Tito Boeri e Vincenzo Galasso pensano di sì. Il loro libro, Contro i giovani, Mondadori 2007, lo argomenta con dovizia di particolari. È un libro ambizioso e importante. Ambizioso perché aspira a una diagnosi coerente dei mali del paese. Importante perché Tito e Vincenzo rappresentano le nuove teste pensanti della sinistra nel paese.
In questo articolo recensisco brevemente il libro ma soprattutto colgo l'occasione per dire la mia sulla questione della diagnosi dei mali del paese. [Disclaimer (così fa il New York Times, che fa aristocrazia del giornalismo): Tito e Vincenzo sono due amici - Tito lo conosco addirittura dal liceo, anche se lui è più vecchio :)]
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Il libro ha una struttura originale e complessa. Inizia citando Nietzsche il quale dichiara che solo 34 generazioni lo separano da Catone, così dimostrando di pensare in termini di generazioni successive e non sovrapposte. Una generazione deve cessare di esistere prima che un'altra le succeda: metafora di un mondo in cui i vecchi accentrano potere fino alla propria morte. Continua con storie di vita "da mediano"; mediano nel senso statistico (che ha metà della popolazione sopra e metà sotto), mediano nel senso della scienza politica (l'elettore mediano è quello che, proprio a causa della sua posizione nel senso statistico del termine, è centrale nella determinazione dein risultati elettorali), e mediano nel senso della cultura pop (da Ligabue - Fausto ha corretto un mio orribile errore di attribuzione). Queste storie di vita, sei storie, sei generazioni, dai nati all'ombra del Giro d'Italia del '32 fino ai nati negli anni '80, gli anni della Coppa del Mondo ZoffBergomiCabriniCollovatiGentileScirea - respiro -OrialiTardelliContiGrazianiRossi, occupano una trentina di pagine e introducono la discussione sulla struttura economica e sociale che si è venuta a creare nel paese negli ultimi 70 anni. Forse questa parte è troppo lunga. O forse sono io che non riesco a leggere trenta pagine di storie, per quanto paradigmatiche, senza una sostanziale dose di analisi. Aggiungo una nota stilistica: le metafore sportive, specie calcistiche e ciclistiche, si sprecano qui come nel resto del libro; può piacere o meno; a me non dispiace.
Il cuore del libro è il Capitolo II, Una generazione di perdenti? È il cuore perché i) documenta il declino del paese, ii) ne analizza le cause e le manifestazioni; in altri termini, dai disturbi alla diagnosi della malattia. Il Capitolo III presenta una diagnosi ulteriore, non alternativa, ma in certo senso più profonda, in termini di caratteristiche culturali dell'identità nazionale. Il Capitolo IV indica le cure per fermare il declino. Infine il Capitolo V contiene raccomandazioni sul sistema politico, incapace di selezionare una appropriata classe dirigente.
In questa recensione cercherò di essere il più schematico e analitico possibile. Questo perché la mia ambizione qui è di scoprire "il modello", il modello economico degli autori che funziona da supporto logico e analitico dell'analisi. Non è cosa facile. Il libro non è scritto per un economista e l'operazione di de-costruzione è complessa assai. Comunque ci provo.
Il declino dell'economia italiana è facilmente documentato. Nel Capitolo II si citano un po' di indici aggregati (si potrebbe essere più sistematici, ma tutto sommato l'immagine un po' impressionistica che si deriva da questi indici è abbastanza corretta, forse un po' generosa..... ma non siamo troppo pignoli): i) il tasso di crescita medio tra il 1990 e il 2004, dell'1.4%, meno della metà di quello spagnolo, meno di un quarto di quello dell'Irlanda, e comunque di alcuni decimi inferiore al tasso di crescita di Francia e Germania ; ii) la produttività del lavoro, che addirittura decresce ultimamente in Italia, unica in Europa; iii) il tasso di occupazione (il rapporto tra occupati e abitanti in età lavorativa) è strutturalmente basso, oggi al 57%, contro il 65% della media OCSE; iv) il capitale umano, misurato dalla percentuale della popolazione con educazione universitaria, è anch'esso strutturalmente inferiore rispetto al resto d'Europa.
Quali sono le cause del declino italiano? (Bèh, tutto quello che segue nel libro c’è, ma c’è anche un po’ di mio specie nella analisi dei canali attraverso cui operano le varie cause del declino.)
1) Prima fra tutte il mercato del lavoro inflessibile e la contrattazione salariale centralizzata che: i) riduce la produttività perché non permette il turn-over che seleziona le combinazioni più produttive di lavoro e capitale, ii) è causa della scarsa partecipazione, specie delle donne, al mercato del lavoro, perché le donne in età fertile abbisognano di entrare e uscire dal mercato con facilità, iii) riduce il rendimento dell'educazione universitaria, perché favorendo la redistribuzione comprime i salari, iv) induce una redistribuzione a favore delle generazioni in età avanzata, attraverso il sistema pensionistico.
2) E poi i mercati finanziari inefficienti perché non concorrenziali, che rendono difficili strutture proprietarie di dimensione efficiente e strutture di governance delle imprese a proprietà diffusa (ed ecco che abbiamo la lunga lista di imprese gestite da "figli di" senza particolare merito, a pagina 69).
3) Ma anche le restrizioni alla concorrenza specie nelle professioni, che abbinate a dinamiche dei salari compresse e distorte a favore delle generazioni in età avanzata, limitano i rendimenti dello studio.
4) Infine, un sistema universitario di bassa qualità e un pessimo sistema politico e istituzionale che genera la casta.
