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Markopolo Il grande cattivo mercato

di fausto panunzi,  4 Febbraio 2007 stampa
E’ la traduzione del titolo (Le grand méchant marché, Flammarion 2007, 182 pagine) di un libro di due economisti francesi che ho appena finito di leggere.
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I due autori del libro sono due economisti francesi (Augustin Landier e David Thesmar), giovani e molto bravi, la cui ricerca è tra le più interessanti nel campo della corporate finance. Ma il libro non parla della loro ricerca. Cerca piuttosto di spiegare come mai in Francia parole come mercato, concorrenza, finanza siano considerate con scarsa simpatia, al limite dell’ostilità. Nei sondaggi della World Value Survey, l’affermazione “la concorrenza stimola gli aspetti peggiori dell’uomo” ha avuto un’approvazione da parte dei francesi che è passata dal 20% al 30% nel corso degli anni ’90, mettendo la Francia al quarto posto tra i 60 Paesi in cui il sondaggio è stato somministrato (dopo Cile, Belgio e Estonia). Solo il 36% dei francesi pensa che l’economia di mercato e la libera iniziativa impresa siano il miglior sistema economico possibile, contro il 71% degli americani e il 66% dei britannici. Le scelte dei governi francesi, di difesa dei campioni nazionali contro le scalate di imprese straniere riflettono questo desiderio di bloccare il funzionamento del libero mercato. Ma da dove viene questa ostilità dei francesi verso il mercato e la concorrenza? Il libro fornisce due tipi di risposta, uno che viene dalla storia della Francia e l’altro che si basa sugli incentivi.

Iniziamo da quello storico. La parte centrale del libro (dimenticavo: purtroppo non è stato tradotto e se volete leggerlo dovete conoscere il francese) ripercorre brevemente la storia economica francese, in particolare quella del ‘900. La tesi forse più sorprendente è che all’inizio del secolo scorso e fino alla seconda guerra mondiale in Francia non vi era ostilità al mercato. Anzi, vi era una generale avversione verso l’intervento pubblico in economia. I piccoli proprietari terrieri e i grandi gruppi industriali chiedevano solo una bassa tassazione e una politica monetaria stabile. Gli investimenti in infrastrutture da parte dello Stato erano scarsi e anche i salvataggi di imprese in difficoltà erano di carattere eccezionale. Un sistema economico quasi liberale, dunque, dicono gli autori. Quasi perchè mancava in Francia una dimensione essenziale: la concorrenza. Un sistema industriale basato sui grandi gruppi e un settore agricolo molto frammentato chiedevano una sola cosa: protezione dalla concorrenza esterna. E i governi erano pronti ad esaudire tale richiesta. La bruciante sconfitta nella seconda guerra mondiale (perchè di sconfitta si tratta per la Francia: ricordate Hitler a Parigi?) mette in crisi il modello economico francese. Posto di fronte alla scelta tra il completamento di un sistema economico veramente liberale, cioè liberando la concorrenza nei mercati, e l’abbandono di un sistema di scarso intervento statale nell’economia, De Gaulle non ha esitazioni e sceglie la seconda strada. Viene introdotta un’autorità per la pianificazione economica anche per mostrare agli Stati Uniti, i cui prestiti erano fondamentali per l’economia francese, un disegno credibile di ricostruzione. Nelle intenzioni di De Gaulle questa centralizzazione delle decisioni economiche dovrebbe essere solo temporanea, limitata all’emergenza del dopoguerra. Ma le cose non vanno come auspicato dal Generale per due ragioni. La prima è che la Francia vive quasi trenta anni di prosperità economica, con tassi di crescita molto elevati. La seconda è che l’alta burocrazia francese, una volta ottenute le chiavi del potere economico, non ha alcuna intenzione di privarsene. Nella memoria dei francesi il lungo periodo di prosperità (i francesi usano l’espressione “les Trente Glorieuses” per indicare il periodo 1945-1975) viene legato al dirigismo economico. Prova ne è che la reazione della società francese alla crisi economica della fine degli anni ’70 è l’elezione di Mitterand, il cui programma prevedeva la nazionalizzazione delle banche e dei principali gruppi industriali. L’avversione al mercato dei francesi sarebbe dunque un “regalo avvelenato” (un cadeau empoisonné) dei 30 anni di gloria del dirigismo economico.

