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Qui è FLG Il PD e i salari

di sandro brusco, 14 Febbraio 2008 stampa

Commento passo a passo un interessante articolo di Massimo Brutti apparso su L'Unità.

Credo valga la pena di leggere assieme l'articolo di Massimo Brutti, senatore uscente ed esponente di spicco del PD, poiché è una interessante mistura delle idee che si agitano nel Partito Democratico, alcune giuste, altre sbagliate, quasi tutte confuse e ambigue.

L'articolo apre in questo modo

Le proposte avanzate in questi giorni dal Partito democratico sulla detassazione dei salari pongono al centro della nostra campagna elettorale una questione cruciale per la sinistra riformista: come può l’azione politica di governo innalzare i livelli di reddito degli strati popolari, promuovere l’accesso ai beni della vita, e come può modificare - perseguendo obiettivi di uguaglianza - le condizioni materiali nelle quali vivono i lavoratori italiani? La risposta non può essere congiunturale. Essa ha invece un valore strategico. Mette alla prova il Partito democratico e riguarda il suo rapporto (costitutivo della identità che si sta formando) con l’Italia che lavora e che chiede giustizia sociale.
OK, almeno la domanda ha senso e Brutti si accorge che la risposta deve essere di struttura e non congiunturale. Il "perseguendo obiettivi di uguaglianza" anziché di riduzione della povertà sic et simpliciter è un non sequitur, ma concediamo un po' di retorica.
Se tracciamo un bilancio delle esperienze di governo del centrosinistra, vediamo bene che il risanamento, l’ingresso nell’euro, la messa in ordine dei conti non sono bastati a cambiare il Paese. Le vite degli italiani sono pesantemente condizionate dai privilegi, dalle clientele, dalla insicurezza del lavoro, dal mancato riconoscimento del sapere e dei meriti nei rapporti sociali, dalla disparità nell’esercizio dei diritti e dalla debolezza del sistema politico. Quale competitività dell’economia nazionale possiamo immaginare, quale modernizzazione, quale mobilità sociale, se i vizi antichi di un’Italia premoderna, tradizionalmente diretta da corporazioni e consorterie, continuano a riproporsi oggi nella distribuzione iniqua delle ricchezze e nelle strutture di potere chiuse che dominano la società civile e la politica?
Bene, bene, la cosa si fa interessante. L'elenco mischia le cause con gli effetti ed i sintomi con le malattie, ma le parole chiave ci sono tutte. Privilegi e clientele? Corporazioni e consorterie? Mancato riconoscimento dei meriti? Tell me more, tell me more.
Risulta dai dati Ires-Cgil del 2006 che oltre 14 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro al mese e 7,3 milioni meno di 1.000 euro. Nell’industria il 66,2 per cento dei lavoratori e il 90 per cento delle lavoratrici non superano i 1.300 euro. Ne deriva una drammatica limitazione della libertà per un numero elevatissimo di cittadini. A parte le iniziative del sindacato, troppo poche sono finora le voci politiche che riconoscono l’urgenza di un intervento riformatore su questo terreno.
Ma bene, ci siamo accorti che in Italia i salari sono bassi. A dire il vero l'aveva già detto Draghi un po' di tempo fa, e l'avevamo detto noi, economisti di destra, ancora prima, ma va bene lisciarsi un po' la CGIL. Un po' meno bene la lisciata successiva sulle "iniziative del sindacato". Parla forse dell'abolizione dello scalone e dell'aumento dei contributi per i precari? Come intervento riformatore non è stato niente male.
Non c’è dubbio che durante l’ultimo decennio le disuguaglianze nella società italiana, invece di diminuire, si sono accresciute, con una rilevante compressione dei redditi da lavoro, che investe anche i ceti medi, che indebolisce la domanda interna e che, per la sua grande estensione, deprime l’insieme della vita sociale, spingendo vasti settori di opinione pubblica all’insoddisfazione e al rifiuto della politica.
La disguaglianza cresce? Verissimo, ed è da più di un decennio, anche se nell'ultimo decennio si è visto più chiaramente. Va beh, dai però, cosa c'entra la disuguaglianza crescente con il rifiuto della politica? E anche tutto il resto, francamente. Forse che l'una è causata dagli altri, o viceversa? Comunque, anche questo scusiamolo come artificio retorico e tirem innanz.
Si è insomma determinato un forte squilibrio tra i sacrifici richiesti ai lavoratori, specialmente al lavoro dipendente, e quello che la collettività, attraverso l’azione dei pubblici poteri, è riuscita a dare in cambio, sul terreno dei redditi e dei diritti sociali.

