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Arrivo buon ultimo. I venti minuti spesi su Google mi hanno confermato che il pamphlet di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi ha già creato la valanga di reazioni che, credo, i due autori andavano cercando con il loro titolo. Quel poco che ho letto, però, non m'ha soddisfatto.
Da un lato perché, al solito, il 90% dei commenti guarda alla tattica politica immediata: il posizionamento del
PD nello spettro politico italiano, la lotta interna all'attuale
coalizione per cercare di fare qualcosa e sopravvivere nei prossimi
quattro anni, il desiderio (vero o presunto) di F&A di diventare i maîtres à penser
del PD medesimo o per lo meno della sua ala "liberale", ed altre inezie ancora. Non
escludo che uno, o anche due, dei motivi precedenti possa esistere ma vorrei spezzare una lancia
a favore del lavoro intellettuale: quanto hanno scritto essi lo pensano
davvero, al di la della congiuntura politica.
Ed è qui, appunto, che io dissento e trovo i loro
argomenti alquanto debolucci, oltre che scarsamente originali. È facile provare che l'idea non è particolarmente nuova: l'ho avuta persino io venticinque anni fa, e
l'ho sentita ripetere negli ambienti degli economisti accademici
europei da quando ho cominciato a frequentarli. Toni Blair
ci ha costruito la carriera e chiunque abbia un minimo di dimestichezza
con la Spagna post-franchista sa benissimo che Felipe era molto più
liberista sia di Suarez che di Fraga, che Solchaga (il super-liberista)
fece il ministro dell'economia con il PSOE e che, dopo trent'anni
d'evoluzione ideologica, non è per nulla ovvio che il PP sia oggi
complessivamente più liberista del PSOE, anzi.
Nulla di nuovo
sotto il sole, dunque. Peccato che sia una tesi erronea. Avendo iniziato il paragrafo precedente con il retorico "Da un lato
...", aggiungo che, dall'altro, la discussione svolta sui giornali e sui
blogs italiani risulta intellettualmente insoddisfacente - unica quasi-eccezione: Oscar Giannino su Libero Mercato, il cui testo trovate qui; la cosa m'imbarazza perché su LM ho accettato da poco di scriverci, gratis, e disprezzo i paraculi. Discussione intellettualmente insoddisfacente perché non affronta la tesi cruciale di A&F, cosa che invece vorrei provare a fare qui. Lo farò a modo mio, ovviamente, quindi spero abbiate del tempo da perdere perché l'argomento non è per nulla banale ed io me la son presa comoda. Se il tempo non ce l'avete, amen. Discutere da solo a voce alta è uno dei miei passatempi preferiti.
Caveat No 1: Nel caso che fra i lettori vi siano quelli che ricordano il nostro pezzo sul Cavaliere Bianco aggiungo, in appendice, una chiarificazione che spiega (spero) perché non vi è contraddizione alcuna fra i due scritti e perche il liberismo non possa essere, anche in Italia, che di destra, mentre il Cavaliere Bianco che cerca d'attuarlo debba venire da sinistra.
Tesi erronea di Alesina e Giavazzi: il liberismo è di sinistra perché in un sistema economico basato sulla libera iniziativa individuale e la competizione vi è maggiore mobilità sociale, la condizione delle classi economicamente più svantaggiate è migliore (possono acquistare più beni e servizi a parità di sforzo lavorativo) e, grazie all'abolizione dei privilegi di casta e monopolio, vi è una maggiore uguaglianza fra individui.
Questa tesi di fondo è corredata da argomenti succedanei che servono o da supporto o da ampliamento della tesi stessa. Alcuni di questi argomenti non si ritrovano negli articoli di A&F e sono stati offerti, in guisa varia, da altre persone che condividono la teoria de "il liberismo è di sinistra"; essi ricorrono frequentemente anche qui su nFA. Non sto facendo una recensione del pamphlet di Alesina e Giavazzi; sto cercando di dimostrare che la loro tesi di fondo è sbagliata. Vediamo gli argomenti succedanei.
Argomento succedaneo 1: Il cambiamento è di sinistra, la conservazione è di destra. Oggi il liberismo implica cambiamento e, infatti, vi è ragione di sostenere che il cambiamento può solo venire dall'adozione di modelli economici e di organizzazione sociale di stampo liberista. Se sinistra implica cambiamento e cambiamento implica liberismo allora la proprietà transitiva deve farci concludere che sinistra implica liberismo.
Argomento succedaneo 2a: Nella situazione storica in cui viviamo i partiti di destra sono difensori di posizioni di monopolio e privilegio. Essi favoriscono l'intervento statale al fine di favorire i gruppi che ad essi fanno riferimento ed adottano politiche economiche stataliste con frequenza. Poiché il liberismo è contrario a tali politiche il liberismo non può non essere di sinistra.
Argomento succedaneo 2b: Il medesimo di prima, solo applicato a questioni non strettamente economiche, ossia alle libertà individuali, all'uguaglianza fra i sessi, le razze e le religioni. La destra è allineata con ideologie conservatrici che ritengono vi siano verità morali rivelate di tipo assoluto. Ne consegue che essere di sinistra (ossia, contro la destra) diventa necessario per coloro i quali non credono nell'esistenza di verità morali rivelate ed immutabili.
Argomento succedaneo 3: In Italia la destra è culturalmente ostile a politiche economiche liberali. Infatti, quando e dove arriva al potere non le attua e non manifesta alcun interesse ad attuarle in futuro: l'esperienza sia del primo che del secondo governo Berlusconi, che delle amministrazioni locali targate CdL che l'involuzione reazionaria della Lega ne sono le prove più ovvie. Al contrario, dai partiti di sinistra sorgono sempre più frequentemente proposte ed idee d'impronta liberale. Ancor più (e qui ritorniamo all'erronea tesi fondamantale): se si adottassero delle politiche economiche liberiste alcuni gruppi sociali (che tendono a votare a destra) ne soffrirebbero mentre altri (che tendono a votare a sinistra) ne trarrebbero vantaggio.
Riformulazione della Tesi erronea: Poichè il liberismo conviene solo alla sinistra esso non può essere adottato che dalla sinistra, la qual cosa implica che il liberismo in Italia è di sinistra.
Come vedete ho mischiato, come mischiano anche A&F oltre che i molti che la loro tesi condividono,
argomentazioni empiriche ed argomentazioni teoriche o dottrinali.
Alcune, come ho detto, non sono nemmeno esplicitamente
articolate nello scritto di F&A ma non credo di far loro torto sospettando che in sostanza le condividano. Questi argomenti sono sbagliati.
Errori nell'argomento 3.
Trattasi di un argomento empirico, quindi guardiamo i dati. Non che
A&F ne producano molti, ma non importa: sono abbastanza noti a
tutti e questa non è Econometrica, anzi. In Italia i gruppi sociali che
guadagnerebbero da politiche liberiste sono divisi (per ragioni ideologiche in primis, di
clientele storiche in secundis) fra destra e sinistra: questo è il vero
dramma. I dipendenti
pubblici, che ci perderebbero, tendono a votare a sinistra. I piccoli
commercianti e professionisti mediamente inefficienti ed evasori, che
pure ci perderebbero, a destra. Il parassitismo meridionale, dai finti
invalidi ai portieri delle porte che non esistono, oscilla a seconda del vento che tira (vedasi Sicilia vs Campania) anche se tende a
favorire la destra, specialmente quella d'origine fascista.