La seconda spiegazione si basa invece su aspetti più legati all’attualità. La chiave interpretativa individuata dagli autori si basa sul sistema pensionistico francese che è basato sul sistema del pay as you go, cioè in cui i giovani pagano le pensioni dei vecchi. La crisi di tale sistema crea una forte incertezza nelle generazioni più giovani -che sono oggi attive nel mercato del lavoro- riguardo i loro redditi futuri. Dovendo già fronteggiare questo tipo di incertezza, i lavoratori francesi preferiscono investire la loro ricchezza in attività a basso rischio (la febbre del mattone è forte anche in Francia). Pochi francesi investono in azioni e, come risultato, le grandi imprese francesi si finanziano in modo significativo nei mercati finanziari internazionali. Gli obiettivi di famiglie e imprese sono quindi divaricati: alle famiglie interessa più la stabilità delle imprese che la loro crescita. Di fronte a OPA di imprese straniere la reazione dei francesi è quella di pensare che esse andranno a beneficiare gli azionisti stranieri e a danneggiare i lavoratori francesi. I governi francesi, sensibili ai desideri dell’elettorato si adeguano e difendono i campioni nazionali da “attacchi” esterni.

Quali soluzioni propongono gli autori per uscire da questa impasse? La loro ricetta è quella di un passaggio ad un sistema pensionistico a capitalizzazione, associato alla creazione di fondi pensione che dovrebbero investire i soldi dei lavoratori (anche) in azioni francesi. In questo modo i lavoratori diventerebbero anche piccoli azionisti e sarebbero più in linea con gli obiettivi delle imprese. Si tratta, in altre parole, di creare una ownership society, sulle orme dell’esperienza thathceriana.

Il libro ci fornisce una chiave interpretativa per le prossime elezioni presidenziali francesi. (Almeno) uno dei due autori è consulente di Sarkozy. La scommessa di Sarkozy, come mostra anche il suo recente incontro con Blair, è quella di indicare nella Gran Bretagna un modello da seguire anche per i francesi. Un’economia più liberale, più orientata al mercato, meno dirigista, come invocato nel libro. Una scommessa rischiosa, che può regalare alcuni elettori di moderati al Front National. Da parte di Ségolène c’è invece una maggiore ambiguità sui temi economici, probabilmente una certa cautela a staccarsi dal modello economico francese attuale. A maggio vedremo chi avrà avuto ragione.

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Rss dei commenti

  di riccardo, 05 Febbraio 2007, 14:04 permalink rss
Posto che è riduttivo ragionare per etichette, se dobbiamo puntare su Sarkozy per sperare che in una Francia ci sia un'impostazione più liberale, non siamo messi troppo bene...
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  di gian luca clementi, 05 Febbraio 2007, 14:58 permalink rss

Nei giorni scorsi ho visto un'intervista di Charlie Rose a Sarkozy, in cui essenzialmente si proponeva come il vento nuovo. Il grande liberalizzatore. Incuriosito, sono andato a leggermi il suo programma di politica economica. Se lo ponessimo al vaglio standard di nFa, sarebbe coperto di ridicolo. E' pieno di proclami populistici e ci sono parti davvero esilaranti. Una per tutte, quella in cui propone che non vi sia un francese che paga in tasse piu' del 50% dei propri redditi. ????? 50% ????? In caso in cui, invece, volessimo giudicare dal gradiente, diremmo diversamente. Sarkozy, e/o i suoi advisors, sembra abbiano capito la direzione del cambiamento. In ognica caso, dubito altamente che le minime riforme che vengono annunciate nel programma possano servire a raggiungere gli obiettivi enunciati, che, in pura tradizione francese, sono grandiosi.

Uno di questi giorni andro' al nono piano a parlare con Landier. Sono curioso di sapere come la pensa.

Tre informazioncine di cui non tutti sono al corrente: 1) Sarkozy non e' il prodotto di una Grande Ecole; 2) Nella vita ha sempre e solo fatto il politico 3) Non sa l'inglese.

