allora lo scenario geopolitico sarà diverso e più complesso."Penso che l'assurdità dell'accenno ai blocchi navali non sia sfuggita a nessuno. Chissà, il buon Tremonti potrebbe essere un appassionato lettore di Patrick O'Brian e si è voluto concedere una licenza poetica. Se questo fosse il caso, lo perdonerei senza riserve. O'Brian piace anche a me. Ma la troiata sulla dipendenza finanziaria della Cina, ad alcuni non addetti ai lavori può essere sfuggita. L'ultimo anno in cui la Cina ha avuto un deficit di conto corrente è stato il 1993. Da allora, ha inanellato una serie di surplus crescenti che l'ha portata ad avere una posizione finanziaria netta positiva, il che significa che la Cina presta denaro al resto del mondo. Nel 2006, il flusso netto di investimenti verso l'estero è stato di ben 250 miliardi di dollari. Quale dipendenza finanziaria?
Non è nemmeno più necessario salire nella sala delle cerimonie del Municipio: e sufficiente fare shopping giuridico, per consumare al banco un prodotto tipico di questo tempo...
L'esempio, garantendomi che i miei valori sono ben diversi dai suoi, mi ha rasserenato. Però divento livido al leggere l'accostamento che lui, come tanti altri autonominati vessiliferi della verità
rivelata, fa tra cattolicesimo da un lato e divisione, contrapposizione
dall'altro. Noi, dove noi significa 'cattolici,' contro loro, gli
infedeli. Cattolico antagonista è un ossimoro per definizione.
L'etimologia stessa della parola ce lo dice. Cattolico significa
UNIVERSALE. Per definizione data da Nostro Signore, nella Chiesa
Cattolica dobbiamo accogliere tutti -- e ci viene richiesto di amare il
prossimo sia che costui abiti nello stesso isolato, sia che viva a 100
gradi di longitudine da noi, sia che ci voglia assomigliare, sia che se
ne voglia rimanere com'è.
L'unico punto condivisibile espresso da Tremonti,
nella sua ovvietà, è quello già ricordato secondo cui il processo di globalizzazione (mi rassegno a
chiamarlo così) sta effettivamente causando grossi problemi di aggiustamento ad una parte della popolazione nei Paesi più avanzati. Settori
manifatturieri interi stanno lasciando questi Paesi, mettendo in
difficoltà quei lavoratori che non sono in grado, per vari motivi, di
acquisire gli skills
necessari ad intraprendere attività alternative, in cui i loro stessi
Paesi si stanno specializzando. Si tratta perlopiù della produzione di
manufatti ad alto contenuto tecnologico e di servizi ad alto valore
aggiunto (per quanto riguarda i servizi, la bilancia commerciale degli
Stati Uniti è in attivo!). Se accogliessimo la proposta del
passato/futuro ministro, fermando il processo stesso di
globalizzazione, raggiungeremmo il risultato di rallentare fortemente
il processo di sviluppo dei paesi poveri. Sottinteso al pensiero tremontiano
sta il fatto che a lui, di questi altri, non gli fotte. A me, invece, e a
tanti altri con una sensibilità diversa dalla sua, interessa il
benessere del prossimo, sia che abiti a Gallarate, sia che venga da
Dakar. Per coloro che, come me, considerano il luogo di nascita una
pura casualità, contro la cui realizzazione avversa tutti devono essere assicurati, la
liberalizzazione dei flussi di beni, servizi ed individui, è un dovere
della parte ricca del mondo nei confronti della parte povera. Semmai,
il processo di globalizzazione deve essere accelerato, eliminando
quelle autentiche oscenità che vanno sotto il nome di sussidi
all'agricoltura. Di coloro che, nei Paesi ricchi, sono danneggiati da
tale processo, devono prendersi cura le società stesse a cui
appartengono, attingendo alle risorse che si vengono a creare con la
liberalizzazione del commercio internazionale.
In altre parole: fermare la globalizzazione, oltre ad imporre costi alla maggior parte di coloro che vivono nei Paesi sviluppati, avrebbe il pernicioso effetto di rallentare ulteriormente il processo di sviluppo dei Paesi più poveri. A me, non pare davvero giusto.
Nota: i commenti sono di proprieta' degli autori, che ne sono responsabili.
