Dove sostengo che - al di là delle enormità che proferisce, nonostante l'opacità dei suoi ragionamenti, al di sotto del borioso registro della sua prosa da compito in classe al classico – Giulio Tremonti è per una volta riuscito a dire una cosa mezzamente saggia. Usando un minimo di economia e un paio di fatti cercherò di spiegare perché è così.
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Non escludo che GT (noto ai lettori di questo blog come il "commercialista da Sondrio") abbia profferito tal saggezza per caso. Brani d'economia dell'orrore come i seguenti lo suggeriscono.
È finita in Europa l'"età dell’oro". È finita la fiaba del progresso economico continuo e gratuito. La fiaba della globalizzazione, la “cornucopia” del XXI secolo. Una fiaba che pure ci era stata così ben raccontata. Il tempo che sta arrivando è un tempo di ferro. I prezzi – il prezzo delle merci e del petrolio, il prezzo del denaro e degli alimentari – invece di scendere, salgono. [...] Quando la storia compie una delle sue grandi svolte, quasi sempre ci troviamo davanti l’imprevedibile, l’irrazionale, l’oscuro, il violento e non sempre il bene. Già altre volte il mondo è stato governato anche dai demoni. [...] Quello che doveva essere un paradiso salariale, sociale, ambientale si sta infatti trasformando nel suo opposto. Va a stare peggio chi stava già peggio. Sta meglio solo chi stava già meglio. E non è solo questione di soldi. Perché la garantita sicurezza del benessere che sarebbe stato portato dalla globalizzazione si sta trasformando in insicurezza personale, sociale, generale, ambientale.
Se non siete pasciuti consiglio “Politica”, è uno spasso. Il mio obiettivo, però, è di argomentare che GT ha ragione sulla questione del libero commercio con l’Asia - e torto su tutto il resto, ma questo lasciamolo per la terza puntata di Horror Economics.
Mi dichiaro dunque (lo sono da tempo: mi convinse Ed Leamer 18 anni fa) a favore di un moderato e transeunte neo-protezionismo.
Sul piano economico la "globalizzazione liberista" è, in via di principio, una cosa vantaggiosa per tutti. Lavoro e capitale sono liberi di muoversi laddove le “condizioni ambientali” (i “fixed factors”, come li chiama Ron Jones) sono più favorevoli all’attività produttiva che intendono svolgere, minimizzando il costo di qual che sia il bene/servizio (bene, d’ora in poi) ch’essi intendono produrre. Poiché i beni si commerciano liberamente e sono prodotti ai costi minimi, essi andranno ai consumatori che meglio li valutano, massimizzando quindi il benessere sociale. Detto altrimenti: a globalizzazione funzionante ognuno produce nel posto giusto ed a costi minimi il bene che sa produrre relativamente meglio di qualsiasi altro, ed i consumatori consumano quello che vogliono pagandolo al minor prezzo. Il giardino dell’eden (con la minuscola), insomma.
La globalizzazione liberista è dovuta ad una sequenza d’innovazioni. Rinfreschiamoci la memoria: le riforme economiche avviate in vari paesi asiatici ed est-europei dagli anni ’80 in poi; la creazione del WTO e l’adesione al medesimo di paesi precedentemente chiusi al commercio internazionale, India e Cina soprattutto, ma anche Messico, Brasile, Russia ...; lo sviluppo del sistema di comunicazioni digitali via internet; un incessante progresso nel settore dei trasporti aerei e navali; innovazioni finanziarie che hanno portato alla creazione di “banche” planetarie e che permettono di muovere capitali su scala mondiale a costi di transazione infinitesimi. Sia chiaro: contrariamente a quanto i teorici dell’orrore economico vogliono farci credere, tutte queste sono ottime e benefiche innovazioni. Però, c’è un però.
Quest'insieme di innovazioni ha avuto le seguenti conseguenze. Più di tre miliardi di persone (chiamiamoli "A") ha cominciato a produrre, consumare e vendere beni secondo metodi e criteri che prima erano l'appannaggio di un numero più ristretto di persone, i circa 700 milioni che sino a fine degli anni '80 vivevano in Nord America, Europa dell'ovest e Giappone (chiamiamoli B). Il costo opportunità del lavoro offerto da (una frazione molto grande di) questi 3 miliardi di persone è enormemente basso; anche la loro produttività è bassa, ma non altrettanto perché in molti dei paesi in cui A vive esistevano sistemi educativi di massa ragionevolmente efficienti, oltre che tradizioni millenarie di frugalità, dedizione al lavoro, senso del commercio e della libera iniziativa. Grazie alle altre innovazioni descritte sopra è oggi relativamente semplice - lo è da un decennio e lo sarà ancor più fra un altro - trasferire la produzione di un'enorme quantità di beni di medio-alta qualità in questi paesi, ed agevolmente finanziare l'investimento che questo comporta. In pratica, solo i beni tecnologicamente più avanzati (gran parte della ricerca scientifica, l'educazione superiore, le attività finanziario-assicurative sofisticate, la ricerca e sviluppo legate ai settori informatico, farmaceutico, bio-ingeneristico, avionico-spaziale, dei trasporti, la parte progettuale del sistema moda e disegno, e poche altre cose) rimangono un chiaro vantaggio comparato di quei 700 milioni (che ora sono 850) che vivono nelle zone del mondo in cui sino agli anni '80 il sistema di libero mercato era confinato. Per un numero sempre più alto di beni il vantaggio comparato di produrli sta passando ai tre miliardi di nuovi arrivati, mentre i vantaggi comparati degli 850 milioni di B si stanno riducendo.
