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Qui è FLG Compagno Mussi, ripensaci!

di gian luca clementi,  9 Ottobre 2006 stampa
Torno sulla questione Universita'. Purtroppo l'attivita' e le proposte del Ministro Fabio Mussi sono improntate ad un bieco dirigismo di stampo sovietico. L'outlook e' veramente negativo.

Lo scorso 16 Settembre il Presidente della Repubblica, in visita all'Universita' di Lecce, si e' dichiarato preoccupato della proliferazione delle sedi universitarie (vedi articolo su Repubblica.it). Il solerte ministro Mussi, seppure si trovasse in visita ufficiale in Cina, ha immediatamente dichiarato ai giornalisti al seguito di trovarsi pienamente d'accordo con il Presidente. "Napolitano ha ragione da vendere," avrebbe esordito il Ministro, per poi continuare cosi': "Negli ultimi decenni si è assistito a una scriteriata proliferazione di sedi, talora collegata alle ambizioni di politici locali. Ho già cominciato a frenare questo fenomeno. In primo luogo impedendo la creazione di nuovi atenei e di nuove facoltà di cui non si avvertiva la necessità e poi inserendo nel decreto sulle classi di laurea, emanato il 4 agosto, norme volte a frenare la frammentazione e la proliferazione dei corsi. Nuove iniziative potranno vedere la luce solo su elevati standard di qualità e sulle basi di effettive necessità didattiche e di ricerca”.

Non ho dubbi che, in diverse circostanze, la creazione di nuove sedi universitarie sia dipesa dall'ambizione di alcuni amministratori. Quello che mi preoccupa maggiormente e' pero' la superbia con cui il Compagno Mussi si arroga il diritto di decidere di quali facolta' e di quali corsi ci sia bisogno. A giudicare da questi primi sei mesi di legislatura, questa dichiarazione e' indicativa dei metodi del Compagno Mussi. Dirigismo e' la parola chiave: sta al Ministro e ai suoi accoliti regolamentare le attivita' delle universita' nel piu' piccolo dettaglio, a colpi di decreti.

Il primo provvedimento del ministro è stato la revoca dell'autorizzazione, concessa dal predecessore, all'istituzione dell'Università (privata) di Studi Europei "Franco Ranieri", di Villa San Giovanni (RC). Non voglio entrare nel merito delle attivita' che il costituendo ateneo si proponeva di intraprendere. Il punto e' che il potere di vita e di morte su un'istituzione accademica non dovrebbe risiedere nelle mani di un politico. Il vero problema, e' ovvio, e' quello del valore legale del titolo di studio. Il controllo politico sull'attivita' delle Universita' deriva dal fatto che la laurea non e' semplicemente un attestato di studi compiuti. Il pezzo di carta attribuisce diritti, tra i quali quello di partecipare ai concorsi pubblici riservati ai laureati. Negli Stati Uniti, un titolo di studio non attribuisce alcun diritto. E' meramente un attestazione, un segnale, per quanto imperfetto, delle capacita' di un individuo e delle conoscenze che lo stesso ha maturato.

Nel 2003, negli Stati Uniti c'erano 2.474 Universita' che offrivano corsi di laurea quadriennali, di cui 629 pubbliche. L' ottanta per cento circa degli studenti frequenta queste ultime, che tendono essere molto piu' grandi delle scuole private. Quindi c'e' un'universita' ogni 120mila abitanti negli Stati Uniti, contro una ogni 740mila in Italia. Una prima, certamente semplicistica considerazione, e' che, contrariamente a quanto il Compagno Mussi e il nonno Giorgio sembrano suggerire, avere molte Universita' non comporta necessariamente conseguenze disastrose. Pare anche discutibile che la dimensione ottima di un ateneo sia quella italiana, ben maggiore di ogni altro Paese sviluppato.