Il parassitismo settentrionale (operai, impiegati e proprietari delle
grandi aziende private sussidiate, sindacalizzate
e protette) vota da sempre a sinistra; incazzosa, tipo Rifondazione, quella degli operai, moderata e molto elegante quella
dei proprietari, ma sempre sinistra è. Anche questi ci perderebbero
se il liberismo arrivasse: magari non tanti ma qualche anno
di lacrime, sangue e licenziamenti dovrebbe passare prima che la riduzione delle tasse e la maggiore crescita economica migliorassero le loro condizioni di vita. Consideriamo ora i gruppi sociali che dal liberismo ci
guadagnerebbero. I giovani, non mi pare abbiano una chiara
predisposizione per la sinistra; anzi le inchieste sociologiche dicono
che quelli che hanno un capitale umano più alto votano a destra. I
piccoli imprenditori ed i loro dipendenti, i professionisti competenti e giovani, i quadri o i dirigenti altamente professionalizzati e super-tassati: questi stanno nella
loro grande maggioranza a destra, magari confusamente, ma ci stanno.
Una fetta, specialmente quella che vive ed opera nelle grandi città,
vota a sinistra: sono quel 5-8% che avevo in mente nella mia ultima filippica anti-Berlusconi.
Insomma, il conto della base sociale ci dà al più un 50-50 con, a
nasometria, un solido vantaggio per la destra. Il liberismo non conviene al popolo che oggi vota a
sinistra. Che infatti non lo vuole, come la nostra inchiesta dimostra e come credo Antonio Mele argomenterà a giorni, sulla base anche di quei dati, su Epistemes. Se poi guardiamo ai partiti, andiamo a rotoli. Le radici
ideologiche di tutti i partiti italiane sono antiliberiste. Spazio per
una storia delle teorie politiche italiche non ce l'ho proprio, ma
andiamo con il residuo: di politici esplicitamente liberali e liberisti
in Italia, da quando la chiamano Repubblica ma anche quando era Regno
dei Savoia, ve ne son stati pochissimi. E quando vi son stati, Einaudi,
Malagodi, Carli, La Malfa senior (sto già tirando la coperta alquanto)
son sempre stati o a destra o nei paraggi. L'unico partito che
esplicitamente, anche se ipocriticamente, si "fonda" su
affermazioni liberiste è Forza Italia - ed una parte della Lega
prima maniera, quella di Mimmo Pagliarini, per capirsi. A sinistra non riesco a trovare
assolutamente nessuno, nessuno. Anzi, quelli che da quelle parti sanno tener in mano
una penna quando l'hanno usata è stato per scrivere dotti
ed incoerenti trattati che spiegavano perchè il libero mercato e la
concorrenza non funzionano e fanno male al popolo. Spero non abbiate
bisogno di citazioni per convincervi. Questi i fatti, per quanto riguarda
le basi sociali dei due schieramenti.
Errori negli argomenti 2a e 2b.
La parte fattuale - relativa alla storia, l'ideologia e le politiche
concrete dei partiti italiani che qualche storia hanno - mi sembra
coperta da quanto detto prima. Nessuno dei due schieramenti brilla per
la sua strenua difesa del liberalismo politico ed economico.
Forcaiolo ed amico di dittatori fu il PCI dalle sue origini all'altro
giorno, come forcaiola risulta essere AN ed il suo antenato MSI. Prona
all'inquisizione fu la DC, sia di destra che di sinistra, dai tempi di
Scelba a quelli di Bodrato passando per Donat-Cattin. Ravvedimenti recenti, diciamo dalla seconda
meta degli anni '80 in poi, son certo avvenuti in entrambi gli
schieramenti, e son benvenuti. Ma non avvantaggiano la
sinistra che conserva al proprio interno - perchè, nel caso qualcuno se
lo stia scordando, in Italia la sinistra include anche Mussi, Salvi,
Bertinotti, Ferrero e tutti gli altri che, appunto, una cosa chiamata
La Sinistra stan fondando - elementi che nemmeno l'autocritica sul
socialismo ed il comunismo son arrivati a fare. Concludiamo, più
modestamente, che il liberalismo politico è in Italia pianta ancor
giovane e gracile. Queste le teorie e le pratiche politiche. Per quanto poi
riguarda la protezione di privilegi economici, gruppi d'interesse ed
altre lobbies, direi che qui la sinistra perde alla grande. Per enormi
ed offensivi che siano i conflitti d'interesse di Berlusconi e la sua
difesa politica del proprio impero mediatico ed economico, dal punto di
vista quantitativo, ossia dal punto di vista di quanti punti di PIL
tali interessi si mangiano o riducono, essi sono irrilevanti a fronte
dei danni economici che la triplice CGIL-CISL-UIL infligge al popolo
italiano. La triplice è e sta a sinistra. Se sul piatto della bilancia
volete tirarci i monopoli parassitici della destra (Alitalia, le follie
sicule, l'agricoltura sussidiata pugliese, i commercianti protetti ovunque) il risultato non cambia (sempre in termini di punti di
PIL). Correttezza vorrebbe, a quel punto, che cominciaste
anche a calcolare il costo per il paese di un sistema ferroviario
gestito dalla CGIL, delle poste gestite dalla medesima in cooperazione
con CISL ed UIL, delle cooperative bianche o rosse protette e
sussidiate in centro Italia ... senza parlare, poi, dei milioni di
pensionati cinquantenni o bassosessantenni che tali non dovrebbero
essere ma sono, grazie all'azione dell'onnipresente triplice. Qui forse sta il "fondamentale" (nel senso in cui si usa nella teoria dei prezzi dei titoli finanziari) che A&F, avendo frequentato poco le interiora della sinistra politica, tendono a scordare: il sindacato costituisce la forza dominante e raggruppa il nocciolo della base sociale della sinistra. Questi i fatti, per
quanto riguarda le politiche effettivamente attuate e gli interessi in campo.
Errori nell'argomento 1.