Intervenire sui salari e sugli stipendi per aumentarli, per accrescerne il potere di acquisto diventa quindi la prima fondamentale riforma di struttura che dobbiamo perseguire. Andando decisamente al di là delle misure che il Partito democratico ha finora proposto (ma anch’esse urtano la destra e vengono complessivamente respinte) circa la riduzione del carico fiscale sugli straordinari e su quella parte del salario che si determina con la contrattazione di secondo grado.
Si', sì,  va bene. Ammesso e non concesso che il concetto di "intervenire sui salari" abbia un qualche significato in un'economia non socialista, in concreto?
Tutto ciò significa definire una serie coerente di progetti e di provvedimenti in direzione dell’incremento delle retribuzioni reali, del sostegno alla domanda, dell’abbassamento delle tariffe e di una politica sociale che restituisca dignità al lavoro, in tutte le sue forme (un esempio: la previsione di minimi salariali al di sotto dei quali non possono andare i contratti di collaborazione continuativa). È chiaro che per questa svolta non basterà l’extragettito guadagnato nell’ultimo anno e mezzo. I suoi margini sono del resto ancora incerti. Si tratta piuttosto di modificare sistematicamente il rapporto tra risorse e diritti. Sarà necessaria una politica di più lungo periodo che sia, ad là dei primi atti (già annunciati), sorretta da una ispirazione coerente: il contrario delle oscillazioni e delle continue divaricazioni interne al governo, proprie della fase che abbiamo alle spalle.
Il salario minimo stabilito per legge? Questa dunque è la proposta? E perché la metti tra parentesi?
Dovremo ancora operare per la crescita, senza la quale non c’è equità né progresso civile. Ricordo in proposito una frase del vecchio Edward Bernstein, che appartiene all’abc del pensiero socialista moderno: «Le prospettive della socialdemocrazia - scriveva nel 1900 - non dipendono dal regresso, ma dall’accrescimento delle ricchezze sociali».
Eh, ce ne siamo accorti. Meglio tardi che mai! Comunque anche questo va bene come artificio retorico, andiamo avanti.
Non basta tuttavia l’attesa dello sviluppo. Dovremo spostare risorse per dare forza ai redditi da lavoro e sappiamo che ciò significherà ridurre le rendite e risparmiare sulla spesa pubblica.
Ridurre le rendite? Ridurre la spesa pubblica? Yes! Yes! tell me more.
Una leva decisiva per la crescita è la moralizzazione delle istituzioni. Il rispetto delle regole, un costume nuovo nello Stato, la dedizione dei funzionari, dei professionisti, delle classi dirigenti ai propri doveri istituzionali: sono tutti fattori che contribuiscono ad accrescere le ricchezze sociali. Ecco perché serve un’azione di governo anti-sprechi, che punti a sanare l’inefficienza della pubblica amministrazione, che colpisca il dispendio inutile e la neghittosità, che licenzi i parassiti del pubblico impiego ed insieme metta al bando i politici che organizzano le clientele e vivono di esse, che tagli drasticamente il capitalismo pubblico «di ritorno» costituito per iniziativa delle regioni e degli enti locali, fonte anch’esso di improduttività e dispersione di risorse.
Tutto bene ma, accidenti, non puoi essere più specifico? Di "lotta agli sprechi", di "licenziare i parassiti del pubblico impiego" è una vita che sentiamo parlare. Ci spiegate un po' meglio come intendete farlo? Bene, anzi molto bene, la battuta sul "capitalismo pubblico di ritorno". L'Italia è un paese in cui "privatizzare" significa che un ente pubblico vende a un altro ente pubblico, magari locale. Non c'è bisogno di parlarne adesso ma la prossima volta magari ne parliamo un po' di più di come limitare gli appetiti dei politici locali, e magari di come si possa farlo in un modo compatibile con il federalismo.
Adopero a proposito del salario l’espressione «riforma di struttura», perché penso che attraverso le retribuzioni delle attività lavorative passi una gerarchia degli interessi, un modello di rapporti tra le figure sociali. Una busta paga più pesante dà coraggio, capacità e fiducia ai lavoratori e alle loro famiglie e quindi contribuisce in modo rilevante a cambiare i rapporti di forza nella società, il senso comune, le forme di vita.
Suvvia Brutti, non ci devi spiegare perché è bello avere più soldi in busta paga. E no, non è perché contribuisce al "senso comune". Stay focused, please.
Questi rapporti si cambiano anche agendo su altri diritti dei ceti popolari: con più scuola e più formazione qualificata, con più diritto alla salute, con più sicurezza nella vita quotidiana. Ma il salario è il punto di partenza essenziale. E la politica dell’equità salariale è un momento di quella scommessa strategica sull’uguaglianza, che rappresenta l’anima e il destino delle culture politiche di sinistra.
Mmmm, qua non è più retorica. Stiamo parlano di aumento dei salari o di "equità salariale"? E cosa vuol dire? Mah..
Chiudo queste considerazioni con un’ultima domanda. È possibile ed in quale misura che su questa linea si stringa attorno al Partito democratico e a sostegno del suo programma, del suo simbolo, fin dai prossimi giorni, una vasta alleanza di sinistra, un insieme di raggruppamenti e di culture che intendono ricollegarsi al socialismo europeo, alle idealità del lavoro e della solidarietà?
Ma come chiudi? Non mi hai ancora spiegato come ridurre la spesa. E le rendite come le eliminiamo? E le consorterie? Lascia perdere il socialismo europeo, che c'è tempo per parlarne, dimmi cosa vuol fare il PD se va al governo.
Io credo che una simile alleanza sia nelle cose e che essa andrà avanti. Ampi settori di sinistra scelgono oggi consapevolmente di stare nel Pd per una politica riformista, per dare concretezza alla volontà di cambiamento, per non può fermarsi alla testimonianza. Numerose associazioni e gruppi che si rifanno alla tradizione socialista sono già nel Pd. Inoltre, molti lavoratori con esperienze sindacali, molti quadri di sindacato hanno partecipato alle elezioni primarie del 14 ottobre, con le quali il Pd si è costituito, ed oggi operano con noi. Altri ne stanno arrivando. Scartano altre esperienze, come quella della «cosa rossa». Scelgono la nuova identità riformista del Pd. In una forza più radicata e grande (un tempo si sarebbe detto in un partito di massa), l’impegno politico conta di più e le idee-guida della sinistra acquistano una maggiore capacità espansiva.

Chiusura retorica con appello pre-elettorale. Fair enough, in campagna elettorale siamo.