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"Se il numero dei bovini da latte o da carne che ci sono nel mondo resta fisso, ma sale la domanda di latte o di carne, allora i prezzi non restano uguali, ma salgono anche loro... La squadratura che si sta così determinando, tra offerta che resta fissa e domanda che cresce, ha avuto e avrà nel mondo un effetto strutturale sostanziale: la salita globale dei prezzi. E dunque del costo della vita"
Sento odore di modello superfississimo in salsa internazionale. Perlomeno ora Tremonti ha le basi teoriche per dialogare con il sindacato.
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Io ho sempre giudicato il "pensiero" del ragioniere come un vademecum per la parte più retriva dell'elettorato lumbard, buono solo per accapigliare qualche voto, non certo una base di discussione.
Concordo. Purtroppo mi sembra comunque il meno peggio che ci venga proposto, tra teorici della decrescita o della dannosità della piccola impresa.E poi almeno si è giocato la poltrona scornandosi con Fazio.
Quello che proprio non capisco è perchè siamo finiti in questa assurda steffetta tra commercialisti: Berlusconi/Prodi ok, hanno dietro mezza italia a testa, ma chi ci obbliga all'alternanza Visco/Tremonti? Possibile che nel palazzo nessuno sia in grado di trovare un' alternativa decente? Magari pescando tra i vari Boeri/Giavazzi/Monti & c. che mi sembrano "vicini" a PD/PDL.
la qualità media del prodotto cinese come tale, e non frutto di delocalizzazioni produttive di multinazionali, è molto bassa
Credo che questo dipenda molto dai settori: un' amico che produce elettronica dopo una visita a dei concorrenti cinesi mi diceva che l' unico vantaggio cui puo aspirare è il servizio al cliente.A quanto pare per ora gli basta, per fortuna.
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Non so perché prevedo un tuo battibecco con Michele sull'ultima parte del post :)
(intendo riguardo la necessità di rallentare la liberalizzazione dei flussi di beni manifatturieri a basso "valore aggiunto", rinegoziando i trattati commerciali internazionali con Cina e co. , che immagino tu non condivida, e che invece è sostenuta da Michele in un suo Horror Economics)
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Gianluca, la ricerca di alternative al petrolio é una delle cause che ha fatto aumentare i prezzi dei prodotti agricoli. I sostitutiti sono i biocarburanti. Se hai a disposizione un terreno e il prezzo del biocarburante sale sufficientemente decidi di coltivare biocarburanti invece che prodotti alimentari. Questo fa salire il prezzo dei prodotti alimentari.
La domanda di petrolio é aumentata vertiginosamente a causa della forte domanda (come bene intermedio) cinese e non sembra voler diminuire. Se le uniche (o le piú ricercate comunque) alternative al petrolio sono i biocarburanti, una globalizzazione (leggi crescita della Cina) troppo veloce implica che i paesi in via di sviluppo non riescono piú a mangiare.
Concordo che eliminando tutti i sussidi all' agricoltura faremmo una grande cosa per ridurre i prezzi dei prodotti agricoli. Ma se poi si mettono tutti a coltivare biocarburanti? :-)
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Togli i sussidi ai biocarburanti ed hai risolto.
Magari pagheremo la benzina 2 euro al litro ma sopravviveremo, e comunque quello che ora risparmiamo sul pieno lo paghiamo con gli interessi per finanziare i sussidi.
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Risolto cosa?
Diciamo che togliamo tutti i sussidi e le quote, a biocarburanti e prodotti agricoli e tutte le terre vengono coltivate. Chi possiede un terreno deve decidere se coltivare i primi o i secondi. Ovviamente sceglierá quello che gli conviene di piú. Per cui fino a quando i biocarburanti sono piú cari ( e sono cari perché la domanda é molto forte) gran parte dei terreni sará utilizzato per quel tipo di coltivazione. L'offerta di prodotti agricoli non aumenta e il prezzo sale. Piú sale la domanda di biocarburanti, piú sale il loro prezzo e quello dei prodotti agricoli (che per essere prodotti devono rendere almeno quanto il biocarburante). Ripeto, se la domanda di energia continua a crescere a questi tassi e i biocombustibili sono la prima alternativa al petrolio, il prezzo dei prodotti agricoli continua e continuerá a salire. Togliendo quote e sussidi possiamo (e dovremmo farlo) chiaramente rallentare il processo, ma gli effetti quantitativi sui prezzi non sono ovvi.
Gianluca dice che la globalizzazione fa stare meglio chi sta peggio. Se i prezzi dei prodotti agricoli salgono dato il meccanismo che ho descritto, ció non é necessariamente vero per tutti i paesi poveri.
