L'Italianità e l'economia ... e altri 22 articoli
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L’Economia Politica ha notevole tradizione in Italia. Ciononostante vari tra i maggiori economisti italiani hanno svolto in passato attivita’ di ricerca all’estero: Vilfredo Pareto, l’economista italiano il cui contributo ha avuto il maggior impatto, a Losanna e Franco Modigliani, l’unico italiano a vincere un premio Nobel per l’economia, a MIT.
Ancora oggi molti economisti italiani svolgono ricerca all’estero con notevole successo. Ad oggi si contano 29 italiani nella faculty dei 12 migliori dipartimenti di economia (Berkeley, Chicago, Harvard, Minnesota, MIT, Northwestern, NYU, Penn, Princeton, Stanford, UCLA, Yale). Non è poca cosa: 29 italiani corrispondono a circa il 7/8 per cento della intera faculty di questi dipartimenti. Tra questi, 15 hanno posizioni tenured (cioè hanno contratti a tempo indeterminato, contratti che sono concessi dopo anni di dimostrata attività di ricerca ai livelli di qualità del dipartimento stesso). Ci sono anche molti italiani nei migliori dipartimenti di economia in Europa: 7 alla London School of Economics (Londra), 5 a Pompeu Fabra (Barcellona), 2 a Idei (Tolosa).
Gli economisti italiani all’estero tendono in media a produrre ricerca di migliore qualità degli italiani in Italia (naturalmente queste sono medie, ci sono anche ottimi economisti in Italia e pessimi all’estero). Un'analisi delle pubblicazioni nelle più prestigiose riviste di economia nel 2006 (JPE, AER, QJE, REStud, Econometrica) dà una idea sommaria ma efficace di questo fenomeno: troviamo infatti 31 autori italiani, di cui solo 7 hanno affiliazione accademica in Italia. Un serio confronto statistico delle pubblicazioni degli economisti italiani in Italia e all’estero (fatta da S. Gagliarducci, A. Ichino, G. Peri, R. Perotti – tre di loro in Italia - in "Lo splendido isolamento dell’università italiana", disponibile qui) conferma, anzi rafforza, questi analisi.
Ma perché preoccuparsi di dove lavorano gli economisti italiani? Dopo tutto i risultati delle loro ricerche circolano liberamente. Nonostante alcuni degli economisti italiani all’estero intervengano regolarmente con editoriali sulla stampa o, come il sottoscritto, su blogs tipo www.noisefromamerika.org, io credo che il paese paghi un costo notevole per la loro assenza dall’accademia italiana in termini di qualità del dibattito economico. La totale mancanza di comprensione, a destra come a sinistra, dei meccanismi fondamentali di funzionamento di mercati competitivi non manca di sorprendermi (credo senz’altro di poter dire 'sorprenderci') ad ogni lettura di giornale.
L’altro vero problema per il paese è che se tanti economisti di qualità lavorano all’estero, lo stato finisce per spendere male i propri soldi, finanziando ricerca economica di bassa qualità, a meno di non essere in grado di attrarre bravi economisti stranieri (il ragionamento vale non solo per l’economia ma per ogni disciplina che produca ricerca non brevettabile). In realtà l’Italia non attrae economisti stranieri (i dati riferiscono al 2003 e sono ancora tratti dal lavoro S. Gagliarducci, A. Ichino, G. Peri, R. Perotti): nei migliori 200 dipartimenti di economia al mondo (4 dei quali italiani, tutti sotto la 100esima posizione) in media il 25% dei ricercatori e’ straniero, mentre in Italia solo l’1% dei ricercatori in questi dipartimenti è straniero. Questa percentuale è del 31% nel Regno Unito, del 22% in Spagna, e addirittura del 18% in Turchia.
Ma forse quello che a me (e alla maggioranza degli economisti) pare una scarsa qualità media della ricerca in Italia non è altro che un diverso approccio, un 'approccio italiano' all’economia, che non trova il favore del mondo anglosassone.