Nel libro si fa poi notare che, per quanto il declino del paese sia essenzialmente per definizione un fenomeno aggregato, le cause del declino che abbiamo identificato tendono ad agire soprattutto sui giovani. Si argomenta che sono i giovani a pagare i costi maggiori del declino del paese. In effetti, la rigidità del mercato del lavoro ha effetti soprattutto sui lavoratori non protetti dai sindacati, cioé i giovani. La recente difesa sindacale della pensione a 58 anni è esempio calzante. Allo stesso modo, le inefficienze dei mercati finanziari, le rendite nelle professioni, non facilitano il ricambio generazionale e quindi anch'esse colpiscono i giovani in maniera particolarmente accentuata. Infine, l'università allo sbaraglio,....., bèh, è ovvio. È quindi corretto, io credo, notare ed evidenziare che c'è una generazione nel paese che sta pagando cari gli errori di politica economica di questi passati decenni. In effetti questa generazione, i quarantenni e i cinquantenni, siamo noi (Tito, Vincenzo, io,...). Si suggerisce che, il fatto che i quarantenni ed i cinquantenni siano quelli che più sembrano perdere dalle politiche economiche passati e presenti, e il fatto che i quarantenni e i cinquantenni siano anche minimamente rappresentati nelle posizioni di potere della classe dirigente, privata e soprattutto pubblica, non è forse un caso.
Qual è la diagnosi profonda dei mali del paese? Il Capitolo III contiene un'analisi a questo proposito. Questa analisi è difficile da riassumere in breve. È un misto di riferimenti a una sorta di inconsapevole accettazione della situazione da parte della cittadinanza, che non capisce né si interessa molto a cosa avviene, e al "familismo amorale," inteso come caratteristica peculiare della cultura italiana, che giustifica la mancanza di interesse per la situazione economica del paese. Il “familismo amorale” inoltre induce le famiglie a operare trasferimenti a favore delle nuove generazioni opposti e contrari a quelli che avvengono a livello di politica economica del paese. In questo modo quindi il “familismo amorale” fa sì che la politica economica del paese sia accettata nonostante essa "stia tradendo le nuove generazioni". Insomma, ognuno si occupa dei propri figli, ma non dei figli degli altri, ripetono gli autori. Ci sarebbe moltissimo da discutere su questa analisi; specie da uno come me che su queste cose ci ha costruito una, seppur minima, carriera. Ma tralascio, perché la recensione sta diventando più lunga del libro, e perché tutto sommato, queste sono questioni di lungo periodo (forse anche lunghissimo -il libro di Banfield che per primo usa l'espressione "familismo amorale" si riferisce alla provincia di Potenza non molto dopo la guerra). Il declino del paese non si ferma cambiando la cultura dei cittadini, semplicemente perché non sappiamo come farlo. Bisogna agire su cause meno profonde, operando poi perché (o lasciando che) la cultura si aggiusti.
Quali sono le cure quindi per i mali del paese? Per fermarne il declino? Lasciamo stare cose tipo: fermare il familismo e il conseguente consociativismo, che proiettano i giovani all'interno della famiglia invece che "fuori", in società. In pratica, il familismo e tutte le altre terribili caratteristiche della cultura italiana si manifestano nella struttura del mercato del lavoro, dei mercati finanziari, eccetera, come abbiamo visto sopra. È lì che dobbiamo agire. Allora, in pratica, che fare?
Il libro, ci fa piacere notare, non si limita ad analisi vaghe sulla cultura degli italiani, ma contiene una lista di proposte concrete. Riporto la lista:
i) "Pagare di più gli insegnanti migliori, quelli più capaci, più preparati"; sottomettere gli studenti "periodicamente a test oggettivi", e favorire altre forme di meritocrazia nella scuola secondaria; favorire la meritocrazia nell'attribuzione dei fondi per la ricerca all'università, e in generale introdurre competizione nelle università.
ii) Riformare la struttura contrattuale del mercato del lavoro per istituire un contratto unico, a tempo indeterminato, con le seguenti caratteristiche: sei mesi di prova (alla fine del quale il licenziamento è possibile senza particolari costi), un periodo di inserimento, fino ai tre anni dall'assunzione (in cui il lavoratore è tutelato contro il licenziamento disciplinare e discriminatorio e riceve una indennità in caso di licenziamento per ragioni economiche), un periodo di stabilità (in cui la tutela contro il licenziamento si estende anche a quello per ragioni economiche, suppongo secondo le linee di quello che succede oggi ai contratti a tempo indeterminato).
iii) Assicurare un reddito minimo garantito a tutte le famiglie, come rete di assicurazione sociale generalizzata.
iv) Varie forme di sussidio alla natalità, dalla costruzione di asili nido al credito d'imposta per le donne, che copra alcune categorie di spesa, previa documentazione, per i figli.
v) Deregolamentazione delle libere professioni, con una ristrutturazione a favore della trasparenza delle tariffe dei professionisti.
vi) Riforma pensionistica a favore del metodo contributivo, cioé a favore di pensioni a capitalizzazione, e con abolizione delle pensioni di reversibilità.
vii) Liberalizzare taxi e trasporti pubblici, contenere il traffico urbano mediante misure tipo il ticket d'ingresso.
E poi, più in generale, si ritiene che sia fondamentale dare spazio ai giovani nella economia e nella società. Argomentazioni a questo proposito sono sparse un po' per tutto il libro, e sono poi anche concentrate nell'ultimo capitolo, che discute di come garantire più rappresentatività e qualità della classe dirigente politica.
Chi avesse iniziato la lettura cercando di farsi un'idea del libro evitandosi le sue 158 pagine, si può fermare qui. Io però continuo con le mie opinioni, sulla questione delle cause del declino del paese e soprattutto sulle cure. Provo a coordinare il tutto in una serie di commenti.
Commento 1: Peccato di moderazione. Partiamo dale cause del declino: mercato del lavoro inflessibile, mercati finanziari inefficienti e non competitivi, generalizzate restrizioni alla concorrenza, mercato universitario inefficiente. Tutte queste sono cause importanti del declino del paese, a mio parere; concordo pienamente con gli autori. (Il lettore può guardare alla nuvola di parole di NFA per vedere quanto abbiamo scritto su questi temi, tutti, a prova che non solo io sono d'accordo, ma, essenzialmente, lo siamo tutti).
