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Ex Kathedra In primo piano I ricchi italiani che bisogna tassare

di michele boldrin, 23 Ottobre 2006 stampa
Riporto qui, leggermente organizzati e commentati, i risultati di un'indagine del tutto personale su chi sono i ricchi italiani che questo governo vuole tassare sino alle lacrime.

Quando il governo se ne usci' con il piano di riforma fiscale, io rimasi sbigottito all'idea che si potessero considerare come "ricchi da spennare" o da "far piangere" coloro che guadagnavano e dichiaravano redditi superiori ai 70mila Euro all'anno. Questa cifra - poi elevata all'ancor piu' sostanziale ammontare di 75mila - a me sembrava punitiva di chi lavora e produce alto valore aggiunto. Ora sappiamo che - a meno di emendamenti, improbabili visto che questo governo ama farsi dare ripetutamente la fiducia da Andreotti, Colombo, Cossiga e Scalfaro - le tasse cresceranno per chiunque guadagni e dichiari, insisto con il sottolineare entrambe le parole, piu' di 50-55mila Euro all'anno (ed anche meno, come ha correttamente illustrato Mario Draghi).

Mi son chiesto: chi sono costoro che guadagnano 55mila e piu' euro all'anno? Di che individui e' composta la feccia del paese, questa gentaglia che occorre spennare sino alle lacrime? Chi sono i nemici del popolo, gli accaparratori del pane ed affamatori delle masse, gli approfittatori della generosita' governativa che ad essi elargisce beni pubblici a palate - le migliori universita' del mondo; i treni piu' veloci, lussuosi e puntuali; le strade meno intasate e meglio asfaltate; la polizia e la magistratura piu' efficienti e rispettose delle liberta' personali; gli aeroporti piu' belli e funzionanti; le acque costiere meno inquinate; i parlamentari ed alti funzionari dello stato piu' competenti, umili, e probi - in cambio di contributi fiscali miserrimi? Chi sono e dove si nascondono questi plutocrati che vorrebbero cavarsela con una marginale del 39% e dai quali, giustamente, ora potremo finalmente estrarre almeno parte del dovuto con una marginale del 43%?

Ecco, questo mi son chiesto. E poiche' ne' il Ministero dell'Economia, ne' la Banca d'Italia, ne' tantomeno l'Istat o, chesso', il CNEL (a proposito di enti inutili da chiudere, questo dovrebbe essere in cima alla lista: autentica vergogna) ci dicono chiaro e tondo chi siano gli italiani che guadagnano e dichiarano tutti quei soldi, ho provato a far da me (chi fa da se' fa per tre, m'insegno' la mia mamma). Ho scritto ad una sessantina di amici e conoscenti che vivono in Italia, chiedendo se, per favore, mi dicevano quanto guadagnavano loro e, con riferimento ai loro ambienti di lavoro, chi guadagnava che cosa; soprattutto, chiedevo, conoscete persone con redditi superiori ai 55mila? Ho promesso, ovviamente, la piu' totale riservatezza da parte mia; sottolineo che ho scritto a persone che conosco bene, e che credo si possano fidare della mia parola. Mi han risposto in parecchi, pero' devo notare subito che la decina di persone che non mi ha risposto e' composta interamente di lavoratori autonomi o professionisti; ovviamente questo potrebbe essere dovuto del tutto ad errore campionario, perche' 60 conoscenti miei non sono di certo un grande campione casuale. Inoltre, l'affermazione precedente NON vuol dire che tutti quelli che non erano lavoratori dipendenti non m'hanno risposto: piu' di qualche "capitano d'azienda" m'ha risposto, ma autonomi e professionisti no.

Vi riassumo i risultati categoria per categoria.

Professori universitari. Questa categoria era facile, perche' i loro salari sono stati resi pubblici anche recentemente. La sostanza e' che i nostri colleghi italiani fanno quasi tutti parte dei ricchi: cominciando con gli associati con 10/15 anni di anzianita', che guadagnano attorno ai 50mila, tutti stanno dentro al gruppo. Da quello che ho appreso, mi sento di affermare che un ordinario italiano che abbia piu' o meno la mia eta' e faccia un paio di piccole consulenze arriva ai 100mila annuali.

Medici ospedalieri. Fatta eccezione per quelli all'inizio della carriera, tutti gli altri entrano nella categoria dei ricchi. I salari sembrano molto simili, sia come livelli che come crescita lungo la carriera, a quelli degli ordinari universitari. I primari ed i direttori di dipartimento arrivano forse a stipendi leggermente piu' alti, attorno ai 120-140mila, ma questo probabilmente vale anche per Presidi e certamente Rettori.

Magistrati. Ho avuto solo una risposta indiretta, quindi il segnale era debole. Ma l'impressione e' che vengano trattati in maniera similare a medici ospedalieri e professori universitari, con livelli paragonabili a quelli del ricercatore in entrata, e livelli piu' alti per gli alti magistrati.

Medici di famiglia. Probabilmente questi guadagnano di piu', almeno una volta superati i 5-10 anni di avviamento. Poiche' hanno un contratto libero professionale con le aziende sanitarie per un max di circa 10mila al mese, conoscendo come funziona il paese (ricordate il medico della mutua?), e' probabile che la grande maggioranza raggiunga il tetto. Questo fa 120mila Euro all'anno, ai quali si aggiungono i proventi dall'attivita' professionale esterna al sistema pubblico.

Giornalisti. Partono bassi ma possono arrivare abbastanza altini. Di certo, sembra che qualsiasi giornalista minimamente affermato (non parlo di "firme", parlo di gente brava ma il cui nome nessuno di noi conosce a meno che non siano amici nostri) sia abbondantemente ricco. Piu' precisamente, e partendo dall'alto, i caporedattori nel Nord viaggiano sulle 110-150mila, da Roma in giu' 100-120mila. Un vice-caporedattore guadagna sugli 80-100mila € annui. Per il giornalista non "capo" c'e' il solito profilo professionale ascendente con eta' ed esperienza. Vi e' concordanza sul fatto che, con riferimento alla fatidica cifra di 70mila, quelli che hanno da 40 anni in su fanno più di 70mila. I praticanti sembra facciano attorno ai 20mila e, in provincia e nei piccoli giornali/radio/televisioni locali, anche un po' meno. Una persona che considero ottimamente informata mi ha dato la seguente suddivisione: <<Su un campione casuale di 100 persone, il 30% guadagna oltre 70mila, il 60% tra 40mila e 70mila, il 7% tra 30mila e 40mila e sono il 3% restante meno di 30mila.>>

Liberi professionisti. Su costoro ho pochi dati, data la paucita' delle risposte ed anche la loro relativa stitichezza. L'impressione, sia da quanto ho raccolto che dalle tabelle che l'Ansa ha circolato sulla base di dati micro (chiaramente non pubblici, o almeno non ovviamente pubblici perche' io non son riuscito a trovarli) forniti dal ministero delle finanze, e' che qualsiasi professionista italiano (architetti, ingegneri, avvocati, commercialisti, notai, farmacisti, eccetera) che abbia un proprio studio o che anche lavori in uno studio come partner, guadagna piu' dei fatidici 75mila Euro. E spesso molto di piu'. Che poi li dichiari o no, e' questione diversa ed importante su cui torniamo in altra sede.

Quadri settore privato. Il mio campione e' purtroppo limitato ad alcune imprese del Nord-Est, quindi, nella misura in cui vi sono differenze territoriali, forse e' poco significativo. Qui i "quadri" (una categoria molto vasta, dall'operaio super-specializzato che ha passato i 45/50 ed ha raggiunto un alto livello di professionalita' specifico alla propria azienda, sino al perito/ingegnere sui 30/35 e che promette bene, passando per il contabile laureato in economia che dopo gli anni di tirocinio sta cominciando ad avere lavori con un po' piu' di responsabilita') viaggiano attorno ai 40mila iniziali ma entrano nei 50-60mila a meta' carriera (ossia, dopo circa 20 anni di lavoro).