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Alessio, mi sa che dimentichi che l'offerta di biocarburanti e' decisamente dopata dalla politica di forti sussidi in quel settore.
Se ne' parlato proprio una lecture di Solow due giorni fa: gli esperti sembrano concordare che l'aumento dei prezzi del cibo "base" degli ultimi mesi sia una conseguenza di tale (assurda) politica, non tanto da un aumento della domanda. Per cui la sensazione predominante e' che l'allarme prezzi-cibo possa rientrare piuttosto presto, soprattutto se i sussidi vengono tagliati.
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Ok, io ho parlato senza sapere l'entitá dei sussidi. Ho visto da poco dati sull'aumento di terre adibite a coltivazione di biocarburanti (sul Corriere) e i numeri mi sono sembrati impressionanti. Se questo dipende dall'entitá dei sussidi in quel settore é ovviamente un'altra storia (Marcello Urbani ha giá cercato di convincermi). Quanto sono alti tali sussidi? Che aumento nel prezzo del petrolio é necessario affinché sia conveniente produrre biocarburanti senza sussidio?
Per Andrea. Concordo con quello che dici, ma quello che importa é a quale prezzo gli agricoltori riniziano a produrre patate invece di biocarburanti.
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5 anni fa era i sussidi erano piu di un dollaro per-gallon, e ammontava a circa 7miliardi di dollari in totale.
edit: ho trovato questo articolo datato 2005: leggi qui
Con l'Energy Act del 2007 da quanto ho capito il modo di elargire sussidi e' cambiato e, ancora da quanto capito, ancora piu a vantaggio del produttore di bio-combustibile
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Calma e gesso uniforme. Il modello superfisso è il prodotto di menti evaporate, giustissimo. Ma
1) I fattori fissi nel breve periodo ci sono ed alcuni son più fissi di altri.
2) Quando c'è più gente che mangia, i beni naturali costano di più.
3) Quando c'è più gente che lavora, i beni riproducibili costano di meno.
Le risorse naturali ed i prodotti agricoli sono fissi per antonomasia, almeno nel breve periodo. La loro offerta non si muove rapidamente e le innovazioni tecnologiche che permettono di risparmiare sul loro utilizzo non avvengono dalla mattina alla sera. I dati degli anni '70 mostrano che è solo dopo il secondo salto in alto dei prezzi del petrolio che si osserva una generalizzata riduzione nello "energy input" (quantità di petrolio e sostituti per unità di valore aggiunto) nell'industria occidentale. Non vedo come possa accadere diversamente questa volta.
L'aumento del prezzo del petrolio, d'altra parte, è il necessario strumento attraverso cui il segnale di scarsità arriva: se non aumenta, a chi diavolo conviene spendere soldi per risparmiare nel suo uso o per produrne di piu? Ora, che i sussidi abbiano creato il menzionato effetto "sostituzione" dal lato della produzione non ci piove. Se non ci fossero stati sussidi il petrolio costerebbe di più ed il cibo di meno. Come minimo hanno distorto i segnali che il mercato avrebbe mandato, diminuendo gli incentivi a risparmiare sul petrolio. Male.
Cina ed India domandano materie prime, ed ovviamente i prezzi delle medesime crescono sia nel breve che nel lungo periodo (mai scordarsi che i costi di ricerca per innovare e ridurre consumi di petrolio costi sono, e che l'extra produzione di petrolio è pure costosa: there is no free lunch, NEVER!). In cambio producono beni riproducibili in grande quantità, riducendone i prezzi. Questo è lo scambio, nel lungo periodo. Nel breve periodo tutto è più complicato e, come sottolinea per esempio Alessio, la crescita cinese ed indiana può far danno ai paesi più poveri perché aumenta il prezzo delle materie prime sproporzionatamente ai benefici che questi ricevono. La strada della crescita non è né monotona né monotonicamente "pareto improving", su questo non ci piove proprio. Per questo ho sostenuto e continuo a sostenere che nel processo di crescita e globalizzazione vi sono interessi in conflitto che vanno gestiti politicamente.
Comunque, tutto questo ragionamento non è, come dicono qui, neither here nor there. Pur considerando io la "cultura" come un bene pubblico su cui, assieme agli altri beni pubblici che gli immigranti consumano, vanno definiti dei diritti di proprietà e dei "transfer prices" ed avendo, quindi, una visione meno aperturista dell'immigrazione di quanti altri abbiano - nessuno di certo può accampare diritti speciali sulle fonti di energia. Queste sono dove sono, quindi proprietà di chi ci si siede sopra, e chi vuole se le compra. Protestare per i prezzi relativi delle materie che crescono "per colpa dei cinesi" e della globalizzazione è semplicemente demenziale: senza globalizzazione saremmo ancora con il gas dell'AGIP di Fiorenzuola!