Nessun problema, dice la teoria economica "acquisita": il fatto che molti di quelli che erano i vantaggi comparati di B siano ora passati ad A è un bene, non un male. Gli stessi beni, o un numero maggiori di beni, vengono ora prodotti a costi più bassi. Poiché questi beni vengono liberamente commerciati essi arriveranno anche nei negozi di B ad un prezzo inferiore all'anteriore. Giustissimo, dico io, questo ragionamento non fa una grinza, ed infatti è vero che un numero enorme di beni di medio-alta qualità sono ora a disposizone in quantità maggiori che 20 anni fa, e ad un prezzo più basso. Il problema è, aggiungo, che una fetta sempre più ampia degli 850 milioni di B sembra incapace di comprarseli perché non sa produrre nulla di nuovo e ciò che produce deve venderlo a prezzi che implicano un valore aggiunto molto basso.
Impossibile o al più temporaneo, dice di nuovo la teoria economica "acquisita", e ti spiega il perché. L'innovazione rende A più produttivo e questo mette in
difficoltà B. Questo dura per poco: se B si sforza, stimolato dalla concorrenza, diventa tanto produttivo quanto A ed il mercato per il bene che ora producono entrambi cresce perché il costo di produzione cala rapidamente. Mal che vada il capitale e lavoro di B si separano, vanno ognuno per la propria strada, cercano qualcos'altro da fare e diventano così bravi a farlo che rende loro un reddito uguale o maggiore (perché i prezzi dei beni son scesi) di quello anteriore all'arrivo di A; anche in questo caso sia A che B stanno meglio di prima. Insomma, al più ci sono dei temporanei costi di aggiustamento ma, una volta superato lo shock iniziale tutto funziona per il meglio.
In effetti, se uno guarda l'esperienza storica dal 1948 in poi risulta difficile dare torto alla teoria economica "acquisita". Dopo la seconda guerra mondiale sei paesi europei sono entrati nella CEE, hanno cominciato a commerciare uno con l'altro e le cose sono andate come la teoria economica "acquisita" predice: qualche costo di aggiustamento, ma dopo pochi anni tutto meglio. La CEE ha cominciato a commerciare sempre più liberamente con gli USA - lentamente, a dire il vero, e molto "un pelino alla volta": sessant'anni dopo i "cieli" tra USA ed Europa stanno finalmente aprendosi ... - e ad aggiungere un paese europeo dietro all'altro, sino a diventare la EU27, e tutto ha funzionato come la teoria economica "acquisita" suggerisce, anche se c'è stato qualche costo d'aggiustamento extra e qualche sussidio o compenso qua e là si son spesi. Gli USA han fatto lo stesso: han liberalizzato il loro commercio con vari paesi asiatici, il Giappone in particolare, ed anche in questo caso tutto ha funzionato meravigliosamente. Beh, insomma, qualche problema c'è stato: un presidente Bush ci è rimasto così male che ha vomitato in pubblico per cercare di attenuare i costi di aggiustamento, ma da almeno quindici anni possiamo dire che tutto è sotto controllo. Idem per NAFTA, anche se son altri quindici anni che la stiamo "implementando" e non abbiamo ancora finito di farlo (chiedere, per esempio, ai camionisti ed ai produttori d'arance, limoni e barbabietole da zucchero ...). Insomma, è andata più o meno come la teoria economica "acquisita" predice per sessant'anni, perché dovrebbe cambiare ora?
Perché? Perché 100/300 (NAFTA) =1/3; perché 70/210=1/3 o 50/300=1/6 o 75/375=1/5 (vari allargamenti EU); perché 300/450=2/3 (USA ed EU, più o meno), e via elencando. Ed invece 3000/750=4, e quest'ultimo rapporto (un po' a spanne per ottenere un numero intero) descrive l'arrivo di A nel mondo di B a partire dal 1990! Gli ordini di grandezza contano, eccome che contano, nei processi di aggiustamento. Quattro è DODICI volte più grande di un terzo e VENTIQUATTRO volte più grande di un sesto: e se NAFTA (che pure stiamo ancora "implementando") ha creato il casino che ha creato negli USA, chiediamoci cosa il Big Bang dell'arrivo di A nel mondo di B possa creare e stia creando.
Quando le cose hanno un ordine di grandezza dieci o venti volte più grande, il processo di transizione descritto tre paragrafi prima può andare diversamente. In particolare, può (dopo che il lavoro ed il capitale di B si son separati) continuare così. Il capitale di B scopre che vi sono in A lavoratori produttivi abbastanza da fare un prodotto che compete con quello che i lavoratori in B prima facevano, ma costosi un decimo dei medesimi. Nel frattempo, i lavoratori di B cercano di trovare delle cose da fare in cui siano di nuovo i primi del mondo, ma scoprono di non riuscire a trovarle. Sarà perché hanno tra i 40 ed i 50 anni, sarà perché hanno fatto solo la scuola media inferiore in un paese in cui t'insegnano il latino e Leopardi ma non come funziona un sistema operativo, sarà perché trasferirsi a 300 km di distanza è una specie di salto nel buio in un paese dove l'intero sistema è costruito per impedire la mobilità territoriale, sarà perche in giro per il paese di chimici e biologi buoni che mettano su una farmaceutica d'avanguardia e magari t'assumano come autista di camion, o addetto al riscaldamento, o factotum in laboratorio, non ce ne sono poi molti anzi quasi nessuno perché tutti fanno gli avvocati, i notai ed i commercialisti oppure emigrano, sarà perché Malpensa invece d'essere un aeroporto è una vergogna per cui i grandi congressi internazionali li fanno altrove e la tua idea di fare il catering con il Mario e l'Elisa non sembra funzionare, o sarà perché in giro per Napoli ci sono le spazzature da dieci anni e quindi i turisti milionari han rinunciato di venirci, sarà come sarà ma tu il nuovo vantaggio comparato non lo trovi proprio. Per cui t'accontenti di cercare di produrre ancora le cose che producevi prima accettando lo stesso stipendio reale di dieci o quindici anni fa perché, ripete ogni mattina il principale prima di mettersi a lavorare al tornio di precisione, "ea concorensa dei cinesi me copa, porca mastea".
