Seconda Serata
Sagredo. Mi son riletto il nostro
primo dialogo, vecchio oramai di piu' d'un mese, e non m'e' poi parso cosi' insipido e privo di contenuti come c'era sembrato alla prima rilettura. Tra una birretta ed un giro per la casa abbiamo
sistemato sia la destra che la sinistra, per non parlare del centro che
e' il posto peggiore perche' non sta da nessuna parte. Ora che, almeno
noi due, abbiamo deciso che preferiamo stare sopra o sotto a seconda
dell'opportunita' e della stanchezza, tornerei comunque al tema
iniziale su cui si dissentiva, ovvero quello del diverso grado di
tolleranza verso la diseguaglianza economica. E del fatto che, insisto,
secondo me c'e' un chiaro tradeoff fra uguaglianza economica ed
efficienza economica. Non
vedo perche' tu lo voglia chiamare una cagata, alla fin fine per
ridurre la diseguaglianza economica occorre tassare o porre restrizioni
equivalenti ad una tassa, e le tasse sappiamo che producono
inefficienza perche' distorgono gli incentivi con cui gli individui si
confrontano.
Salviati.
L'idea che ci sia un trade off fra efficienza ed equita' e' vecchia e
sembra ovvia a quasi tutti gli economisti, ma io credo invece che sia
fondamentalmente erronea come schema concettuale per capire il mondo in
cui viviamo. Infatti, prima di ritornare alla politica, preferisco
provare a metterci d'accordo sugli aspetti economici della questione.
Quando dico "erronea" intendo in termini sia di teoria economica che
dei fattori che quantitativamente determinano il livello di
diseguaglianza di reddito e ricchezza che osserviamo in Italia o
negli USA. A te perche' sembra che ci sia il trade off?
Sagredo. Mah
la prima cosa che mi viene in mente e' che se il mio stipendio e' e
sara' sempre uguale a quello del mio collega dell'ufficio a fianco
perche' scannarsi a lavorare? Insomma, non e' per questo che il
comunismo e' fallito?
Salvati.
Si, e no. Il socialismo non funziona perche' scasina gli incentivi, non
perche' e' ugualitario. Infatti, il socialismo/comunismo che abbiamo
visto e vediamo sono la cosa piu' ineguale che esista. Non parlo solo
della Corea del Nord, che e' come l'Egitto dei Faraoni, ma Cuba o anche
l'URSS di Breznev e Stalin. Erano e sono paesi in cui le diseguaglianze
sono enormi. Fai finta che sei a Cuba e tu sei un alto funzionario del
partito mentre il tuo collega e' uno sfigato qualunque. Nessuno dei due
vedra' crescere o calare il proprio stipendio perche' produce o non
produce qualcosa di economicamente utile. C'e' grande diseguaglianza ma
gli incentivi sono lo stesso sballati, perche' entrambi sanno che la
carriera si fa portando acqua al mulino del partito. Mancanza
d'incentivi non vuol dire eguaglianza, ed eguaglianza non vuol dire
mancanza d'incentivi. Secondo te dove c'e' piu' eguaglianza: nella
finale olimpica dei 100 metri o quando i 100 metri li corriamo noi due
contro Simplicio, Bertoldo e Bertoldino? Ed in quale delle due gare,
dimensione dei premi a parte, ci sono incentivi piu' alti a correr
forte, a metterci il massimo dello sforzo?
Sagredo. Che stai a dire? C'e' una grossa disuguaglianza nell'esito fra chi vince le olimpiadi e gli altri concorrenti...
Salviati.
Altola': c'e' una diseguaglianza nel premio finale (oro, argento,
bronzo) ma non nella performance (9.9, 10.0, 10.01 secondi sono tempi
molto vicini uno all'altro). Gli atleti che corrono sono molto simili,
ed hanno perfettamente pari opportunita' o quasi. Sapendolo ci mettono
tutto quello che hanno per andare piu' forte possibile. Assumi che
invece di oro, argento e bronzo gli si dia 100 grammi d'oro, 99.5
grammi d'oro e 99 grammi d'oro, secondo te cambia lo sforzo? No!
Sagredo. L'incentivo
non e' il record, chi vince la medaglia d'oro guadagna milioni in
sponsorizzazioni, l'argento prende le briciole, qual'e disuguaglianza
piu grande di questa? Alla marcia del quartiere invece tutti vincono la
stessa maglietta stampata, e prova ad indovinare chi vi partecipa: noi
due! Quindi mi dai ragione: la disuguaglianza crea incentivi.