Ma, caro Brutti e cari compagni del PD, non ci siamo proprio. Dopo il disastroso Prodi II, in cui di riduzione della spesa pubblica non si è parlato proprio e di aumentare le tasse si è invece parlato e fatto tanto, siamo tutti, come dire, un pelino diffidenti. La prossima volta, più concretezza e meno richiami ideali. Diteci come si fa a licenziare i neghittosi, magari non solo nella publica amministrazione. Diteci come si taglia la spesa (un suggerimento che ci sta a cuore: vendete la rai, please). Diteci come si tagliano le rendite. E non illudetevi di poter risolvere i problemi semplicemente obbligando per legge le imprese a dare 1000 euro al mese.

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Rss dei commenti

  di luca de simone, 14 Febbraio 2008, 23:41 permalink rss

Ad un appassionato della fantascienza vecchio stile come me, l'articolo di Brutti fa venire in mente un episodio della serie della Fondazione ("Foundation", in Italiano "Cronache dalla galassia" - che traduzione schifosa).

Un pomposo diplomatico della Capitale (il pianeta Trantor) viene a visitare il pianeta della Fondazione, una specia di Sylicon Valley nella periferia della galassia, dove un mucchio di Dorks e Nerds stanno scrivendo l'Enciclopedia Galattica, in un momento di difficolta` del potere centrale. Egli parla, gira, promette, rassicura e parte dopo un paio di giorni.

Alla sua partenza i Dorks studiano le sue affermazioni con la Logica Simbolica (Symbolic logic boils out the "goo and dribble") e scoprono che il diplomatico non ha detto assolutamente... NIENTE!

Che ha scritto il Brutti? NIENTE.

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  di Paolo di Lautreamont, 15 Febbraio 2008, 00:55 permalink rss
Ottimo lavoro di destrutturazione. Ottimo davvero. Per trovare un'alternativa all'impossibilità di licenziare gli asini e sfaticati, e per evitare che il precariato blocchi prestiti bancari, matrimoni etc. non si potrebbe praticare l'assunzione a tempo indeterminato MA con possibilità di licenziamento per necessità di bilancio aziendale, o per cattivo rendimento? Perché non si attua questa soluzione terza ed esclusa?
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  di Ferdinando Monte, 15 Febbraio 2008, 05:47 permalink rss

Si, effettivamente la proposta sembra proprio essere quella del salario minimo stabilito per legge, limitato a quel che si capisce ai contratti “atipici”. Ho aspettato di rivedere l’intervento di Veltroni a Porta a Porta su Raiclick per intervenire, perche’ dalle agenzie non sembrava chiaro, ma ha pronunciato proprio queste parole:

La proposta che noi avanzeremo e' quella di dare un compenso minimo legale. Cioe' dire alle imprese "nessuno che abbia un contratto atipico, un contratto di precariato, puo' avere meno di 1000-1100 euro" e poi noi sosterremo quelle aziende che potranno fare dei contratti di piu' lungo periodo, estendendo il periodo di apprendistato attraverso la formazione."


Lo stesso discorso vale per l’insistenza sull’”equita’ salariale” e la “scommessa strategica sull’uguaglianza”, dove il nostro sottolinea che “il 20% ricco della popolazione ha circa 6 volte il reddito che ha il 20% piu’ povero”, concludendo che “e’ chiaro che c’e’ bisogno di un intervento redistributivo”, anche se deve essere fatto – meno male – senza una logica punitiva.

Non mi azzardo a prendere una posizione netta perche’ non sono esperto, ma mi sembrava che il ruolo “allocativo” dei salari, come vale per qualunque altro prezzo, fosse questione pacifica, anche se comprendo i benefits politici di posizioni piu’ morbide. Chi guadagna di piu’ magari ha speso di piu’ in istruzione prima, ha studiato per piu’ tempo, ha rinunciato al reddito che avrebbe potuto avere, e magari voleva differenziare le proprie abilita’ da quelle di altri lavoratori. Mi domando, ammetto un po’ retoricamente, e’ equita’ chiedere a chi ha preferito prolungare i suoi studi alla ricerca di piu’ fortuna di “redistribuire” i suoi guadagni a chi fece nel passato scelte diverse? E nel caso proprio non si resista, e’ equita’ intervenire oggi sulle conseguenze di scelte fatte magari parecchi anni fa? Se un diplomato dieci anni fa avesse saputo che nel 2008 gli avrebbero chiesto di “redistribuire” i suoi guadagni da laureato, si sarebbe iscritto lo stesso all’universita’?

Mi fermerei qui, ho gia’ scritto troppo: al di la’ del fatto che non mi e’ chiaro cosa voglia dire estendere il periodo di apprendistato attraverso la formazione, e perche’ questa estensione dovrebbe eliminare il problema (ma sabato sembra ci saranno piu’ dettagli), mi pare proprio di sfondare una porta aperta, in questo blog, avanzando dubbi sui salari minimi per legge.

Per la verita’ – ed e’ il motivo che mi ha indotto a scrivere – questa presa di posizione mi ha sorpreso un po’, credevo che fosse un cavallo di battaglia di posizioni piu’ a sinistra. Ma tant'e', la campagna e’ solo all’inizio.