Cose del genere, ovviamente, accadono in tutte le transizioni. E la teoria economica "acquisita" suggerisce che da un lato si possono attenuare con appropriati "trasferimenti" e che, dall'altro, sono quantitativamente piccole rispetto ai guadagni globali. Questo è perfettamente logico, ma a volte lo è solamente. I trasferimenti, questa volta, non ci sono stati. C'erano stati, e fin troppo, sia con la CEE che con i suoi progressivi allargamenti; ci son stati con NAFTA e ci son stati in Italia ed in Europa quando sono arrivati giapponesi e coreani (la "riconversione industriale" degli anni '70 e primi anni '80) ma questa volta non ci son stati per nulla. Che sia anche perché continuiamo a farli, i trasferimenti, alle persone sbagliate, tipo gli agricoltori che stiamo proteggendo da una transizione finita da due decenni? Sia quel che sia, i trasferimenti compensativi della teoria "acquisita" nessuno li ha visti, ed A è venti volte (cento volte, se si controlla per i differenziali nel costo del lavoro) maggiore di prima. Per questo sono cavoli amarissimi, e per questo il maledetto momento in cui si comincia tutti a guadagnarci dalla globalizzazione liberista sembra non arrivare mai!
La teoria economica "acquisita" ama gli stati stazionari ed i mondi senza "frizioni". Personalmente - sia quando penso alla politica che alla ricerca - io preferisco studiare le dinamiche di transizione nei mondi con le "frizioni". Le "frizioni", in economia, NON sono quelle cose che ti fa il barbiere sui capelli dopo lo shampoo e che ti piacciono tanto, né quel pedale che schiacci per cambiar marcia. Sono cose del tipo: spostare 5000 lavoratori dalla produzione di maglioni alla produzione di computers richiede anni di riqualificazione professionale, mobilità territoriale ed investimenti in nuovi impianti; oppure: spostare 500 artigiani che producono mobili all'attività di scrittura di software per videogiochi richiede un tempo ... infinito, perché è impossibile farlo. Le frizioni, detto in due parole, sono il mondo reale che la teoria economica "acquisita" tende a scordarsi. E qui chiarisco perché continuo a mettere "acquisita" fra virgolette: perché c'è abbondante ricerca economica d'ottima qualità che le transizioni e le frizioni non le considera perdite di tempo poco eleganti ma aspetti rilevanti del mondo in cui viviamo, aspetti da tenere in considerazione quando si cerca di valutare una politica o l'altra. Che non goda della simpatia dell'establishment, non ci piove. Che venga frequentemente scordata quando si ricorre alla "teoria economica acquisita" per dibattere un avversario politico, anche su questo non ci piove. Ma è buona economia, e non ho ancora trovato qualcuno capace di dimostrarmi convincentemente che, quando si studiano le riforme, i costi di transizione non dovremmo inserirli nel calcolo del benessere sociale.
Se così facciamo e veniamo all'Italia (in particolare, ma anche all'Europa ed in misura minore agli USA) scopriamo che la scelta tutta politica di lasciare che la Cina (e l'India e svariati altri) entrassero con un big bang nel WTO, non è stata particolarmente illuminata e va probabilmente rivista. Per la banalissima ragione detta sopra, nel caso dell'Europa e degli USA: la grandezza dell'impatto rende enormi i tempi ed i costi di aggiustamento, lasciando decine di milioni di lavoratori incapaci di aggiustare i propri vantaggi comparati in tempo utile (utile dal loro punto di vista, ossia prima di morire). Per un paio di addizionali e drammatiche ragioni (ma sempre banalissime per i lettori di questo blog) nel caso italiano. Perché in Italia i soggetti economici esposti all'impatto della globalizzazione liberista NON sono i quasi quattro milioni di dipendenti pubblici, né la grande maggioranza dei più di sei milioni di lavoratori autonomi e professionisti, né i circa tre milioni (qui vado a naso, i conti esatti non ho avuto tempo a farli) di lavoratori dipendenti molto protetti dei settori dei grandi servizi (telefonia, trasporti, elettricità, acqua, gas, banche ed assicurazioni, ...), né (ma questi sono qualche centinaio di migliaia al più) i molto sussidiati coltivatori diretti, né i quasi tre milioni che operano nel turismo e nelle costruzioni (moltissimi dei quali sono poi immigranti da A). No, quelli che devono fare i conti con A sono i 7-10 milioni di lavoratori dell'industria e dei servizi commerciabili (e non protetti) privati. Quelli che sono esposti da sempre alla concorrenza internazionale, quelli che pagano le tasse per quasi tutti, quelli che cinquant'anni fa hanno fatto il miracolo economico e che poi, miracoletto dopo l'altro, han tenuto in piedi il paese, quelli che dovrebbero innovare ma non ci riescono per le tante ragioni che anche su nFA abbiamo documentato e che non sto a ripetere. Insomma, esposta al big bang è la classe operaia, che suda che soffre e lavora assieme ai managers, i tecnici industriali, ed i piccoli imprenditori. Questa, signore e signori, è B: quella parte del paese che la Casta va massacrando da decenni.