Argomentazioni di questo tipo sono possibili ma, a mio parere, assolutamente errate. Prima di tutto, per essere più oggettivi, la qualità della ricerca può essere misurata più oggettivamente misurata sulla base delle citazioni ottenute dalle pubblicazioni. I risultati non cambierebbero affatto. Inoltre, questo 'approccio italiano' all’economia dovrebbe essere davvero solo italiano. Economisti francesi in Francia, tedeschi in Germania, spagnoli in Spagna, e così via, pubblicano con successo nelle migliori riviste, per quanto esse siano anglosassoni, e hanno dipartimenti (ad esempio Pompeu Fabra o Carlos III in Spagna, Delta o Idei in Francia, Mannheim e Bonn in Germania) che sono ottimi rispetto agli stessi standards di valutazione di matrice anglosassone. Infine, le riviste italiane in cui molti dei ricercatori italiani pubblicano spesso non soddisfano nemmeno minime condizioni di correttezza e indipendenza scientifica. Per esempio, dei 32 economisti dichiarati idonei a concorso nel 2006 (dati raccolti da Roberto Perotti nel suo Bollettino dei Concorsi, disponibile qui), 15 non ha pubblicazioni su riviste che garantiscano “peer review” (cioè che le decisioni di pubblicazione siano prese sulla base di rapporti anonimi di uno o più esperti specialisti, condizione richiesta in tutte le discipline, fisiche, biologiche, umane, perchè una pubblicazione sia considerata di alcun valore scientifico).
Invocare un 'approccio italiano' all’economia significa evitare confronti di qualità, sostenere che ogni valutazione della ricerca è di per sé soggettiva e arbitraria. Queste sono posizioni di relativismo culturale un tanto al chilo, con l’ovvio obiettivo di continuare a garantire in Italia forme di finanziamento della ricerca independenti dalla sua qualità. Non è sorprendente quindi che posizioni di questo tipo siano emerse in seno al panel di Economia e Statistica del Comitato di Indirizzo della Valutazione della Ricerca (CIVR) che per la prima volta l’anno scorso ha prodotto una valutazione della ricerca nell’università italiana. In questa occasione un membro del panel, Luigi Pasinetti, ha pubblicamente e ripetutamente ritenuto di esprimere nella relazione conclusiva (disponibile in questa pagina del CIVR) dubbi sugli schemi valutativi adottati sulla base di argomentazioni di relativismo culturale così estreme da risultare, a mio papere, una difesa preconcetta e strumentale di un sistema di finanziamento della ricerca indipendente dalla valutazione che il CIVR ha sperimentato.
In buona sostanza, non esiste alcun 'approccio italiano' alla ricerca economica. Quando è esistito, nel caso degli economisti sraffiani negli anni 60-80, ha prodotto una generazione di economisti ignorati dal resto del mondo perché rinchiusi in schemi concettuali auto-referenziali e privi di alcuna rilevanza empirica.
Accettare che la ricerca di qualità, in economia come in altre discipline, possa essere riconosciuta e identificata con buon grado di oggettività è il primo passo per promuoverla e sostenerla, in Italia come altrove. Come farlo è un altro problema.
Nota: i commenti sono di proprieta' degli autori, che ne sono responsabili.
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C'è modo di avere un'idea più precisa di quanto si è detto al convegno? Esiste un sito?La settimana scorsa ho partecipato a un convegno/gruppo di studio/scampagnata a Washington/spot pubblicitario sugli/cogli accademici italiani in America del nord. Ci è stato chiesto di discutere/presentare la propria disciplina (l'economia nel mio caso) per come è condotta qui nelle colonie d'oltreoceano e soprattutto di identificare se possibile un "approccio italiano" alla ricerca nella propria disciplina.
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No, non c'e' un sito con tutti gli interventi. Un po' di informazioni, che dovrebbero permettere di farsi un'idea della cosa, si trovano qui.
C'ero anche io al convegno ed al ritorno ci eravamo messi di buona lena a scrivere un lungo racconto/rapporto sullo stesso, corredato ovviamente di nostre osservazioni critiche.
Ma il tempo, implacabile nel suo mancarci, ha rallentato la cosa ... speriamo che l'ennesima conferenza di fine settimana avvenga in una sala con wireless ...
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Buon punto, ma non spiega il tutto. Quantitativamente, direi, non spiega piu' del 10% della differenza osservabile nella qualita' media della ricerca. Cerco di spiegare perche' (con aggiunta, in appendice, di note storiche sull'adozione di metodi formali in economia.)