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  di pippi, 15 Febbraio 2008, 09:30 permalink rss

La Stampa

15/2/2008

Mille euro al mese

TITO BOERI

In una campagna elettorale dominata sin qui solo dalla gara nel promettere tagli alle tasse, senza ovviamente spiegare come verranno finanziati, ha fatto finalmente capolino una proposta a costo zero per le casse dello Stato che può ridurre la povertà fra chi lavora nel nostro paese. Walter Veltroni ha anticipato che il programma elettorale del Partito democratico prevede l'istituzione di un «compenso minimo legale» di almeno 1000 euro «per ogni precario». Non conosciamo ancora i dettagli di questa proposta (contrariamente a quanto riportato da molti giornali, chi scrive non partecipa alla stesura del programma del Partito democratico), né perché Veltroni abbia parlato di «compenso minimo» anziché di «salario minimo», il termine comunemente utilizzato in tutti i paesi in cui questo strumento esiste. Siccome crediamo da tempo che questo istituto andrebbe introdotto anche in Italia, come in molti paesi Ocse, ci permettiamo di offrire qui alcuni suggerimenti su come meglio strutturare questo strumento.

Il salario minimo serve a proteggere le categorie maggiormente a rischio di emarginazione e sfruttamento e non rappresentate dal sindacato, come molti lavoratori con contratti flessibili e immigrati. Il salario minimo riduce il numero di working poor, di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà nonostante abbiano un lavoro, un fenomeno crescente in Italia. Bene stabilirlo in termini di paga oraria (e non mensile) affinché possa coprire anche prestazioni temporanee e part-time. Dovrebbe essere fissato per legge e riguardare tutte le prestazioni lavorative svolte nel nostro paese, inclusi i contratti a progetto. In molti paesi (ad esempio Francia, Olanda e Stati Uniti) il salario minimo viene differenziato per età in modo tale da tenere conto della minore produttività di chi non ha precedente esperienza lavorativa. Da noi forse è più utile differenziarlo per macroregioni, tenendo conto dei forti divari nel costo della vita, sulla base degli indici che l'Istat si appresta finalmente a pubblicare.

Gli effetti del salario minimo sono stati ampiamente sperimentati e studiati in altri paesi. Rimediando a una situazione in cui i datori di lavoro hanno un potere di mercato eccessivo, un salario minimo fissato a un livello non troppo alto può creare più occupazione, come avvenuto ad esempio negli Stati Uniti. L'esperienza dei paesi latino-americani ci dice che non è affatto ovvio che il salario minimo crei lavoro nero; potrebbe avvenire esattamente il contrario. Come avvenuto nel Regno Unito, che lo ha istituito dieci anni fa, bisognerebbe comunque monitorare gli effetti della sua introduzione e tenere conto di queste analisi nell'aggiustarne il livello nel corso del tempo.

Il sindacato si è sin qui opposto in Italia all'introduzione del salario minimo perché teme che tolga rilevanza alla contrattazione collettiva. In realtà il salario minimo è inferiore ai minimi fissati nei contratti collettivi e copre lavoratori tagliati fuori dalla contrattazione collettiva. Semmai il salario minimo riduce l'eccessiva interferenza della giurisprudenza nella libera contrattazione fra le parti a livello di azienda.

Veltroni ha presentato la sua proposta come strumento di contrasto al cosiddetto precariato. Perché davvero il salario minimo ottenga questo risultato è bene che la sua introduzione sia contestuale a interventi che facilitino l'ingresso dei giovani dalla porta principale del mercato del lavoro, come il contratto unico proposto anche su queste colonne con Pietro Garibaldi. Il salario minimo interviene sul livello retributivo. Il contratto unico sulla stabilità del posto di lavoro. Sono, dunque, strumenti complementari. Di dubbia efficacia, invece, gli incentivi fiscali per la conversione dei contratti flessibili in contratti a tempo indeterminato. In Spagna hanno finito per essere un regalo a quei datori di lavoro che avevano già previsto di trasformare alcuni contractos temporales in contratti a tempo indeterminato, senza effetti di rilievo nel facilitare la trasformazione di contratti temporanei in altri più stabili. Andrebbe inoltre spiegato come verrebbero finanziati questi sgravi fiscali. Il vantaggio delle proposte del salario minimo e del contratto unico è che sono a costo zero per i contribuenti. Merce rara, purtroppo, nei programmi elettorali.

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  di calvin, 15 Febbraio 2008, 09:47 permalink rss

Perdonate l'ignoranza ma sto cercando di capire on the back of my envelop come fa questa cosa ad essere a costo zero. Boeri intende a costo zero per lo Stato?

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  di Marcello Urbani, 15 Febbraio 2008, 11:43 permalink rss

Boeri ha scritto proprio così: "a costo zero per le casse dello Stato".

Pagheranno gli imprenditori ed in seconda battuta i consumatori, alle solite.

Non capisco però come una misura del genere possa sfavorire il lavoro nero, specie in un contesto di scarsa legalità come il nostro.

 

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  di calvin, 15 Febbraio 2008, 12:00 permalink rss
Mi pare evidentemente che alle 9.45 non mi ero ancora svegliato... C'è scritto bello chiaro. Beh allora pur non avendolo letto l'avevo dedotto e il mio scombussolamento/spavento era giustificato. Rimango allibito, secondo Boeri questa proposta ha il merito aggiuntivo di essere a costo zero per lo Stato? Noto che la prospettiva della pecora da tosare è ben presente anche nelle fantomaticamente prestigiose università private del Nord Italia..
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  di giulio zanella, 15 Febbraio 2008, 12:19 permalink rss
Potrebbe essere a costo zero se l'elasticita' aggregata dell'offerta di lavoro fosse sufficientemente elevata. Lo stesso vale per la detassazione dei salari.
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  di calvin, 15 Febbraio 2008, 15:20 permalink rss
Puo' essere che stia ancora dormendo (altamente probabile) ma non ho capito come girerebbe il fumo... Anche se l'elasticità aggregata dell'offerta fosse elevatissima, il problema rimane il costo per le imprese (lato domanda)... Pero' mi hai fatto pensare che se l'elesticità della produttività al salario fosse molto alta... Ecco, a quel punto il discorso mi fila.
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  di giulio zanella, 16 Febbraio 2008, 11:42 permalink rss

Calvin, anche senza che la produttivita' sia elastica al salario (cioe' anche se l'ipotesi dei salari di efficienza fosse rigettata) il salario minimo applicato solo a una tipologia di lavoratori (i precari) in principio ha un effetto sul salario delle altre tipologie (i protetti, in questo caso). Certo, probabilmente solo in principio perche' il mercato del lavoro in Italia e' tutto fuorche' concorrenziale.