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  di fausto panunzi, 05 Febbraio 2007, 17:04 permalink rss
Un paio di precisazioni. Mentre le tesi esposte nell'articolo sono quelle degli autori, l'ultima frase, sulle elezioni francesi, è una mia inferenza. Ero molto riluttante a metterla perchè temevo la confusione. Il libro NON è il programma di Sarkozy. Spero che sia chiaro. Vorrei precisare inoltre che non sono un fan di Sarko. Per quello che può valere, credo che la famiglia di mia moglie (lei inclusa) voterà compattamente per Ségolène.
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  di piergiuseppe fortunato, 06 Febbraio 2007, 07:18 permalink rss

ho visto anch'io l'intervista di charlie rose a sarko qualche giorno fa. qualche osservazione in ordine sparso:

1. avendo vissuto in francia durante gli anni dell'ascesa di sarko super-ministro dell'interno, sono rimasto estramemente colpito dal constatare di persona (avevo letto qualcosa, ma l'impatto e' diverso) il suo nuovo approccio pubblico.

meno spocchia, meno ostentamento della forza, meno sicurezza. in cambio, la proposta di un sarko dal volto umano, che sottolinea (fra lui e rose l'avranno ripetuto 3 volte) che lui, poverino, e' partito dal basso, niete grande ecole per il piccolo nicolas, niente pacche sulle spalle. un sarko che ha imparato che un uomo forte e' tale proprio perche' ha il coraggio di mostrare le sue paure e non le nasconde. un sarkozy, in buona sostanza, assolutamente buonista e che, nei momenti piu' alti della sua nuova retorca, e' arrivato addirittura a ricordarmi il buon nutellone, sindaco della nostra capitale.

francamente troppo. anche per un intestino ben allenato come il mio.

2. sono rimasto basito dall'incredibile superficialita' con cui ha trattato gli argomenti di politica estera.

la posizione sulla turchia? non la vogliamo perche' e' asia minore, non fa parte dell'europa. ora, a parte la correttezza dell'affermazione: a scuola mi insegnano che il bosforo divide l'anatolia dalla parte europea della turchia, posso esser anche d'accordo nella sostanza, ma per carita' di dio vogliamo argomentare un po'? spiegarla questa posizione?

l'approccio agli Stati Uniti? amici ma con juicio, alleati ma non leccaculo. ok, su questo sono d'accordissimo a parole anche prodi e berlusca, cosi' come i presidenti di tutti i paesi NATO (e non solo). anche qui: vogliamo sviluppare il concetto? chiarirlo? esempi? zero. anche quando pungolato da rose, ripeteva la cantilena mandata giu' a memoria.

bottom line: un approccio assolutamente naive. preoccupante dato che di candidato presidente si tratta.

3. nonostante tutto, probabilmente se fossi francese voterei per lui. mona lisa segolene mi spaventa anche di piu'...

PS: per gianluca: la proposta di porre un tax-cap al 50% e' gia' qualcosa in un paese dove monsieur Hollande promette, in caso di vittoria socialista, di cancellare una legge tremendamente regressiva adottata di recente: tax-cap al 60% del reddito (!!!). il portavoce di segolene ha recentemente dichiarato che il problema maggiore della sua candidatura e' rappresentato dal compagno: non aveva tutti i torti...

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  di gian luca clementi, 06 Febbraio 2007, 14:08 permalink rss
Pepe, grazie del contributo. Anch'io ero stato colpito dalla dichiarazione di sarko circa l'annessione della Turchia della UE, ma in maniera diversa. Sono rimasto colpito perche' io stesso ho usato quella motivazione, in maniera provocativa, in alcune occasioni. Il cambiamento di nome da Comunita' Europea a Unione Europea presuppone l'aspirazione ad un'unione politica, oltre che economica. Mentre in principio non vedo la ratio di limitare l'accesso ad un'area di scambio (piu' siamo, meglio e'), posso pensare ad una miriade di ragioni per limitare la membership di un'unione politica. Secondo me, una certa omogeneita' culturale e' necessaria. Non avrei problemi ad accettare Istanbul, ma se dovessi votare sull'ingresso dell'Anatolia, mi esprimerei sicuramente per il no. Si badi bene che NON mi sto riferendo a differenze di religione. Tutt'altro. Sto pensando all'evoluzione del costume e di certe regole di convivenza civile. Ora, per il gusto della provocazione: un collega turco, qualche anno fa, mi fece notare che le donne cristiane hanno portato il velo fino all'altro ieri, e che nel sud d'Italia le anziane lo portano ancora. Beh, direi di riparlare di Turchia nella UE una volta che l'usanza del velo e' sparita anche in Anatolia...
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  di giorgio topa, 06 Febbraio 2007, 15:33 permalink rss

Secondo me, una certa omogeneita' culturale e' necessaria. Non avrei problemi ad accettare Istanbul, ma se dovessi votare sull'ingresso dell'Anatolia, mi esprimerei sicuramente per il no. Si badi bene che NON mi sto riferendo a differenze di religione. Tutt'altro. Sto pensando all'evoluzione del costume e di certe regole di convivenza civile.