La colonna portante dell'economia italiana è stata esposta ad uno shock competitivo cento volte maggiore dei precedenti proprio negli anni in cui il carico fiscale su di essa saliva, la qualità dei servizi pubblici scendeva, la scuola e l'università pubblica si disfacevano e la capacità del sistema Italia di offrire supporto a processi di riconversione, adattamento ed innovazione veniva brutalmente meno. In questa situazione estremamente sfavorevole - e di cui B è in parte responsabile perché, alla fine, l'orrenda Casta che da decenni massacra il paese anche B ha collaborato ad eleggerla - la capacità di ristrutturarsi, d'innovare e di pagare quei costi d'aggiustamento che possano generare nuovi e migliori vantaggi comparati, tale capacità viene meno. In tale situazione risulta quindi non solo immorale, ma anche poco utile e controproducente, spiegare che nello stato stazionario staremo tutti meglio e che occorre aumentare e non ridurre il grado di liberalizzazione e concorrenzialità a cui B è esposta. In primo luogo perché o ben il grado di liberalizzazione e concorrenzialità dell'economia si comincia ad aumentarlo per davvero ed in modo brutale, riducendo drasticamente il carico fiscale che B sopporta, licenziando un milioncino di dipendenti pubblici e facendo lavorare i rimanenti, eliminando i privilegi dei sei milioni di autonomi e professionisti (ed un paio di milioni di essi così facendo), imponendo che il Sud si mantenga, eccetera, eccetera, oppure è meglio smetterla di far praticare la moralità concorrenziale solo ad una minoranza della popolazione, e sempre la stessa perdippiù. In secondo luogo perché, come le tensioni continuamente crescenti sia negli altri paesi europei che negli USA confermano, anche laddove il sistema pubblico è altra cosa, la Casta è solo classe politica e le categorie protette sono meno e meno protette, anche in quei paesi il processo di aggiustamento allo "stato stazionario" della globalizzazione liberista predetto dalla teoria economica "acquisita" sembra molto, ma molto duro da sopportare per svariate decine di milioni di persone.
Perché, poi, nella realtà allo stato stazionario non si arriva mai: siamo sempre in transizione e le innovazioni sono troppo frequenti per permettere il raggiungimento d'una situazione stabile. La politica dovrebbe governare i processi e le transizioni, non aspettare gli stati stazionari, che sono poi altamente instabili. Non solo: nella realtà le scelte politiche le dovremmo fare per massimizzare l'utilità di quelli che esistono hic et nunc, non di quelli che verranno. Ricordatevi San Michele aveva un gallo: quando li portano alla prigione attraversando in barca la laguna, Manieri spiega che "non noi, ma i figli dei figli dei nostri figli vedranno la luce del socialismo ...". Ecco, non vorrei che per difendere l'idea della globalizzazione a scapito della realtà dei processi di transizione non ci traformassimo in ideologhi socialisti del XIX secolo. L'ideologia, di qualunque colore sia, non la trovo affatto interessante.
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Ma guarda che non serve mica sapere che scuola hanno fatto quelli che citi tu. Basta sapere che sono italiani, cioè nati, cresciuti e vissuti nel paese del bello, del gusto, ecc. (vogliamo chiamarla esternalità positiva?) Ovvero, per continuare nella metafora, nel paese costruito (anzi, vorrei dire edificato, nel senso etimologico del termine) da chi ha studiato il latino, Dante e pure Leopardi... O non penserai mica che architetti, stilisti, designers, innovatori, ecc. siano tutto nature e niente nurture? All'anima del determinismo DNA-centred!
Ps: se poi si vuole aprire una bella discussione schumpeteriana su come e dove si fa innovazione oggi, se solo nelle big firms o (anche) nelle SMEs, che sia benvenuta.
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Non condivido al 100% neanche questa tua risposta. Ma tant'è. Io commentavo solo la tua frase "...una piccola obiezione: finché nelle scuole italiane si insegneranno latino e Leopardi continueremo ad avere un (piccolo) vantaggio comparato". Ti farei fare due passi nella mia città per aiutarmi a trovarlo questo bello e questo gusto che dici tu...Parafrasando Joyce, credo proprio che l'Italia sia come un uomo che per vivere mostra il cadavere della nonna! :(
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Se passeggio nella mia (ci si riunirà tutti a luglio...) il bello ed il gusto li vedo, eccome se li vedo, ma, e qui hai ragione da vendere, temo ancora per (relativamente) poco... E soprattutto il nuovo, quanto a "bello e gusto", bé... lasciamolo perdere: anyone for tramvia?
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100/300 per Nafta e 3000/750 per la Cina vuol anche dire che se in A (Europa-US) riesco a fare un frip-frop (qualunque prodotto) competitivo ne vendo 100 in Mexico e Canada (Nafta) e 3000 in CIna. Se capisco bene questo non entra nei tuoi conti, ma potrei sbagliarmi.
Concordo naturalmente sul fatto che in Italia chi paga la Cina sono i lavoratori dell'industria, che sono anche quelli che pagano tasse sempre piu' alte. Le transizioni, per evitare che qualcuno ci muoia abbisiognano di trasferimenti da chi vince a chi perde, e ad oggi i trasferimenti in Italia stanno andando da chi perde a chi non gliene frega nulla perche' protetto a vita da tutte le Cine.
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Articolo molto bello, è da parecchio che cerco qualcuno che esprima in modo chiaro l'anello di congiunzione tra i vantaggi espressi dalle teorie liberiste e la quotidianità di chi è costretto a "riconvertirsi".
Se possibile ti chiedo di indicarmi le tue fonti e qualche lettura divulgativa, grazie.