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Dice bene Michele, riprendendo il punto di Alessio, quando asserisce che nel preve periodo
la crescita cinese ed indiana può far danno ai paesi più poveri perché aumenta il prezzo delle materie prime sproporzionatamente ai benefici che questi ricevono.
Sottolinerei il " puo' ". Nel senso che non e' necessariamente il caso. Dipende dalle dotazioni (endowments). Molti paesi sottosviluppati e/o in via di sviluppo hanno ingenti dotazioni di quelle commodities i cui prezzi relativi salgono "anche a causa" della maggior domanda che viene da Cina ed India. Esempi sono l'Angola e il Brasile. Questi sono paesi cui la congiuntura e' decisamente favorevole.
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Per la fretta devo essermi spiegato male.Il mio punto non era che l'aumento dei prezzi del cibo dipendessero solo dai biocarburanti, quanto che l' effetto di questi sia sostanzialmente artificiale.Per inciso sono convinto che anche i consumi alimentari di Cina ed India giochino un ruolo, con milioni di persone che mangiavano solo riso e cominciano a concedersi qualche bistecca.
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Un paio di ulteriori commenti.
La collusione tra i produttori di petrolio deve essere tra le ragioni per cui il prezzo del greggio e' cosi' altro. E' bene non dimenticarlo.
Sono assolutamente ingnorante circa l'elasticita' dell'offerta di certi prodotti agricoli. In particolare, non so quanto tempo passa tra la decisione di coltivare un prodotto e il momento in cui lo stesso diventa disponibile sui mercati. In ogni caso, forse erro, ma non mi pare che le stime sulla crescita della domanda proveniente da Cina e India che erano a disposizione tre o quattro anni fa fossero molto diverse da quanto abbiamo poi sperimentato. Ergo, tale incremento di domanda era atteso. Se dovvessi cercare il fattore responsabile per un incremento dei prezzi, inizierei con eventi che non erano attesi a quel tempo.
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In ogni caso, forse erro, ma non mi pare che le stime sulla crescita della domanda proveniente da Cina e India che erano a disposizione tre o quattro anni fa fossero molto diverse da quanto abbiamo poi sperimentato.
Non solo: se davvero gli aumenti derivano dal fatto che i cinesi prima mangiavano riso e ora bistecche, com'e' che il riso aumenta piu' delle bistecche? (Ne' le mucche ne' i maiali sono certo alimentati a riso). Ed e' mai possibile che il consumo sfrenato di cibo sia iniziato solo ultimamente, proprio quando, guarda caso, il prezzo del petrolio e' andato alle stelle e sono stati varati sussidi a una produzione di biocarburanti altamente inefficiente (ma politicamente remunerativa) come quella da granaglie?
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Ed e' mai possibile che il consumo sfrenato di cibo sia iniziato solo ultimamente, proprio quando, guarda caso, il prezzo del petrolio e' andato alle stelle e sono stati varati sussidi a una produzione di biocarburanti altamente inefficiente (ma politicamente remunerativa) come quella da granaglie?
Poiche' sulla stampa analisi di questo problema basate su dati quantitativi sembrano scarseggiare, riporto un paio di interessanti data points ripresi da FT di oggi:
- Secondo la Commissione Parlamentare per le Verifiche Ambientali in Gran Bretagna, la produzione di etanolo agricolo riuscirebbe a coprire un misero 5% del fabbisogno del paese di carburanti da trasporto solo impegnando tra il il 10 e il 45% di tutto il suo terreno coltivabile.
- In una lettera in cui paragona la recente diversione di prodotti alimentari verso la fabbricazione di biocarburanti al disastroso "Grande Balzo in Avanti" di Mao Zedong a fine anni '50, Ann Berg (una specialista di commodities trading che in passato e' stata anche nel consiglio d'amministrazione del CBOT) osserva che quest'anno l'industria americana dell'etanolo sostenuta da sussidi federali consumera' 80 milioni di tonnellate di granaglie, sufficienti a sfamare 400 milioni di persone per un anno.