Dirigenti d'azienda. Questi sembrano decisamente tutti ricchi. I valori piu' bassi che mi son stati riportati si aggirano sui 55-60mila per persone che abbiano dai 35 anni in piu'. Va notato che il profilo salariale di queste persone e' molto "ripido": all'entrata in azienda subito dopo la laurea (fatta eccezione per persone superiori ai 50-55 dove ancora si trovano ragionieri/periti/geometri, tutti gli altri sembrano richiedere la laurea) gli stipendi sono relativamente bassi, attorno ai 20mila o poco piu'. Tali rimangono per un po', sembra, ma poi crescono rapidamente, probabilmente anche per effetto della selezione. Anche i dirigenti d'azienda pensionati sembrano finire nella categoria dei ricchi, anche se solo marginalmente ed a causa della brillante invenzione dell'aliquota al 41% per redditi superiori ai 55mila €. Il tipico dirigente d'azienda pensionato guadagna fra i 50mila ed i 75mila. Notasi, per gli appassionati di giustizia sociale a botte di tasse expost, che questi non erano laureati o figli di papa': questi ultimi, negli anni 50-70, facevano nella grande maggioranza gli avvocati o i notai o i farmacisti o i medici condotti o, al piu' i dirigenti di banca ... Nell'Italia del miracolo industriale (che sta tutta fra Firenze e Bolzano) questi dirigenti d'azienda e quadri alti erano, nella stragrande maggioranza, operai specializzati piu' bravi ed intraprendenti della media. Molti erano periti/geometri/ragionieri che avevano fatto la maturita' studiando di sera dopo aver lavorato in fabbrica 8-10 ore al giorno. Infatti nel mio campione, per piccolo che sia, sono tutti esattamente cosi'!

Servizi ad alta tecnologia. Cito direttamente, con appropriati omissis, dalle risposte dei proprietari di tre aziende di servizi ad alta tecnologia, tutte ubicate nel Lombardo-Veneto. La piu' piccola ha circa 35 dipendenti, la piu' grande credo superi il centinaio abbondante ed ha uffici in vari paesi ed anche fuori dell'Europa. Insomma, queste sono tre esempi delle aziende ad alto valore aggiunto di cui l'Italia ha bisogno se vuole crescere e non passare i prossimi cinquant'anni a decadere competendo con cinesi ed indiani.

<<In genere, e fatta eccezione appunto per i piu' giovani sotto ai 35 anni di eta', tutti i quadri ed i dirigenti d'azienda (anche di aziende attorno ai 50 dipendenti) superano i 50-60mila annui.>>

<<Per un dirigente medio od un quadro alto sono facilmente raggiungibili [75mila lordi] verso i 40 anni. Nulla di speciale.>>

<<Tra i 40mila ed i 75mila €, anche impiegati di buon livello e quadri inferiori sono in grado di raggiungerli senza problema. Da noi qualche appena ultratrentenne guadagna queste cifre anche con qualche fringe benefit in più.>>

<<I miei collaboratori hanno tutti un reddito lordo tra i 40 e 60.000 euro, mediana 45.000. >>

Sarebbe interessante che vi illustrassi anche cosa guadagna l'imprenditore (ossia, "el paron/parun") in questi tre casi e come ella/egli gestisce il proprio reddito a fronte del fisco. Sono tutti casi in cui andare in nero e' impossibile, per la visibilita' dell'impresa e per il fatto che i clienti sono quasi tutti altre imprese molto grandi, pubbliche, quotate, eccetera. Il carico fiscale viene quindi subito completamente e, a me, e' parso folle, letteralmente folle. Non lo faro', sia perche' appesantirebbe il pezzo sino a far scattare la mannaia del Grande Timoniere e di Sandro che odiano le mie pizze logorroiche, sia perche', dato lo sparuto numero di soggetti in questo gruppo, correrei l'ovvio rischio di identificarli violando la parola data. Se trovo tempo fra qualche settimana provo a scrivere un pezzo piu' serio cercando di documentarmi anche con altre persone, imprese e fonti ufficiali.

MORALE. La morale che io ho ricavato dalle mia inchiesta, e' la seguente: nel Nord Italia, e credo anche nel Centro, e con la grande eccezione dei professori di scuola media superiore, chiunque abbia una laurea arriva a guadagnare, attorno ai 40 anni, 70mila Euro all'anno, o piu'. Di questo gruppo fa parte anche una percentuale, non grande ma nemmeno minuscola, di diplomati che hanno lavorato duro e che per una ragione o per l'altra sono riusciti a diventare altamente specializzati ed a fare carriera. Fra le persone di eta' superiore ai 50 o 60 anni la percentuale di tali "diplomati che han fatto carriera" e' piuttosto alta e cresce con l'eta'. Poi, ovviamente, ci sono anche gli imprenditori ed i proprietari d'aziende. Questi sono quelli che guadagnano piu' dei fantomatici 55-75mila Euro all'anno.

Quelli che li guadagnano e li dichiarano, e che quindi finiranno sotto la rinforzata mannaia fiscale, sono coloro i quali, nell'insieme precedente, sono anche lavoratori dipendenti o lo sono stati, oppure sono imprenditori proprietari d'aziende "visibili" perche' di successo. Se li guardate bene, sono praticamente tutte persone altamente produttive, che generano alto valore aggiunto per se stessi e che lo fanno generare anche a chi lavora con loro o e' loro dipendente/collaboratore. Vale anche l'altra inclusione, ossia: praticamente tutti i generatori di alto valore aggiunto, per se e per altri meno qualificati di loro, sono fra le persone che guadagnano e dichiarano 55-75mila Euro all'anno o piu'.

Questi sono tutti e solo quelli che possono tirare fuori l'Italia dalla stagnazione e dal declino in cui si trova da circa 15 anni, come ho cercato di spiegare qui e com'e' ovvio a chiunque usi il senso comune. Questi sono i ricchi che questo governo vuole punire e tassare, perche' sino ad ora non han dato abbastanza. Continuate cosi, fateci del male.

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Rss dei commenti

  di HR, 23 Ottobre 2006, 09:47 permalink rss

solo alcune precisazioni:

- I DIRIGENTI:  per contratto hanno minimo garantito che va dai 55.000 ai 70.000 euro a seconda dell'anzianità. E' il loro minimo contrattuale... poi quasi tutti vanno più su; non è che al dirigente puoi dar eil minimo sindacale;

- I POLITICA: dovrebbero avere la retribuzione legata a quella dei magistrati. Almeno, un tempo,  avevano deciso così.

- I MAGISTRATI: hanno una retribuzione base che poi aumenta quasi automanticamente con gli scatti di carriera che avvengono quasi automaticamente per anzianità

 Dalla mia esperienza in azienda non credo che ci siano poi tanti laureati dipendenti che arrivino ai 50.000 euro. Io ho un campione di circa 200 dipendenti, una azienda medio grande affermata e solo nove superano i fatici 50.000, e di poco; solo i due dirigenti si distingono per superare di molto tale cifra.  

In generale le lauree deboli (letteratura, lingue...) fanno la fame...

non è che i tuoi conteggi sono stati un po' ottimistici? Ti assicuri che un quadro medio in azienda e banche ha sui 40.000 euro e mi sono tenuto lardo

 

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  di michele boldrin, 23 Ottobre 2006, 11:36 permalink rss

Hai una visione un po' troppo legalistica del mercato del lavoro.

Molti che svolgono funzioni dirigenziali tali non sono "formalmente", specialmente all'inizio della carriera, e viceversa. Poi in Italia esiste questa figura del "quadro", che non e' ne' carne ne' pesce da un punto di vista "formale" ma che in certe aziende e' persona chiave e che gudagna non male

I politici forse ce l'hanno, le retribuzioni non le mani, legate a quelle dei magistrati ma credo sia vero solo in termini percentuali, non per i livelli che sono molto piu' alti. E credo siano legate a quelle degli alti magistrati di Cassazione e similia. In ogni caso, anche se conosco vari politici italiani non riesco a considerare nessuno di loro come degno di fede, quindi non fanno parte del mio campione.

Quanto dici per i magistrati vale per tutto il pubblico impiego e, purtroppo, per tutta quella parte del privato che si attiene alla follia dei contratti sindacali nazionali. Che in Italia lo stipendio si muove, formalmente, solo per anzianita', e' noto. Io volevo capire anche i livelli. Un'altra cosa che ho capito e' che nelle aziende del Lombardo-Veneto che "tirano", i fuori busta e gli extra la di fuori ed al di sopra del contratto sono non poca cosa. Ed il fatto che si trovino "fuori busta" (che espressione) non e' perche' la busta e' troppo piccola, ma perche' la mannaia fiscale li colpisce selvaggiamente una volta che entrano in busta.