Ora, immagina che per esempio un salario minimo di mille euro mensili o l'equivalente in termini di potere di acquisto in aree diverse del paese (facciamo anche finta che il lavoro sia indivisibile, si lavora o un mese o zero) induca molte donne, soprattutto al sud, a entrare nel mercato del lavoro. Se queste fossero veramente molte, questo intendo con la condizione che l'elasticita' aggregata dell'offerta di lavoro sia sufficiente elevata, un po' di pressione sui salari delle altre tipologie di lavoratori -- e quindi sul costo del lavoro -- potrebbe esserci (o perche' no, sulla loro produttivita'... con molti concorrenti ai cancelli si diventa piu' efficienti, che e' l'altra faccia dei salari di efficienza).

In un altro thread si sta discutendo di questo tra le altre cose, vedi il post di Michele, cioe' se i precari in Italia siano abbastanza da poter esercitare pressione sull'intera distribuzione dei salari dei lavoratori di cui sono sostituti. Al momento pare di no, ma cosa succede con l'introduzione di un salario minimo -- all'offerta certo, non all'occupazione -- dipende appunto dall'elasticita' dell'offerta.

Quindi alla fine e' una questione empirica, per cui sarebbe piu' saggio se Veltroni proponesse una seria sperimentazione su scala sufficientemente ampia (per esempio in alcune regioni selezionate in modo da generare un esperimento naturale) piuttosto che proporre l'adozione di uno strumento che a priori ha costi non quantificabili per le imprese (e anche per il governo).

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  di michele boldrin, 16 Febbraio 2008, 18:10 permalink rss

Se capisco vuoi considerare le conseguenze di "supply side economics" sul mercato del lavoro in assenza di produttività elastica al salario. A me pare che le conseguenze principali siano le seguenti:

- crescita dell'offerta di lavoro, probabilmente fra lavoratori demotivati in generale;

- riduzione della domanda, o non crescita della medesima, da parte delle imprese che prima occupavano persone con salari uguali o inferiori al minimo in particolare;

- concorrenza dei "nuovi" lavoratori ai "vecchi" con caratteristiche "economiche" simili (insomma, che sembrassero buoni sostituti dal punto di vista dell'impresa) con possibile sostituzione degli uni per gli altri, lasciando l'occupazione totale inalterata. Questo ovviamente solo laddove si possa licenziare. Nelle imprese dove il licenziamento per motivi economici è impossibile (ossia tutte le imprese medio grandi italiane) tale effetto è inesistente.

A me sembra che - affinché si possa concludere che aumenterebbe la produttività di quelli ora occupati, perché spaventati dalla concorrenza dei nuovi arrivati ai cancelli - occorre assumere non solo che è possibile licenziare per motivi economici ma che i nuovi arrivati hanno caratteristiche diverse (e.g. sono meno produttivi) di quelli vecchi. Se fossero uguali, allora entrambi potrebbero produrre di più. Ma se entrambi possono produrre di più, allora perché quelli che ora sono fuori dal mercato non lo fanno? Verrebbero assunti a stipendi uguali o superiori al minimo (al quale per ipotesi sarebbero contenti di lavorare) e tutto finisce lì. Quindi qui vi è un problema: l'effetto "stimolo dal lato offerta/concorrenza" sulla produttività di quelli attualmente occupati non è ovvia per nulla. 

Anzi, come tutta l'esperienza di "minimi garantiti" insegna, quelli che ora sono occupati con un salario vicino al nuovo minimo avrebbero l'incentivo di diminuire lo sforzo. Tanto, direbbero, il salario minimo lo prendo lo stesso. Avendo studiato in varie occasioni e sulla base di microdati, in collaborazione con Sergi Jimenez e Franco Peracchi tra gli altri, un fenomeno simile (via pensiones minimas) nel mercato del lavoro spagnolo, l'ipotesi che possa esistere non mi pare una fantasia. Li c'era, eccome, e portava ad una uscita anticipata massiva dal mercato del lavoro da parte di quelli che, anche rimanendoci, avrebbero comunque raccolto una pensione vicina alla minima garantita. 

Riassumendo, se la produttività non è elastica al salario, l'introduzione del solo salario minimo riduce l'occupazione fra i lavoratori che oggi ricevono meno del minimo. Ovviamente, eliminando i salari piu' bassi riduce di un poco la diseguaglianza (a meno che poi non cresca il sommerso). Se, oltre al salario minimo, si introduce anche il diritto di licenziamento per motivi economici, vi sara' anche un po' di turnover tra lavoratori occupati e nuovi arrivati. Altri effetti non ne vedo. 

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  di Ferdinando Monte, 16 Febbraio 2008, 23:06 permalink rss

[...] occorre assumere [...] che i nuovi arrivati hanno caratteristiche diverse (e.g. sono meno produttivi) di quelli vecchi.