Mi sembra una china molto scivolosa. Con lo stesso criterio allora Paesi Bassi e Germania avrebbero potuto escludere l'Italia sulla base delle seguenti considerazioni:

1) sono in maggioranza cattolici mentre noi siamo protestanti

2) a mezzanotte di capodanno bisogna stare chiusi in casa perche' altrimenti rischi la vita, con tutti gli elettrodomestici vecchi che gli indigeni buttano fuori dalle finestre

3) quando aspettano l'autobus, o dal medico, o alla posta, invece di mettersi ordinatamente in fila fanno un casino immondo spingendosi urlando e dandosi gomitate

4) ai funerali le famiglie del morto ingaggiano delle signore "urlanti" di professione, che si battono il petto stracciano le vesti graffiano il volto piangono ululando per dimostrare quanto gli manca la persona cara.

...Per non parlare di certe regole di convivenza civile leggermente piu' importanti, come la prassi delle bustarelle, del pizzo, del fotticompagno, la corruzione rampante, la totale irrilevanza delle istituzioni...

En serio, gianluca, l'Unione Europea ha ammesso paesi come Bulgaria e Romania che in quanto a distanza culturale non scherzano. La Turchia rimane una democrazia parlamentare, e se non ricordo male ha messo in atto tutta una serie di riforme per uniformarsi agli standard dell'UE. Per non parlare del forte segnale positivo che sarebbe costituito dall'ammissione di un paese a maggioranza musulmano - e comunque moderato e liberale - in Europa.

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  di gian luca clementi, 06 Febbraio 2007, 18:14 permalink rss
Giorgio, a proposito delle riforme della Turchia: chiedi un parere al premio Nobel per la letteraratura. Congetturo che non sia ottimista come te.
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  di alberto bisin, 06 Febbraio 2007, 18:49 permalink rss

vabbe', non vale, gianluca, cheap shot. Se l'Italia e' Europa allora chiedilo a Falcone, allora. Ops, non glielo puoi chiedere. Beh, allora a quello che ha scritto Gomorra.

Io non ho ancora sentito un argomento serio contro la Turchia. Per argomento serio intendo: con la sua entrata nell'unione politica (come ben dici, dell'entrata in quella commerciale non vale nemmeno la pena di discutere, almeno tra economisti) l'unione starebbe peggio. Credo che questi argomenti si possano fare; poi si valutano. Ma non ne ho sentiti. Dire: sono diversi, non cristiani e poi si vestono strani e non hanno i nostri valori, mi pare davvero inutile al dibattito (come diceva bene a mio parere il lettore prima con riferimento a Sarko) un po' Sanfedista.

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  di gian luca clementi, 06 Febbraio 2007, 19:44 permalink rss

Beh, allora allarghiamo il discorso, visto che ci siamo. Ecco alcune domande cui dovremmo dare risposta. 1) Che cosa e' una nazione?  2) quali sono i criteri che dovrebbero guidare la formazione e aggregazione di nazioni? 3) Rendendo perfetta la mobilita', sarebbe possibile raggiungere first best in questa allocazione? C'e' ovviamente una letteratura in proposito, a cui proposito sono ignorante.

Pero' mi pare un valido punto di partenza assumere che ci distinguiamo nelle nostre preferenze per la tipologia e la quantita' di beni pubblici. Per esempio, a me e Fausto, le autostrade piacciono pavimentate color granata, mentre Alberto e Giorgio le preferiscono a bande nerazzurre. Potremmo abitare nella stessa nazione ed avere una carreggiata di ogni motivo cromatico, o dividerci tra due nazioni, ognuna delle quali con autostrade col medesimo motivo. L'esempio e' volutamente idiota, ma per me la risposta non e' ovvia. E diventa ancora meno ovvia una volta che aggiungiamo altre dimensioni di eterogeneita' e consideriamo side-payments. Uno potrebbe pensare di discriminare il prezzo d'accesso alle autostrade, in base alle preferenze cromatiche, ma queste ultime non sono verifiable...