Disuguaglianza nella distribuzione finale della ricchezza; certo lo
sforzo puo' essere simile, ma quello e' irrilevante.
Salviati. Correvano forte anche cinquant'anni
fa, senza sponsorizzazioni. Ma questo implica un discorso piu'
sofisticato, che forse dovremmo fare una di queste sere: e' la
diseguaglianza per se che crea incentivi o la dimensione del premio? In
altre parole, che le preferenze siano "habit forming" non ci piove; ci
si abitua ad un certo livello di vita e per essere contenti si vuole di
piu'. Ma sono anche del tipo "l'erba del vicino e' sempre la piu'
verde", per cui valutiamo i nostri premi sempre in relazione a quelli
dell'altro? Questo secondo aspetto potrebbe essere evolutivamente
rivelante, lo riconosco: il primitivo pre-agricolo si muove in un mondo
di risorse fisse e quindi piu' piccola e' la tua piu' grande e' la sua
fetta.
Sagredo. Non
occorre avere preferenze per la posizione relativa: anche senza alcun
guadagno monetario, c'e' una enorme disuguaglianza fra ricevere
la medaglia e non riceverla! In termini di popolarita', soddisfazione
personale, etc... questo era un grosso incentivo.
Salviati. Ma
rimaniamo al punto di questa sera e vediamo se ci capiamo: una buona
gara, dove tutti i partecipanti ci mettono l'anima per fare del loro
meglio ed il risultato dal punto di vista sociale e' "ottimo" (grande
corsa, risultati ottimi per tutti i partecipanti) richiede due cose.
Uguaglianza di condizioni e di capacita' fra i partecipanti,
disuguaglianza di premi finali o di risultati. La seconda
diseguaglianza non e' chiaro quanto grande dev'essere, ma comunque
tende ad essere abbastanza fuori di proporzione con le differenze in
sforzo e, molte volte, e' figlia del caso. Concordiamo?
Sagredo. E'
cosi'. Anzi, non occorre nemmeno l'uguaglianza delle opportunita', ma
procediamo. Mi azzardo a dire che (a grandi linee) piu' e' diseguale la
divisione di quella torta fra vincitore e perdenti, e piu' tutti
corrono piu' forte che possono.
Salviati. Certo, ma solo in quella
corsa, non necessariamente nelle corse seguenti! Questo solleva due
punti cruciali. Anzitutto, compensazioni del tipo "o tutto o niente"
NON implicano efficienza! In secondo luogo, il caso in cui la
dimensione della torta e' fissa e si corre una volta sola non e' rilevante: la torta non e' MAI fissa e si corre sempre
varie volte!
Sagredo. Dunque,
se attacchiamo una dinamo sulle gambe di tutti, allora quando tutti
corrono piu' forte ci sono piu' risorse per produrre una torta piu'
grande. Questa e' in sintesi l'alternativa fra efficienza ed equita'.
La disuguaglianza dei premi (iniquita' sociale dopo la corsa) induce a
correre piu' forte, il che fa piu' produrre piu' energia per produrre
una torta piu' grande (efficienza).
Salviati.
Ottimo, pero' ora considera il caso in cui il premio finale e', come
nel caso dei brevetti, che il primo prende tutto e gli altri nulla.
Sappiamo, da Fudenberg e Tirole (1984/5) fra gli altri, ma anche dal
nostro buon senso che la soluzione non sara' efficiente: tutti
correranno troppo e si ammazzeranno stupidamente per arrivare prima.
Questo implica che, almeno da un certo punto in poi, eguaglianza ed
efficienza vanno mano nella mano.
Sagredo.
Nel caso specifico dei brevetti sai che siamo d'accordo, comunque
accetto il punto generale che fai attraverso questo esempio, anche se
forse va spiegato al lettore non esperto di terminologia economica.
Nella teoria economica non si ritiene che produrre di piu' sia sempre
la cosa efficiente da fare. Si ritengono invece efficienti un livello
di produzione e sforzo che siano commensurati, ovvero produrre il piu'
possibile dato lo sforzo e finche' ne vale la pena. Quando uno e'
distrutto dalla fatica, aggiungere un'ora di lavoro magari rende un
altro etto di pane, ma quell'etto di pane non compensa per la fatica
addizionale. Quindi, in questo caso, aumentare la produzione non e' per
niente efficiente. E' questo il caso che il nostro Salviati ha in
mente. Siamo d'accordo, se il meccanismo dei brevetti si generalizzasse
sarebbe un disastro e, come tu ed il tuo amico Knudsen sostenete, si
raggiungerebbero livelli di diseguaglianza estrema che ucciderebbero
l'efficienza del sistema. Ma ritorniamo a livellli "normali", ad
intervalli di disuguaglianza "tipici". In questo intervallo, insisto,
la diseguaglianza dei premi incentiva lo sforzo e l'efficienza. Questo
e' cio' alla sinistra non piace ed alla destra invece si.