Premettendo che si tratta di una inesperta congettura (...captatio benevolentiae) mi sembra che a livello teorico in questo caso la produttivita' per lavoratore misurata (intendo output per worker) potrebbe scendere per altri motivi: se a differenze di produttivita' devono corrispondere proporzionali differenze di salari, e imponiamo un minimo che fa salire le remunerazioni dei meno produttivi mettiamo dell'1%, anche le remunerazioni di quelli produttivi dovrebbero salire dell'1%. Pero', se l'elasticita' dell'offerta di lavoro di questi neoentrati meno produttivi e' maggiore, la composizione dei lavoratori presenti cambia, riducendo la produttivita' media per addetto; in questo caso, anche se vi fosse un qualche effetto di "stimolo da concorrenza", potrebbe non essere misurato nei dati.

Che ne pensate?

 

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  di michele boldrin, 16 Febbraio 2008, 23:47 permalink rss

È senz'altro vero che, al cambiare della composizione della forza lavoro a seguito dell'entrata di lavoratori meno produttivi, la produttività media diminuisce. Infatti, questa tua osservazione capita a fagiolo. Negli ultimi anni il tasso di occupazione è cresciuto anche in Italia - se non ricordo male, siamo attorno al 59% in media nazionale, con il 67% al Nord ed il 47% circa al Sud: sì signori, quasi 20 punti di differenza, il che dovrebbe dare ancor più da riflettere alla luce di quanto viene di seguito - mentre anche solo 5 anni fa era attorno al 52-53%. Questo è dovuto soprattutto al crescente flusso di immigrati oltre ad una crescita, per ora ancora tenue, della partecipazione femminile.

Il mio amico Victor Rios Rull, che in questo campo ci lavora da vent'anni, ha sempre sostenuto (credevano scherzasse, ma lui no) che la ragione per cui la produttività del lavoratore marginale (e quindi anche la media) negli USA era (parlo degli anni '90) sostanzialmente inferiore a quella del marginale europeo era che (al tempo) il tasso di occupazione negli USA era circa 15 punti maggiore di quello europeo. Ora che il tasso di occupazione lentamente sale anche in europa scopriamo che VRR non aveva torto e che cresce la diseguaglianza salariale. Oh well ...

Ciò che, invece, non mi convince, almeno teoricamente, è la prima affermazione tua. Se facciamo crescere dell'1%, dici, il salario di chi produce 100, dovrà parallelamente crescere dell'1% anche il salario di chi produce 200. Tu capisci, anzitutto, che se questo fosse vero avremmo scoperto la pietra filosofale: basta aumentare passin passetto di un 6% all'anno i salari più bassi e tutti vedono i propri salari aumentare! La ragione per cui, ovviamente, tale effetto e' impossibile e' semplicissimo: se aumenti per imposizione legislativa il salario di qualcuno, delle due l'una. O l'aumento e' piccolo ed all'impresa non fa differenza, quindi tutto rimane come prima. Oppure l'aumento e' grande e all'impresa fa differenza, nel qual caso l'impresa cerchera' di sbarazzarsi del signore in questione. In entrambi i casi il compagno di lavoro che gia' prima guadagnava di piu' (diciamo a sufficienza per avere una paga superiore al salario minimo) andra' dal boss a chiedere un aumento proporzionale? E' possibile. Lo ricevera'? In generale lo dubito. Se l'aumento e' minuscolo e darlo anche a lui non fa differenza, forse si'. Ma in questi casi, credo, avrebbe potuto ottenere l'aumento anche senza il minuscolo aumento del salario dell'altro: bastava chiederlo. Se l'aumento e' visibile si sentira' dire: beh, se produci di piu' ti aumento la paga, ma se vuoi che ti aumenti la paga solo perche' all'altro che abbiamo appena licenziato il governo aveva aumentato la paga per legge ... beh, chiedi al governo. 

Ovviamente, poiche' in Italia e' vietato licenziare, l'effetto sara' di bloccare le assunzioni a salari bassi mentre quelli con i salari alti rimarranno li' dove sono, o magari vedranno i loro salari crescere meno per compensare i costi addizionali. Non vedo alternative. 

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  di Ferdinando Monte, 17 Febbraio 2008, 00:18 permalink rss

Si, si, sono d'accordo. Avevo in mente che la proporzione tra salari relativi e prodotti relativi dovesse rimanere costante, ma era partial equilibrium.

Sbaglio o anche in Spagna e' salito di recente il tasso di occupazione e la produttivita' del lavoro e' un po' scesa? Mi sembrava di aver letto qualche tempo fa un intervento di Giavazzi su questo.  

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  di michele boldrin, 17 Febbraio 2008, 00:36 permalink rss

Esattamente, tale e quale. Anzi, in Spagna la cosa è iniziata 12 anni fa ed e' oramai matura. Neanche in Spagna la produttività cresce molto, ma meglio dell'Italia.

Guardare la Spagna è estremamente utile: permette di vedere quanto di ciò che accade in Italia è "inevitabile" (ossia, corrisponde a trends economico-sociali che coinvolgono l'intera Europa ed il mondo) e quanto è specifico al nostro paese.

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  di giorgio topa, 17 Febbraio 2008, 18:10 permalink rss

Sto cercando di ricordarmi se negli USA si e' verificata una cosa simile. Il tasso di partecipazione al mercato del lavoro e' cresciuto di molto sull'arco di qualche decennio (diciamo dagli anni sessanta agli anni novanta), soprattutto grazie alla maggiore participazione femminile. D'altro canto, la produttivita' del lavoro e' cresciuta molto negli anni novanta. Non ricordo pero' cosa succedeva a produttivita' mentre la partecipazione aumentava.