Cio' che mi pare ovvio e' che vivere tutti col medesimo sistema di regole e, in particolare, con la medesima provision di beni pubblici non e' efficiente.  

Ora devo tornare alla calibration. Alberto, continui tu? 

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  di piergiuseppe fortunato, 06 Febbraio 2007, 20:12 permalink rss

cerco di rispondere direttamente alla domanda di alberto. concretamente: l'unione starebbe meglio o peggio dopo l'ingresso della turchia? 

direi che molto dipende dalle nostre preferenze, dalla nostra idea di UE. se riteniamo l'integrazione politica reale (i.e., l’estensione della rinuncia del diritto di veto oltre le fattispecia previste dal trattato di Nizza, ad esempio su temi di poltica estera) una priorita' allora penso che l'unione starebbe peggio con l'ingresso della Turchia, se il nostro modello di unione invece non prevede l'integrazione politica l'ingresso di Ankara potrebbe essere addirittura positivo.

 

mi spiego: vi e’ palesemente un trade-off fra widening e deepening dell’Unione Europea: accogliere la Turchia nell’unione aumenterebbe (piu’ o meno non mi pare cruciale) l’eterogeneita’ fra i paesi membri, e di conseguenza aumenterebbe anche il costo opportunita’ di rinunciare (al meno in parte) alla sovranita' nazionale. riprendendo l'esempio di gianluca: se a tutti noi piacciono le strade rossonere allora non e' un problema rinunciare al diritto di veto, se invece le preferenze sono diverse ci penso due volte prima di accettare a priori la decisione della maggioranza.

 personalmente, io ero contrario anche all’ingresso di romania e bulgaria. ma forse, dato che al punto in cui siamo un rafforzamento dell’integrazione politica e’ piuttosto utopistico, non fa piu’ tanta differenza concedere alla Turchia la full membership o meno....
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  di alberto bisin, 07 Febbraio 2007, 16:41 permalink rss

argomento utile e interessante, grazie. pero'  noto che se il costo difare entrare la Turchia nell'unione politica  e' l'eterogeneita'  delle preferenze  in  un contesto di  voto a maggioranza, allora la questione diventa: su quali e quante questioni pensiamo che la Turchia sara' determinante/pivotal nel voto?  Soprattutto se fosse vero (come tu e gianluca sembrate argomentare) che le preferenze della Turchia sono cosi' diverse da quelle dei membri presenti, allora sarebbe molto raramente pivotal, mai sulle questioni in cui si toccano gli interessi generali di  noi "europei veri".

 argomenti cosi' fanno fare salti di qualita'alla discussione. siamo a un passo da un modello concettuale coerente con cui ordinare gli argomenti. ci penso ancora un po'. 

 

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  di piergiuseppe fortunato, 07 Febbraio 2007, 23:40 permalink rss

La politica estera, tematica su cui i membri della UE sono estremamente divisi, mi sembra un buon esempio (remember Iraq? vecchia e nuova europa "l'un contro l'altra armate"). temo che le remore di molti a rinunciare al diritto di veto aumenterebbero dopo l'ingresso della turchia.

ma a parte il caso di ankara, il punto che sollevi e' cruciale e mi spinge ad una riflessione piu' vasta sulla politica di allargamento della UE.

e' vero in generale infatti che all'aumentare del numero dei paesi votanti la probabilita' che un nuovo membro sia pivotale e cambi l'equilibrio preesistente si riduce. dunque: il costo opportunita' relativo all'ammissione di un nuovo membro e' decrescente rispetto alla dimensione dell'unione.

se i benefici dell'allargamento (o la stessa funzione di costo) fossero non convessi allora probabilmente potremmo pensare ad equilibri multipli: unioni piccole o molto estese ed estremamente eterogenee.

nel caso concreto della UE, mi pare si vada verso il secondo tipo d'equilibrio. un potenziale effetto domino, cosa a cui stiamo gia' parzialmente assistendo: vado ad occhio, ma mi sembra che il tasso di crescita del numero dei paesi membri sia costantemente cresciuto dal 1957 ad oggi...c'est où, la fin? 