- I metodi matematici-statistici sono stati adottati in Italia da almeno 40 anni. Io ho appreso valanghe di economia matematica ed econometria a Ca' Foscari, nella seconda meta' degli anni 70. Certo, esistono vari gruppi e dipartimenti che rifiutano l'adozione di metodi quantitativi sulla base di una supposta "irriducibilita' " della materia economica al linguaggio formale. Ma tali gruppi, per esempio "new institutional economics", esistono anche qui negli USA: senza andare troppo lontano, Douglass North (che ha un Nobel in economia) e' uno dei leaders di tale corrente ed e' mio collega; Alberto potrebbe raccontarci di altri seguaci della medesima religione presenti ad NYU. Come in tutte le cose c'e' una distribuzione di intensita', e non direi che la distribuzione USA e quella Italia siano molto diverse.
- Si da' il fatto che, tanto per non fare nomi, uno dei virus peggiori che ha infettato l'accademia italiana negli ultimi 40 anni (e le cui ultime tracce sono ancora in giro) fosse altamente matematizzato: parlo degli sraffiani. In fatti, il loro status si fonda sul fatto che Samuelson in compagnia di un suo studente (Levhari) aveva "provato" un teorema falso (in termini astratti e semplificati la loro affermazione era incredibile perche' isomorfa alla seguente: genericamente un polinomio reale di grado N ha solo una radice reale positiva ... ) e che Pasinetti e Garegnani, fra gli altri, avevano mostrato per mezzo di controesempi che falso appunto era. Aver pizzicato il semi-dio (si fa per dire) Samuelson in fallo su una questione completamente secondaria, convinse costoro che l'intero sistema "neoclassico" (uso la parola fra virgolette perche' non ho mai capito cosa questa etichetta significhi) era incoerente ed andava tirato alle ortiche. Da buoni religiosi, avendo occupato l'accademia italiana almeno nelle aree teoriche, fecero tutto il possibile per tenere chiunque non fosse sraffiano fuori dai dipartimenti di economia italiani, e per almeno tre decenni ci riuscirono. Si potrebbero raccontare tante storie scandalose, ma tralasciamo. Il problema non era l'uso della matematica, era la loro religione e la difesa baronale della stessa. Di conseguenza una valanga di sraffiani incompetenti (nel senso letterale: che sapevano poco di economia e matematica ed erano anche poco intelligenti) occuparono le cattedre di economia politica del paese. Il cambio inizio' solo verso la fine degli anni 80, quando con il ritorno di alcuni esiliati e la crescita dei pochi posti non dominati dagli sraffiani, anche in Italia comincio' a crearsi lentamente una comunita' scientifica che prova a fare teoria economica senza avere una religione guida ed un paio di guru che la amministrano.
- Lo sraffianismo influenzo' molto poco la ricerca applicata. Poiche' per molti anni in Italia non si fece altra teoria economica che la sraffiana (e gli applicati delle prediche sraffiane sul crollo imminente del capitalismo dovuto al "ritorno dee teniche" non sapevano che farsene) e' vero che in Italia si e' sviluppata una ricerca applicata che, piu' che in altri paesi, e' molto distaccata dalla modellistica e dalla teoria. Pero', di nuovo, dubito che questa sia la ragione per la differenza di qualita' che i dati citati da Alberto rivelano. Pur avendo una forma di allergia molto forte verso la modellistica, e pur facendo lavori che ad avviso sia mio che del mercato mondiale sono in media di qualita' non alta, il mondo degli economisti applicati italiani e' pieno di gente che fa ed usa econometria molto sofisticata. Il problema quindi non e' certo mancanza di sofisticazione tecnica: al giorno d'oggi, anche uno studente del liceo puo' comprarsi Stata e fare le regressioni e calcolare i likelihood ratios piu' complicati, basta schiacciare un po' di bottoni ... altra cosa e' capire cosa i numeri che il computer sputa fuori significano.
- Insomma, il fatto che quelli all'estero usano formule e gli italiani no credo spieghi al piu' 1/10 della differenza di qualita' che i dati rivelano. La ragione fondamentale e' sempre la stessa: in Italia non si premia il merito, non vi e' concorrenza, non si licenziano quelli che scrivono poco o scrivono boiate. Quindi i migliori (fatte salve le solite eccezioni) rimangono all'estero dove ricevono maggiori compensi e soddisfazioni. Poiche' qualcuno deve pur riempire i dipartimenti italiani, lo fa chi rimane ... e chi rimane e' (sempre con le dovute eccezioni) l'insieme complemento a quello dei migliori.