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Il punto metodologico è: qual è il confine entro il quale tener conto dei costi di transizione? Perché, ad esempio e fatte le debite proporzioni, non dovrebbero essere parimenti considerati anche nel caso microeconomico di tutte quelle famiglie a cui porteranno via la casa perché per molti anni degli pseudo-notaio-fai-da-te, frutto immediato di una liberalizzazione avventata di quella specifica professione, sbaglieranno a registrare il relativo atto di compravendita?
in astratto, secondo me, non esiste un confine ottimale. il confine lo definisce la politica. tenendo conto spiegato da Boldrin. voglio dire: se parti dal fatto che non è vero che la globalizzazione è solo bene (come qualcuno ha voluto credere per anni), allora da politico (e da cittadino quando voti) devi decidere anche quale sia il tuo confine accettabile.
con riferimento a Boldrin:
La politica dovrebbe governare i processi e le transizioni, non aspettare gli stati stazionari, che sono poi altamente instabili. Non solo: nella realtà le scelte politiche le dovremmo fare per massimizzare l'utilità di quelli che esistono hic et nunc, non di quelli che verranno.
intanto questa frase (non so perché) mi fa venire in mente quanto ripetuto da un economista spesso attaccato su nFA (something like: nel lungo periodo saremo tutti morti...). più nella sostanza, io ci andrei molto, ma molto piano con certe affermazioni. altrimenti poi ti ritrovi con certi sistemi pensionistici che ti pagano baby pensioni dorate e non-baby pensioni "immeritate". a scapito di chi? a scapito di quelli che quando venivano fatte quelle leggi erano i "quelli che verranno" del post.
a parte questa osservazione, concordo con l'idea di fondo di Boldrin. il mondo è in perenne transizione, è tutt'altro che statico (o stazionario).
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in astratto, secondo me, non esiste un confine ottimale. il confine lo definisce la politica. tenendo conto spiegato da Boldrin. voglio dire: se parti dal fatto che non è vero che la globalizzazione è solo bene (come qualcuno ha voluto credere per anni), allora da politico (e da cittadino quando voti) devi decidere anche quale sia il tuo confine accettabile.
Concordo. E quindi ribadisco che sono MOLTO contento di leggere un articolo di questo tipo su nFA. Diciamo che, per quanto mi riguarda, va a colmare l'unico - o uno dei pochi (ché sennò qui si montano la testa...) - punti deboli dei magnifici autori di questo blog, ovvero la loro a volte eccessiva fiducia nelle ricette automatiche derivanti dai modellini analitici "back-of-the-envelope" (anche se a volte la envelope è moooooolto grande...). Ricette che, invece, come molto bene dice Michele, vengono meno non appena si complicano un pochino i modelli stessi, p.e. includendo i costi di transizione oppure, aggiungo io, anche elementi di incertezza non quantificabile (la true uncertainty di Keynes e Knight, in quanto diversa dal mero risk) o di non completa razionalità degli agenti (who is the representative agent?). Come già ho scritto una volta, l'economia NON è una scienza come la fisica, e neppure come la medicina, baby, and there's nothing you can do about it (All the President's Men, 1976). In questo la lezione del buon Galiani 1770 è ancora perfettamente valida.
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Ottimo articolo, persino troppo. Però quando fu definita la scaletta dei tre articoli "Horror Economics", probabilmente questo non era stato pensato poichè la polemica tremontiana è venuta dopo (anche se in effetti Tremonti è anni che gira sull'argomento). Sembravano essere articoli più orientati ad una analisi del sistema finanziario. Poco male, anzi, benissimo, perchè per quel che mi riguarda mi è stata offerta una prospettiva che non avevo considerato che accresce il mio tentativo di comprensione delle cose.
Se la terza parte dovesse tornare ancora sulla finanza, avrei un paio di domande (sempre che siano pertinenti: se sono stupide me lo si dica chiaramente, tanto non sono un addetto del settore quindi non ho un amor proprio da difendere :-) )
E' possibile che la crescita del sistema finanziario degli ultimi due decenni abbia buttato all'aria l'equilibrio tra capitale monetario, credito ed accumulazione?
Vi è uno scostamento in crescita fra l'andamento del profitto complessivo e l'incremento del debito complessivo ? Cioè, l'indebitamento agisce contro i profitti in modo pericolosamente eccessivo? tanto da essere una causa di lungo periodo di un system-risk?
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A me pare che tu prenda per buona l'esistenza di una discontinuita' che e' asserita da parecchie parti, ma che in pratica non c'e' stata: quella del manufacturing nel primo mondo e' stata una morte molto, molto annunciata. Prendi il caso dei tessili: da quanto tempo era che si sapeva che il Multi Fibre Arrangement era temporaneo, e che sarebbe stato prima o poi rimpiazzato dalle normali regole del GATT (poi WTO)? Da quando era nato, cioe' dal 1974! I paesi industrializzati hanno avuto 30 anni per gestire la transizione: lo sapevano i governanti, gli industriali e i sindacalisti. Che hanno fatto? Nulla: nel 2005 EU e USA hanno chiesto al WTO altri tre anni di quote, e ciononostante l'EU ha bloccato in dogana decine di milioni di capi perche' tali quote erano state esaurite "troppo rapidamente".
Lasciati dire la mia impressione sulla differenza tra East Asia e Italia (e in certa misura il resto del "primo mondo"): nella prima, per migliorare il proprio tenore di vita si imparano cose utili e si lavora; nella seconda si cercano "soluzioni" per via politica: che finiscono solo per dare piu' potere alla Casta (sempre entusiasta sul "primato della politica"), ritardare il cambiamento strutturale e in definitiva impoverire il paese. Il protezionismo e' il tipico rappresentante di queste malaugurate iniziative, e fa il massimo del danno soprattutto in condizioni di emergenza (come a suo tempo mostrato dallo Smoot-Hawley Tariff Act). Good luck to you all...