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  di fausto panunzi, 06 Febbraio 2007, 20:41 permalink rss
Sul granata non transigo, gianluca. Hai il mio più totale supporto per il colore delle autostrade. Sui criteri di formazione delle nazioni, non c'era qualcosa di Alesina e Spolaore?
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  di Antonio Mele (rabbi), 06 Febbraio 2007, 14:47 permalink rss

Leggere per credere : la Francia e' irrecuperabile. 

Se conoscete il francese: qui.  

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  di fausto panunzi, 06 Febbraio 2007, 15:26 permalink rss
Se un francese leggesse oggi le dichiarazioni di Caruso o Matarrese arriverebbe a dire la stessa cosa di noi italiani. Per fortuna Caruso e Matarrese non ci rappresentano, esattamente come quei signori non rappresentano la Francia.
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  di Antonio Mele (rabbi), 06 Febbraio 2007, 15:45 permalink rss
Non mi trovo d'accordo, fausto: ti ricordi perche' i francesi bocciarono la costituzione europea? perche non era abbastanza "sociale". L'appello e' stato firmato da un padre dell'europa, Jacques Delors.
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  di palma, 06 Febbraio 2007, 15:44 permalink rss

Questo Caruso se vi riferite Sig. Fausto alle dichiarazioni sui tifosi che uccidono i questurini, non rappresenta piu' che qualche cretino che va in viaggio premio alla manifestazion in Scozia.

I francesi, no, non sono nella stessa condizione.

Per una grande quantita' di ragioni c'e' una parte molto considerevol dei francesi (sono meta' francese io, e non sono in quella parte) che ritiene i servizi "acquisiti" comeli chiamano intoccabili. E sono perfettamente disponibili a dire che bisogna pagare o le stesse o piu' tasse per tenerli in piedi. I serivizi vanno da denari dati alle donne (chiunque faccia piu' di tre figli ha reali vantaggi economicamente quantificbaili a fare la madre professionista statale) e servizi culturali che tuttora battono molti altri paesi (l'unico posto dove ho trovato migliori bibliteche comunali e' la Norvegia.)

 

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  di fausto panunzi, 06 Febbraio 2007, 16:46 permalink rss
Palma, non ti consento di darmi del voi (all'italiana). Se poi vuoi usare il lei, dato che non ci conosciamo, posso anche capirlo (anche se preferirei il tu). Ma il voi no, per favore. Sul merito, le tue, come quelle di rabbi, mi sembrano indebite generalizzazioni sui francesi.
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  di Antonio Mele (rabbi), 06 Febbraio 2007, 18:41 permalink rss

Vediamo i dati:

Un poll condotto dall'University of Maryland su 20 nazioni ci dice questo:

Free market system

 

Notare il 36%  della Francia. In Italia siamo al 59%, not so bad. Alcune altre domande del questionario le trovate qui. Poi se siete annoiati, andate a leggere questo report dell'Eurobarometer (vecchiotto, vero, e' del 2001) sulla globalizzazione e sulle liberalizzazioni. E controllate le opinioni dei francesi. 

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  di fausto panunzi, 06 Febbraio 2007, 19:06 permalink rss
Rabbi, scusa ma questa informazione (sulla Francia) è già contenuta nel mio articolo, nel primo paragrafo.
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  di Antonio Mele (rabbi), 06 Febbraio 2007, 19:15 permalink rss
No scusa tu Fausto. Devo smetterla di leggere le cose una riga si' e una no.
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  di enzo michelangeli, 07 Febbraio 2007, 01:21 permalink rss

Note to Michele: nota chi sono i piu' entusiasti del mercato...

(Michele e io abbiamo avuto una lunga discussione via e-mail sulle tradizioni culturali in Cina, la situazione corrente, e il persistere in Occidente di quelli che sono a mio avviso luoghi comuni alimentati da un misto di errori prospettici e vested interests settoriali -- dovrei in realta' decidermi a scriverci un articolo, ma rimando sempre per pigrizia).

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  di michele boldrin, 07 Febbraio 2007, 05:42 permalink rss

I convertiti mio, caro, specialmente quelli dell'ultima ora, sono sempre i piu' vociferanti e petulanti nel dichiarare pubblicamente la loro nuova fede. Devono compensare per le colpe del passato, e spesso anche del presente ...  Degli opinion polls non ho grande considerazione e credo d'essere in buona compagnia: talk is cheap. Mi piacciono di piu' le preferenze rivelate ... diffetto professionale.