La tua azienda, se capisco bene, non e' esattamente strapiena di ingegneri, chimici, biologi ed anche i laureati in economia e commercio sono pochini, o mi sbaglio. 

I dati che dai sui quadri bancari sono coerenti con quanto ho detto io: quante delle persone che hai in mente superano i 40 anni. 

Sui laureati, si mi sono espresso male. Ho messo in chiaro che quanto dicevo non valeva per la grande categoria degli insegnanti, ed avrei dovuto allargare l'affermazione alla grande maggioranza dei laureati in materie umanistiche. Costoro, in ogni caso, in Italia finiscono per fare appunto gli insegnanti. Questo aprirebbe due capitoli difficili (perche' nella scuola italiana si guadagna cosi' poco e perche' tanti ragazzi in Italia prendono le lauree cosidette umanistiche).

Infine, il mio punto non era che son tanti quelli che prendono e dichiarano piu' di 50mila Euro. Il mio punto era ed e': chi sono e cosa fanno? La risposta rimane, direi: sono i lavoratori dipendenti altamente qualificati e produttivi. Son pochi, in Italia, e saranno sempre meno (e l'azienda media italiana assomigliera' sempre di piu' a quella in cui tu lavori invece che a Technorati) se le poliche economiche e fiscali seguono il sentiero di questa legge finanziaria.  

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  di giovanni oppenheim, 24 Ottobre 2006, 08:29 permalink rss

Anch'io ero curioso di capire chi siano questi "straricchi" che guadagnano piu' di 50.000 Euro l'anno. E anch'io ho provato a far da me, ma usando metodi diversi.

Tempo fa avevo lavorato con dati Bankitalia provenienti dall'"Indagine sui Bilanci delle Famiglie Italiane", dati micro ricchi di informazioni su reddito, consumi e risparmi (che io sappia, probabilmente la fonte piu' completa in Italia, ma potrei sbagliarmi perche' le mie informazioni risalgono alla meta' degli anni 90 quando ero assistente alla ricerca all'IGIER). Sono andato sul sito Bankitalia e me li sono scaricati (e' un indagine biennale, e l'ultima annata online e' il 2004). Ho incominciato a fare un po' di tabelle (a mezzanotte e mezza, con mio figlio di 19 mesi con la febbre a 40... quindi prendete queste con un pizzico di sale), e a guardare la pubblicazione che Bankitalia produce come commento ai dati (supplemento al bollettino statistico, anno XVI, #7, Gennaio 2006: cliccate ). Beh, da questi dati emerge che il reddito familiare medio annuo era di poco al di sotto di 30,000 Euro. Bankitalia non pubblica dati su redditi individuali, ma io ho guardato a lavoratori maschi in eta' 30-65: il reddito mediano per i lavoratori dipendenti era circa 19,000Euro e per gli autonomi 23,000. Non vi pare un po' poco? Secondo questi dati, circa il 10% degli autonomi ha un reddito individuale superiore a 50,000Euro, mentre per i dipendenti si tratta di meno del 4%.

Non mi stupisco che Bankitalia non commenti su chi possano essere coloro che verranno colpiti dalla nuova tassazione. Come forse averete intuito, questi dati (il meglio del meglio delle rilevazioni statistiche italiane accessibili al pubblico, che e' tutto dire) lasciano perplesso chiunque abbia un po' di anecdotal evidence. Nelle "Note Metodologiche" Bankitalia ha il candore di notare che il tasso di partecipazione a quest'indagine e' di poco superiore a 1/3: in altre parole, 2 famiglie su 3 se contattate non rispondono. Dato il forte sospetto di selectivity bias, i ricercatori cercano di ovviare al problema con aggiustamenti ex-post (e con re-sampling), ma questi aggiustamenti non tengono in considerazione una delle dimensioni piu' fortemente correlate con la probabilita' di non rispondere: il livello scolastico del capofamiglia. "La difficoltà a ottenere l'intervista è crescente al crescere del reddito e del titolo di studio del capofamiglia; minori difficoltà si incontrano con le famiglie con un ridotto numero di componenti, con capofamiglia pensionato o residenti in comuni di piccole dimensioni" (vedi qua, p.36).

Bottom line: nemmeno i recercatori piu' seri di Bankitalia hanno la piu' pallida idea di chi siano coloro che guadagnano piu' di 50.000Euro all'anno, perche' la qualita' delle loro indagini statistiche non permette di fare previsioni "raffinate" su misure distribuzionali del reddito individuale. Che ve ne pare? Se questo e' lo stato delle cose in Bankitalia, chissa' cosa succede all'Istat :(

E cosi' e' facile usare argomenti politici per identificare le categorie privilegiate che devono essere colpite dalla manovra fiscale. In mancanza di dati obiettivi per discutere seriamente degli effetti di questa o quella politica dei redditi, tutti possono dire la loro e rimanere impuniti. Ultima considerazione: e' forse un caso che non ci siano forze politiche che spingono affinche' le rilevazioni statistiche economiche diventino serie?

Buonanotte a tutti.

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  di giorgio topa, 24 Ottobre 2006, 16:13 permalink rss

caro Giovanni,

innanzi tutto grazie del contributo, molto illuminante (e auguri per tuo figlio!). Anche noi a nFA avevamo guardato i dati Bankitalia, ed eravamo rimasti molto perplessi, per gli stessi motivi. Da questo e' sorta l'iniziativa di michele. Chiaramente la sua indagine non pretende di essere "statistically correct" (campione non rappresentativo, ecc), ma il suo scopo era di illustrare quali figure professionali possano percepire redditi lordi individuali al di sopra dei 50,000 euro annui. 

Le bottom lines sono due. Primo, come dici tu, lo stato della raccolta di dati su redditi individuali in Italia e' pietoso, e permette a chiunque di fare argomentazioni demagogiche su questo e su quello, senza che ci si possa ancorare a dati solidi. Questo e', a dir poco, pazzesco: come si fa a fare policy seria senza dati affidabili????

Secondo (l'abbiamo gia' detto e stradetto, ma repetita juvant), le categorie colpite dalla politica fiscale contenuta nella Finanziaria sono soprattutto lavoratori produttivi, proprio quelli che vorresti incentivare per indurre crescita economica. Follia, follia pura.

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  di andrea moro, 24 Ottobre 2006, 22:21 permalink rss
Un chiarimento: Bankitalia riporta i dati dei redditi individuali di ciascun componente delle famiglie intervistate (il lettore dice che non li "pubblica", intendendo forse che non vengono riportati nella pubblicazione che li annuncia?). Per gli addetti ai lavori: basta prendere i files che iniziano per rper, mentre i files che si riferiscono ai totali per famiglia iniziano con rfam.
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  di Enrica Di Stefano, 25 Ottobre 2006, 11:22 permalink rss

Un'altra precisazione. Michele parlava di redditi lordi mentre l'indagine Bankitalia contiene redditi netti.

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  di gm.sacchi, 24 Ottobre 2006, 10:57 permalink rss

in quanto architetto libero professionista posso solo dire, alla luce di alcune informazioni disponibili ad esempio attraverso l'Inarcassa, o da colleghi, che la soglia dei 50.000,00 euro lordi annui non è alla portata di molti prima dei 40-50 anni.

Il nero è possibile per coloro che lavorano prevalentemente coi privati, ma dato il mercato dei servizi di architettura in Nord Italia dubito molto che ci siano ampi spazi per lavorare, o almeno lavorare con successo.

Non conosco altre professioni, ma sono convinto che i guadagni siano per la maggior parte dei casi risicati. I professionisti che guadagnano bene (oltre i 10.000,00 euro lordi mensili) oltre sono pochi e in nicchie di mercato: avvocati d'affari, superspecialisti di chiara fama, ecc.

 

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  di mario morino, 24 Ottobre 2006, 17:23 permalink rss

Caro Michele,

facendo parte della categoria dei ricchi che il crudele governo vuole tassare fino alle lacrime (anche perchè il precedente governo ha invertito la curva di riduzione del nostro, non piccolo, debito pubblico ed aumentato la spesa corrente del 2% l'anno) mi sembra di aver titolo per alcuni commenti.

Io "ricco" (90.000 euro lordi) piango, e molto, per tante altre cose ben più gravi dei 100 euro al mese che pagherò, circa, di tasse in più.