Il libro però, riguardo al mercato del lavoro, mette in evidenza più l’inefficienza della contrattazione centralizzata che non la mancanza di flessibilità. Dopo tutto gli autori sono consci che “precarietà” e’ una brutta parola. Io e gli amici di NFA abbiamo argomentato altrove, che è proprio molta ma molta più precarietà che serve al mercato del lavoro italiano. (Certo, la chiamiamo flessibilità che suona meno peggio di precarietà). È necessario per i lavoratori e per le imprese che entrare e uscire dal mercato del lavoro sia facile e rapido. Il lavoro nero, la scarsa occupazione delle donne, l’eccessiva disoccupazione giovanile, specie al sud, i bassi salari per i giovani, sono tutti fenomeni causati in parte rilevante dalla mancanza di flessibilità. Confrontiamo la nostra situazione con quella del Regno Unito, dove il mercato del lavoro è molto più flessibile (riprendo da un vecchio articolo a firma di tutta la redazione).
Nel Regno Unito il tasso di occupazione medio è di circa 17 punti percentuali superiore all'italiano: 74% verso il 57%! Questo significa che il cittadino inglese medio ha molte più opportunità di lavoro di quello italiano. Ma le cose in Inghilterra sono particolarmente migliori per i settori più a rischiò del mercato del lavoro, quelli particolarmente esposti al rischio di inoccupazione. Il tasso di attività delle donne da 20 a 24 anni è quasi del 70%, in Italia è appena sopra il 30%. Il tassi di attività per le donne è, per ogni gruppo di età, almeno di 10 punti percentuali più alto nel Regno Unito. La situazione delle donne è la stessa di quella dei giovani. Da 30 a 55 anni il tasso di attività in Italia e Regno Unito è pressoché lo stesso. Il divario grande è nel mercato del lavoro dei giovani, le vere vittime del sistema italiano. La differenza è di 25 punti percentuali per il gruppo da 20 a 25 anni di età: nel Regno Unito oltre il 70% lavora, mentre in Italia solo il 45%. Il nostro problema è tutto qui. Questa è la differenza tra un mercato del lavoro (e quindi una società) dinamico e vivo e uno ingessato e necrotico! Se guardassimo a questi dati per il Sud del paese, dove la rigidità, la contrattazione collettiva nazionale ed il posto pubblico fisso la fanno da padroni, le cose sarebbero ancora più drammatiche.
A mio avviso questo non è detto in modo abbastanza chiaro e forte, nel libro. Un confronto tra il mercato del lavoro italiano e quello del Regno Unito o dell'Irlanda (che sta attraendo i giovani migliori dalla Francia - 20 mila immigrati francesi in Irlanda, negli ultimi anni - e dal resto dell’Europa a causa della vitalità della sua economia e delle sue politiche liberiste nel mercato del lavoro) sarebbe stato molto utile ad argomentare a favore della flessibilità.
Commento 2: Peccati di omissione. Ma a parte la questione del mercato del lavoro, ci sono due peccati di omissione nella diagnosi del declino contenuta nel libro. A mio avviso sono due peccati di omissione gravi: non si parla di tasse né di mezzogiorno.
Il paese è tassato a livelli altissimi. Una idea delle tasse in percentuale del PIL, in media, per diversi paesi viene dal rapporto di Citizens for Tax Justice, ed è contenuta qui. È vero, alcuni paesi del Nord Europa e la Francia hanno tasse più elevate, ma in Italia nel 2005 le tasse in percentuale del PIL erano sopra al 40%; circa il 5% in più che in Spagna, 10% in più che in Irlanda, e 15% in più che negli Stati Uniti.
Le tasse
sulle imprese – non compensate da efficienti
servizi pubblici - le rendono meno
competitive sui mercati internazionali. I dati sul cuneo fiscale, la differenza fra quanto un lavoratore costa
all'impresa e quanto il medesimo lavoratore guadagna dall'essere
impiegato, fanno impressione: il 38% in Italia, il 35% in Spagna, il 25% nel Regno Unito, il 19% negli Stati Uniti, l'11% in Irlanda. E la situazione peggiora drammaticamente. L'articolo di Andrea e Thomas Manfredi sulla oppressione fiscale documenta con chiarezza la mancata crescita del reddito disponibile delle famiglie dovuta all'aumento dell'imposizione fiscale.
E non è tutto qui. i) La spesa pubblica, come sappiamo, è spaventosamente inefficiente: questo significa che il cittadino e le imprese ricevono poco, relativamente ad esempio alla Francia, in cambio delle tasse; e ii) l'evasione è elevatissima e concentrata per professioni (sappiamo bene che i lavoratori dipendenti contribuiscono in misura sproporzionata al gettito fiscale): questo significa che i costi di inefficienza e distorsione del sistema fiscale sono enormi.
Inoltre il mezzogiorno riceve da cinque decenni trasferimenti e risorse nette. Le pensioni di invalidità, la sovra-rappresentazione delle popolazioni meridionali negli impieghi pubblici, gli immensi trasferimenti per la sanità al Sud sono gli esempi più ovvii. Un solo esempio: la spesa sanitaria rispetto al PIL ha il suo valore massimo in
Campania – dati 2004 – pari al 9,89% più che doppio del valore minimo,
registrato in Lombardia, pari a 4,46% (i dati provengono dal Rapporto Osservasalute 2007 pubblicato dall'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni
Italiane che ha sede presso l'Università Cattolica di Roma). Sorprendentemente, al Sud è anche concentrata una frazione molto elevata della evasione fiscale. Ad esempio abbiamo qui notato come dai dati della Agenzia delle
Entrate sulle stime dell'evasione fiscale IRAP risulti che l'intensità dell'evasione (Media 1998-2002 base imponibile evasa / dichiarata) sia ad esempio del 13% in Lombardia, del 22% in Emilia Romagna, cioé al livello per esempio della Francia; mentre sia superiore al 50% in buona parte del Sud, ad esempio
del 60% in Campania e in Puglia, del 65% in Sicilia, e addirittura del 93% in Calabria.