Un'ulteriore considerazione, meno ovvia, ha a che fare con l'eterogenita' dell'offerta formativa e quindi con la varieta' di segnali che gli studenti possono acquisire. Il fatto, da tutti riconosciuto negli Stati Uniti, che vi siano Universita' di serie A, B, C, e D, e' una ricchezza per il Paese, non un problema. Prendete l'esempio della University of Texas. L'ho scelta perche' statale e perche' la superficie del Texas e' circa il doppio di quella dell'Italia. Lo UT system ha un campus principale ad Austin, con cinquanta mila studenti e dipartimenti di ricerca attivissimi in ogni campo dello scibile umano. E' il campus di eccellenza, destinato agli studenti piu' meritevoli ed ambiziosi dello Stato. Il 19% degli studenti appartiene ad una qualche cosiddetta minoranza (studenti di colore, ispanici,...), la maggior parte dei quali ha accesso gratuito. UT ha pero' anche campus cosiddetti minori, localizzati in pressoche' tutto lo Stato, in megalopoli come Dallas, ma anche in cittadine come Brownsville. Lo Stato riconosce che non tutti hanno il desiderio di sbattersi per anni sui libri in un ambiente competitivo, e non tutti vogliono o possono allontanarsi dalla mamma. Pertanto, lo studente lavoratore di El Paso puo' frequentare i corsi serali nel campus locale. UT at El Paso e' sostanzialmente un teaching college, senza attivita' di ricerca rilevanti. Tutti comprendono che cercare di instaurare centri di eccellenza in piccole e a volte inospitali localita', sarebbe uno spreco dei denari guadagnati con tanta fatica dai cittadini. Lo studente che inizia gli studi a El Paso, qualora maturi un maggiore interesse negli studi, puo' fare domanda di trasferimento ad Austin.

Un altro esempio di comportamento mussiano. Lo scorso 5 settembre, il Ministro ha partecipato ad un forum organizzato da Repubblica.it, durante il quale ha risposto a domande poste da semplici cittadini via email. Almeno uno degli interventi merita di essere riproposto.

Domanda di Claudio Altafini, Sissa Trieste - "Sono un ricercatore. Si è molto parlato di nepotismo del sistema di reclutamento universitario. Ha sottomano una statistica di quanti vincitori di concorsi accademici sono candidati interni della sede bandente? Indizio: è una percentuale con due numeri interi, di cui il primo maggiore o uguale a 9... " ( e' ovvio che il primo numero di una percentuale a due cifre non puo' essere maggiore di 9 - il collega della Sissa era probabilmente molto nervoso ndr)

Risposta di Mussi - " A parte i casi di aperta corruzione, per i quali c'è la magistratura che mi auguro usi la mano pesante, nella formazione, nella scienza e nella ricerca il corporativismo lobbistico è una malattia e il nepotismo è un delitto. Sono stati provati tutti i metodi concorsuali immaginabili senza ridurre significativamente quella dose di arbitrio e di manipolazione che persiste. C'è una sola via: fortissimi meccanismi di valutazione dei risultati che premino il merito, e affidare alla valutazione una quota negli anni crescente del budget complessivo dei finanziamenti. Per questo, dopo la positiva esperienza CNVSU e del CIVR, intendo mettere in Finanziaria la delega per la istituzione della Agenzia nazionale di valutazione. Se funziona potrebbe essere una rivoluzione."

Un mio collega romano direbbe: "A Fabbioo, ma ce sei, o ce fai? An vedi questo." Eh si'. Mussi realizza che i concorsi sono una grandissima porcata, che incentivano comportamenti deteriori, e allo stesso tempo cosa estrae dal cilindro? L'Agenzia nazionale di valutazione. Salvo poi concludere: "Se funziona(sse) potrebbe essere una rivoluzione." Allore ce fai... lo sai gia' che nessuna agenzia cambierebbe nulla. Bella idea quella di assegnare ad insiders del sistema il compito di valutare e distribuire i denari. Avete presente i criteri di attribuzione delle risorse del CNR? E' chiaro che l'unica soluzione si chiama MERCATO. Una volta abolito il maledetto valore legale del titolo di studio, la vera riforma consisterebbe nell'attribuire agli studenti il diritto di distribuzione delle risorse. Basterebbe erogare i denari agli studenti stessi in forma di vouchers, da spendersi per l'acquisto di servizi educativi presso l'istituzione che preferiscono. Le Universita', o meglio coloro che le guidano, avrebbero finalmente gli incentivi a comportarsi in maniera virtuosa, anche per quanto riguarda l'assunzione del personale docente e di ricerca.