L'uso della matematica nella ricerca economica risale almeno a Marx (che usava semplice algebra) o a Cournot (che usava semplice calcolo differenziale) e si sviluppa lentamente dalla meta' del secolo XIX in avanti. Non mi sembra ragionevole fissare nessun particolare punto di discontinuita', neanche in termini di decenni. Da dove la data 1947 arrivi, non saprei (Cowles? Le Foundations di Samuelson?) e non mi pare rilevante. Von Neumann i suoi teoremi, utili ancor oggi, li provava negli anni 30; l'adozione di metodi statistici sofisticati (legato ai nomi di Frisch, Slutzsky, Wold (e von Neumann di nuovo)) avviene fra le due guerre ... Quello che, forse, fa pensare a molti che vi sia una discontinuita' e' che nell'accademia USA i metodi quantitativi vengono importati dalla diaspora di economisti europei che si rifugia in quel paese a causa di Hitler, ed i cui lavori esplodono dopo la guerra. Ma, ripeto, la relazione fra argomenti economici e metodi matematici, e' molto piu' vecchia.
Sulle relazioni con la fisica si e' scritto molto, fin troppo ed a mio avviso si e' scritto molto a sproposito. Di nuovo, l'idea che tutto cio' che gli economisti fanno e' meccanica classica rivestita si deve a due molto visibili soggetti: Walras e Samuelson, i quali impostano i loro lavori in esplicita analogia. Ma e' una loro personale visione, che senz'altro influenza molti e si applica a certi strumenti (massimizzare una funzione concava e minimizzare una convessa e' senz'altro la stessa cosa) ma non a molti altri.
Per esempio: i teoremi di separazione per spazi convessi, il teorema di Hahn-Banach o i molti teoremi di punto fisso poco uso hanno in fisica; i sistemi dinamici non lineari che si usano per studiare problemi dinamici in economia vengono dalla fisica, dalla biologia, dalla metereologia ed anche dalla matematica pura e dura; teoria dei giochi usa strumenti del tutto propri e che con la fisica e l'ingegneria nulla hanno a che vedere, eccetera. Lo stesso vale, forse ancor piu', per chi fa lavoro empirico: l'intera statistica per studiare dati di panels e', praticamente, un prodotto autonomo degli economisti/econometrici, che se la sono inventata da soli.
Lunghezza dei papers: vero. Ma la causa sembra sociologica: verbosita' ed una certa tendenza "filosofare" per il gusto di farlo.
Riassumendo: gli economisti studiano problemi economico-sociali. Quando hanno bisogno di uno strumento quantitativo se lo cercano dov'e', se c'e', oppure se lo inventano. Il feticismo matematico che, senza dubbio, aveva fatto presa negli anni 60-80 in alcuni gruppi di teorici si e' andato dissipando ed il tipico atteggiamento, da molto tempo, e' che se l'essenza di un modello non e' spiegabile con un semplice esempio, un paio di grafici o anche solo una "storia", allora c'e' un problema. La domanda che senti fare piu' frequente in un seminario di teoria e', da decenni, la seguente: "what's the intuition?" La seconda e': "can you point to a real world example, or some data you are trying to explain?" Niente di misterioso, dunque.
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Ottima ricostruzione, Michele, specie per la parte legata alla "setta" cantabrigense. Ed è anche verissimo che in Italia si è fatta nel dopoguerra molta e sofisticata math economics, specie tra Milano, Venezia e Torino (qualche giorno fa con un collega ci chiedevamo proprio perché i nostri economisti matematici del periodo non abbiano "sfondato" all'estero: forse perché scrivevano solo in italiano?). Vedo che sei anche abbastanza ferrato in storia dei metodi formali in economia! Non hai però risposto alle osservazioni nel mio primo commento, basate sui meccanismi istituzionali (leggi: concorsuali) italiani, che premiano chi coltiva il proprio orticello. Questo argomento non è al 100% overlapping con il tuo (condivisibile, ma più generico) sull'assenza di meritocrazia. Aggiungo un ulteriore sospetto, basato su una conoscenza molto parziale della letteratura empirica corrente: non è che gli studi applicati italiani - per quanto tecnicamente sofisticati - non vengono pubblicati sulle riviste principali perché, molto banalmente, riferendosi quasi sempre a data set del Belpaese e dintorni sono di nessun interesse per gli editors delle riviste americane? Qui ovviamente nessuno meglio di un editor di Econometrica può dirci come stanno davvero le cose.