Una parte sostanziale (difficile da quantificare per ovvie ragioni, ma non credo di sbagliarmi nel definirla sostanziale) delle risorse distribuite al Sud sono distribuite attraverso la criminalità organizzata e
una classe politica ad essa funzionale. Tali trasferimenti e risorse hanno reso
il mezzogiorno completamente dipendente dal resto del paese, senza riuscire affatto – anzi – a
chiudere la distanza tra il Nord e il Sud in termini di reddito e di ogni
variabile socio-economica che si voglia utilizzare come indice di qualita’
della vita. La questione meridionale è viva e vegeta come ai tempi di Sidney Sonnino e poi di Gramsci.
Il declino italiano deriva in modo fondamentale, a mio avviso, dalla combinazione tra la eccessiva e distorta pressione fiscale e la questione meridionale. Un'analisi del declino che omette tasse e mezzogiorno è necessariamente parziale, a mio avviso, per una ragione fondamentale: il
paese non ha più margini di manovra per alcuna politica economica di sostanza. Ad esempio, una vera flessibilità del mercato del lavoro richiede seri (e costosi) ammortizzatori sociali, per ammortizzare appunto gli effetti di breve periodo di un mercato del lavoro flessibile. Ma non c'è spazio per nulla di simile, nel bilancio. Le tasse sono troppo elevate, non si possono alzare per finanziare gli ammortizzatori sociali. Non resta che tagliare la spesa altrove. Ma nessun sistema democratico taglia agilmente la spesa. E in Italia significherebbe tagliare soprattutto al mezzogiorno, dove la spesa è maggiore e più improduttiva. E quindi siamo bloccati.
Eppure tagliare le tasse è fondamentale, come abbiamo sostenuto altrove. (Qui non siamo in Amerika, dove c'è un dibattito serio tra coloro che pensano che le tasse vadano tagliate e coloro che pensano di no; il dibattito è serio in Amerika perché lì la pressione fiscale è al 30%; ai nostri livelli, oltre il 45%, non c'è storia, il paese è imbalsamato e le tasse vanno tagliate). Le tasse sul reddito individuale limitano l’offerta di lavoro. Chi fa straordinari è solo chi può evadere la tassa marginale, che per redditi tipici da professionista, è ben superiore al 50%. Ancora una volta, guardiamo all’Irlanda, ma anche al Regno Unito. Il mezzogiorno potrebbe essere l’Irlanda, crescere a ritmi 4 voltre superiori al resto dell'Italia per recuperare la stagnazione dei decenni (secoli) passati. Certamente la criminalità organizzata non aiuta nel confronto, ma i trasferimenti assistenziali passano ben da lì: non aiutano il mezzogiorno, soffocano il Nord, e in compenso aiutano la criminalità organizzata che li controlla.
Non c’è via d’uscita, a mio parere. Queste sono cause primarie del declino del paese. Il declino del
paese è legato in modo fondamentale all’eccessiva tassazione che soffoca le imprese produttive e
l’offerta di lavoro, all’evasione che concentra la tassazione tra i lavoratori
dipendenti e al Nord, alla spesa pubblica onnivora, inefficiente, che produce
assistenzialismo al Sud e arricchisce di denaro e potere la criminalità
organizzata. E quindi, se si parla di cure, non si può fare a meno di mettere in evidenza, meno spesa, meno tasse, più responsabilità fiscale al mezzogiorno (ebbene sì, federalismo fiscale, Michele e Aldo Rustichini ne hanno parlato da tempo). E poi certo, la rigidità del
mercato del
lavoro che penalizza i giovani specie al Sud, e le donne dappertutto, i mercati
finanziari che falliscono nell’obiettivo di finanziare e sostenere
l’imprenditorialità e la produttività; e la mancanza di concorrenza e
l’università in fallimento, certo, anch'esse non aiutano il paese.
Commento 3: Peccato di retorica. Il libro mette molto in evidenza quanto della situazione economica del paese i giovani paghino un costo elevato e soprattutto relativamente superiore ai cinquantenni e ai sessantenni. È chiaro che in un mercato del lavoro come il nostro i giovani faticano a trovare lavoro a tempo indeterminato. Costringere l'impresa ad assumere o a breve o a tempo indterminato (come in effetti oggi è il caso in Italia) significa trasformare quelle posizioni a medio termine in contratti a breve possibilmente rinnovati fino al raggiungimento del "medio termine" (con ogni sorta di inefficienze nel frattempo, comprese tante delle lamentate forme di precariato). È chiaro che in un mercato finanziario inefficiente e in mancanza di forme di concorrenza un po' dappertutto, le imprese non crescono, sono passate di padre in figlio, e i giovani non "figli di" fanno fatica a intraprendere qualunque cosa. È chiaro che in un mercato delle professioni molto poco concorrenziale, i giovani spendono anni in inefficienti forme di praticantato.
Ma la risposta a questi problemi deve essere strutturale, nel senso che deve agire sulle cause strutturali di questa situazione, non sugli effetti superficiali. Presentare la crisi economica del paese come una questione distributiva, i giovani perdono e i vecchi vincono, è forse retoricamente utile ma analiticamente controproducente. Si finisce per argomentare a favore di "quote per i giovani" o a favore di un "ricambio della classe dirigente", mentre deve essere chiaro che non di questo c'è bisogno, ma di una liberalizzazione del mercato del lavoro, così come di molti (quasi tutti) gli altri mercati (ne abbiamo discusso anche qui). Gli autori del libro, quando producono analisi, non cadono affatto nella tentazione di propugnare posizioni tipo "quote per i giovani" o "ricambio della classe dirigente"; ma la retorica è presente, fin dal titolo e questo ha motivato il mio commento.