  • comuncio a preoccuparmi non poco delle possibilità di lavoro che avranno le mie figlie. Appena laureato ho comunciato a lavorare in una società di revisione con uno stipendio che mi consentiva di pagare l'affitto e mantenere mia moglie che non aveva ancora cominciato a lavorare. Ora la retribuzione di un asperante revisore per i primi 3 anni (da praticante) ti consente si e no di non chiedere a mamma o papà i soldi per il cinema, la pizza e la benzina.
  • se vivessi al Sud, diciamo in Sicilia, (ma va bene anche la Calabria o le Puglie o la Campania) mi seccherebbe alquanto dover pagare un pizzo per qualsiasi attività decidessi di svolgere, come ha, magari senza molto stile, recentemente ricordato Vladimir.
  • mi son venuti a rubare in casa. La scorsa settimana mi han rubato la bici. Magari a voi in AmeriKa non fa effetto, ma a me secca, e molto. Darei ben volentieri qualche altro punto in più di IRPeF per l'unica proposta seria (purtroppo non mantenuta) di Berlusconi relativa al poliziotto di quartiere
  • Darei ancora qualche altro punticino di Irpef per avere una città meno intasata dal traffico e dall'inquinamento, un pò meno di 7 topi per abitante (questo in verità a Venezia), e qualche pista ciclabile in più.

 

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  di michele boldrin, 24 Ottobre 2006, 21:15 permalink rss

Chi non conosce Mario Morino potrebbe pensare che la sua disponibilita' a farsi tassare al 43% e piu' per cio' che egli percepisce come bene comune sia solo retorica. Conoscendolo bene credo di poter affermare che retorica non e', Mario e' davvero cosi'. Per questo gli voglio ancora bene.

Il suo sincero desiderio di contribuire al bene comune, pero', non implica che seguendo le direttive di politica fiscale che egli sembra preferire si raggiunga davvero il bene comune, anzi. Gli argomenti che Mario offre, ad apparente sostegno della politica fiscale di questo governo, sono infatti, mi dispiace dirlo, incoerenti. Per le seguenti ragioni.

  1. Che vi siano in Italia cose ancor piu' gravi e dannose al bene comune delle politiche fiscali di questo governo e' senz'altro vero (per esempio, c'e' l'indulto che QUESTO governo ha fatto e che sta dimonstrando i suoi effetti malefici ogni giorno). Questo pero' non toglie che ANCHE la politica fiscale di questo governo sia malefica, e visto che di questo discutiamo in questo momento, il giudizio rimane. Anzi, si aggrava: un governo che in soli 5 mesi ha gia' fatto cosi' tanti danni al paese, avrebbe potuto risparmiargliene un altro.
  2. La relazione causale fra incremento della progressivita' ed inasprimento del carico fiscale totale e crescita della spesa corrente generata dal precedente governo e' falsa. Le ragioni sono molte, e quasi tutte ovvie, ma poiche' ho delle note per fare un post "tecnico" sulla questione debito ed affini, le rimando a quel post. Sull'osservazione specifica di Mario: una crescita nominale al 2% anno e' praticamente uguale al tasso d'inflazione, poiche' la progressivita' fiscale gia 'in essere genera incrementi reali del carico fiscale ed i redditi nominali ovviamente crescono in media al tasso d'inflazione, il problema non si pone. Se poi guardi la finanziaria ti rendi conto, come hanno sottolineato in tanti a cominciare da Francesco Giavazzi, che questo governo non cambia il trend di spesa corrente anzi lo peggiora. Quindi, scaricare la colpa su Tremonti e Berlusconi, come VV&TPS cercano continuamente di fare, e' raccontare balle agli italiani. Che costoro cerchino di farlo, non mi sorprende. Che tu ci creda, un po' di piu' ...
  3. Tu pensi che le possibilita' di lavoro delle tue figlie (stanno bene, assumo) migliorino aumentando le tasse su di te, i loro futuri capi ed anche su di loro? Suvvia, scherzi vero? Da quando in qua la tassazione crea lavoro, e lavoro qualificato specialmente? Ovviamente capisci che una delle ragioni per cui una persona che lavora in una societa' di revisione, a qualsiasi livello lo faccia, porta a casa molto meno di quanto produce e' perche' viene tassata a sangue da irpef, contributi sociali, salute ed ammenicoli fiscali vari sul reddito d'impresa. Quindi: perche' vuoi piu' tasse? Vuoi forse che M&L ti chiedano anche i soldi per la benzina?
  4. Se io vivessi al Sud scapperei, visto che sono scappato anche vivendo al Nord. In ogni caso, non vedo in che senso inasprire il carico fiscale su Mario Morino riduca l'estrazione del pizzo sui bottegai e gli avvocati palermitani. Semmai, lo alimenta, visto che le tasse di MM si trasformano in trasferimenti alla regione Sicilia che, come documentava il Corriere di nuovo l'altro giorno, li trasforma in consulenze da mezzo milione di euro per decine d'incompetenti amici dei politici locali. Il pizzo si estrae perche' c'e' grasso che cola. Una selvaggia cura dimagrante per l'economia parassitica del Sud Italia e' la miglior maniera per eliminare l'estrazione del pizzo.
  5. Hanno rubato anche a me in quel di Minneapolis (in garage, a dire il vero, una bella mountain bike), quindi? Per il poliziotto di quartiere invece di prendermela con Berlusconi io me la prenderei con Cacciari, facesse lavorare i vigili che si grattano ed andasse a fare un accordo con il prefetto per l'uso dei poliziotti che stanno al bar fumando e bevendo. Di nuovo, credi che le tue tasse faranno che cosa? Nel migliore dei casi finanzieranno qualche altro centro d'accoglienza per quelli che, molto probabilmente, son venuti a rubarti in casa. O pagheranno lo stipendio dei funzionari del ministero della giustizia che si sono inventati l'indulto che ha fatto uscire i ladri che han rubato, se non a te, al tuo vicino. In ogni caso, mi dispiace che anche a te abbiano rubato: il furto in casa tua mi sembra un'ulteriore ragione per NON sottrarti ulteriore reddito a base di tasse!
  6. Per l'ultimo punto: l'Irpef proprio non c'entra nulla, Mario. Nello specifico: se i veneziani la smettessero di eleggere come sindaco un improbabile sessantaduenne fotogenico con barba e capelli neri come quelli d'un ventenne, il loden che fa fino con la sciarpa annodata alla tombeur de femmes (quest'ultima cosa e' l'UNICA cosa che sa fare con grande professionalita' e che continua a praticare da 45 anni a questa parte), filosofo si-fa-per-dire a livelli da ridere o da piangere, venditore d'elisir rivoluzionari da sempre (comincio' molto presto, come ho appreso da un libretto cattivello di tal Dario Borso trasmessomi gentilmente da Adriano Palma), frequentatore di salotti e salottini aristocratici o patriarcal-reazionari (come quello del signor "patriarca di Venezia" Marco Ce', uomo medievale ed oscurantista), incoerente e contradittorio narciso che straparla di tutto senza sapere niente di niente (in particolare, d'economia: MC discettava e discetta d'economia dicendo castronate di tali dimensioni che non riesci neanche a crederci) e, finalmente, amministratore locale incapace ed incompetente (a Venezia, cosa vuoi, un mese circa all'anno ci vengo anche io, e le commedie locali le seguo attentamente), ecco se invece di eleggere costui come sindaco i veneziani avessero eletto, tanto per fare un esempio, Mario Morino che e' una persona seria ed un amministratore competente, forse avrebbero qualche pista ciclabile in piu' e qualche topo in meno. Altro che aumentare l'Irpef!




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  di fausto panunzi, 24 Ottobre 2006, 22:45 permalink rss
L'alternativa a Cacciari, se non ricordo male, era Casson (non ricordo il candidato della CdL, non arrivato al ballottaggio: Brunetta? non mi pare). Non conosco personalmente nessuno dei due, ma a occhio non mi è ovvio che se Cacciari avesse perso, i veneziani sarebbero stati meglio.
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  di michele boldrin, 24 Ottobre 2006, 23:15 permalink rss

Fausto, e' vero che l'occhio vuole la sua parte, ma e' meglio riservarla per altre cose che all'occhio maggiormente s'addicono ... tipo indovinare se, in un video, ci stanno mostrando Berlusconi o il suo sosia :-)

Cacciari e' incompetente nel senso stretto della parola: che non ha competenze professionali specifiche di alcuna natura. Parla molto e quasi sempre a vanvera ma con la voce suadente che imbambola chi si vuol far imbambolare. I fatti parlano da soli: 35 anni di scorribande politiche attraverso vari gruppi e partiti sono piu' che sufficienti per dimostrare che, quando e' ora di fare qualcosa, l'unica cosa che sa fare sono le belle figurine e le belle signorine. Promozione di se stesso e dei suoi ridicoli libri di "filosofia" a parte, tutto questo poli-facere (vedi, anche io so scrivere come lui) ha prodotto un assoluto zero per il popolo lavoratove (non e' un errore, la seconda "v" ci sta).