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Enzo mi ha anticipato, peraltro avevo in mente esattamente l'MFA come esempio dei meccanismi perversi che discendono dal concedere "misure straordinarie" per attenuare l'impatto di grossi cambiamenti. In un contesto di agenti razionali, quanto è credibile la minaccia che dopo la prima deroga non ve ne saranno altre, se pronunciata dal medesimo soggetto che l'ha concessa? Non penso che le aziende del distretto del tessile di Biella, per dirne una, non immaginassero che le produzioni a basso valore aggiunto sarebbero state spazzate via dalle produzione Made in Shenzen; tuttavia, l'esperienza passata dimostrava loro che è lecito in questi casi attendersi un cospicuo aiuto statale, mentre piu' difficile era considerare che lo stato di questi tempi non è in grado di aiutare nessuno, visti i soldi che spende nel perpetuare i propri apparati.
Imporre dazi o misure di questo tipo significa solo far pesare sulle tasche di tutti misure per salvaguardare il livello di benessere di alcuni; mi starebbe pure bene, se mi venisse garantito che si tratta di una fee per ottenere uno stato piu' moderno, con una burocrazia semplice e friendly, un mercato del lavoro flessibile, un livello di imposizione accettabile, una giustizia veloce e tutte le altre riforme di cui si discute qui e altrove fino alla nausea. Purtroppo so benissimo che NON succederà niente di tutto questo, e quando i provvedimenti temporanei saranno scaduti se ne chiederanno degli altri per affrontare la prossima crisi. Quindi capisco il ragionamento di Michele ma proprio non lo condivido, anche se mi si accuserà di fare il busone col culo degli altri.
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Ma Michele sa bene che regulations temporanee non esistono, perche' hanno incentivi perversi a non risolvere i problemi per cui ;e regulations sono state "temponaneamente" imposte. L'inconsistenza temporale della politica e' meccanismo potentissimo.
Io resto con i miei conti back of the envelope che Nicola non ama: tutte le volte che li faccio mi danno inequivocabilmente free trade.
Resto dell'idea che il punto importante di questo articolo e' notare che i trasferimenti necessari per affrontare le trasformazioni dovute alla Cina siano di natura opposta a quelli che le istituzioni occidentali sono preparate ed inlcinate ad effettuare.
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In una situazione di globalizzazione di queste proporzioni, quale sarebbe l'impatto di introdurre un politica protezionista in un solo paese? A me sembra che sarebbe ancora piu' deleterio perche' renderebbe piu' difficile avere accesso a prodotti piu' economici ad una classe che si impoverirebbe comunque (perche' comunque diminuirebbero le esportazioni di tutti i beni non competitivi).
E' un po' come quelli che ce l'hanno tanto con wal-mart: chi compra da wal-mart lo fa perche' ne ha la necessita' economica non certo perche' fa chic; gli chiudi wal mart e lo metti nei guai. O sbaglio?
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I paesi industrializzati hanno avuto 30 anni per gestire la transizione: lo sapevano i governanti, gli industriali e i sindacalisti. Che hanno fatto? Nulla: nel 2005 EU e USA hanno chiesto al WTO altri tre anni di quote, e ciononostante l'EU ha bloccato in dogana decine di milioni di capi perche' tali quote erano state esaurite "troppo rapidamente
secondo me la discontinuità c'è stata dagli anni novanta in avanti. comunque, indipendentemente da ciò, l'argomentazione di Boldrin regge. cioé, data la situazione attuale come variabile di stato, lasciare che la transizione si dipani senza controllo crea un numero di loosers troppo grande.
altro discorso è chiedersi: se avessero fatto qualcosa già nel 1974, oggi avremmo meno loosers? io non lo so. immagino che Boldrin dirà la sua. ma resta il fatto che nel 1974 era abbastanza difficile prevedere un break strutturale come la caduta del muro, la rivoluzione di internet e la rivoluzione produttiva in cina...
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altro discorso è chiedersi: se avessero fatto qualcosa già nel 1974, oggi avremmo meno loosers? io non lo so. immagino che Boldrin dirà la sua.
Il punto e' che non e' stato fatto nulla in 30 anni di preavviso, e gli imprenditori, sindacalisti e politici che oggi si dichiarano presi di sorpresa mentono sapendo di mentuccia. E' a loro che gli operai disoccupati devono presentare il conto.
ma resta il fatto che nel 1974 era abbastanza difficile prevedere un break strutturale come la caduta del muro, la rivoluzione di internet e la rivoluzione produttiva in cina...
Ma guarda che questi sono tutti stati eventi fortunati, che hanno aumentato la produttivita' e allargato i mercati: come in tempi passati lo furono la scoperta dell'America, o l'invenzione della stampa a caratteri mobili, della macchina a vapore o del telaio Jacquard. Tutti a suo tempo crearono frizione (e richieste di protezione piu' o meno temporanea, e talora rivolte anti-tecnologiche), ma i paesi che abbracciarono il cambiamento furono quelli a trarre il massimo vantaggio dagli eventi.
Lettura consigliata a chi pensa che l'arrivo di manufatti a basso costo sia una tragedia: la parodistica Petizione dei fabbricanti di candele, ceri, lampade, candelieri, lampioni, smoccolatoi, spegnitoi; e dei produttori di sego, olio, resina, alcool ed in generale di tutto ciò che concerne l’illuminazione di Frederic Bastiat.