Qui possiamo o guardare alla storia o rifugiarci nel nostro
specialismo, ossia nelle teorie economiche. In entrambi i casi, l'argomento lascia a desiderare. La
questione nominalistica ora conta: se ri-definiamo come "sinistra" i
"buoni" della storia (ossia, quelli che alla fine hanno vinto) allora magari qualcosa ci ricaviamo, ma sarebbe un
trucco e basta: Robespierre, per non parlare di Stalin,
era uno di sinistra. Se non facciamo questa riclassificazione arbitraria, sono guai: le ideologie di sinistra si ispirano, piaccia o meno, ad ideali e teorizzazioni di tipo socialista se non
marxista che, dalla metà del 1800 ad oggi han prodotto
ben poco progresso economico per le
masse proletarie. Lasciamo stare l'URSS, la Cina ed i soliti
argomenti stile Berlusconi. Son certo che anche A&F ritengano una fatica
improba argomentare che il laburismo inglese sia stato di grande
ausilio allo sviluppo economico di quel paese. Ugualmente improbo da sostenersi è l'argomento secondo cui alle radici delle
condizioni di vita, senza dubbio gradevoli, di scandinavi e tedeschi vi
siano gli ideali liberisti dei loro partiti di sinistra. La sinistra
socialdemocratica del nord Europa ha inventato ed edificato lo stato
del benessere: questo il suo grande contributo (positivo o negativo,
qui non conta) al benestare di quelle società, non il liberismo. Il
liberismo, nel Nord Europa, ce l'han messo i partiti di destra. Che poi
i partiti di sinistra l'abbiano accettato, come
quelli di destra hanno accettato lo stato del benessere, non elimina le radici storiche del liberismo nordeuropeo, che non sono a sinistra. Anche perchè, se dovessimo usare il pseudo-sillogismo secondo cui (a) i socialdemocratici hanno accettato il liberismo, (b) i socialdemocratici sono di sinistra, ergo, (c) il
liberismo è di sinistra, dovremmo concludere pure che, avendo accettato i
liberali tedeschi lo stato del benessere, allora lo stato del benessere
è di destra! Visto che ci troviamo temporaneamente in Germania, le vacche di Hegel comincerebbero a quel punto a pascolare
indisturbate nel nostro oscurato cervello, ed io non ho grande passione
per i latticini grigi. Veniamo poi alla teoria economica: era di sinistra Adam
Smith? Dico Adam Smith, ma potrei dire David Ricardo, Alfred Marshall, Leon Walras o il compaesano Pareto. La risposta è solo parzialmente ovvia: siccome Marx era
chiaramente di sinistra (o no?) e diceva che AS e DR erano dei confusi
lacchè della borghesia capitalistica, dovremmo a rigor di logica dedurre che erano di
destra e chiudere il caso. Il liberismo sarebbe quindi di destra. A questo punto, però, l'intellettuale di ampie, se non necessariamente buone, letture comincia ad agitarsi perchè molti - si veda per esempio il
notevole libro di Emma Rothschild, Economic Sentiments: Adam Smith, Condorcet, and the Enlightenment, Cambridge,
MA: Harvard University Press, 2001 - sostengono che dipende e che AS,
ed altri meno noti amici e colleghi erano di "sinistra" perchè erano contro il sistema di potere stabilito allora, erano contro
l'establishment, erano per il cambiamento, la mobilità sociale,
l'uguaglianza degli esseri umani. Tutto giusto: l'analisi
della Rothschild - e di altri, ma non serve citare: basta
leggiucchiare gli originali e si capisce al volo che questi erano contro il
potere di allora, ed alla grande - l'analisi dell'Emma Rothschild in
Sen, dicevo, non solo è dotta e brillante ma è anche convincente. Ma da questo non
segue quanto Francesco ed Alberto teorizzano, per nulla. La ragione è semplice: TUTTI gli -ismi economici che sono stati inventati dal
18esimo secolo in avanti (forse anche da prima ma non sono esperto),
erano contro lo stato di cose esistente e volevano offrire ricette più
o meno salvifiche per modificare tale stato di cose e
migliorare le condizioni delle masse. Forse che il falangismo non voleva il bene del popolo
spagnolo ed il fascismo quello dell'italiano a botte (non metaforiche)
di corporativismo? Ma certo che sì! Erano di sinistra, anche solo
ideologicamente? (Qualcuno, affetto dall'erroneo -ismo secondo cui tutti i
dementi sono di sinistra, ci ricorderà immediatamente che Mussolini
socialista era e che il Paco, figlio della Bahamonde, lo era certamente di
nascosto ... ma ora sto discutendo con A&F quindi ignorerò la demenza
in questione.) Non solo: TUTTI gli -ismi spiegano che se le loro
ricette verranno propriamente messe in pratica ne guadagneranno le
masse popolari, l'uomo medio, i poveri, i proletari, gli esclusi,
l'uomo qualunque, la collettività. TUTTI gli -ismi hanno una definizione
appropriata di popolo ed uguaglianza che li rende compatibili con la
felicità del primo e la realizzazione della perfetta seconda; persino il
pazzo con l'orrendo baffetto riusciva a sostenerlo riclassificando
coloro i quali alla razza ariana non appartenevano come cosa altra dal
popolo stesso. Quindi?
Quindi, riconosciamo il banale fatto secondo cui - dal 1800 in poi, ossia da quando l'assolutismo politico ha cominciato ad evaporare dando un senso alla presenza di visioni politiche fra loro in concorrenza - l'essere di destra o di sinistra sul piano politico si definisce proprio e primariamente in relazione all'essere a favore o contro il liberismo economico! Dittature ci son state sia di destra che di sinistra, massacri e genocidi lo stesso, oppressione delle donne e delle minoranze etniche o religiose o sessuali pure, violazioni delle libertà individuali più elementari entrambi ne hanno prodotto a bizzeffe, per non parlare della censura, dell'assenza di libertà d'espressione o della coltivazione di sentimenti nazionalisti e guerrafondai. Non trovo nessuna dimensione concreta lungo la quale si possa ancora attribuire un qualche significato alla contrapposizione destra-sinistra (per questo spesso uso le virgolette) se non questa:
se credi che il primo teorema del benessere sia una buona approssimazione alla realtà, usabile sul piano pratico e nel disegno di politiche economiche, sei di destra; se credi l'opposto sei di sinistra.
Questa bipartizione non ha nessun valore intrinseco, nel senso che non rende automaticamente migliore la destra alla sinistra o viceversa, ma costituisce un semplice dato di fatto dal quale mi sembra appropriato non prescindere quando si discute di politica economica e di teoria politica. Almeno fra persone, diciamo così, edotte. Dal 1800 in poi coloro i quali ritengono che il mercato, la concorrenza, la meritocrazia, la proprietà privata di quante più cose possibile, NON fanno bene al progresso dell'umanità ed all'uguaglianza degli esseri umani si definiscono di sinistra. Queste persone ritengono che la collettività, lo stato, l'assemblea del popolo, la parrocchia, l'amministrazione comunale o regionale, il vescovado, l'assemblea degli studenti fumati, gli intellettuali benevolenti e sapienti, gli organismi internazionali nei quali i loro studenti meno brillanti percorrono carriere brillanti nondimeno, i ministeri ed i consigli di questo e di quello, siano le entità a cui va delegata non solo la gestione di una quantità sempre maggiore di Prodotto Interno Lordo ma anche la proprietà dei mezzi di produzione che tale lordo prodotto producono. Il che mi conduce all'argomento principale.