Casson, almeno, per vari anni ha lavorato per davvero ed ha fatto una carriera che richiedeva specifiche competenze professionali. Cacciari, invece, e' dagli anni sessanta che scrive paccottaglia scopiazzando mezzo mondo (le chiamano "citazioni testuali") e mischiando a caso parole tedesche, greche, latine, ebree ed italiane, spezzate per rendere il tutto maggiormente incomprensibile ...

Almeno avrebbe potuto tentare, il popolo di sinistra veneziano, a votare per l'alternativa invece di soccombere a questo eterno ed imbarazzante sirenetto locale.

Infine, le alternative sono endogene. Non scherzo quando dico che il dottor Morino Mario, o l'avvocato Pea Roberto, o l'ingegner Milan Maurizio, tanto per menzionare tre persone di cui ho notevole rispetto sia personale che professionale, sarebbero molto meglio, come sindaci di Venezia, del filosofo Cacciari Massimo.

 

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  di nicola lacetera, 25 Ottobre 2006, 00:27 permalink rss
Pero', quando al circolo Gramsci di Bologna un vecchio compagno si e' avvicinato a cacciari (che doveva parlare a un dibattito, poco dopo la storia della relazione con veronica lario), e gli ha detto ad alta voce, davanti a tutti "mo Massimo, mo sei proprio un mandrillo", beh insomma e' stata una grande scena....
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  di Enrica Di Stefano, 25 Ottobre 2006, 12:11 permalink rss

Caro Michele,

Vorrei lasciare un commento su una distorsione specifica di cui, a parer mio, soffre il campione "analizzato" nel tuo articolo: sono tutti della generazione precedente la mia (mi sbaglio?).

Da circa-trentenne appena tornata a lavorare a Roma mi hanno colpito molto i livelli, per quanto lordi, delle retribuzioni che hai descritto.

HR, gm.sacchi e Mario Morino mi pare abbiano un'opinione compatibile con la mia esperienza che illustro: la maggior parte dei miei amici (a occhio direi l'80% di cui 2/3 laureati) hanno trovato solo offerte di lavoro a tempo determinato (Co. Co. Pro. e simili) con salari sui 700 netti al mese . Molti vivono ancora con i genitori. Io sono una privilegiata (dicono loro) perché guadagno circa 2200 netti al mese (circa 25000 l'anno). Forse è vero, ma vorrei far notare che se avessi un figlio a carico e un affitto da pagare (1BR a Roma sono intorno agli 800/1000 Euro) con questo stipendio non risparmierei niente!

Sono d'accordo che tassare chi è produttivo non sia salutare ma ritengo che molti giovani, e produttivissimi, stiano pagando, troppo, gli eccessi di garantismo di cui hanno goduto i 50-55enni di oggi.

Certamente il mio campione non può essere considerato serio o rappresentativo, però potrei renderlo perlomeno confrontabile con il tuo facendo ai miei conoscenti le stesse domande. Che ne dici?

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  di michele boldrin, 30 Ottobre 2006, 16:49 permalink rss

Che i giovani siano quelli che piu' di tutti pagano gli "eccessi di garantismo" del sistema italiano, non ci piove! Quindi i tuoi dati confermano e riconfermano quello che io ed altri andiamo ripetendo ...

Il problema e' che pensare di compensare tale eccesso di garantismo tassando i piu' produttivi fra quelli della generazione precedente e, per definizione, quei pochi che si sono presi sia il rischio imprenditoriale d'imbarcarsi in carriere ambiziose e rischiose sia quello personale ed aggiuntivo di rimanere in Italia, beh' e' davvero masochismo.

E' masochismo tipicamente socialista, e qui uso la parola nello stesso senso in cui uso "dumb" o "tonto" o "scemotto", che, ossessionato ed affascinato dall'idea che e' lo stato che fa tutto, tende a risolvere una regolazione erronea con una controregolazione ancora piu' erronea, invece d'abolire la prima. La politica non e' moltiplicazione, due segni meno di seguito fanno due segni meno di seguito, anzi fanno tre per via dell'interazione.

Ricordo un, relativamente distinto, collega europeo che, non sapendo piu' cosa dire di fronte ai dati ovvi che mostrano come l'educazione superiore pubblica e soprattutto l'universita' altro non siano che un trasferimento dai poveri e dalla lower middle class ai ricchi e l'upper middle class, reagi' con stizza dicendo "Beh, per quello dobbiamo avere la tassazione del reddito altamente progressiva. Cosi' chi va all'universita' poi restituisce il mal tolto a botte di tasse." Non sovveniva, ne' credo tutt'ora sovvenga, al poverino, l'idea che quando poi la tassazione e' alta il laureato farmacista, commercialista o medico condotto, evade allegramente.

E' la logica di TPS e VV: le spese sono alte ed improduttive. Invece di tagliarle aumentiamo le tasse.

Ah, dai un'occhiata alla "Fabbrica" nel nostro menu ... scommetto che idee non ti mancano!

 

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  di mario morino, 25 Ottobre 2006, 12:34 permalink rss

Ritorno sulla questione, magari per spiegarmi meglio. La mia soddisfazione su chi ci governa non si basa essenzialmente sulla aliquota fiscale applicata. 2 -3 punti in più o in meno non spostano le mie abitudini e i miei consumi. Sono molto più interessato ad una concreta lotta contro i fenomeni di criminalità, alle difficoltà di trovare un lavoro (per i giovani od anche per me, se qualcosa andasse storto) alle sconcezze descritte da Michele (ultima i super stipendi dei funzionari siciliani) e via discorrendo. Che questo governo non sia il massimo, difficile non essere d'accordo, che sia meglio del precedente, non ho dubbi. Cerchiamo di non buttar via, insieme all'acqua sporca, anche il bambino. Su Cacciari/Casson non posso che essere d'accordo con quanto è stato detto: ieri ero ad assistere ad un question time organizzato da un giornale locale: domande del pubblico al Sindaco. Infastidito quando la domanda non era burro e zucchero, bugie a nastro, non risposte. Francamente triste, per noi ma anche per lui.

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  di mario morino, 25 Ottobre 2006, 15:19 permalink rss

Allego una relazione del senatore Enrico Morando, DS, presidente della commissione Bilancio del Senato.

 Mi pare un commento saggio.

RELAZIONE SU LEGGE FINANZIARIA

  • 1) L'obiettivo centrale del DPEF è preciso: contribuire a riportare il Paese su di un sentiero di crescita significativa e duratura (vicina al 2% all'anno, per molti anni). Difficile trovarne uno più ambizioso: negli ultimi dieci anni - rispetto all'area dell'Euro, che pure è quella che cresce meno, nell'economia globale - l'Italia ha accumulato un ritardo di ben dieci punti.

Il DPEF individua chiaramente anche la causa di questo lento procedere dell'economia: la produttività totale dei fattori - un indicatore sintetico della sostenibilità di lungo  periodo della crescita del PIL - ha cominciato a stagnare a metà degli anni '90, e da molti anni decresce. Facendo così emergere la drammatica sottodotazione del sistema infrastrutturale (materiale e immateriale) del Paese; il carattere chiuso di molti mercati (energia, professioni); le disastrose performances di comparti essenziali della Pubblica Amministrazione (giustizia, formazione di eccellenza).

Dati questi fattori di difficoltà, il DPEF definisce tre scelte fondamentali, quali capisaldi di una strategia di politica economica che - consapevole dei suoi limiti, in un'economia aperta - aiuti il sistema produttivo di beni e servizi a crescere.