Infine, anche se la questione fosse puramente re-distributiva, e cioé anche le la questione fosse che le politiche economiche favoriscono i vecchi, la questione non sarebbe così grave come spesso si pensa. I vecchi muoiono e lasciano di solito molto ai figli, e spesso lo fanno anche prima di morire. Molti dei giovani italiani se le sono già spese le pensioni dei propri genitori, da cui si sono fatti comprare la casa in cui vivono, da cui si fanno finanziare gli anni di praticantato e precariato, con le cui tasse si pagano la scuola che frequentano, e così via. Con questo non voglio certo sostenere che non fa differenza se si distribuisce a favore dei vecchi o dei giovani, la differenza c'è eccome. Ma non è così grave come distribuire a favore dei ricchi: i ricchi non hanno l'abitudine di dare i soldi ai poveri, né in vita, né in morte. I vecchi invece sì, danno soldi ai giovani, in forma di figli. (Gli economisti hanno anche un nome per questo tipo di argomentazione, Ricardian equivalence, che ci ricorda che l'argomento è vecchio come la teoria economica).
Commento 4: Peccato di omeopatia. Il lettore si sarà già chiesto, guardando alla lista delle politiche praticamente suggerite dagli autori, che relazione abbiano con la diagnosi del declino, come possano curare il declino. A mio avviso questo è il punto più debole del libro. Le cure nella lista sono minimali, cure omeopatiche per malattie mortali, e nemmeno poi tanto appropriate rispetto alla diagnosi.
Il reddito minimo garantito è politica discutibilissima da un milione di diversi punti di vista, soprattutto in termini degli incentivi perversi che potenzialmente genera (si pensi alle pensioni di invalidità così ampiamente distribuite specie al Sud). Ma soprattutto non se ne vede la funzione di cura delle cause del declino; anzi! Lo stesso vale per la proposta del contratto unico, strutturato per legge nei tempi e nei modi. Pare, ed è, misura opposta all'aumento della flessibilità del mercato del lavoro. Lo stesso argomento si può fare per i sussidi alla natalità. Onestamente non capisco. Sembrano politiche indipendenti. Certo, coi sussidi alla natalità forse nascerebbero più bambini, ma non si ovvierebbe in alcun modo ai disincentivi strutturali alla fertilità, disincentivi che ad esempio stanno nel mercato del lavoro, come abbiamo argomentato. Mi pare che queste politiche siano un modo di gettare soldi/finanziamenti ai problemi, senza utilizzare l'analisi delle cause dei problemi, che pure appare nei capitoli precedenti. Sulle altre politiche, deregolamentazione delle libere professioni, riforma pensionistica a favore del metodo contributivo, liberalizzazioni varie, naturalmente sono d'accordo (anche se, nel caso delle pensioni, non vedo cosa c'entri la specifica questione delle pensioni di reversibilità: il metodo contributivo risolve la questione di per sé). Ma comunque sono proposte di cura minimali.
Tito e Vincenzo, io credo, hanno elaborato queste proposte, che io ho definito minimali, nella convinzione che nulla di più possa essere approvato oggi in Italia. Hanno probabilmente ragione: loro conoscono i vincoli politici del paese infinitamente meglio di me. Ma Tito e Vincenzo sono economisti e io credo che avrebbero fatto un ancora miglior servizio al paese propugnando le politiche economiche più efficaci, necessarie a fermare il declino, senza internalizzare i vincoli politici.
In conclusione, la mia risposta all domanda del titolo:
L'Italia ha tradito le nuove generazioni? Sì, ma non è questo il punto.
Nota: i commenti sono di proprieta' degli autori, che ne sono responsabili.
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"Pagare di più gli insegnanti migliori, quelli più capaci, più preparati"; sottomettere gli studenti "periodicamente a test oggettivi", e favorire altre forme di meritocrazia nella scuola secondaria; favorire la meritocrazia nell'attribuzione dei fondi per la ricerca all'università, e in generale introdurre competizione nelle università.
Come si fa a introdurre la meritocrazia senza privatizzare scuole e università?
Riformare la struttura contrattuale del mercato del lavoro per istituire un contratto unico, a tempo indeterminato, con le seguenti caratteristiche: sei mesi di prova (alla fine del quale il licenziamento è possibile senza particolari costi), un periodo di inserimento, fino ai tre anni dall'assunzione (in cui il lavoratore è tutelato contro il licenziamento disciplinare e discriminatorio e riceve una indennità in caso di licenziamento per ragioni economiche), periodo di stabilità (in cui la tutela contro il licenziamento si estende anche a quello per ragioni economiche, suppongo secondo le linee di quello che succede oggi ai contratti a tempo indeterminato).
Il "periodo di inserimento" e il "periodo di stabilità" sono assurdi. Se lo stato mi impedisce di liberarmi di un dipendente in caso di abusi, manifesta incompetenza, o di crisi economica, io continuerò ad assumere dipendenti a contratto. Perché poi non lasciare i datori liberi di decidere come regolarsi per il periodo di prova, invece di fissare sei mesi per tutti?
Assicurare un reddito minimo garantito a tutte le famiglie, come rete di assicurazione sociale generalizzata.
Altri sussidi statali: proprio quello di cui l'Italia ha bisogno.
Un confronto tra il mercato del lavoro italiano e quello del Regno Unito o dell'Irlanda [...] sarebbe stato molto utile ad argomentare a favore della flessibilità.
Probabilmente è un'omissione intenzionale. Se avessero fatto un confronto avrebbero dovuto spiegare che qua in Gran Bretagna non ci sono "periodi di stabilità", articoli 18, TFR, che si può essere licenziati in qualsiasi momento per incompetenza o se la ditta è in cattive acque, che bisogna aspettare fino a 68 anni per prendere la pensione statale, ecc. Questo risulterebbe inaccettabile in Italia, anche a molti giovani che non trovano lavoro.
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Dopo aver letto questa recensione (veramente bella), mi deprimo alla lettura, nel comunicato stampa del Consiglio dei Ministri (http://www.governo.it/Governo/ConsiglioMinistri/dettaglio.asp) della nomina di ben SETTE nuovi Ambasciatori.
Se il Governo Prodi fosse risultato tanto attivo nel corso della sua legislatura chissà quanti discorsi avremmo potuto concludere. Invece, nomine così importanti (con risvolti strategici all'estero) realizzate in questa maniera così arida (si direbbe " firmate sulla scaletta dell'aereo"), mi sembrano un furto.