E' ovvio che la University of Texas non tiene concorsi, e non ha neppure agenzie di valuazione. La valutazione la fa il mercato, e la fa gratis. I vari campus dello UT system competono tra di loro e, molto piu' importante, con le Universita' private, per accapparrarsi i migliori ricercatori, i migliori docenti, e i migliori studenti. Di indicatori di successo ce ne sono a bizzeffe: risultati dei laureati sul mercato del lavoro, innumerevoli inchieste condotte tra i datori di lavoro, statistiche sulla capacita' di ottenere donazioni e fondi di ricerca da istituzione pubbliche e private, output di ricerca quantificabile in brevetti e articoli scientifici.

Compagno Mussi, che i concorsi non funzionino e' un fatto ormai assodato. Perche' perdere tempo e risorse con la menata della nuova agenzia? L'unica soluzione e' il M-E-R-C-A-T-O. Quello che devi sforzarti di capire e' che
incentivare le universita' alla competizione non implica effetti redistributivi avversi alle classi deboli. Tutt' altro. L'uguaglianza di opportunita', bastione irrinunciabile per chiunque si ritenga di sinistra, puo' essere assicurata con il sistema dei vouchers e, eventualmente, anche con iniziative di affirmative action, cioe' la creazione di quote di posti riservate a studenti di umili origini.

Collegamenti con altri articoli: docenti liberalizzazione libero mercato scuola universita
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6 commenti
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  di mauro, 10 Ottobre 2006, 15:09 permalink rss

Gian Luca, sono d'accordo sul giudizio di fondo su Mussi (ad essere teneri non ne capisce niente... consiglio questa spassosa intervista sul manifesto (non e' un caso che oggi si parla di eleganza delle formule matematiche!): http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/07-Ottobre-2006/art25.html).

Il problema e' che passare da un sistema universitario come quello Italiano (o europeo) ad un sistema simile a quello degli Stati Uniti (cio' che tu chiami MERCATO, mi sembra di capire..) e' piuttosto complicato (consiglio a proposito un interessante articolo di Mas-Colell:  http://www.rivistapoliticaeconomica.it/premio_angcosta/Mas-Colell_eng.pdf)

La competizione fra universita', indispensabile affinche' il sistema funzioni e affinche' si possano (finalmente!) eliminare i concorsi, si puo' ottenere anche attraverso un esercizio di valutazione serio tipo quello che da anni avviene nel Regno Unito. Una peer review seria a volte e' meglio di un meccanismo basato sui prezzi. Soprattutto quando ci sono problemi di informazione (e.g. qual e' l'universita migliore), possibile crowding out di intrinsic motivation, mercati di capitali imperfetti (e.g. quante banche italiane sarebbero disposte oggi a dare finanziuamenti a studenti meritevoli che vogliono andare in buone universita?).

Senza considerare il lato di political economy: se a Mussi dici MERCATO non ti ascolta neanche.

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  di gian luca clementi, 11 Ottobre 2006, 14:30 permalink rss
Ciao Mauro, sono d'accordo sul fatto che una riforma nel senso che prospetto e' assai difficile da attuare in Italia. Ma lo stesso si puo' dire di qualsiasi altra riforma. Conseguenza ne e' che nulla cambia in quello che era il Bel Paese. Una peer review "seria", dici tu. Certo, se fosse "seria", sarebbe la benvenuta. Ma, come e' noto, l'Italia non e' il Regno Unito. La mia aspettativa e' che le corporazioni che gestiscono i concorsi pubblici e allocano i fondi CNR assumeranno anche il controllo dell'agenzia di valutazione voluta da Mussi. Quale meccanismo lo eviterebbe? Ne parlavo ieri con Alessandro Lizzeri. Io ho suggerito di bandire gli Italiani dall'Agenzia. Alessandro, giustamente, ha previsto che la reazione a tale disposizione sarebbe la convocazione di esperti di dubbia fama, provenienti da Paesi di altrettando dubbia tradizione di ricerca, e facilmente manipolabili dagli insiders. Alessandro ha proposto di dare la valutazione in outsourcing alla commissione di valutazione britannica. Mi sembra una buona idea. Il problema di informazione cui accenni, l'ho affrontato brevemente nel mio intervento. La competizione tra le Universita' (l'esempio americano ne fa fede) porta alla nascita di una vera e propria industria di information provision per gli studenti. Su mercati dei capitali imperfetti: con la riforma che suggerisco, non ve ne sarebbe piu' bisogno di quanto ve n'e' ora. E' necessario che lo Stato eroghi i soldi direttamente agli studenti, non alle Universita'.
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  di mauro, 11 Ottobre 2006, 16:22 permalink rss