Critica della Tesi Fondamentale di Alberto e Francesco. F&A sono ottimi economisti, conoscono il primo teorema del welfare ed hanno appreso (dai dati statistici, dalla teoria e dall'esperienza storica) che i sistemi economici di tipo liberista (nelle loro varie gradazioni, ma dentro limiti dai quali l'Italia odierna trascende alquanto) massimizzano non solo il PIL aggregato, non solo quello medio pro-capite ma anche quello dei gruppi sociali meno svantaggiati. Per le medesime ragioni sanno anche che il sistema economico liberale massimizza l'innovazione tecnologica, l'efficienza della produzione, il tasso di crescita del benessere economico e di quello sociale in generale. Inoltre, tale sistema permette a, e stimola, gli individui che sanno fare cose utili e le vogliono fare di farle e di riceverne dei benefici sostanziali. Non solo, tale sistema economico massimizza anche i benefici che, da tali attività individuali, ricevono gli altri membri della società, una cosa che nel gergo chiamiamo surplus del consumatore. Insomma, F&A sanno che, fra tutti gli -ismi che hanno promesso il paradiso in terra il liberismo è quello che racconta meno balle: non realizza il giardino incantato, ma rende la valle di lacrime in cui trascorriamo la nostra esistenza meno brulla di quelle realizzate da altri -ismi ancor più fallaci. Concludono da questo che il liberismo dev'essere di sinistra perché la sinistra dice che tale risultati vorrebbe ottenere. Si scordano, come abbiamo visto, che anche la destra sostiene che tali risultati vorrebbe ottenere, e quindi l'argomento non regge. Ma vi è di più: l'uguaglianza che il liberismo e la concorrenza prometteno di realizzare e realizzano è di possibilità di competere, non di vincere. Nel sistema concorrenziale quelli che non sanno competere, che non producono, che non meritano, rimangono indietro rispetto agli altri e vivono peggio degli altri. Non vivono, e qui stá il trucco quindi facciamo attenzione, peggio di quanto vivrebbero in altri -ismi: gli operai di fabbrica stanno molto meglio con il liberismo che con il socialismo. Ma, relativamente ai loro dirigenti, stanno peggio con il liberismo che con il socialismo perché quest'ultimo tende ad eguagliare non la possibilità di concorrere ma i premi, e li eguaglia al ribasso: tutti prendono pochissimo. Lo stesso vale per la mobilità sociale: il liberismo massimizza la possibilità individuale di migliorare la propria condizione di vita, di guadagnare soldi, di fare ciò che piace fare, insomma di vincere. Ma per ognuno che sale nella scala relativa (nota bene, relativa) qualcuno deve per forza scendere: trattasi di proprietà banale di relazioni d'ordine strettamente monotone su insiemi finiti. A fronte dell'opportunità di vincere e muoversi in sù sta il rischio di perdere e muoversi in giù, relativamente parlando ovviamente. La concorrenza che il liberismo induce tende ad erodere ed eliminare le rendite di posizione ed i poteri monopolistici, i privilegi acquisiti senza competere e a mezzo di quelle attività che gli economisti chiamano di "rent seeking" e che io non so ben tradurre. Così facendo, però, i liberismo pone a repentaglio ed elimina le posizioni di sicurezza, tranquillità e quieto vivere (o dolce far nulla) che molte persone tentano di acquisire e sovente acquisiscono in ogni sistema sociale. Il liberismo, insomma, rimescola continuamente le carte perché, se non lo facesse, si fermerebbe l'innovazione tecnologica ed economica che costituisce al tempo stesso il suo motore e la sua benzina. Perché il creativo mercato crei il nuovo occorre che il distruttivo mercato distrugga il vecchio. Mi fermo qua, credo che il punto sia chiaro.
Questa mobilità, questa uguaglianza, questa meritocrazia ed innovazione continua NON sono di sinistra. Sono di destra? Se una classificazione occorre dare, lo sono: sono di destra perché è la cultura di destra che - storicamente individualista e restìa ad accettare "collettivi" di qualsiasi natura come entità di riferimento - definisce questo tipo di uguaglianza, meritocrazia e mobilità come desiderabili. L'uguaglianza alla quale la sinistra aspira è altra da quella che il mercato concorrenziale ed il liberismo promettono ed offrono. La sinistra, chiedere in giro per credere, vuole l'uguaglianza dei premi finali non del diritto di competere. La sinistra vuole la mobilità collettiva e comune verso l'alto, non la mobilità relativa ed individuale che può essere anche verso il basso. La sinistra non vuole l'efficienza ma una cosa che chiamano "equità" e che, non sapendo io ben definire, non definisco. Credo abbia, l'equità della sinistra, lo stesso grado di realizzabilità empirica del moto perpetuo, o dell'Araba Fenice, a seconda del liceo che uno ha frequentato. Queste cose il liberismo non solo non le dà, nemmeno le promette. Il socialismo le promette, però non le dà. La sinistra è socialista e quindi confusa ed auto-contradittoria? Ebbene, lo è ed io non so cosa farci: non sono di sinistra.
Che senso ha, quindi, continuare a dibattere in termini di destra verso sinistra? Personalmente credo non ne abbia nessuno e lo sostengo da tempo: preferisco l'approccio di Deng Xiaoping e cerco il gatto che mangia il topo, fregandomene del suo colore. Son consapevole d'essere in una posizione altamente minoritaria, quindi scomoda; evidentemente da piccolo sognavo di fare il fachiro senza esserne cosciente. Nei due chats serali sopra destra e sinistra fra Andrea Moro ed il sottoscritto - Chat I e Chat II; dovevano essere quattro i dialoghi, e forse sarebbe il caso che lo diventassero: il problema sembra essere d'attualità - questo tema abbiamo provato a sviscerarlo, ed ad essi rinvio. Non per una conclusione, 'chè non abbiamo raggiunto nessuna conclusione, ma per comprendere quanto complesso il problema sia e per provare ad intendere che, forse, vale la pena provare a pensare fuori dalla famosa scattoletta ideologica dove ci hanno infilato circa due secoli fa. Facciamo nFA anche per questo, almeno per quanto mi riguarda.
Ritorniamo al cielo della teoria, e vediamo di concludere. Per farlo invocherò l'esempio ed il conforto d'un grande economista di sinistra, Kenneth Arrow. Il mio vecchio amico Ken, la testa più
brillante che abbia pensato a questioni economiche da almeno un
secolo a questa parte, si considera senza problemi uno di sinistra. Ed
a lui, persona intellettualmente integerrima, i teoremi del benessere
(che ha provato per primo nella loro forma moderna coerente) non vanno
proprio giù tanto che, per sua ammissione, se li tenne nel cassetto per
mesi. Gli sembrava moralmente scandaloso aver provato che un sistema di
liberi individui operanti su mercati organizzati in modo concorrenziale
potesse raggiungere l'ottimo di Pareto sotto condizioni che, a suo
vedere, erano molto generali e, quindi, potenzialmente
rilevanti per la politica economica. Ken per questo si considera di
sinistra: perchè non trova che il liberismo economico possa realizzare,
neanche tendenzialmente o in prima approssimazione, il bene dell'umanità
ed il tipo di uguaglianza fra gli uomini (e le donne) che egli ritiene intuitivamente "giusta". Lo stesso vale per molti
altri, meno geniali di lui ma senz'altro ottimi economisti. La teoria
economica tutta, da almeno un secolo a questa parte, attorno a questa
banale divisione s'articola e con essa la politica economica e la
politica tout-court. Trattasi di divisione un po' sciocca, se volete,
ma trattasi anche dell'unica divisione che ancora attribuisce un minimo
di significato al giochetto destra-sinistra. Dire quindi che "il
liberismo è di sinistra" mi sembra faccia solo confusione intellettuale,
oltre che un pastrocchio politico come lo sgoverno catto-comunista del
professor Prodi dimostra ogni giorno da 15 mesi a questa parte. Quindi?
Quindi evitiamo di fare confusione intellettuale, che non mi sembra
difetti nel Bel Paese, e vediamo se si riesce poi ad eliminare anche i
pastrocchi politici. Essere contro lo stato di cose presente e volerlo abolire, aspirare all'eguaglianza (comunque definita) degli esseri
umani ed altre utopiche e deliziose cose non mi risulta essere né di
destra né di sinistra, semplicemente è. Ma se abolire lo stato di cose presente costituisce il nostro topo da mangiare, non sarebbe il caso di cercare semplicemente un gatto che effettivamente lo mangi invece di dibattere sul suo colore?