Salviati. In
questo caso, allora, io sostengo che l'efficienza richieda molta meno
diseguaglianza di quanto si pensi e che, dinamicamente, occorra
mantenere la diseguaglianza "bassa" perche' il sistema continui a
funzionare bene. Quest'ultima affermazione si deve al fatto che il
meccanismo di crescita, che si basa sull'innovazione e la competizione,
richiede che ci sia sempre contestabilita' effettiva, cioe' che chi
rimane indietro al primo o secondo giro non rimanga TROPPO indietro
. La
F1 era diventata noiosa quando vinceva sempre Ferrari, e quest'anno
Moto GP e' stato molto piu' appasionante perche' non era ovvio che
vincesse Valentino Rossi (infatti, per sfiga oggi ha perso e con grande
stile ha riconosciuto i suoi limiti). Io credo ci
voglia l'uguaglianza dinamica di opportunita': tutti devono poter
razionalmente credere che ognuno ha qualche probabilita' di farcela,
che vale la pena provarci. Questo mi sembra chiave, senno' per quanto
grande sia il premio quello che sa di aver perso in partenza nemmeno ci
prova e quello che sa di aver vinto comunque passeggia. In questo caso
la tua dinamo attaccata alle gambe finisce per produrre una torta ben
misera.
Sagredo.
La mancanza di fiducia nella possibilita' di farcela, la mancanza di
prospettive come la chiamano, mi sembra una delle piu' gravi malattie
delle nuove generazioni italiane, quindi vedo da che lato vai e dove
vuoi parare. Quando parli con la gente che vive li', sembrano tutti
convinti che la gara e' truccata, che i vincitori sono gia' stati
designati e che non vale neanche la pena tentare. I giovani son peggio
di tutti in questo, e questo e' forse uno dei motivi che piu'
fortemente li spinge a sognare il posto fisso anche se a basso salario,
la mediocrita', la mancanza di ambizioni, come giustamente sottolinea
Francesco Giavazzi nel suo ultimo editoriale sul
Corriere di oggi, 29 Ottobre. E puo' essere che, date le circostanze in cui vivono, quei giovani non abbiano tutti i torti! Insomma,
sostieni che nella situazione in cui ci troviamo, concretamente, in
Italia, un aumento di equita' comporterebbe un aumento anche di
efficienza, perche' darebbe ad alcuni "scoraggiati" la speranza di
poter vincere. Non sono sicuro che siamo messi cosi' male.
Salviati. Secondo
me si', credo che siamo messi male perche' abbiamo il lato peggiore di
entrambe le medaglie. Siamo una societa' ineguale non tanto perche'
alcuni guadagnano tanto di piu' degli altri, ma perche' moltissimi non
hanno opportunita', il sistema non gli offre terreni viabili di
competizione, di mobilita' sociale. La grande diseguaglianza italiana -
faccio un'ipotesi ardita: se misurata lungo il ciclo vitale e per
famiglie e' maggiore in Italia che negli USA - non e' frutto
d'efficienza, ma del suo contrario. E' frutto di monopoli, privilegi,
prebende, sussidi, poteri e riserve di caccia medievali. Tutto e'
bloccato, proibito, monopolizzato, segmentato, accaparato da un gruppo
politico o da un altro. Esiste una fetta gigantesca di lavoratori
marginali, che non hanno educazione, non hanno "connessioni", e quindi
non hanno accesso al terreno di gioco. D'altro lato, nel discorso
politico e nei settori "ufficiali" dell'economia italiana regna sovrano
l'egualitarismo piu' becero, l'idea che quello che prende qualche soldo
in piu' e' solo un "fortunato", non uno che se lo merita. Siccome e'
pura fortuna, tanto vale tassarglielo quell'extra reddito, se si puo'.
La liberta' d'iniziativa economica individuale e' ristretta da un lato
per la presenza di monopoli e parassiti di tutti i tipi, ed e' "punita"
fiscalmente e socialmente dall'altro.