La prima, è quella relativa alla immediata e forte riduzione del cuneo fiscale e contributivo sul lavoro. Cinque punti in meno, in un breve lasso di tempo, tre a favore delle imprese, due a favore dei lavoratori. Dal lato delle imprese, la scelta ha un valore analogo a quello delle vecchie svalutazioni competitive della moneta: un forte shock positivo, che consente di recuperare - sia pure per un breve periodo - margini di competitività di prezzo. Con una differenza, rispetto alle svalutazioni monetarie del passato: il taglio del cuneo (per la parte che riguarda i lavoratori) sostiene la domanda interna (consumi delle famiglie) senza dar luogo ad effetti indesiderati sull'inflazione.

La seconda scelta, deve essere compiuta nel breve lasso di tempo (12 mesi) in cui l'economia si gioverà dell'intervento sul cuneo, e riguarda le liberalizzazioni di tutti i mercati chiusi e la ripresa di controllo della finanza pubblica. La lotta all'evasione fiscale e all'economia sommersa - in questo contesto - è il trait d'union tra liberalizzazioni e risanamento: un economia con tassi di "nero" attorno al 20% è per definizione nemica della concorrenza; e l'esiguità delle basi imponibili emerse costringe a "spremere" chi paga (perché vuole o è costretto a farlo) al di là del giusto (economicamente e socialmente). Il decreto Bersani-Visco del luglio scorso ha avviato il processo. Ma il piatto forte deve ancora venire: energia, credito e finanza, servizi pubblici locali, fondi pensione integrativi e regole di corporate, per superare l'"opacità" del capitalismo italiano. Non è un caso che, in tutti questi settori, il DPEF abbia previsto - attraverso la Nota di aggiornamento - la presentazione di organici disegni di riforma, "collegati" alla Legge Finanziaria.

Sul versante della finanza pubblica, il DPEF - sia per conseguire obiettivi di risparmio, sia per accrescere il contributo della Pubblica Amministrazione alla produttività del sistema - prevede incisive riforme strutturali nei quatto comparti più "sensibili": previdenza, sanità, enti locali e pubblica amministrazione centrale. Riforme, non tagli, per una ragione essenziale: i tagli possono risultare efficaci per far rientrare il livello dell'indebitamento sotto il 3%, ma quasi mai hanno carattere strutturale (non crescono col tempo; anzi, spesso spariscono) e, in ogni caso, non servono per aumentare l'efficienza della Pubblica Amministrazione. Alla ripresa di controllo della finanza pubblica, può e deve venire un contributo anche dalla politica delle entrate. Ma -scrive il Governo nel DPEF e, più chiaramente, la Risoluzione parlamentare che lo ha approvato - i proventi da lotta all'evasione e all'elusione fiscale dovranno essere progressivamente chiamati a finanziare la riduzione del carico fiscale sui contribuenti più leali.

La terza scelta, ha tempi di sviluppo assai più lunghi. Si tratta di determinare un progressivo innalzamento del "capitale fisso" del Paese: infrastrutture materiali (porti, autostrade, ferrovie) e immateriali (livello medio di formazione, giustizia,  ricerca). È quell'insieme di obiettivi per i quali - come prescrive la cosiddetta golden rule - vale la pena di ricorrere all'indebitamento: alle future generazioni, assieme al debito, trasmettono un paese più forte e competitivo, nel quale le imprese possono sviluppare la loro attività (di successo o meno che sia) in un contesto "amico", capace cioè non di deprimere, ma di esaltare la loro produttività.

  • 2) Nella discussione in corso sulla Legge Finanziaria, qualcuno ha sostenuto che di tutto ciò - obiettivi fissati dal DPEF e politiche volte a conseguirli - non è rimasto nulla. Non sono d'accordo. È vero che nella Legge Finanziaria presentata alle Camere dal Governo ci sono scelte in tutto o in parte contraddittorie con l'impianto del DPEF. E, soprattutto, è vero che nella Legge Finanziaria, e nel decreto "collegato" non ci sono tutte le scelte che potevano e dovevano essere adottare per tradurlo in atto. Ma le "presenze" contraddittorie e le "assenze" non sono tali da travolgere il rapporto di stretta parentela che lega la Finanziaria al DPEF. Così che chi ha apprezzato il DPEF può legittimamente criticare scelte anche molto rilevanti della Finanziaria, ma non può seppellirla sotto una condanna generale e senza appello.

Provo a motivare rapidamente questi tre giudizi.

A - la Legge Finanziaria traduce in precise scelte il DPEF, su punti essenziali. In primo luogo, riduce strutturalmente il cuneo fiscale e contributivo sul lavoro. L'entità della riduzione è quella prevista. Il tempo di piena applicazione è breve (un anno e mezzo). Non si può dire oggi, credibilmente, che produce effetti di entità modesta (a regime, tra imprese e lavoratori, l'intervento riduce la pressione sul lavoro per circa 8 miliardi). Soprattutto, non lo può dire chi - contemporaneamente - lamenta come "gravissimo" un aumento della pressione fiscale complessiva che l'ISAE ha stimato in poco più di mezzo punto di PIL (più o  meno, gli  8 miliardi di "costo" del cuneo). Se è rilevante l'aumento della pressione fiscale (e lo è, intendiamoci), lo è anche l'effetto della riduzione del cuneo.

In secondo luogo, la manovra corregge strutturalmente i conti pubblici, perché 1- l'indebitamento netto delle Pubbliche Amministrazioni va sotto il 3% nel 2007 e ci resta negli anni successivi, giungendo a zero (!) nel 2011; 2- l'avanzo primario - diventato disavanzo nel 2006 (-0,3) - torna positivo: +2% già nel 2007, e raggiunge il 5% nel 2011; 3- il volume globale del debito (che cresce da due anni) torna a scendere, e arriva sotto il 100% nel 2011; 4- la spesa corrente primaria (+3% del PIL negli ultimi cinque anni) arresta la sua crescita e, secondo l'ISAE, si riduce dello 0,3% del PIL (pag. 18 rapporto ISAE alle Commissioni Bilancio). Attiro l'attenzione su quest'ultimo punto (n.4): evidentemente, la manovra contiene misure efficaci anche dal lato della spesa. Infine, la manovra di Bilancio - per la prima volta dopo anni - riporta il  volume della spesa in conto capitale (quella che serve per l'infrastrutturazione materiale e immateriale del Paese) sopra il livello dell'indebitamento della Pubblica Amministrazione. In altre parole, con questa Finanziaria, il bilancio pubblico  italiano rispetta la golden rule.

B - Vengo ora agli aspetti della Legge Finanziaria che considero - in tutto o in parte - contraddittori rispetto ai capisaldi del DPEF. Ricorro, per comodità, a due soli esempi. Il primo, riguarda la decisione di imporre un contributo ad elevata aliquota (il 10%) sui lavoratori apprendisti. La norma ha l'effetto di prelevare ben un miliardo di Euro (tanto vale, secondo la Relazione Tecnica) a carico di un'attività - la formazione di giovani da parte di imprese, soprattutto artigiane - che andrebbe semmai incentivata, e non penalizzata. Colpisce che forze (e Ministri) di sinistra mostrino di considerare l'apprendistato come un istituto sostanzialmente omologabile a quelli che alimentano il precariato, quando dovrebbe risultare chiaro il contrario. Ci sono oggi abusi e storture? Si possono e si devono correggere con interventi sull'ordinamento e l'attività ispettiva. Non certo con un aggravio dei costi che colpisce proprio quell'attività attraverso la quale l'impresa  - artigiana in particolare - svolge un'essenziale funzione di sostegno all'innalzamemto della produttività del lavoro (una migliore formazione dei giovani).

Ad esiti analoghi conduce l'analisi dell'intervento sul TFR. È ormai certo che interverranno modifiche: o nel senso di dare alla norma carattere transitorio (come sarebbe preferibile); o attraverso l'esclusione delle imprese con pochi dipendenti; o creando un fondo di garanzia per favorire l'accesso al credito compensativo da parte delle imprese; o, infine, attraverso un mix di questi interventi. Ma, anche quando queste modificazioni fossero tutte intervenute, la scelta del forzoso trasferimento di una quota dell'accantonamento del TFR al fondo INPS resterebbe problematica e contraddittoria. Perché istituisce in capo allo Stato uno strano conflitto di interessi: da un lato, la Finanziaria anticipa al 2007 l'opzione dei lavoratori per il trasferimento dell'accantonamento TFR ai fondi pensione integrativi. E, addirittura, stanzia 17 milioni di Euro per una campagna di "propaganda" presso i lavoratori a favore del trasferimento ai Fondi. Dall'altro, la stessa Legge Finanziaria stabilisce che quanto più grande sarà la quota di accantonamento "lasciata" dai lavoratori all'azienda, tanto più grande sarà il volume di risorse messe a disposizione del neoistituito fondo INPS per gli investimenti. Evidente il cortocircuito: se c'è interesse del Paese - e c'è - alla immediata costituzione di forti fondi pensione (nuovi investitori istituzionali e migliore tasso di sostituzione pensione/salario tra vent'anni), la norma sul fondo INPS contrasta con gli interessi di fondo del Paese.