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non discuto affatto che si sia trattato di eventi fortunati. e, infatti, non sono uno di quelli che vede nella globalizzazione il male da combattere. tutt'altro. io sto molto meglio grazie a internet e alla globalizzazione.
concordo anche che quei paesi che in passato furono i primi ad abbracciare il cambiamento, sono stati anche quelli che ci hanno guadagnato di più.
la questione qui mi sembra leggermente diversa (può darsi che io non abbia colto lo spirito dell'articolo di Michele). il mio punto di partenza è questo: ci sono le frizioni. e queste frizioni, questa volta, sono grandi. si può non essere d'accordo su questo, ovvio. come dice Michele, secondo me queste frizioni sono grandi perché troppi "losers" non hanno abbastanza tempo per "recuperare". uno potrebbe dire: che mi frega? nel complesso il welfare aumenta. tuttavia per me che l'operaio 50enne perda il posto di lavoro, non sia in grado di riqualificarsi e abbia un "welfare" negativo mi sembra un grosso problema per la società.
ma la conclusione di Michele non mi sembra del tipo: rigettiamo la globalizzazione e l'apertura del mercato. piuttosto: cerchiamo di essere sempre tra i primi ad abbracciarla, ma "regoliamola" quanto necessario per ridurre il danno ai losers, specie se sono troppi. d'altra parte la politica non è un modello di GE spersonalizzato.
insomma, piccoli accorgimenti al mercato libero (non li chiamo nemmeno interventi) possono aiutare.
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non capisco, Alberto. il protezionismo ha impedito la discontinuità in che senso? e il protezionismo di chi?
ci sono oggi 2 paesi che offronto una enorme quantità di beni e servizi (tra cui fattore lavoro) al mondo occidentale. i loro prodotti li vedo ovunque, non mi sembra si possa negare. in che modo il protezionismo ha impedito ciò?
o forse il tuo punto è: c'è stato un protezionismo. in assenza di esso la quantità di quei beni e servizi che oggi vedo sul mercato sarebbe stata 100 volte più grande (=discontinuità)?
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non capisco, Alberto. il protezionismo ha impedito la discontinuità in che senso? e il protezionismo di chi?
Il sistema di quote previsto dal MFA ha permesso per tre decenni alla piccola industria tessile di cullarsi nell'illusione di poter sopravvivere in un settore a basso valore aggiunto pagando salari (e tasse, e contributi previdenziali) a livelli pari a quelli italiani. Ovviamente un po' meno di provincialismo e di fiducia nello "Stellone" italico avrebbe permesso di prevedere quello che sarebbe successo nel 2005, e di cambiare gradualmente. Non e' successo.
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Il Big Bang c'è stato perché i mercati interni di India e Cina erano nulli negli anni novanta, e sono tutt'ora trascurabili rispetto al totale dei beni prodotti in quei paesi. Proprio il rapporto 3000/750 indica che a mano a mano che cresceranno i bisogni interni, e le capacità di soddisfarli, l'impatto verso l'esterno diminuirà corrispondentemente. E non occorre dimenticare che, specialmente in Cina, il cambiamento economico non ha avuto un corrispettivo a livello politico. Quindi io sarei meno pessimista. Comunque è tardi per arginare il fenomeno: i buoi sono già scappati...
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I motivi per cui non sono d'accordo con quanto scritto da Michele sono tanti. Corro il rischio di passare un po' per ignorante (visto che il Boldrin di solito dice cose fondate, mentre io congetturo) e elenco i primi che mi vengono.
1)"Mi dichiaro dunque a favore di un moderato e transeunte neo-protezionismo."
Io no, perché non credo nella buona capacità dei governi (e SOPRATTUTTO DI QUELLI ITALIANI) di "governare i processi e le transizioni". Non credo che un periodo di dazi/sussidi alla produzione industriale italiana che soffre la concorrenza asiatica sarebbe utile per ridurre i costi sociali dell'aggiustamento; quasi certamente, però, avremmo un'altra categoria di lavoratori quasi pubblici, un'altra lobby potente (7-10 milioni di voti!) che il giorno prima della fine dei sussidi occuperebbe qualche autostrada per rinnovarli.
2) Ma chi paga poi tutto ciò? Se si trattasse solo di escludere gli asiatici dal WTO, potremmo dire la collettività, i consumatori; ma vabbè, dobbiamo governare la transizione. Se però, come credo, dal WTO non esce nessuno e il neoprotezionismo si deve tradurre in qualche vantaggio fiscale/sussidio in favore dei tornitori padovani, dobbiamo chiedere qualche tassa in più. Chissà a chi toccherà. Previsione mia: aliquota supplementare per contratti flessibili per giovani stagisti.
3) Eticamente non mi paice l'idea che chi scrive le regole del gioco si prenda la libertà di escludere il più debole quando diventa più forte, e poi di riscriverle di nuovo quando ha aggiustato i problemi e può di nuovo competere alla pari.
4)"Non solo: nella realtà le scelte politiche le dovremmo fare per massimizzare l'utilità di quelli che esistono hic et nunc, non di quelli che verranno." C'è un sacco di gente in italia che c'è già e che non beneficia per niente di questo neoprotezionismo e che, oltre a sopportarne il "nuovo" costo, deve già ciucciarsi quello di un'istruzione superiore e universitaria scadente, dell'immobilità territoriale e sociale della nostra bella penisola.
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Ho sempre condiviso al 100% i tuoi articoli michele ma questa volta permettimi di farti notare alcune cose:
1)Se la classe operaia soffre non è colpa solo della cina. Se le tasse sono al 50% non è colpa della cina, se le infrastrutture fanno pena,la flessibilità idem,etc etc non è colpa degli occhi a mandorla. Mettere dazi sui prodotti mi sembra solo un modo per evitare i problemi cercando un caprio espiatorio.