Ad ogni modo, attendo l'articolo. Nel frattempo, ricordo che la rivoluzione francese, per mettere la borghesia al potere, l'han fatta i francesi, non i cinesi. Quest'ultimi han fatto la cinese, che al potere ha messo Mao ed il suo bel partito comunista ... per il momento cosi' e' andata. Nel futuro, vedremo.

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  di enzo michelangeli, 07 Febbraio 2007, 17:10 permalink rss

Ad ogni modo, attendo l'articolo. Nel frattempo, ricordo che la rivoluzione francese, per mettere la borghesia al potere, l'han fatta i francesi, non i cinesi. Quest'ultimi han fatto la cinese, che al potere ha messo Mao ed il suo bel partito comunista ...

Mi stai dicendo che Robespierre era meglio di Mao? Per poco non fece ghigliottinare persino il povero Tom Paine... Per non parlare poi di Napoleone, che si incorono' pure imperatore... 

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  di michele boldrin, 07 Febbraio 2007, 17:19 permalink rss
Robespierre era MOLTO meglio di Mao. Neanche confronto.
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  di enzo michelangeli, 08 Febbraio 2007, 02:24 permalink rss

Robespierre era MOLTO meglio di Mao. Neanche confronto.

I Giacobini sono i massimi responsabili del deragliamento di quella che avrebbe potuto essere una rivoluzione liberale (la continuazione continentale della "Glorious Revolution" inglese del 1688, per cui si battevano i Girondini) nel capostipite ideologico del socialismo rivoluzionario del XX secolo: e lo fecero, caratteristicamente, con un bagno di sangue. Parafrasando Bergman, il Giacobinismo fu "l'uovo del serpente" dal cui guscio traslucevano i Lenin e i Trotzky prossimi venturi: e se oggi il liberalismo trova terreno cosi' difficile nel continente, e in Francia in particolare, e' proprio per il veleno da loro sparso due secoli fa.

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  di michele boldrin, 08 Febbraio 2007, 03:19 permalink rss

Interessante teoria della causa causante di tutti i mali del mondo moderno. Le relazioni causali che costruisci sono cosi' ardite che mi affascinano, vorrei provare anche io l'ebbrezza di farne d'analoghe, con la stessa tranquilla sicurezza che manifesti. Vediamo, alla fin fine ognuno, nel mondo dei controfattuali, e' libero di credere alle fantasie che piu' lo aggradano.

No Robespierre => no Mao, e neanche Segolene, Bertinotti, e maggio'68. Va bene. Allora invertiamo la freccia del tempo e cominciamo dai giacobini ed MR, andando a ritroso.

I giacobini mica uscirono tutti in armi dalla testa del nulla, no? Mi sembra ragionevole che anch'essi siano l'effetto di cause piu' antiche. Di uomini, sia di pensiero che d'azione, a loro precedenti e quindi, in forza del tuo modello di causalita', di essi ancor piu' colpevoli. Chesso', un JJ Rousseau, di cui sembra il terribile Maximilien fu discepolo, come ti sembra? Anche Hayek, nelle sue sieste intellettuali, provava a sostenere che tutto o quasi inizia con JJR ... poi si destava e parlava d'altro. Forse la colpa e' tutta dell'Encyclopedie e dei maledetti philosophes che persero tempo a scriverla? Andando un po' piu' a ritroso scopriremmo forse che Descartes e' il seme da cui viene l'uovo del serpente, con tutte le sue pizze sulla razionalita' ed i fondamenti del sapere ed il metodo? Da qui, con un salto solo, possiamo arrivare sino a Platone, e morta li' ... ma non e' questa l'unica via percorribile a ritroso.

Lasciata la Francia, possiamo attraversare le Alpi e rintracciare nel Savonarola i semi di tanto furore punitivo, no? Piu' incorruttibile di lui, difficile trovarne uno, almeno nella nostra Italietta. Ma anche lui, anche il buon Girolamo ha i suoi antecedenti. Penso, per esempio, a Francesco d'Assisi ... ma anche costui, come sappiamo, s'ispirava a rigorosi ed incorruttibili purificatori a lui precedenti, ad altri e piu' potenti messia insomma. Basta risalre nel tempo, e' c'e' sempre un predicatore che "causa" un altro predicatore come l'uovo fecondato fa con il serpente (e chi, poi, avra' covato l'uovo?)