Gian Luca, grazie mille per la tua risposta/chiarimento. Mi sembra ottima l'idea per di dare la valutazione in outsourcing alla commissione britannica.

Quanto alla tua proposta, vediamo se capisco bene: le universita' competono sulla qualita' (sperando che nasca l'industria di information provision... fino ad ora gli esercizi tipo Repubblica-Censis mi sembrano abbastanza scadenti) e non sui prezzi delle rette che avrebbero un tetto. Se non fosse cosi' dubito che lo Stato avrebbe risorse per finanziare le rette a tutti per qualsiasi universita'.

 

 

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  di giorgio topa, 11 Ottobre 2006, 16:32 permalink rss

Ma no, caro Mauro! Se metti un tetto sulle rette come fanno le universita' a competere sulla qualita'? Come fanno ad attirare i migliori ricercatori, docenti, amministratori, eccetera?

Credo che l'idea di GL sia che lo Stato fornisce un voucher, ed il resto della retta se lo paga lo studente ricorrendo a forme di credito che, anch'esse, si svilupperebbero endogenamente. Come illustrato su questo stesso sito, la laurea e' un ottimo investimento con alti tassi attesi di rendimento, quindi va benissimo che lo studente si paghi le rette.  

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  di mauro, 11 Ottobre 2006, 17:01 permalink rss

Immaginavo che nell'idea di Gian Luca ci fosse anche la possibilitá di competere sulle rette (comunque, insisto, le universita' nel Regno Unito competono senza grandi differenziali sulle rette).

Allora peró vale la mia osservazione iniziale: abbiamo bisogno anche di un mercato dei capitali diverso. Ho qualche dubbio che si possa sviluppare endogenamente come suggerisci tu. Esempio? Nell'articolo che mi hai segnalato si riconosce che, nonosante oggi la laurea valga molto piu' di altri investimenti, quasi nessun istituto di credito finanzia gli studi di studenti universitari (l'unica eccezione, se non sbaglio, e' l'Unicredit che ha promosso qualche anno fa un programma di prestiti agevolati solo per gli studenti di alcuni politecnici). Le soluzioni proposte da Moro-Bisin mi sembrano interessanti, ma richiedono l'intervento dello Stato. 

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  di alberto bisin, 11 Ottobre 2006, 19:40 permalink rss

Queste sono cose su cui tendiamo a essere d'accordo, qui a nFA. E quindi concordo con Gianluca, Michele, e Giorgio. Non lo metterei per iscritto se non perche' tirato in gioco da Mauro (grazie - a parte che per avere messo moro davanti a me; chissa' perche' poi - si' scherzo che tanto nei papers veri e' il mio il nome davanti). Comunque, perche' nella proposta di andrea e mia (vedi Mauro, suona male, mia e di andrea e' meglio) si richiede l'intervento dello stato? Sara' che io ed andrea siamo tra quelli che pensano che il social planner e' lo stato? no (l'ho insegnato ai miei undergraduates un'ora fa che il social planner non e' lo stato)! Il problema e' che il prestito per lo studio non e' garantito da nessun collaterale (a meno di rimammettere la schiavitu'). Le banche quindi non potrebbero recuperare facilmente i propri crediti. Per questo non ci sono mercati per credito allo studio ben sviluppati. Ecco dove entra lo stato: lo stato puo' recuperare i crediti per le banche o chi altro attraverso le tasse.

Questa e' una cosa che uno stato fa bene, tassare! Se poi lo stato e' quello italiano, che non riesce a fare nemmeno quello (nel senso che tassa tanto alcuni e nulla altri), si potrebbe ridurre il valore capitalizzato del prestito dalla pensione. Altre cose si possono fare, ma questa e' l'idea.
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