Di sicuro, a naso, l'effetto "raschiamento del fondo del barile" di cui parlano Michele e Ferdinando deve essere presente. Un effetto della composizione dell'offerta di lavoro, appunto. 

 

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  di Ferdinando Monte, 17 Febbraio 2008, 19:42 permalink rss

Questo direbbe PennWorldTable

participation_vs_productivity

Pigrizia mi spinse a calcolare la partecipazione al lavoro direttamente dalla stessa fonte (inverso di gpd/worker diviso inverso di gpd per capita - per essere precisi - cosi da ottenere workers/popolazione), e spero qualcuno si soffermi sui limiti di questa scelta, cosi' non traiamo conclusioni affrettate. Comunque, sembra che l'effetto che Giorgio descrive ci sia, anche se non penso che possiamo separare bene le due cose solo guardando al grafico.

 

 

 

 

 

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  di Marco Boleo, 17 Febbraio 2008, 18:40 permalink rss

Caro Ferdinando hai ragione. In un articolo sul Corsera del 16 marzo 2007 Giavazzi riporta le statistiche sulla creazione dei posti di lavoro in Europa e negli Usa: 18 milioni in entrambe le aree tra il 1995 ed il 2006. Dei 18 milioni creati in Europa 7 sono stati creati in Spagna. Nel mercato del lavoro spagnolo si è avuto un aumento del tasso di partecipazione:  +9% per gli uomini e + 13% per le donne. Giavazzi inoltre afferma  che "quando l'occupazione cresce tanto rapidamente, la produttività ne soffre perchè il rapporto tra capitale e lavoro scende ed entrano nel mercato del lavoro anche persone con livelli di istruzione inferiori rispetto a chi lavorava. E infatti la produttività del lavoro in Spagna scende da 10 anni. Ma la crescita dell'occupazione ha più che compensato la caduta della produttività".

Ricordo negli anni '80 quando studiavo a Statistica con Sylos Labini una sua teoria sulla differenza di produttività tra Europa e Usa legata al diverso andamento del prezzo del lavoro e del prezzo delle macchine. I salari più bassi negli Usa portavano a delle combinazioni produttive "labour intensive" che portavano ad una riduzione della produttività rispetto a quelle "capital intensive" dell'Europa che ne provocavano un aumento. Spero di ricordarla bene. Che ne pensate?  

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  di Ferdinando Monte, 17 Febbraio 2008, 19:48 permalink rss

Caro Marco, si, mi riferivo proprio a quell'articolo.

Non so se ho capito bene, parli di prodotto per lavoratore o TFP?

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  di Marco Boleo, 17 Febbraio 2008, 20:17 permalink rss
Credo che Sylos si riferisse alla produttività del fattore lavoro 
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  di giulio zanella, 15 Febbraio 2008, 09:52 permalink rss

Va beh, dai però, cosa c'entra la disuguaglianza crescente con il rifiuto della politica?

Secondo me su questo Brutti ha un punto. L'ira popolare, chiamiamola cosi', nei confronti della "casta" e il termine stesso "casta" sono fenomeni relativamente recenti, diciamo ultimi 10-15 anni. Io ero un ragazzino, ma De Mita, De Michelis, De Lorenzo e tutti gli altri De Qualcosa molti di voi li ricordano bene. La casta di 20-30 anni fa era ben piu' dannosa di quella attuale. Eppure erano tollerati perche' si trattava di una classe sufficientemente machiavellica da far si che la pagnotta crescesse per tutti (con il conto che e' ancora da pagare, naturalmente).

E' quando abbiamo iniziato a dover stringere la cinghia (emblematica la finanziaria Amato nel 1992) e chiudere i rubinetti pubblici che ci siamo accorti di aver perso dieci anni (allora, e venti oggi) di aumenti di produttivita'. Da allora i redditi reali di una fetta rilevante della popolazione sono sostanzialmente rimasti al palo rispetto al reddito nazionale (guardate lo Statistical Annex 2007 dell'OECD, che ho messo qui per comodita', tabella I a pagina 269: se fate i conti vedete che i salari medi lordi reali in Italia si sono ridotti dello 0,35% dal 1990 al 2005, mentre il PIL reale -- cosi' a naso -- dovrebbe essere cresciuto a un tasso medio dell'1-1,5%). E' quando cominci ad aver fame e vedi un gruppo di privilegiati e la classe politica che continuano a ingrassare che le cose si mettono male per quest'ultima.

Piuttosto e' la premessa di Brutti sul punto in questione che meriterebbe di essere approfondita. Non capisco come faccia ad affermare perentoriamente che

Non c’è dubbio che durante l’ultimo decennio le disuguaglianze nella società italiana, invece di diminuire, si sono accresciute

Nello stesso Statistical Annex, tavola H p. 268 ci sono statistiche sulla dispersione delle remunerazioni, ma l'Italia non c'e', il che interpreto come prova che il nostro paese non produce statistiche sulla disuguaglianza comparabili a quelle degli altri paesi avanzati. Sulla base di cosa Brutti non ha dubbi? [non e' una domanda retorica: qualcuno sa se esistono dati affidabili in proposito?]