Due esempi - tutt'altro che esaustivi, purtroppo - che sembrano documentare una sorta di parziale smarrimento del robusto filo conduttore fornito dal DPEF. Il Parlamento potrà metterci parziale rimedio. Ma la defaillance resta. E spiega l'accoglienza ricevuta dalla Finanziaria assai più di quanto possono farlo i pur significativi "errori di comunicazione".

C - Infine, la manovra non contiene tutte le scelte "promesse" dal DPEF. Nella polemica estiva con il Prof. Giavazzi, il Ministro Tommaso Padoa Schioppa aveva ribadito: risparmi certi - e crescenti nel tempo - attraverso riforme - non grazie ai tagli - nei quattro settori di spesa fondamentali: previdenza, Pubblica Amministrazione, enti locali e sanità. Era quasi esplicito - nel DPEF e nell'orientamento  del Ministro - una sorta di corollario in tema di pressione fiscale: proprio perché si vogliono riforme e non tagli, potrà essere necessario - nel 2007 - chiamare la pressione fiscale a compensare risparmi di spesa che avessero bisogno, per realizzarsi, di un po' di tempo in più. L'importante - sembrava dire il DPEF - è che le riforme ci siano e siano strutturali: i risparmi crescenti - nel 2008 e successivi - potranno così sostituirsi alle maggiori entrate 2007 nel garantire il rientro nei parametri. Ora, a Finanziaria presentata, possiamo facilmente verificare il grado di coerenza tra la linea espressa nel DPEF e la manovra di bilancio: in due comparti di spesa (enti locali e sanità) ci sono risparmi di spesa che derivano da riforme. Negli altri due comparti, no.

È una riforma la riscrittura del Patto di Stabilità interno, perché la logica degli obiettivi di saldo (equilibrio tra entrate e uscite) sostituisce quella dei tetti di spesa, che aveva caratterizzato le versioni "di centro-destra" del Patto stesso. Ed è una riforma la riscrittura dell'accordo tra Regioni e Governo sulla dotazione e la gestione del fondo sanitario nazionale (non va dimenticato che la organizzazione sanitaria è materia di esclusiva competenza regionale).

In tema di previdenza, invece, il Governo ha scelto di lavorare alla stesura di un protocollo coi sindacati, che rinvia al 31 marzo prossimo la definizione di un intervento di aggiustamento strutturale della spesa previdenziale (la riforma, qui, è già stata fatta nel 1995. Il problema resta nella gestione della transizione). Ci sono misure di aumento del livello dei contributi dei lavoratori autonomi e parasubordinati. Ed è obiettivamente difficile non considerarli giustificati: con le aliquote contributive attuali e le attuali basi imponibili - le dichiarazioni IRPEF - più dell'ottanta per cento dei lavoratori autonomi avrebbero, tra venti anni, pensioni inferiori all'attuale pensione sociale. Ma è altrettanto difficile spiegare perché - in materia di previdenza - tutto sia stato rinviato al 31 marzo 2007, salvo questo aumento dei contributi. Tanto più che - a ben vedere - anche le organizzazioni dei lavoratori dipendenti avrebbero avuto interesse - quindi avrebbero dovuto avanzare rivendicazioni in questo senso - ad un'iniziativa immediata per superare il cosiddetto  "scalone" del primo gennaio 2008. A meno che - come suggerisce qualche commentatore malizioso - sia il Governo, sia i leader sindacali non abbiano scelto il rinvio ("non si interviene sulle pensioni con la Finanziaria") col tacito accordo di lasciare in vita lo "scalone". Del resto, se si arrivasse a giugno 2007 senza aver fatto nulla, chi sarebbe in grado di trovare, nel bilancio dello stato, i cinque miliardi che sono necessari - a regime - per compensare l'eliminazione dello scalone? Anche senza fare il processo alle intenzioni - il tempo sarà galantuomo - resta il fatto che - tra il 1995 e il 2005 - l'attesa di vita al momento del pensionamento si è innalzata di due anni e mezzo: un mutamento (positivo) di questa portata non può non essere "registrato" da un sistema previdenziale che - a regime - è già in grado di adeguarsi alla mutevole realtà sociale, economica e demografica, ma non lo è nell'immediato, quando vige ancora il vecchio sistema di calcolo retributivo  della pensione (ah, se si fosse fatto per tempo il pro-rata temporis per tutti). Tanto più che, dopo 11 anni, resta insoddisfatta l'esigenza - prevista dalla Dini - di individuare con atto amministrativo i lavori usuranti (chi li ha fatti per vent'anni deve andare in pensione prima degli altri). Col risultato che "siamo tutti metalmeccanici alla catena di montaggio".

In tema di riforme e ristrutturazione della macchina pubblica, la Legge Finanziaria contiene molti interventi, nessuno dei quali ha il carattere di una riforma strutturale. Si può naturalmente osservare che - in pochi mesi - era difficile fare di più; e che, con la Nota di variazione del DPEF, il Governo si è impegnato a presentare un disegno di legge di ristrutturazione di tutte le amministrazioni centrali. La delusione delle attese suscitate dal DPEF, tuttavia, resta, perché la Finanziaria sembra rinviare ad un incerto futuro anche ciò che sembrava pronto. Ad esempio,  la unificazione  di INPS e INPDAP; o la concentrazione in un unico "ufficio del Governo" delle sparse e scoordinate rappresentanze del Governo centrale in ognuno dei capoluoghi di Provincia.

Dunque, e riassuntivamente: chi continua a ritenere corretta la impostazione del DPEF, non ha da assumere un atteggiamento liquidatorio della Finanziaria. Piuttosto, dovrebbe concentrarsi sulla attività di rimozione/correzione delle scelte in tutto o in parte contraddittorie (apprendistato-TFR). E impegnarsi perché nel 2007 si facciano quelle riforme (previdenza e Pubblica Amministrazione) che sono state rinviate. Un collegamento, tra questi due distinti  campi di iniziativa, potrebbe essere fornito da iniziative parlamentari per riforme che anticipino quelle, più complesse, da adottare nel corso del 2007: è il caso - che cito a titolo di "buon" esempio - di una decisione parlamentare che disponga l'unificazione di INPS e INPDAP.

Un'iniziativa dei riformisti dell'Unione nel senso indicato è indispensabile anche per affrontare costruttivamente la polemica sulla "Finanziaria tutta tasse"; se nel 2007 si realizzeranno anche le riforme che mancano all'appello (previdenza e Pubblica Amministrazione), i risparmi di spesa - realizzati a partire dal 2008 e crescenti nel tempo - potranno fornire un crescente contributo all'aggiustamento dei conti, sostituendo quello "straordinario" che - nel 2007 - viene dall'aumento della pressione fiscale.

Sulle dimensioni di questo aumento, tuttavia, va fatto un discorso di verità, uscendo dalla propaganda agitatoria. In primo luogo, va detto che la Finanziaria 2007 stabilizza (secondo l'ISAE, addirittura riduce) la spesa corrente primaria. Quindi, non è fatta solo di tasse. In secondo luogo, va chiarito che è nel 2006 - a regole tremontiane in vigore - che si realizza un forte aumento della pressione fiscale. L'ISAE documenta che "nonostante la riduzione dell'IVA dovuta agli effetti della sentenza europea, la pressione fiscale passa dal 40,6% del 2005 al 41,4 del 2006". Dunque, un aumento di quasi un punto di PIL dopo avere scontato gli effetti della sentenza IVA sulle auto di impresa (una "restituzione", quest'ultima, che è per ora solo virtuale, meramente contabile): il che significa, nella economica reale, un aumento di pressione di quasi due punti di PIL. Sempre l'ISAE stima che - al netto dell'intervento sul TFR, che l'ISTAT contabilizza come aumento della contribuzione, ma non è perfettamente assimilabile a quest'ultima - la Finanziaria porterà la pressione fiscale 2007 al 42,3: quasi un altro punto di PIL. Sostenibile? Sì, se l'aumento verrà "riassorbito" già a partire dal 2008, quando arriveranno i risparmi da riforme. No, se permanente. 