Da un importante botta e risposta tra la Farnesina e Il Velino si possono trarre le molte contraddizioni alla base di queste nomine (http://www.ilvelino.it/articolo.php?Id=497052#news_id_497052)
Perché adesso? Come sarà vista questa nomina così nascosta dalle nuove generazioni di diplomatici, di imprenditori, ma soprattutto come sarà giudicato il gesto dall'opinione pubblica?
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il tasso di occupazione (il rapporto tra occupati e abitanti in età lavorativa) è strutturalmente basso, oggi al 57%, contro il 65% della media OCSE;
Con un tasso di disoccupazione quasi "fisiologico" del 5,6% (e 4 milioni di immigrati che lavorano), l'8% di minor occupazione rispetto alla media europea (dovrebbero essere 2,5 / 3,0 milioni di persone) è un dato veramente allarmante. Mi piacerebbe sapere se ci sono degli studi che ne spiegano le cause. Assumendo che per la maggior parte si tratti di donne meridionali, mi domando se deriva da questioni culturali, se non c'è lavoro per cui hanno rinunciato a cercare occupazione, lavorano tutte in nero, hanno un marito che guadagna bene e dunque non c'è bisogno di lavorare ....
Relativamente alle cause dei mali italici, mi pare che non si insista sufficientemente sulla necessità di allungare consistentemente, visto l'allungamento di 7 anni della vita media negli ultimi 25 anni, il periodo di occupazione (o, che è lo stesso, ridurre drasticamente il periodo di pensione). Potremmo lavorare fino a 70 anni (a parte i lavori usuranti) riducendo sostanzialmente gli oneri contributivi e dunque il costo del lavoro. Si potrebbe anche evitare che l'ultima retribuzione mensile corrisponda alla più alta della intera vita lavorativa, cosa assurda dal punto di vista di quella che presumo essere una ragionevole "curva di efficienza del lavoratore" ed anche socialmente poco logica, considerando che a 60-65 anni i figli si saranno sistemati, la casa pagata, ecc. Si potrebbe calibrare una riduzione della retribuzione (ad esempio partendo da 60 anni) con una proporzionale riduzione delle ore lavorate.
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Hey, Mario, ti sei svegliato liberale stamattina! Siamo tutti d'accordo, t'immagini. Anzi, invece di "calibrare" per contratto nazionale le ore da lavorare e lo stipendio, perché non lasciamo che la gente faccia quel che vuole, e lavori quanto vuole? L'unica cosa da fare è togliere la pensione a 58 anni (evito polemiche su scalini e scaloni ...), metterla a 65 e poi creare incentivi/disincentivi monetari (basati su vita attesa, piuttosto facile) per chi ci va un po' prima (diciamo dai 63 in avanti) o dopo. E togliere i regali pensionistici assurdi alle donne.
Perché il tasso di occupazione continua ad essere così basso? In parte hai già risposto tu: pensioni a go-go. Le donne, e soprattutto le meridionali, certamente. E qui, mancanza di servizi a parte, la cultura certamente gioca un ruolo. Ma anche la mancanza di lavori ad orario flessibile e parziale. La scarsa mobilità territoriale è senz'altro un altro fattore. Una parte poi è lavoro nero: anche se non implica farsi "beccare" dall'Agenzia delle Entrate, molta gente dichiara di non lavorare anche quando, magari, hanno il lavoro nero saltuario o a tempo parziale, o cose del genere. Nei dati, comunque, i fattori più grossi sono le pensioni e la partecipazione delle donne, molto anomali rispetto al resto d'Europa.
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Con un tasso di disoccupazione quasi "fisiologico" del 5,6% (e 4 milioni di immigrati che lavorano), l'8% di minor occupazione rispetto alla media europea (dovrebbero essere 2,5 / 3,0 milioni di persone) è un dato veramente allarmante. Mi piacerebbe sapere se ci sono degli studi che ne spiegano le cause.
Ho assistito ad un seminario di F.Giavazzi dove mostrava che c'e' correlazione nelle economie occidentali tra regolamentazione del mercato del lavoro e minore occupazione, un fattore aggiuntivo rispetto ai fattori culturali e' sicuramente quello.
Personalmente ritengo che in Italia il lavoro sia non solo iper-regolamentato ma anche iper-regolato complessivamente male. Ritengo che in presenza di nociva iper-regolamentazione risulti sub-ottimale l'allocazione dei lavoratori in base alle loro capacita' e produttivita' e al costo della vita di dove sono localizzate le imprese, e questo produce sia occupazione in nero sia disoccupazione localizzata territorialmente, fenomene entrambi in cui l'Italia eccelle tra le economie di mercato.
Forse il maggior elemento di iper-regolamentazione e' il contratto nazionale per i dipendenti delle grandi imprese e per gli statali, evidentemente insensato in presenza di una produttivita' media il 20% inferiore nel Sud, e di costi della vita e livelli di PIL pro-capite che sono al Sud la meta' circa rispetto al centro-nord (60-65% del reddito medio nazionale contro 110-120%). (Ulteriormente insensato dare uno stipendio reale molto superiore agli statali meridionali inpresenza di enormi esuberi a Sud e carenze nel centro-nord). Questa nociva iper-regolamentazione rende non conveniente per le grandi imprese creare lavoro al Sud, nonostante costosi e cospicui sussidi statali, e crea un insano incentivo in mancanza di lavoro legale in grandi imprese perche' i giovani meridionali cerchino lavoro nel settore statale improduttivo e denso di esuberi, oppure nell'economia sommersa e/o criminale. Ovviamente tutto questo mantiene il Sud sia piu' povero che meno produttivo per cui il circolo si chiude e tutto si tiene. Infatti piu' il Sud e' povero e con meno spesa si acquista consenso politico distribuendo i posti di lavoro statale, e piu' efficace e' la propaganda che giustifica l'insensata azione di governo dello Stato italiano, in realta' tra le cause prime del sottosviluppo meridionale, oltre che della minore occupazione complessiva a livello nazionale medio.