A mò di conclusione, e cercando di guardare in avanti, permettetemi un nanetto che forse suggerisce una diversa interpretazione dell'intera questione destra-sinistra. Da qualche parte nei giorni scorsi devo aver letto che fra psicologi e neurologi stan cercando di trovare se esistono differenze cerebrali misurabili ed obiettive fra coloro che si dichiarano di sinistra e coloro che si dichiarano di destra. L'idea di fondo essendo che coloro i quali si dichiarano di sinistra sono istintivamente proni al cambiamento e lo riconoscono più facilmente, mentre per quelli di destra vale l'opposto: essi cercano la conservazione ed il permanere dello stato di cose presente. Gli esperimenti in questione, al momento, si stanno svolgendo negli USA ed il risultato - come potrebbe essere altrimenti? - conferma l'ipotesi: coloro i quali si definiscono di sinistra sono anche quelli che, negli esperimenti psico-neurologici, riconoscono il cambiamento o la variazione più facilmente e frequentemente degli altri. QED?
Controfattuale: quali risultati vi sareste aspettati se il medesimo esperimento fosse stato condotto nella Russia di Leonid Breznev o nella Polonia di Woichech Jaruzelski? Quale risultati pensate si otterrebbero se l'equipe di simpatici psicologi si traferisse oggi al Malecon de la Habana, en lo de la Cuba feliz de nuestro lider Fidel?
Postilla sul Cavaliere Bianco. Sarò breve :-): la chiarificazione sembra ovvia viste le premesse. Si può riassumere così: "da sinistra" non è la stessa cosa che "di sinistra". Poichè nell'Italia di oggi il liberismo implica cambiamento la tesi che Alberto ed io abbiamo sostenuto, secondo cui il Cavaliere Bianco che costruisce il Partito Liberale Vero deve venire da sinistra, è coerente sia con la piccola evidenza empirica appena menzionata che con le argomentazioni più generali relative alle radici culturali della dirigenza politica della destra italiana. Se leggete il pezzo in questione noterete che parliamo sempre e sistematicamente del personale politico e non degli schieramenti o delle politiche che essi attuano. Argomentiamo che, data la cultura della dirigenza politica della destra italiana, un leader liberista non può emergere dalla medesima: essa non vuole il liberismo e non cerca il cambiamento ma la conservazione dell'esistente, o peggio. Mi dispiace sia così? Ovviamente, ma non posso farci niente. Posso solo continuare ad insistere che quella borghesia professionalmente capace che oggi sta cercando le riforme liberali a sinistra (rendendosi da sola ostaggio di Bertinotti e dei sindacati senza ottenere nulla in cambio, a parte qualche poltrona ministeriale) dovrebbe togliersi la secolare e comoda puzza sotto il naso uscendo allo scoperto su posizioni esplicitamente liberali, ossia di destra. Ma questa è storia vecchia e purtroppo non succederà, come anche questo ultimo pamphlet conferma: quindi Berlusconi e soci non hanno di che preoccuparsi.
Cerchiamo un leader da sinistra per una politica ed un partito di destra: una causa persa, appunto.
Nota: i commenti sono di proprieta' degli autori, che ne sono responsabili.
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Michele, ma che importanza ha tutto questo? A me pare chiaro che AA&FG stanno lodevolmente tentando di convincere chi in Italia si reputa "di sinistra" che le riforme liberali non puzzano di zolfo, e non c'e' da sentirsi traditori di classe a sostenerle; e l'impresa e' lodevole proprio perche' a chi in Italia si definisce di destra piacciono per lo piu' i cavalieri neri (e/o unti), non quelli bianchi .
Dico "chi si definisce", perche' i termini "destra" e "sinistra" non hanno molto significato al di la' della soggettiva interpretazione di chi li usa. Ad esempio, tu dici:
Che poi i partiti di sinistra l'abbiano accettato, come quelli di destra hanno accettato lo stato del benessere, non elimina le radici storiche del liberismo nordeuropeo, che non sono a sinistra.
Be', mica tanto: Levellers e Whigs inglesi e i Founding Fathers americani avevano nemici molto piu' "a destra" di loro: la Casta dell'epoca, i proprietari terrieri e Giorgio III Hanover.
Quindi, riconosciamo il banale fatto secondo cui - dal 1800 in poi, ossia da quando l'assolutismo politico ha cominciato ad evaporare dando un senso alla presenza di visioni politiche fra loro in concorrenza - l'essere di destra o di sinistra sul piano politico si definisce proprio e primariamente in relazione all'essere a favore o contro il liberismo economico!
Neanche questo e' vero: le battaglie liberali della Anti-Corn Law League (per sostenere le quali Walter Bagehot fondo', nel 1843, la rivista "The Economist") furono combattute contro una classe latifondista che non e' certo definibile "di sinistra". Le controversie tra James Stuart Mill e Thomas Carlyle non vertevano solo sulla schiavitu', ma anche sui sussidi ai produttori di zucchero nelle colonie: Carlyle, un proto-fascista se mai ce ne fu uno, era schierato sia a favore della prima che contro la fine dei secondi (a partire dal Sugar Duties Act of 1846). Siamo qui in pieno '800, e i nemici di "free trade" e meritocrazia erano solidamente schierati a destra. E successivamente, nel XX secolo, non dirmi che il corporativismo fascista era economicamente liberale!
Ma vi è di più: l'uguaglianza che il liberismo e la concorrenza prometteno di realizzare e realizzano è di possibilità di competere, non di vincere. Nel sistema concorrenziale quelli che non sanno competere, che non producono, che non meritano, rimangono indietro rispetto agli altri e vivono peggio degli altri. Non vivono, e qui stá il trucco quindi facciamo attenzione, peggio di quanto vivrebbero in altri -ismi: gli operai di fabbrica stanno molto meglio con il liberismo che con il socialismo. Ma, relativamente ai loro dirigenti, stanno peggio con il liberismo che con il socialismo perché quest'ultimo tende ad eguagliare non la possibilità di concorrere ma i premi, e li eguaglia al ribasso: tutti prendono pochissimo.
Su questo ho i miei dubbi. Tanto per cominciare, i coefficienti di Gini nei vari paesi sono assai piu' legati al grado di modernizzazione dell'economia che alle politiche di libero mercato perseguite.
In secondo luogo, e' tutto da dimostrare che l'uguaglianza, se raggiunta a spese del tenore di vita dei ceti piu' poveri, sia un obiettivo da perseguire da parte di ha a cuore le sorti di quei ceti: in genere chi e' di sinistra e' egalitario solo perche' crede alla fallacia del "gioco a somma zero". Cancellare questi radicati pregiudizi non e' facile, ma vale la pena provarci, anche a costo di usare ossimori come "market socialism" ;-)
Infine, io considero lo strapotere e le paghe principesche di CEO e affini non come una caratteristica del capitalismo, ma come un insulto ad esso, dato che privilegia gli interessi di alcuni impiegati su quegli degli azionisti. Persino il ridicolo culto della personalita' che spesso li circonda, col corollario di servizi adulatori di Fortune o Forbes e/o libri per middle-managers semianalfabeti e semideficienti che sognano di diventare il prossimo Jack Welch, e' piu' consistente con regimi politici come quello della Corea del Nord che con una societa' liberale.