Infine, dopo tante righe dedicate a mettere in relazione la Legge Finanziaria e il DPEF, un'osservazione sul rapporto tra la realtà dell'economia italiana che sembra emergere dalle novità di questi ultimi mesi (aumento delle entrate, miglioramento del fabbisogno) e la Legge Finanziaria.

L'aumento del gettito, al netto degli effetti di misure una tantum (rivalutazione dei beni di impresa), è ben superiore a quello giustificato dal miglioramento del ciclo economico. Per dare l'idea, basterà richiamare il fatto che il Governo ha usato, per calcolare l'elasticità all'aumento del PIL delle entrate 2007, il livello di elasticità del 2005, e non quello - come si era abituati a fare - dell'anno precedente.

Cosa ci dice un aumento delle entrate così significativo e "strutturale" (non dipendente dall'andamento del ciclo)? Che il sistema produttivo, sotto la sferza della competizione globale, si è ristrutturato - nelle sue imprese più dinamiche - ed appare in grado di ripartire. Nel corso di questo processo,  molte imprese hanno ripiegato (e molte, hanno anche "mollato"). Ma altre hanno reagito e, malgrado lo scarso contributo della politica economia e il basso profilo della crescita del Paese, si sono messe in grado di competere.

Se dietro il miglioramento delle entrate c'è questa robusta realtà - l'avvenuta ristrutturazione delle medie imprese che costituiscono l'ossatura del capitalismo italiano - sembrano esistere le condizioni per respingere le sirene del "le cose vanno meglio, rinviamo le scelte difficili" e muoverci nella direzione opposta: proprio perché le cose vanno meglio dedichiamo il 2007 a fare le riforme "di sistema" necessarie e fissiamo da subito (nell'articolo 1 della Legge Finanziaria?) l'impegno ad usare il miglior andamento delle entrate per finanziarie sgravi sul lavoro e sulle imprese che competono.

Enrico Morando

Roma, 19 ottobre 2006

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  di Stefano, 25 Ottobre 2006, 15:31 permalink rss

Non posso e non voglio esimermi dal dare alcuni numeri sulla mia azienda informatica con circa 250 dipendenti, di cui penso il 75% sia laureato (informatica, matematica, ingegneria ed economia).

il 6% guadagna piu' di 70.000 euro l'anno lordi,

il 15% tra i 50.000 e i 70.000,

il 24% tra i 40.000 e i 50.000,

il 34% tra i 30.000 e i 40.000,

il 14% tra i 20.000 e i 30.000,

il 7% sotto i 20.000 (includendo assunti quest'anno).

Come si vede il 72 % guadagna tra i 20.000 e 50.000 euro l'anno e sono quasi tutti con elevata specializzazione e laureati. Non mi sembrano stipendi da nababbi, anzi...

Penso che ci siano due ordini di problemi:

1- i giovani (e io sono tra questi) stanno pagando gli sprechi e il clientelismo passato sulla loro pelle (vedi baby pensioni e altro...) e il nostro futuro e' piu' grigio dei nostri padri (vedi nostre future pensioni se ci saranno e difficolta ad inserirsi nel mondo del lavoro anche se "finemente studiati");

2- tutte le statistiche di questo mondo sono inutili se non si tiene conto del sommerso che e' altissimo. Incomincio a pensare che li' sia un problema da ministero degli interni piu' che da ministero dell'economia.

Certo questo governo puo' fare e DEVE fare ancora molto e meglio, ma almeno, sta dicendo che e' finita l'era dei nababbi evasori. Speriamo ci riesca. Intanto non puo' fare altro che risollevare i conti con i soldi dei soliti "pantalone" cioe' i dipendenti!

Infine volevo segnalare che molti nababbi lo sono perche' hanno delle rendite di mercato o posizioni dominanti, smettiamola di dire che tassandoli faranno ancora meno, questi gia' adesso non fanno niente se non tutelare il piu' possibile le loro posizioni! Vorrei fare molti esempi ma cito solo i notai...

Avanti con le liberalizzazioni... ma quelle vere (via gli ordini se non quelli per tutelare realmente il consumatore come quello medico!)

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  di Enrica Di Stefano, 25 Ottobre 2006, 17:27 permalink rss
Sono COMPLETAMENTE d'accordo!
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  di michele boldrin, 25 Ottobre 2006, 22:15 permalink rss

Grazie per i dati. Tre osservazioni e tre domande. Prima le domande:

- Un'azienda in cui il 75% del personale e' laureato e' molto rara anche in Silicon Valley. Senza rivelare particolari segreti, potresti darci qualche informazione su che fate? Producete software? 

- Qual'e' la distribuzione per eta' del personale che elenchi qui per reddito? Quelli che riporti sono gli inquadramenti contrattuali o i redditi effettivi della gente, inclusi straordinari e fringe benefits?

- Cosa vuol dire "sotto i 20mila"? Anche 20mila LORDI e' un salario relativamente basso per un laureato a meno che non si tratti di uno che non sa proprio fare il lavoro, quindi questo aspetto dei tuoi dati mi sembra molto curioso. Inoltre, quanto costa all'azienda uno che guadagna 20mila lordi? 

Le osservazioni:

(i) poiche' il 21% guadagna piu' di 50mila, e m'azzardo a scommettere che sono laureati, se ne deduce che quasi un laureato su tre nella tua azienda guadagna piu' di 50mila. Data la distribuzione di eta' dei laureati (nella mia generazione le lauree erano proprio rarette), m'azzardo a scommettere che l'80-90% dei laureati con piu' di 40/45 anni guadagna piu' di 50mila Euro anche nella tua azienda. Non dissimile, quindi, da quanto avevamo appreso da altre persone che hanno contribuito dati. I dati che riporti li vedo piu' come una conferma che altro. Nota inoltre che dalla tua frase secondo cui il 72% guadagna di meno di 50mila se ne potrebbe dedurre che in realta' e' il 28% che guadagna di piu' di 50mila, nel qual caso l'affermazione anteriore diventerebbe che i 3/8 dei laureati nella tua azienda guadagna piu' di 50mila e tutte le congetture si rafforzano.

(ii) Sulle speranze che continuate a riporre in questo governo, io non so che dire ne' che fare. Contro le speranze, i sogni e gli attaccamenti ideologici della gente non c'e' argomento razionale che valga. Gian Luca ha appena mostrato, in altro post, che questo governo con il TFR danneggia i lavoratori rispetto a quanto aveva fatto Maroni, ma se a te ed altri piace pensare che questo e' un governo che sta aiutando i lavoratori io, che sono a favore della liberta' sia di pensiero che di fantasia, non mi oppongo.

(iii) Questa insistenza sull'evasione fiscale per "ripianare i conti" che noto sia qui che sui giornali italiani pro-governativi mi sa molto da caccia alle streghe. E come tutte le caccie alle streghe finira' in tragedie inutili (o in farse) che non elimineranno la grave siccita' che affligge il villaggio. L'evasione, che piaccia o no ai nuovi Torquemada, e' endemica ad un sistema fiscale folle, ad un'amministrazione dello stato super inefficiente e parassitica, e ad un sistema produttivo che a tutto questo si e' adattato. Non si elimina l'evasione fiscale massificata a colpi di guardia di finanza, per la medesima ragione che le polizie comuniste non eliminarono l'identita' nazionale in Polonia o in Bohemia durante le dittature che finirono nel 1990 o, per stare vicini a casa, per la medesima ragione che la repressione del consumo di alcohol non lo elimino' ai tempi del proibizionismo. Non e' proprio un problema da ministro dell'interno, ma da ministro dell'economia.

Sulle liberalizzazioni siamo d'accordo, per carita', ma sembra gli sia passata la voglia. Ultima curiosita': cosa ti fa pensare che l'ordine dei medici protegga il consumatore (o paziente)? Non vedo proprio in che senso differisca dall'ordine degli architetti: guilde medievali entrambe sono.

 

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