Infine, è verissimo quello che dici su come si fa oggi economia (what's the intuition? do you have data or examples supporting it?), ma è anche vero che: 1) capita ancora di leggere affermazioni sorprendenti del tipo: questo fenomeno empirico contraddice il modello e le sue implicazioni di policy, ma siccome non si riesce a modellarlo formalmente lo si può ignorare... (non cito la fonte, ma la frase è ripetuta più volte in uno dei migliori manuali di competition economics); 2) i metodi empirici utilizzati, a partire dai banali intervalli di confidenza, sono highly debatable e gli economisti (come spesso è capitato nella storia) li hanno adottati passivamente, senza porsi troppe domande né di tipo metodologico né di tipo "tecnico", domande che p.e. già il buon Jimmy Savage si poneva negli anni Cinquanta. Questo fornisce un ottimo alibi ai seguaci della "setta" di cui sopra, sempre pronti a sfruttare le (presunte) debolezze del c.d. mainstream.
P.s.: e comunque, a merito degli sraffiani e c., va detto che molti di loro sono almeno studiosi rigorosi (perché ben allenati dai feroci dibattiti interni: pensa alle perenni diatribe sulla teoria del valore) e analiticamente preparati (specie i più vecchi). Come ben saprai, sulle cattedre italiane di economia si trova di ben peggio, e la provenienza in questi casi non è - per dirla sinteticamente - "da sinistra", ma casomai dall'altra "parrocchia" (in senso metaforico, e non solo!).
P.p.s.: mi accorgo solo ora che l'incontro con i prof italiani all'estero di cui parlate era organizzato dal SUM. Cioè da questa roba qua: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=173127 . Incredibile... A questo punto è obbligatorio per il buonumore degli utenti di NfA che pubblichiate le vostre riflessioni sull'incontro!!!
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un paio di commenti al dibattito, che michele ha come sempre ottimamente elevato, e a nicola. nulla da aggiungere alla ricostruzione storica di michele. e' vero che probabilmente la densita' di coloro che rifiutano l'uso della matematica in economia e' forse maggiore in Italia che non altrove, perche' l'argomentazione "fanno finta di fare i fisici" e' facile e di diretta comprensione ai molti che di matematica non capiscono nulla, ed in italia tali argomentazioni sono necessarie per puntellare le posizioni di semplici ignoranti a cattedra. c'e' anche il fatto che tradizionalmente l'economia in italia e' una scienza umana, piu' che altrove (chissa', forse il fatto che dell'economista matematico per eccellenza in Italia, Pareto, ci vergognamo per la sua adesione al partito fascista, ha avuto un effetto).
Sul commento di nicola che ha iniziato il tutto:
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Grazie per la risposta, in particolare per il chiarimento sulle riviste di econometria che, come avrai capito, non bazzico affatto. Solo due osservazioni:
1. sulla difesa di posizioni quasi (sottolineo il "quasi"!) alla Pasinetti, ti darei ragione se difendere posizioni "intregraliste" servisse a qualcosa in concreto. In realtà, date le regole del gioco accademico italiano, sarebbe solo il modo per perpetuare il todos caballeros per cui l'articolo sulla Sgurgola Economic Review vale uno sul JPE o AER. Invece, con un po' di "furbizia" si può far lentamente (troppo lentamente, dirai, e qui magari concordo) passare l'idea della necessità di criteri di valutazione oggettiva dei lavori (e ce ne sono di criteri migliori dell'IF, credimi, p.e. le varie classifiche delle riviste fatte da economisti con metodi replicabili che le rendono davvero scientifiche). Uno dei problemi maggiori al riguardo è proprio quello della valutazione della ricerca nelle sotto-discipline (che esistono e non si può fingere il contrario). Dato che queste sono effettivamente sottorappresentate (e spesso a buon diritto!) nelle riviste top c.d. generaliste, mi sono battuto in varie sedi, locali e nazionali, perché anche per valutare i lavori nei vari "SECS-Pqualcosa" si usassero criteri comunque oggettivi, ad esempio alcune classifiche delle riviste sotto-disciplinari che esistono in letteratura. Chiaro però che per far passare questa linea si deve concedere qualcosa in cambio alla controparte baronale, p.e. la rinuncia all'IF "puro e semplice" (che non vuol dire, bada bene, non considerarlo in assoluto). Ma il risultato finale è più che soddisfacente perché le riviste migliori risultano comunque pienamente valorizzate anche adottando criteri - purché oggettivi e predefiniti - di tipo sottodisciplinare, mentre le varie Sgurgola Economic Reviews no. Con un po' di prensuzione posso dire che in questo modo, stuzzicando l'orgoglio dei vari baroni di "SECS P-qualcosa" e sfidandoli sul terreno del loro orticello di ricerca, si ottiene, come dire..., di "indurli" ad accettare criteri di valuzione più rigorosi. Prendendoli invece di petto, alla Tabellini-CIVR per intendersi, si salva l'onore ma non si ottiene un bel niente!