Per ricapitolare, a me pare che in quest'articolo la tua logica sia viziata da circolarita': prima definisci "sinistra" quel che il termine e' passato a significare nell'Italia contemporanea, e poi da li' deduci che riforme liberali sono inconsistenti con politiche "di sinistra". A parte il fatto che il ragionamento darebbe risultati pressoche' identici sostituendo "sinistra" con "destra", che guadagno viene, alle probabilita' di successo di politiche liberali, dal negarne la compatibilita' con la sinistra? Piu' costruttiva mi pare l'opera di AA&FG, che stanno cercando di separare nella sinistra il grano liberale dal loglio socialista; e semmai ci sarebbe bisogno di qualcuno di buona volonta' che facesse la stessa cosa nell'attuale destra politica (possibile che Antonio Martino si trovi a suo agio nello stesso partito del delirante commercialista postmoderno di Sondrio?). Discutere su quello che e' "di sinistra" o "di destra" serve solo a mostrare quanto queste categorie siano inadeguate.
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Enzo: una domanda provocatoria ma seria.
Tu l'articolo mio, e quelli a cui rinvia, l'hai letto prima di fare il commento o l'hai solo "scorso"?
Dico questo perche' - dettagli irrilevanti a parte tipo le date esatte di quando gli epigoni feudali hanno smesso d'avere rilevanza politica - non ti pare che le cose che dici siano cose che anche io dico, e da tempo oltre che in questo articolo?
Non ho certo deciso io d'impostare il tema sul binario "liberismo e' di destra/sinistra" ... io mi son semplicemente dedicato a discutere tesi avanzate da altri, e non solo da Francesco ed Alberto.
Rimane la domanda del perche' io abbia deciso d'infilarmi in tale dibattito. Se si mettono assieme le cose che ultimamente ho provato a scrivere, a me la risposta viene chiara ma, evidentemente, cosi' non e'. Appena ho un attimo, allora, rispondo al perche' e chiarifico le mie motivazioni. Nel frattempo, pero', credo sia piu' rilevante concentrarsi sulla sostanza di questo dibattito, se interessa. Senno', well senno' no.
Credo questo risponda anche alla parte rilevante del commento di Morabito. Quali cause siano utili o inutili, questo lo lascio ad altri decidere. Chiaramente a me interessano quasi solo quelle perse.
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Enzo: una domanda provocatoria ma seria.
Tu l'articolo mio, e quelli a cui rinvia, l'hai letto prima di fare il commento o l'hai solo "scorso"?
Tutti quelli a cui rinvia no, ma il mio commento era ad alcuni frasi dell'articolo, e al suo titolo.
Dico questo perche' - dettagli irrilevanti a parte tipo le date esatte di quando gli epigoni feudali hanno smesso d'avere rilevanza politica
Le date non sono irrilevanti: tu hai scritto che "dal 1800 in poi, ossia da quando l'assolutismo politico ha cominciato ad evaporare dando un senso alla presenza di visioni politiche fra loro in concorrenza - l'essere di destra o di sinistra sul piano politico si definisce proprio e primariamente in relazione all'essere a favore o contro il liberismo economico". Cio' e' o tautologico (se definisci "destra" come "liberismo" e "sinistra" come "socialismo"), o non corrispondente alla realta' storica. Anche senza tirare in ballo i soliti fascisti, ecco un altro piccolo esempio: tu hai messo un link a de Maistre. Leggi che ne dice l'Enciclopedia Cattolica scritta nel 1910 (mica durante il feudalesimo): "In a word, he was a great and virtuous man, a profound thinker, and one of the finest writers of that French language of which his works are a distinguished ornament". Questo di uno che diceva che la Rivoluzione Giacobina fu la punizione che la Divina Provvidenza inflisse all'aristocrazia francese per aver dato ascolto ai filosofi illuministi! Questo e' quello che nell'Europa contemporanea va sotto l nome di "Destra", ed e' per questo che il termine e' ormai inusabile da un liberale. Ma insomma, persino il vicesegretario di FI dice (nei suoi gia' menzionati deliri) che "il governo dell'Europa deve passare dall'inerzia all'iniziativa economica come nel New Deal di Roosevelt"...
Poi c'e' la questione, interamente distinta e separata, di quali politiche convengono a chi attualmente vota a sinistra (quale sinistra, poi? quella che firma accordi magari mediocri, o quella che li sconfessa?). Secondo me, l'attuale tipo di bipolarismo tra due blocchi entrambi ostaggi di forze illiberali rappresenta un ostacolo insormontabile alle riforme, e nulla di buono potra' mai essere combinato se entrambi questi schieramenti non vengono spaccati. Nell'elettorato di sinistra, c'e' sicuramente chi si sta domandando se vale la pena di assicurare il posto a vita ai piu' fannulloni tra gli impiegati dello stato, al prezzo di vedere i propri figli disoccupati... A queste persone si puo' e si deve parlare, se si vuol cambiare qualcosa, ed e' quello che Alesina e Giavazzi tentano appunto di fare. Ad altri di noi puo' venire meglio parlare a persone recuperabili che votano a destra, e ad esempiospiegando loro come il protezionismo danneggi in primo luogo i paesi che lo praticano: ed anche questo sarebbe uno sforzo lodevole.
non ti pare che le cose che dici siano cose che anche io dico, e da tempo oltre che in questo articolo?
Da tempo si', in quest'articolo qua e la'; e infatti obietto solo a parti di quest'articolo. Non prendere ogni commento come un attacco personale...
Non ho certo deciso io d'impostare il tema sul binario "liberismo e' di destra/sinistra" ...
In tal caso ti sei scelto scelto un titolo alquanto inadatto: "Il liberismo non e' di sinistra"...
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E allora in attesa della chiarificazione, speriamo che tu voglia riferirti non alla "Sinistra" in generale ma alla "Sinistra Italiana nel 2007".
A proposito: Neuroni di destra e di sinistra ;-S
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Sono rimasto un po' interdetto anche io come Enzo di questo fiume di parole per una causa inutile.
Che ne so, cominciamo a chiederci allora se bloggare e' di sinistra, o se MySpace e' di sinistra, o se pizza-e-birra-cinque-euro e' di sinistra? Queste domande hanno senso solo per chi fa le scelte in maniera...idiotologica, e cioe' letteralmente per partito preso. Non penso sia il caso di Boldrin, che pero' farebbe bene ad illuminare sul perche' di tutto questo.
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se posso intervenire, mi permetto di dire alcune cose, in riferimento a scrooge e anche a enzo.
Alcune norme varate da Bersani di liberista hanno solo il nome che gli ha dato lui. Esempietto: ricariche dei cellulari. Altro esempietto: la data di scadenza dei prodotti alimentari. Ancora: obbligo di indicare il prezzo complessivo delle tariffe aeree.
In generale, poi, dove liberalizza effettivamente qualcosa, la logica della legge e' invertita: ovvero, si scrive una legge per dire "e' permesso fare questo" (esempio, e cito la legge: "Art. 5
Interventi urgenti nel campo della distribuzione di farmaci
1. Gli esercizi commerciali di cui all'articolo 4, comma 1, lettere d), e) e f), del decreto legislativo 31
marzo 1998, n. 114, possono effettuare attività di vendita al pubblico dei farmaci da banco o di
automedicazione, di cui all'articolo 9-bis del decreto-legge 18 settembre 2001, n. 347, convertito, con
modificazioni, dalla legge 16 novembre 2001, n. 405, e di tutti i farmaci o prodotti non soggetti a
prescrizione medica, previa comunicazione al Ministero della salute e alla regione in cui ha sede l'esercizio
e secondo le modalità previste dal presente articolo. E' abrogata ogni norma incompatibile.") . Un liberista serio probabilmente avrebbe semplicemente scritto: abrogo tutte le leggi sull'argomento, fate un po' come volete per vendere ste medicine, basta che non facciate male al prossimo senno' pagate i danni.
inoltre: quando si eliminano dei divieti precedentemente stabiliti, mica si eliminano tutti. no, giusto qualcuno. e per poche tipologie di imprese. non si scrive: le attivita' commerciali e professionali di qualsiasi tipo sono libere. No. si eliminano le tariffe fisse di quella professione, si elimina il divieto di associarsi per quell'altra professione, si eliminano le restrizioni di distanza tra un certo tipo di esercizio commerciale ed un altro... se si continua cosi, forse per il giorno dell'apocalisse ce la facciamo...