Un secondo fattore nocivo di regolamentazione del mercato di lavoro e' la struttura dei contratti nazionali concordati da imprenditori e sindacati, sempre nello Stato e nelle grandi imprese, con aumenti retributivi pattuiti prevalentemente per anzianita' e indipendenti dal merito. Questi contratti producono salari da fame ad inizio carriera, ed un incentivo innaturalmente elevato per i lavoratori alla fissita' dei posto di lavoro (altrimenti si perde l'anzianita' retributiva e/o non si trova piu' posto), con le note assurde posizioni dei sindacati sull'art. 18 considerato elemento minimo di "dignita". Allo stesso tempo producono un insano incentivo alle imprese ad assumere giovani e licenziare i lavoratori maturi, con conseguente periodica processione di imprenditori come De Benedetti e Agnelli a piatire dallo Stato pre-pensionamenti, scivoli e ogni altro espediente per liberarsi dei lavoratori maturi (con ipocrita promessa di assunzione di giovani). E' un funzionamento malato del sistema italiano, coperto con cura dalla disinformazione dei mezzi di comunicazione, che ovviamente produce disastri per quei lavoratori maturi, anche con elevate qualifiche, che perdono il posto di lavoro per il fallimento di industrie medio-piccole senza la protezione delle cosche politico-sindacali: come si legge nelle lettere sui giornali dopo 45-50 anni non c'e' piu' lavoro per nessuno.
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Caro Alberto Luisiani mica hai il paper del seminario dove Giavazzi ha trovato "una correlazione nelle economie occidentali tra regolamentazione del mercato del lavoro e minore occupazione". Ti chiedo ciò perché agli inizi di settembre 2007 in un dibattito su Liberazione non ha fornito alcuna evidenza a questa affermazione su precisa richiesta di Brancaccio. Quì di seguito ti linko i riferimenti in ordine di apparizione(dal basso verso l'alto):
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search¤tArticle=FH4PK
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search¤tArticle=FFHDB
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search¤tArticle=FGBJR
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search¤tArticle=FGBF1
Alla fine del dibattito, con mio disappunto il prof. Giavazzi (forse per mancanza di tempo) ha ceduto la vittoria a Brancaccio senza produrre alcuna evidenza. Sono sicuro che Brancaccio ha fatto i magheggi coi dati. Ma nessuno lo ha sbugiardato. Spero che l'nFA team ora raccolga il guanto della sfida.
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Caro Alberto Luisiani mica hai il paper del seminario dove Giavazzi ha trovato "una correlazione nelle economie occidentali tra regolamentazione del mercato del lavoro e minore occupazione".
Non ho le trasparenze che sarebbero piu' utili, pero' ti posso indirizzare al sito web che ospita descrizione e video streaming del colloquio di F.Giavazzi su "La sinistra e il liberismo". Giavazzi ne parla a partire da 39m30s, mostra Italia- Germania- Francia con alta disoccupazione (2006) e alta regolamentazione (per es. sui licenziamenti) contro USA, UK, e paesi Scandinavi con bassa disoccupazione (4-6% contro 8-9%) ma licenziamenti facili con efficaci sussidi per i disoccupati.
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Tito Boeri era venuto da noi in facoltà (Economia a Venezia, ndr) per presentare questo libro. In quella occasione,ì la discussione si era sviluppata in parte sul contratto unico di lavoro, tema presumo a lui molto caro, per poi spostarsi sulle (in)efficienze del sistema scolastico, soprattutto universitario, attuale. Essendo in un contesto accademico, presumo non abbia voluto sbilanciarsi molto sulle cause di malattia del sistema universitario, ma si è soffermato solo sulle conseguenze. Ad essere sincero, mi ha un po' deluso quel giorno. Un po' troppo sindacalista e poco liberista.
Mi ha comunque particolarmente impressionato tutta la parte sull'eredità che i "vecchi" daranno ai giovani. Alcune cose non le avevo considerate. Tipo: ora vivo a casa dei miei (bamboccione); mio padre, col suo stipendio da impiegato, l'ha costruita senza contrarre alcun mutuo, 25 anni fa. Io, oggettivamente, non potrei mai farcela.
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Non sono un economista di professione ma mi interesso alla materia da appassionato. Mi sono sempre meravigliato di non trovare mai negli articoli il riscontro di quanto a me appariva lampante e marchiano: che un'Italia con una palla al piede come quella data dalla questione meridionale non poteva essere piu' competitiva a livello euopeo e mondiale. Finalmente Bisin ha dato voce, in modo chiaro e ben organizzato, a cio' che intuivo. Purtroppo il recupero del meridione passerebbe dalla lotta alla criminalita' organizzata. E' questo gia' e' una impresa non facile. Ma soprattutto passerebbe da un cambio radicale di mentalita', per la quale ogni impresa, attivita' ecc. e' inquinata da logiche mafiose. Parlo di logica, di mentalita'. Forse l'idea di un federalismo, non solo fiscale, potrebbe cambiare progressivamente tale stato. Invece per quanto riguarda il problema del basso tasso di occupazione nazionale sono meno convinto: l'aumento dell'impegno lavorativo delle donne con conseguente riduzione del loro spazio per se' stesse e per la famiglia ha poi tutta una serie di costi, emotivi e personali, che credo sia difficile quantificare ma che emerge facilemente quando si parla con le lavoratrici.
Mi rendo conto, rileggendolo, che il mio intervento possa risultare parecchio reazionario ma tant'e', questo e' quanto mi son trovato a pensare. Un vecchio e saggio avvocato diceva sempre: Chi a vent'anni non e' comunista e' senza cuore, chi a cinquant'anni lo e' ancora e' senza cervello. Potrebbe aver avuto ragione. Io i 20 anni li ho passati da un pezzo...
A proposito di avvocati: faccio fatica anche a capire come un aumento della concorrenza tra di loro potrebbe far aumentare in modo significativo la competitivita' del sistema Italia. Al piu' farebbe calare un poco le loro parcelle. Meglio di niente, certo. Ma sempre molto poco. Una omeopatia. appunto.
Un caloro grazie al dott. Bisin per la recensione/articolo estremamente ineressante.