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Per coloro che, come me, considerano il luogo di nascita una pura casualità, contro la cui realizzazione avversa tutti devono essere assicurati
Dal palazzo di vetro prospicente la tua torre d'avorio, sottoscrivo al 100 per 100. Da figlio di piccolo imprenditore meccanico ho una visione molto meno distaccata, e mi sembra normale che chi ci rimette di persona spinga per tenersi i propri privilegi, per quanto miseri. Credo che pochi di noi sarebbero davvero disposti a mettere a repentaglio il nostro tenore di vita.
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"... I movimenti migratori sono molto difficili da contrastare ma vi sono diversi modi di governarli."
Brao! Governare è la parolina magica :) Peccato che al di là delle buone intenzioni, più o meno in buona fede, nessuno trovi la volontà di farlo.
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Mai ho pensato che Tremonti sia il mago che, d'incanto, possa risolvere tutti i nostri annosi problemi strutturali (magari meglio di quella disgrazia stile invasione di cavallette che risponde al nome di Visco), però il tuo articolo, Gianluca, mi pare leggermente estremizzato, forse per una evidente antipatia personale che provi e che gli apprezzamenti iniziali in merito alla prosa del nostro (scusa, chissenefrega dello stile espositivo ..... e, poi, né "squadratura" né "ibridare" sono neologismi ....) mettono in risalto, insieme con l'orgogliosa rivendicazione di diversità valoriale.
Gran parte della tue considerazioni sono condivisibili ma, sgombrando il campo da alcune affermazioni irrilevanti (la Cina ha un'antica civiltà, ma ha sofferto una evidente arretratezza nell'epoca moderna) oppure ideologiche (che sia giusto o meno, ciascuno tende a comportarsi secondo convenienza), tre punti meritano una discussione.
In primis, a me non pare affatto strano che la Cina ambisca a giocare un ruolo sempre più da protagonista nell'economia mondiale e, d'altra parte, il nazionalismo e la coesione dei cinesi sono notoriamente un arma importante nella contesa. Inoltre, non si può negare - senza per questo definirli "bastardi" - che gli operatori economici cinesi godano di una situazione molto favorevole in termini di normativa sociale ed ambientale, oltre che di un contesto politico (non certamente libero) che concede spazi solo in campo economico ed opera per supportarli (ad esempio, ma non solo, in tema di tassi di cambio).
Le disparità concorrenziali che tali elementi producono sono indiscutibili e, quindi, credo sia necessario trovare una contromisura che, però, non mi pare efficace se punta alla chiusura dei mercati in modo protezionistico. Propenderei, eventualmente, per una - peraltro complicata e tutta da studiare - imposizione di regole d'accesso al mercato basate su aspetti sociali e qualitativi tramite certificazioni e controlli ad opera di terze parti.
In secondo luogo, io parlerei di rispetto delle regole più che di condivisione di valori, dal momento che qualunque convivenza civile bada poco ai secondi ma dipende molto dalle prime. Temo, però, che questo sia in gran parte un problema italiano, di un Paese, cioé, che non eccelle per legalità e certezza del diritto (e delle pene) a tutto campo e che, di conseguenza, non può che esser percepito come un Bengodi da chi cerca scorciatoie e da chi non accetta altre regole se non quelle delle proprie origini.
Infine, un accenno al tema delle risorse, della loro scarsità e della ricerca di alternative - che non è a costo zero, come insegna il caso dei biocarburanti, sul quale i signori ambientalisti (sempre in ritardo) stanno finalmente accorgendosi di aver enunciato solenni stronzate - per far notare che il tumultuoso sviluppo di popolazioni numericamente rilevanti pone il problema di una crescita della domanda più rapida delle possibilità attuali di risposta. Probabilmente un rallentamento di quello sviluppo non è la strada maestra, ma certamente non è possibile chiudere gli occhi e trincerarsi dietro un generico "diritto al progresso", mentre sarebbe necessario tentar di concordare azioni di moderazione, per quanto di difficile attuazione.
Se, invece, consentiamo ad altri ciò che non è consentito a noi (e ciò che altri a noi non consentono), mi par di poter dire che, sulla fronte, abbiam scritto "giocondo" ........ :-)
Complimenti per l'articolo. Mi pare però che manchino, almeno in Italia, politiche concrete per l'aggiustamento alla diversità. Gli "adeguamenti dimensionali di tutte le strutture produttive, educative e sociali" dovrebbero essere pagati dai minori costi sostenuti da Stato/imprese per l'utilizzo di manodopera immigrata (minori costi per istruzione e pensioni, assumendo che le aspettative di vita di un immigrato siano, almeno oggi, largamente inferiori a quelle di un italiano)