Insomma: l'impianto generale delle riformette di Bersani e' da dirigista in alcuni casi, da statalista in altri, e da riformatore-gradualista-dei-piccoli-passi in altri ancora. Liberista, direi di no. Ma se volete chiediamo a Maggie.
Insomma, gli asini non posson volare. Non c'e' proprio modo. Possono magari convicervi che se agitano forte forte le orecchie, allora si libreranno in volo. Magari a voi vi sembra pure di vederli, li', che si sollevano da terra. Ma occhio: e' una illusione ottica.
Anche per questo, mi chiedo come Michele continui a pensare che il salvatore della patria arrivera' da sinistra. Da sinistra (inteso in senso culturale, non partitico) puo' solo arrivare un asino che vi racconta che lui si', volera', stavolta ci potete giurare. E si presentera' anche con delle belle ali di cartone, e ve le mostrera' per convincervi. Ma come gia detto: gli asini non possono volare.
L'unica speranza che abbiamo e' che si faccia avanti qualcuno ( o piu' di uno, meglio ancora) che abbia davvero le ali, che come auspichi con Alberto Bisin abbia letto Hayek e Friedman, e che magari dica cose come questa. E che proprio perche' dice cose del genere, come dice Michele nel suo articolo, sia (culturalmente) di destra.
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L'esempio della vendita dei medicinali da banco nei supermercati non mi sembra un grande esempio per la tua tesi, rabbi. Non mi sembra che la semplice comunicazione al Ministero della salute sia un onere molto gravoso per un supermercato. E poi, preferisci che questa possibilità ci sia o vuoi lasciare il monopolio alle farmacie e manifestare con i farmacisti? Insomma, se è vero che molte delle liberalizzazioni di Bersani sono imperfette (e l'esempio delle ricariche lo mostra in modo evidente), vuoi con questo concludere che quelle fatte sono inutili o addirittura dannose? O Maggie o niente? Se il liberismo è solo quello della Thatcher, allora in Italia né destra né sinistra sono liberiste.
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Mah, purtroppo ho questo difetto di non sapermi spiegare... quindi ci riprovo.
Non sto discutendo se sia un Pareto improvement che ora le medicine si possano vendere al supermercato. Sto discutendo il modo di ragionare, il metodo, di chi ha creato questo Pareto improvement, per mostrarvi che non e' un'aquila liberista ma un asino che agita le orecchie.
Ritorniamo. Dal punto di vista liberista, il concetto base e': lo stato deve fare poche cose, deve intervenire il minimo indispensabile. Lo stato non deve concedere il diritto di fare una cosa, semplicemente perche' quella cosa la si puo' fare. Lo stato al massimo la vieta e la trasforma in reato. Scrivendo nella legge "i supermercati possono vendere... ecc ecc", Bersani inverte la logica: lo stato ti permette di fare qualche cosa, che se lo stato non ti concedesse sarebbe vietata.
Questo NON INFICIA LA BONTA' della norma, ma mette in risalto che il modo di ragionare, il background culturale di chi propone quella riforma non e' liberista.
Per questo per me la questione destra sinistra e liberismo non e' irrilevante, ma e' invece cruciale (sto sempre parlando dal punto di vista culturale, del modo di pensare). Mi pare molto probabile (e Bersani ne e' un buon esempio) che se da sinistra ti converti al "liberismo" avrai difficolta' a cambiare completamente il modo di pensare. Perche cmq SEI IDENTITARIAMENTE DI SINISTRA, e essere di sinistra e' un bundle che normalmente si prende tutto insieme. Cambiare parti del bundle e renderle coerenti con il resto direi che crea i mostri che indico sopra, tutte cose pareto improving (dubito delle ricariche, ma fa niente) ma dettate da una logica non liberista. Non oso immaginare dove possano portarci gli asini che sbattono le orecchie... poche settimane fa tentavano di usare argomentazioni di IO per sostenere che le compagnie dovevano d'imperio abbassare i prezzi della benzina per ordine del governo impersonato in tal caso da... Bersani, guarda un po'.
Mi dici: ma allora in Italia ne' destra ne' sinistra sono liberiste. Eh si. E allora? perche questo dovrebbe inficiare il discorso? Ti ripeto che a me pare molto piu' facile insegnare a degli aquilotti che si credono quaglie a volare, piuttosto che far volare asini con ali di cartone o sbattendo le orecchie (che per inciso e' l'operazione culturale che tentano Giavazzi e Alesina).
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Da corriere.it di oggi (13 settembre)
ROMA - Nuova serrata dei benzinai che proclameranno 15 giorni di sciopero contro il ddl Bersani sulle liberalizzazioni della rete di distribuzione carburanti.
Come diceva Paolo Cevoli: i fatti mi cosano.
C'è una cosa che però non capisco, rabbi. Se tutti gli elettori del centrodestra sono impetuosi liberalizzatori ed inesauribili tagliatori di spesa pubblica, come indica il sondaggio, della cui accuratezza non ho ragione di dubitare, perchè i loro eletti, quando hanno governato con grande maggioranza, hanno fatto più o meno l'opposto? Perchè il loro "cervello economico" è associato non al thathcerismo ma al colbertismo?
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Mentre concordo con l'ultimo paragrafo ed il legittimo dubbio che solleva, non capisco il resto del commento.
I benzinai fanno la serrata contro il decreto Bersani nella sua nuova versione. Sembra protestino contro certe incombenze che il decreto loro richiede. Non ho avuto tempo di leggere, quindi non so cosa siano le incombenze. Tu non ce lo dici. Questa l'evidenza che riporti, dalla quale io deduco nulla. In particolare NON deduco che
- Il decreto Bersani, per la parte che riguarda i benzinai, sia pro-competizione . Come osservato a suo tempo da Giorgio e me, il testo originale era l'opposto e probabilmente avrebbe danneggiato la competizione. Come sia il testo nuovo non lo so. Qualcuno ne sa qualcosa?
- Che i benzinai votino tutti a destra o cose del genere, o che siano organizzati da politici affiliati a FI o paraggi. Se cosi' fosse, quella e' la notizia rilevante.
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La risposta e' lunga e complessa, ma se vogliamo farla veloce, basta questo: ti ricordi chi ha perso le ultime elezioni politiche? e tutte quelle locali e regionali prima?
il popolo di destra era molto deluso del governo berlusconi. chiedi in giro. per farsi votare, il cavaliere li ha messi davanti a questo: se votate la sinistra, avrete piu' tasse. noi invece vi taglieremo l'ici.
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se credi che il primo teorema del benessere sia una buona approssimazione alla realtà, usabile sul piano pratico e nel disegno di politiche economiche, sei di destra; se credi l'opposto sei di sinistra.