 

 

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  di Giorgio Gilestro, 15 Febbraio 2008, 14:17 permalink rss

 

La casta di 20-30 anni fa era ben piu' dannosa di quella attuale. [...] E' quando abbiamo iniziato a dover stringere la cinghia (emblematica la finanziaria Amato nel 1992) e chiudere i rubinetti pubblici che ci siamo accorti di aver perso dieci anni (allora, e venti oggi) di aumenti di produttivita'
Sono d'accordo ma penso che se oggi le cose vanno un po' meglio, cioe' se sembra che almeno si sia consapevoli dei disastri, e' soprattutto per via di maastricht e la richiesta di rispetto dei parametri. Qui - o sul lavoce? non ricordo - ho letto qualche attacco meramente teorico alla fisima dei rapporti pil/debito che hanno in eu. All'atto pratico penso almeno che senza quei vincoli staremmo ancora facendo la politica DC: almeno adesso siamo consapevoli che la borsetta di mary poppins e' chiusa, la gente inizia ad incazzarsi e da qualche parte si arrivera'. 
Nello stesso Statistical Annex, tavola H p. 268 ci sono statistiche sulla dispersione delle remunerazioni, ma l'Italia non c'e', il che interpreto come prova che il nostro paese non produce statistiche sulla disuguaglianza comparabili a quelle degli altri paesi avanzati. Sulla base di cosa Brutti non ha dubbi? [non e' una domanda retorica: qualcuno sa se esistono dati affidabili in prosito?]
Eurispes circa tre settimane fa ha riportato che negli ultimi anni i salari dei lavoratori autonomi sono aumentati molto piu' dell'inflazione ma non lo sono quelli dei dipendenti. Quando il PD parla di divari intende questo: si scrive "lavoratore autonomo" si legge "coi prezzi delle zucchine al mercato ci fanno quello che vogliono, signora mia". Se in un modo o nell'altro non si risolve questa fobia in italia altro che mercato libero.

Ferdinando:

Chi guadagna di piu’ magari ha speso di piu’ in istruzione prima, ha studiato per piu’ tempo, ha rinunciato al reddito che avrebbe potuto avere, e magari voleva differenziare le proprie abilita’ da quelle di altri lavoratori. Mi domando, ammetto un po’ retoricamente, e’ equita’ chiedere a chi ha preferito prolungare i suoi studi alla ricerca di piu’ fortuna di “redistribuire” i suoi guadagni a chi fece nel passato scelte diverse?
Aspe' ma non stavamo parlando dell'Italia? Chi e' che guadagna di piu? Chi ha studiato? Chi ha studiato cosa? Come inchiappettare il prossimo?

 

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  di Ferdinando Monte, 15 Febbraio 2008, 16:53 permalink rss

Giorgio,

grazie per il tuo commento. Spererei che anche in Italia, nonostante le rigidita’ del mercato del lavoro siano comunemente ritenute piu’ vincolanti rispetto ad altri paesi, esista una correlazione tra livelli di istruzione e redditi medi (parlo di correlazione, non gia' di nesso causale). Incuriosito, ed effettivamente non avendolo mai verificato personalmente, sono andato a cercare un po’ di informazioni e le ho trovate su Eurostat.

Pre-primary, primary and lower secondary education - levels 0-2 (ISCED 1997) 21033.08
Upper secondary education - level 3 (ISCED 1997) 28099.29
Post-secondary non-tertiary education - level 4 (ISCED 1997) 24117.95
Tertiary education - levels 5-6 (ISCED 1997) 41320.87

 

Questi sono i redditi medi annuali nel 2002, per uomini e donne occupati in “industria e servizi, escluso PA”, divisi per livelli di istruzione (notate che post-secondary, non tertiary hanno una media piu' bassa di upper secondary). Si, queste medie non distinguono per localizzazione geografica (magari al Sud le differenze sono diverse che al Nord), per eta’ (il profilo di reddito magari e’ piu’ ripido per i livelli di istruzione piu’ elevati) e cosi via. Ma per fortuna un po’ di differenza c’e’.

Il punto che volevo fare comunque era piu’ generale: intendevo dire che fatico un po’ a capire l’idea di “redistribuzione” basandola sui redditi delle persone, perche’ redditi diversi sono frutto, tra l’altro, di scelte che hanno avuto costi diversi. L’istruzione era solo un esempio che mi pareva semplice da inquadrare.

 

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  di Giorgio Gilestro, 15 Febbraio 2008, 17:31 permalink rss

Ferdinando, grazie per i dati ma non mi dicono molto; li vorrei vedere estesi per reale esperienza scolastica e soprattutto per fascia d'eta' e confrontati con gli altri paesi. Ad esempio sarei curioso di vedere le differenze tra livelli 5 (laurea) e livello 6 (dottorato) e confrontarle anche solo con la media europea. (In realta' non ho bisogno di vedere numeri per sapere che il mio dottorato lo posso usare come carta da bagno e per dirla tutta non avendolo preso in Italia non so nemmeno se abbia valore legale).

Non credo che la solfa "guadagno di piu' perche' ho studiato di piu'" sia veramente applicabile in Italia: mi sembra che chi si lamenta di piu' sono quei giovani laureati che finiscono al call center (Poi molti di questi hanno studiato "tanto" nel senso che si sono laureati a 30 anni ma questo e' un altro discorso).

Per quanto riguarda la distribuzione del reddito io la penso come Warren Buffet quando dice "if there is a class warfare, we are winning it but we shouldn't". Le malelingue diranno che e' perche' rosico come un castoro - e non e' vero - ma io la ricchezza dei cosiddetti furbetti del quartierino non riesco ad accettarla proprio. Ecco quella la ridistribuirei volentieri e ho l'impressione che ce ne e' abbastanza da farci i regali di natale a pasqua.

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