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Non credo che qui nessuno si aspetti grandi aumenti di competitività dalla sola concorrenza tra avvocati; se però estendiamo il discorso a tutte le categorie che godono di rendite protette (notai, tassisti, farmacisti i più noti, ma ce ne sono dozzine) a qualcosa serve.Ed ha l' effetto collaterale di dare più occasioni ai giovani senza santi in paradiso.
Quello che invece potrebbe davvero dare un' impulso all' economia (ma soprattutto alla vita civile del paese) è un rivoluzionamento del sistema giudiziario, soprattutto riguardo ai tempi di risposta. Io sospetto che la palude giudiziaria e quella forense si alimentino a vicenda.
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A quel che sembra le regioni dell'Italia settentrionale hanno goduto negli ultimi cinquanta anni di un vigoroso sviluppo. Questo sviluppo sociale ed economico (spettacolare per il Nordest che partiva da condizioni di indigenza) è testimoniato dai livelli raggiunti dalle "competenze" (misurate dai test PISA-OCSE) dei quindicenni, dalla piena occupazione, dal reddito, dalla bassa evasione fiscale, dal basso tasso di criminalità, ecc. ecc. Non sembra che su questo sviluppo abbia pesato il sottosviluppo del mezzogiorno, che forse, invece, può aver contribuito fornendo manodopera qualificata che fuggiva da una società arretrata. In queste condizioni sembrerebbe che possa valere, per la "questione meridionale", il suggerimento offerto a Nixon da Moynihan per il problema, allora drammatico, delle condizioni di sottosviluppo della minoranza afroamericana: "benign neglect".
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A quel che sembra le regioni dell'Italia settentrionale hanno goduto negli ultimi cinquanta anni di un vigoroso sviluppo. Questo sviluppo sociale ed economico (spettacolare per il Nordest che partiva da condizioni di indigenza) è testimoniato dai livelli raggiunti dalle "competenze" (misurate dai test PISA-OCSE) dei quindicenni, dalla piena occupazione, dal reddito, dalla bassa evasione fiscale, dal basso tasso di criminalità, ecc. ecc.Io direi che le regioni settentrionali hanno goduto di vigoroso sviluppo dal 1950 al 1985, e il Nord-Est probabilmente con un picco tra il 1970 e il 1985. Dopo il 1985 il peso dello Stato e della corruzione politica e' diventato insostenibile, e c'e' stato declino (rispetto ai paesi comparabili a noi, come Francia, Germania, UK, Spagna). Il declino e' stato interrotto solo da una significativa ripresa dopo la svalutazione del 30% della lira nel 1992, ripresa comunque poco sana.
Non sembra che su questo sviluppo abbia pesato il sottosviluppo del mezzogiorno, che forse, invece, può aver contribuito fornendo manodopera qualificata che fuggiva da una società arretrata.
Numericamente, in rapporto alla popolazione locale, credo l'emigrazione meridionale sia stata massima nel Piemonte specie nella provincia di Torino (dove ci sono stati i primi comuni settentrionali sciolti per infiltrazione mafiosa). Rispetto alle altre aree del Nord, ritengo che l'immigrazione meridionale abbia alimentato piu' il portafoglio degli Agnelli, e della grande industria italiana, assistita e perdente internazionalmente, piuttosto che lo sviluppo economico vero e proprio. Infatti c'e' stato comparativamente molto maggiore sviluppo economico nel nord-est (inclusa Lombardia orientale ed Emilia Romagna), regioni meno soggette ad immigrazione meridionale.
Ritengo che lo sviluppo del Nord-Est si spieghi abbastanza bene come convergenza economica "naturale" col Nord-Ovest in presenza di capitale sociale comparabile e di democrazia, come documentato nei decennali studi di R.Putnam ("Making democracy work").
Riguardo l'effetto del mezzogiorno sullo sviluppo economico del Centro-Nord, secondo me l'effetto prevalente del Sud povero sull'economia settentrionale e' una diminuzione dei salari dei dipendenti settentrionali, specie delle grandi imprese, a causa dell'immigrazione e dei contratti nazionali che mediano tra aree ricche e produttive ed aree povere e meno produttive. Questo significa che mentre a Sud diventa non conveniente investire, a Nord la produttivita' (prodotto diviso salari innaturalmente bassi) si alza. Questo comporta maggiore occupazione nel Nord Italia (rispetto a paesi statalisti comparabili come Francia e Germania), e maggiore competitivita'. Purtroppo i grandi imprenditori del Nord (di qualita' inferiore rispetto a quelli d'Oltralpe) hanno sfruttato in maniera sbagliata questo innaturale vantaggio, incassando extra-profitti e specializzandosi in produzioni di bassa qualita' a basso prezzo (cosi' sono viste tradizionalmente le auto Fiat in Francia e Germania), o comunque di basso contenuto tecnologico (piastrelle, rubinetti, abbigliamento).
Va aggiunto per completezza che un secondo fattore ha alimentato la produttivita' delle imprese settentrionali (anzi, in realta' di tutte le imprese italiane): la debolezza, svalutazione
e sottovalutazione della Lira, consequenza della scarsa credibilita' dello Stato italiano, del deficit e debito statali, e dell'elevata inflazione. Qui il ruolo del Sud e' indiretto, e si tratta semmai di problemi dello Stato italiano nel suo complesso.
In queste condizioni sembrerebbe che possa valere, per la "questione meridionale", il suggerimento offerto a Nixon da Moynihan per il problema, allora drammatico, delle condizioni di sottosviluppo della minoranza afroamericana: "benign neglect".
Probabilmente il problema del Sud e' proprio l'eccessiva attenzione cui e' soggetto, peraltro consensualmente, da parte dallo Stato italiano con "aiuti" che ne mantengono il sottosviluppo ma in cambio ne ottengono voti clientelari. Dopo aver visto lo sviluppo di Irlanda, Spagna e Grecia, ritengo che proprio l'azione dello Stato italiano sia il maggior problema del Sud, che ormai e' l'area economica piu' povera di tutta l'Europa occidentale (vedi Newsweek).
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