La definizione non mi e' piaciuta per due motivi. Primo perche' una buona parte dei nostri fedeli lettori non ha la piu' pallida idea di cosa sia il primo teorema del benessere. Cerco di chiarire con un grafico, che mi serve poi a spiegare il motivo piu' sostanziale per cui questa definizione non mi aggrada. Spero di non annoiare troppo chi queste cose le sa gia'.

Il grafico presuppone che al mondo ci siano 2 sole persone (il ragionamento e' facilmente estendibile a 2 miliardi, ma i grafici li so fare solo in 2 dimensioni nonostante il mio diploma di geometra). Gli assi rappresentano il benessere dei nostri due individui e la parte gialla rappresenta tutte le combinazioni di benessere tecnicamente e fisicamente raggiungibili in natura. I due possono morire di fame, ed in questo caso il loro benessere verrebbe rappresentato dall'origine degli assi. Oppure potrebbero stare entrambi benone, come nel punto R.
Il primo teorema del benessere dice che, a certe condizioni sulle quali non vale la pena soffermarsi, mercati concorrenziali conducono a risultati che stanno sulla frontiera dell'area gialla (la curva rossa su cui stanno i punti P ed R). Non ci dice dove si arriva, ma dice che con certezza non sara' possibile migliorare il benessere di qualcuno senza peggiorare quello di qualcun altro (la definizione di "ottimo paretiano", che definisce tutti i punti sulla curva rossa).
Ebbene Michele vorrebbe raccontarci che credere in questo corrisponde ad essere di destra. Michele non e' nuovo a definizioni eterodosse e temo che il suo disaccordo con le tesi di A&G stia tutto qui. Temo che A&G pensino ad una definizione diversa, per esempio la seguente: e' di sinistra chi preferisce il punto R al punto P, di destra chi e' indifferente, purche' siano uguali le condizioni di partenza che hanno condotto gli individui ad arrivare all'esito, qualunque esso sia. La definizione di destra che propongo non e' tanto diversa da quella di Michele (specialmente considerate le puntualizzazioni contenute nel resto dell'articolo). Quella di sinistra si'. Azzardo un'ulteriore precisazione: e' di sinistra preferire istituzioni che generano risultati che massimizzino l'esito di chi sta peggio (il concetto Rawlsiano di giustizia). Cioe' istituzioni che permettono di avvicinarsi piu' al punto R che al punto P.
Non capisco come credere in questo significhi non credere nei teoremi del benessere. Uno puo' credere nel teorema ed ugualmente preferire il punto R al punto P. C'e' un punto di contatto con la definizione di Michele, credo, ma sta in una parte non esplicita della sua definizione: chi e' di sinistra crede anche che debba essere l'intervento del governo a ricondurre l'esito ad una situazione preferibile. E questo puo' valere anche per chi usa la mia definizione e pensa che debba essere il governo a sollecitare il passaggio da P a R (e che possa farlo).
Ma passiamo ad A&G e alle liberalizzazioni. A&G, io credo, pensano ad una definizione simile alla mia. Pensano che l'Italia si trovi nel punto AG (la posizione precisa non e' importante, importa solo quella relativa con gli altri punti). E questo non perche' non credano nei teoremi del benessere, ma perche' in Italia le condizioni sulle quali il teorema si basa (la concorrenzialita' dei mercati, per esempio), non sono verificate. Berlusconi vorrebbe tanto spingere il paese verso B; i rifondaroli e i sindacati vorrebbero spingerci alla destra di AG, ma propongono politiche che ci mandano verso K (e cioe, come abbiamo spiegato piu' volte in questo sito, danneggiano non solo le elites, ma anche i lavoratori, vuoi per ignoranza, vuoi perche' il "cipputi" del mio grafico e' un coacervo di tipi diversi dei quali i protetti dei sindacati sono una sparuta minoranza, e facendo una media nel complesso ci rimettono).
Ebbene, a cosa servono le liberalizzazioni? A muoverci da AG verso la frontiera togliendo le barriere che impediscono al teorema di verificarsi. Si rischia di finire sul punto P, certo, ma c'e' un sacco di spazio alla sua destra che permette esiti preferiti dalla "sinistra", secondo la definizione da me data. Io credo che una seria discussione del libro si possa fare cercando di discutere se liberalizzazioni esistano che spingano il paese verso un punto a Nord-Est di AG, o se questo sia inevitabilmente impossibile. Se fosse cosi' allora si', le liberalizzazioni sono di sinistra.
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Lascerei stare Rawls. Delle due l'una:
1) Se lo prendi seriamente, il max_{C}[ min_{i} U(C^i)] di Rawls implica che la sinistra diventa il partito dei punkabestia ...
2) Se non lo prendi seriamente, allora Rawls diventa max_{Club} [Med{i}U(Club^i)] e la sinistra diventa il partito del Club Med ...
In medium stat virtus: questa sinistra sembra una combinazione convessa di 1) e 2), ora che ci penso!
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a proposito di rawls e del maximin.
Arrow ha dimostrato che il maximin e' equi
in questo lungo post che mi sono letto con molto interesse noto la mancanza delle "lenzuolate" di Bersani. Nell'intento, e ripeto nell'intento, sono chiaramente liberiste! o no? Però quello che voglio argomentare non è nè l'intento nè il risultato effettivo delle liberalizzazioni. Del primo si potrebbe dire che Bersani ha una storia che non è propriamente liberale, del secondo si potrebbe dire che alla fine chi realmente ci ha rimesso (o goduto?) dalle liberalizzazioni sono veramente i panettieri e qualche taxista.
Ma voglio far presente un altro punto. Con queste lenzuolate di intento liberale, Bersani ha acquisito un tale consenso nel popolo di Sinistra che se si fosse presentato alle primarie l'esito (la vittoria di Veltroni) non sarebbe stato così certo. Cioè quello che voglio dire è che una larga parte del popolo di Sinistra si mostra più liberale dei suoi politici. E quindi, io penso, che un'analisi sul fatto se il liberismo sia di Sinistra o di Destra debba partire primaditutto dall'elettorato più che dagli eletti.
E poi sulla teoria economica citata vorrei aggiungere il contributo di Ronald H. Coase, il cui teorema è forse il vero discrimine tra Destra e Sinistra. Chi crede nel teorema sic et simpliciter è di Destra chi crede che è fallibile (non fallito!!! fate attenzione) è di Sinistra. O meglio, chi di Coase (1960) legge con più diletto le prime 20/30 pagine è di Destra, chi inizia dalle ultime 30 è di Sinistra.
Io penso che il mercato può fallire, in termini di efficienza (e poco mi interessa in termini di equità), ma la cui fallibilità può essere meno costosa (in termini ancora efficientistici) alla fallibilità di istituzioni più gerarchizzate. Solo un'analisi comparativa tra le istituzioni può stabilire in un certo contesto, in un certo momento e date alcune condizioni quale istituzione funziona meglio. Questa regolettà è di Destra o di Sinistra? Io penso di Sinistra
Circa l'opera di Giavazzi e Alesina, cito Pareto:
“gli autori non cercano quasi mai quale è la verità, ma cercano argomenti per difendere ciò che già credono la verità, e che è per loro articolo di fede […] La maggior parte degli economisti studiano ed espongono la materia loro avendo in mente di giungere ad una determinata meta […] Infiniti sono i pregiudizi e i concetti a priori dipendenti dalla religione, dalla morale, dall’amor patrio, ecc., che tolgono di ragionare scientificamente delle materie sociali”(Pareto, 1906:117-8)