2)Per protezionismo intendi dazi ? Se vogliamo mettere dazi dobbiamo fare sul serio. Mettere un dazio dell'1% non avrebbe nessun effetto sulla classe operaia. Per fare diventare conveniente produrre in italia bisognerebbe mettere dazi al 10000% , in pratica torniamo all'economia chiusa.
3)quali prodotti, quali settori vanno protetti ? Ci sarà la fila di sindacalisti neo-protezionisti che richiederanno protezioni
4)Mettiamo pure che questi dazi funzionino al meglio, e l'inflazione ?
5)Se noi ci prendiamo la libertà di alzare barriere non vedo perchè altri paesi non dovrebbero alzarle verso i nostri prodotti tecnologicamente piu avanzati .. quindi alziamo le barriere ovunque e vediamo che succede...
Una politica che a mio parere potrebbe funzionare sarebbe quella di dare sgravi/incentivi alle imprese che innovano di più,che investono in R&S,etc. Magari cercando di creare un ambiente favorevole tra banca-impresa-università cercando di sostenere al massimo i settori su cui la concorrenza cinese non può vincere (mi viene in mente la ducati,la ferrari,tutte le firme di lusso,etcetc).
E' vero il processo sarà lungo,difficile e chi pagherà di piu sarà la classe operaia. Ma detto fra noi, se non investi sulla tua formazione (studi) , non ti aggiorni (inglese,informatica,etc) e non sei disposto a muoverti be allora ti adegui e vivi con 500 euro al mese.
Inoltre vorrei sottolineare che se da un parte la formula 4x vale per la concorrenza vale anche per le esportazioni(alle nostre aziende si aprono mercati di miliardi di persone povere affamate di consumi)
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Intanto, essendo il mio primo commento: complimenti, riuscite a farmi comprendere una materia, l' economia, che mi è quasi totalmente ignota.
venendo al dunque da icompetente mi viene un dubbio: se pure l' articolo fosse giusto, non crediamo che qualsiasi grado di protezionismo in Italia non sortirebbe l' unico effetto di creare altre sacche di privilegio? Non credo che, qualsiasi sia la classe dirigente nei prossimi anni, (comunque non molto diversa da quella degli anni scorsi), intenderà il protezionismo se non come una protezione di se stessi e dei propri interessi.
Riguardo il latino e Leopardi mi permetto di non concordare affatto: l' apertura mentale che offre, ancora oggi e nonostante il crollo del sistema scuola, un liceo classico, all' estero se lo sognano: pure se dopo si decide di fare gli ingegneri.
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Condivido la richiesta di superare i modellini più semplici quando si parla di policy, mi piace meno la frase finale sullo hic et nunc, ma forse ho frainteso.
Qui Brad DeLong su argomenti simili, con tanto di citazione da un gran libro di Polanyi: http://www.project-syndicate.org/commentary/delong75
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Mi permetto alcune osservazioni (da non specialista).
Escludere la Cina dal WTO? interessante! chi glielo va a dire ai cinesi? puzza di terza guerra mondiale. Già per un po' di dazi si incazzano, figuriamoci se li si esclude dal WTO: quanto meno invadono Taiwan per ritorsione. Mi sembra un discorso utopistico, che stona nel contesto di questo blog.
Probabilmente, una buona leva su cui premere potrebbe essere quella dei diritti: non c'è neanche bisogno di arrivare a quelli sindacali, bastano i diritti umani. Ad esempio, minacciare l'esclusione dal WTO di quelli che non li rispettano. Tuttavia, ho paura che i diritti umani e la democrazia oramai abbiamo perso qualsiasi appeal: se Bush va ad inaugurare le Olimpiadi di Pechino, se l'Inghilterra impedisce ai propri atleti di esprimere il dissenso politico contro la Cina, per i diritti umani non c'è futuro.
Due cose sulla formazione scolastica (adoro questo argomento): prima di tutto, non c'è nessuna necessità di studiare l'inglese, tanto tra poco servirà molto di più il cinese. L'inglese "da computer" si impara anche senza studiarlo, quello oxoniense non serve nella vita. L'informatica, poi, è una cosa ambigua: se si tratta di saper usare il computer, anche quello non c'è bisogno di insegnarlo, i quindicenni di oggi sono molto più bravi dei trenta-quarantenni. Se si tratta di informatica vera, allora il di
Caro Michele, benvenuto (o bentornato, o benrimasto-ma-non-avevi-mai-dato-l'-impressione-di-esserci) nel mondo gradualista di di Ferdinando Galiani. Son lieto di apprendere che anche gli economisti Euclidei conoscono... Ginevra (cfr. http://socserv2.socsci.mcmaster.ca/~econ/ugcm/3ll3/galiani/bleds.htm , Second dialogue).
Il punto metodologico è: qual è il confine entro il quale tener conto dei costi di transizione? Perché, ad esempio e fatte le debite proporzioni, non dovrebbero essere parimenti considerati anche nel caso microeconomico di tutte quelle famiglie a cui porteranno via la casa perché per molti anni degli pseudo-notaio-fai-da-te, frutto immediato di una liberalizzazione avventata di quella specifica professione, sbaglieranno a registrare il relativo atto di compravendita?
P.s.: Solo una piccola obiezione: finché nelle scuole italiane si insegneranno latino e Leopardi continueremo ad avere un (piccolo) vantaggio comparato (o credi forse che i nostri stilisti e designer non siano figli della nostra cultura classica?). Quando insegnaranno (solo) ad usare un sistema operativo, saremo alla pari dei cinesi... e quindi del tutto rovinati!