2. Hai ragione su ilGiornale e l'IMT! Guarda un po' qua: http://www.clonline.org/articoli/ita/gvIlGrnl260407.pdf. Ma sarà vero che all'IMT sono stati così "amerikani" nella selezione? Mah...
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... e il cui scopo originario era di guidare gli acquisti dei chief librarians delle biblioteche accademiche nel settore delle hard sciences (= si acquistano le riviste più citate), e non di giudicare la qualità dei singoli articoli pubblicati o, peggio, degli aspiranti scienziati in funzione delle riviste su cui pubblicano.
P.s.: queste NON sono parole mie, ma di E. Garfield (British Medical Journal 1996), l'inventore dell'indice IF, nonché amministratore della ISI, la società che lo "produce" e vende, nonché l'unico ed insindacabile giudice (!) dell'ammissione di una rivista all'indicizzazione mediante IF.
P.p.s.: per chi non avesse ben chiara la rilevanza dell'ultimo punto, ricordo che l'IF è sì basato sulle citazioni, ma le uniche citazioni che contano sono quelle su riviste a loro volta incluse nell'IF.
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2. Hai ragione su ilGiornale e l'IMT! Guarda un po' qua: http://www.clonline.org/articoli/ita/gvIlGrnl260407.pdf. Ma sarà vero che all'IMT sono stati così "amerikani" nella selezione? Mah...
L'anno scorso sono stato chiamato dall'IMT (Economics) durante il mio job market. A parte non aver fatto il colloquio agli ASSA meetings (immagino di non essere stato il solo), l'unica differenza rispetto ad altri fly-out e' stata organizzativa. Invece di una visita "personalizzata", tutti i candidati hanno presentato il loro lavoro in un talk di un'ora ciascuno durante due giorni di seminari. Diciamo molto simile ad una conferenza.
Per il resto, la procedura di selezione e' stata simile a quella di altri dipartimenti e istituzioni internazionali. Niente concorsi, niente esami. Un'application con lettere e papers durante l'autunno, poi le interviste (o la chiamata diretta), un seminario e la scelta dei candidati. Che a me e' sembrata trasparente e ragionevole (non penso di essere biased, non ho ricevuto un'offerta!), date le caratteristiche dell'IMT.
Non voglio dilungarmi sul dibattito della riforma dell'universita' italiana dal lato assunzioni. Molto e' stato detto, anche in questo blog, e purtroppo nulla (o quasi) e' stato fatto per la stragrande maggioranza dei dipartimenti (le uniche altre eccezioni di mia conoscenza sono Bocconi, Collegio Carlo Alberto e Luiss). Volevo solo condividere la mia esperienza con l'IMT, che reputo positiva. Spero che piu' universita' e dipartimenti italiani possano intrapredere la stessa strada.
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Pubblicheremo senz'altro, appena si trova un momento. Siamo entrambi un po' presi, credo. Ad ogni modo, l'articolo del Giornale che indichi mi sembra veritiero ed onesto. Il SUM e' fatto esattamente come il giornalista dice, ed anche a me sembra una struttura tutt'altro che trasparente, composta da amici di lunga data con grandi protezioni politiche e ministeriali in particolare, ed auto-proclamatosi istituto di "eccellenza". Ma qui torniamo alla solita storia, che l'eccellenza non la decretano i ministri o i loro tirapiedi ma dovrebbe decretarla la competizione scientifica fra istituzioni e persone. In mancanza di questa, in Italia si auto-proclamano "eccellenti" e, per quanto mi e' concesso di capire, le due esperienze toscane (SUM ed IMT) hanno tantissime cose in comune, pur nelle loro differenze.