Ah, ora che mi sovviene, potremmo far risalire il tutto, almeno per quanto concerne la civilta' occidentale (che l'orientale e' altra cosa, ed e' indenne da tali sconcezze) ad un tal Joshua o Jesus o Gesu' di Nazareth? In fin dei conti il filo da lui a Francesco e poi a Savonarola e' abbastanza diretto, via Pietro, Paolo e pochi altri ... e piu' andiamo a ritroso, peggio sono.

Di diseguaglianza in diseguaglianza, la proprieta' transitiva ci ha condotto ad una conclusione veramente originale che, credo, nessuno aveva sostenuto prima di noi: Gesu' da Nazareth ha fatto piu' danni all'umanita' di Mao Zedong da Shaoshan ... non male per oggi.

Chiudiamo qui, che ne dici? Mi sembra che abbiamo fatto gia' abbastanza danni cosi' ...

 

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  di enzo michelangeli, 08 Febbraio 2007, 13:33 permalink rss

Chiudiamo qui, che ne dici? Mi sembra che abbiamo fatto gia' abbastanza danni cosi' ...

No, perche'? Mi sembrano spunti interessanti. E poi non eri tu che facevi risalire il comunismo maoista a un generico dispotismo asiatico, concetto che gia' era discutibile quando usato dagli Elleni in funzione anti-Persiana, e sempre piu' vago quando riapplicato a sproposito da poeti romantici inglesi, imperialisti vittoriani, e giu' giu' nel tempo e nel livello intellettuale fino all'ineffabile Samuel P. Huntington? Mi perdonerai se gli trovo parentele piu' prossime in Europa (dove dopotutto il comunismo fu inizialmente teorizzato, e tentativamente praticato coi noti risultati).

Su Rousseau, sono d'accordo con l'opinione che ne avevano Hayek (non solo il primo: anche l'ultimo, p.es. in "The Fatal Conceit") e anche Voltaire, Hume e Nietzsche: meglio perderlo che trovarlo. Anzi, lasciami citare verbatim il vecchio Fritz, che a mio avviso inquadra perfettamente la questione:

A delusion in the theory of subversion. There are political and social visionaries who hotly and eloquently demand the overthrow of all orders, in the belief that the proudest temple of fair humanity would then immediately rise up on its own. In these dangerous dreams, there is still the echo of Rousseau's superstition, which believes in a wondrous, innate, but, as it were, repressed goodness of human nature, and attributes all the blame for that repression to the institutions of culture, in society, state, and education. Unfortunately, we know from historical experience that every such overthrow once more resurrects the wildest energies, the long since buried horrors and extravagances of most distant times. An overthrow can well be a source of energy in an exhausted human race, but it can never be an organizer, architect artist, perfecter of the human character.
It is not Voltaire's temperate nature, inclined to organizing cleansing, and restructuring, but rather Rousseau's passionate idiocies and half-truths that have called awake the optimistic spirit of revolution, counter to which I shout: "Ecrasez l'infame!" Because of him, the spirit of enlightenment and of progressive development has been scared off for a long time to come: let us see (each one for himself) whether it is not possible to call it back again!

In aggiunta, secondo me JJR ha anche sulla coscienza le fondazioni teoriche (bon savage etc.) del verdismo catastrofista contemporaneo: fittingly enough, il suo unico amico riconosciuto era il suo cane, il che ne fa anche un progenitore di quegli animalisti che considerano l'homo sapiens un pericoloso parassita di Madre Natura.

Su Descartes e Platone ha gia' infierito a sufficienza Karl Popper, quindi non spariamo sulla Croce Rossa ;-)

Su Savonarola: assolutamente centrato! Lo trovo un personaggio totalmente insopportabile: mentre i Medici stavano tirando Firenze fuori dal letame del Medioevo, lui e la sua Consorteria dei Piagnoni faceva di tutto per farcela rientrare (anche bruciando libri sgraditi, nelle migliori tradizioni totalitarie). Forse Alessandro Borgia avrebb