Sulla questione "orticello" sono senz'altro d'accordo. Ho visto la stessa cosa succedere in Spagna, ed e' ridicola. Di nuovo, qual'e' il problema? Che se la dimensione dell'orticello, invece di essere determinata per decreto ed in proporzione al potere baronale attuale dei padroni dell'orticello, venisse determinata dalla domanda di corsi da parte degli studenti sia dei corsi di laurea, che di master e dottorato, il meccanismo che descrivi salterebbe. Perche' i padroni degli orti dovrebbero competere tra loro per attrarre "clienti" e quindi quelli che fanno, per esempio, scienza delle finanze, dovrebbero fare cose che interessino al pubblico piu' di quanto prodotto da quelli che fanno economia del lavoro, e via dicendo. Questo forzerebbe un confronto tra sub-gruppi, che farebbe solo del bene. Insomma, siamo alle solite.
Data la situazione corrente ed i meccanismi che sono in piedi, anche io credo che l'utilizzo religioso del solo Impact Factor non sia necessariamente la cosa piu' raccomandabile e possa produrre distorsioni. Come costruire, pero', un indicatore oggettivo, che garantisca l'omogeneita' di trattamento dei vari subfields e non sia manipolabile, mi pare questione irrisolvibile. Per questo non mi appassiono molto alle varie discussioni sul ranking, le commissioni di valutazione, i comitati di esperti che valutano se il dipartimento X e' meglio del dipartimento Y, i centri di eccellenza, eccetera.
Ancor meno mi appassionano e convincono le teorizzazioni (a mio avviso self-serving) che sostengono che agendo all'interno del sistema, dando un colpo al cerchio ed uno alla botte, circuendo il barone per poi forzarlo ad accettare questo o quel criterio "oggettivo" di valutazione, si arriva da qualche parte positiva un giorno o l'altro e che e' meglio di nulla. Le ho sentite fare, quasi sempre da soggetti interessati, da almeno 30 anni, ed ho davanti il risultato a cui hanno portato: un'Universita' che, in media, e' peggio di quella di quando la frequentavo io.
Fino a convincente prova contraria, continuo a ritenere che l'unico approccio coerente e che puo' portare ad un effettivo cambiamento sia quello di continuare a richiedere intransigentemente concorrenza, autonomia, privatizzazione. Il resto e' aria fritta tesa a preservare questo o quell'altro orticello: anche se uno e', a volte, meno inquinato dell'altro mentre l'altro ha qualche pianta da frutto in piu', sempre orticelli di parte sono: IMT e SUM docent.
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Caro Michele, grazie della risposta. Solo un appunto: la mia non era una teorizzazione, ma un'esperienza pratica di faticose "commissioni d'area 13" dove occorre far convivere storici economici o aziendalisti, che non hanno mai pubblicato una-riga-una su una rivista referata (nazionale o internazionale che sia) e che presentano come top delle loro ricerche atti di convegno e/o lavori da valutare "al chilo" (= più sono lunghi, più devono valere!), con matematici "duri e puri", che esordiscono alla prima riunione dicendo "le monografie contano zero perché non hanno l'IF", e con cultori dei più astrusi sotto-sotto-settori dell'economia. A quel punto, o ti rassegni al nulla di fatto, e quindi a lasciare campo libero a decisioni del tutto arbitrarie prese direttamente dai boss di turno (altre aree fanno sistematicamente così...), oppure cerchi di fare del tuo meglio per far passare qualche minimo - o anche non del tutto minimo... - criterio oggettivo. Tutto qui: non volevo fare il ganassa o insegnare il mestiere a nessuno, ma solo invitare, quando possibile o necessario, ad aguzzare l'ingegno per aggirare l'ostacolo. Che poi questo si riveli alla lunga insufficiente rispetto ai mali dell'accademia italiana, nulla quaestio. I miei primi commenti relativi al nefasto ruolo, primaditutto concorsuale, dei sottosettori volevano proprio segnalare che il problema è ben più grave della banale valutazione della ricerca. Altrimenti la soluzione sarebbe semplice: basterebbe far funzionare a dovere il CIVR, o come diavolo si chiama ora, e di colpo l'università nostrana diventerebbe come quella d'oltreoceano... ma chi ci crede?
P.s.: comunque aspetto ancora il vostro giudizio sulla bozza dei nuovi criteri concorsuali (vedi il mio primo post). Scommettiamo che vi piace, almeno un po'?
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