Sagredo.
La metti giu' con pesante retorica, come tuo solito. Ma faccio fatica a
resistere alla sostanza dell'affermazione secondo cui l'Italia e' una
societa' in cui non esistano opportunita' per emergere ed affermarsi.
Stavo quasi per citare le nostre esperienze personali, ma non valgono
visto che ce ne siamo andati :-) ... anche se io penso (o forse spero)
che ce la saremmo cavata non malamente anche li'! Pero' ad osservare
l'esperienza dei pochi che son tornati riesce difficile crederlo, o
hanno avuto la fortuna che la vecchia chioccia da cui venivano li ha
ripresi, o son rimasti fuori a prendere il freddo, bravi o cattivi che
fossero. Insomma, la ragione per cui tu insisti che sia una minchiata
il tradeoff fra equita' ed efficienza e' perche' vedi una curva a U
invertita, una parabola. Pochissima o zero diseguaglianza crea
inefficienza: nessuno ha incentivo a far nulla, al crescere
dell'ineguaglianza dei risultati la gente si attiva e compete. Ma, dopo
un po', se la diseguaglianza cresce ancora lo sforzo di tutti cala, sia
del monopolista vincitore per sempre sia di quelli rimasti indietro,
perdenti per sempre. E, sempre in questo tuo mondo fantastico da
teorico, il livello di diseguaglianza a cui si raggiunge il massimo
d'efficienza economica e' relativamente basso.
Salvati.
Certo, son convinto che e' cosi'. Diseguaglianza ed efficienza
economica vanno di pari passo per un po', poi si raggiunge rapidamente
troppa disuguaglianza a scapito dell'efficienza. Ma la diseguaglianza
eccessiva che si viene a creare non e' il prodotto dell'efficienza
raggiunta, al contrario: e' il prodotto del fatto che appena qualcuno
e' abbastanza avanti rispetto al gruppo cerca di ottenere una condizione di privilegio (dal potere politico, di solito),
insomma cerca di ottenere un monopolio o di escludere i nuovi arrivati, che
e' lo stesso. Pensa a Berlusconi, e' proprio l'esempio paradigmatico di
quanto dico. Quando le TV private son nate, meta' anni 70, era uno dei tanti che competevano, molto simili uno all'altro. Alcuni dei suoi competitori eran
piu' grandi di lui, ed in teoria avrebbero dovuto vincere. Il PCI aveva
le sue TV (uno degli amministratori delle quali, vecchia conoscenza,
fini' a fare il grande manager di ... Mediaset!), Italia 1 era di
Rusconi, Rete 4 di Mondadori, eccetera. Berlusconi fu piu' bravo,
passo' tutti e poi comincio' a comprare le TV dei perdenti.
Incipit Craxi, connubio fra i due: Craxi gli garantisce il
monopolio eterno a cambio del supporto propagandistico. Da allora in
avanti l'innovazione nel settore TV in Italia sparisce, c'e' un unico
monopolista che fa il bello ed il cattivo tempo. Aumenta la
diseguaglianza non tanto perche' Berlusconi e' piu' efficiente, ma perche' e' un
monopolista corruttore che tiene i politici in tasca a botte di
tangenti. Quando i politici che lo proteggono finiscono in galera e'
costretto a diventare lui stesso politico per continuare a preservare
il suo indecente potere di monopolio. Berlusconi e' la metafora del
disastro italiano: al suo confronto i sindacalisti che diventano politici per difendere
i privilegi personali e sindacali sono solo delle metaforine, che pero' raccontano
la stessa storia. Ecco il paradosso: Berlusconi e Bertinotti, per me
pari sono!
Sagredo. E
rieccoti con la retorica millenarista! Proprio ce l'hai nel sangue, non
riesci a fare paragoni meno roboanti? Berlusconi e Bertinotti son la
stessa, cosa, quindi destra=sinistra ed il resto e' ideologia, la linea
di fondo tua gia' la vedo! Ah, gli uomini pieni di certezze, io sono un
uomo ricolmo di dubbi ed incertezze invece, per questo faccio domande
ed accetto provvisoriamente tutto, con umilta' ma coscienza che tanto,
poi, tutto si rivela erroneo ... ad ogni modo, questo e' il tema della
prossima settimana, o di quella dopo addirittura. Calmati e fatti una
birretta, che io riconduco il tutto alla teoria economica ed ai suoi
dati. Che la situazione in Italia possa essere descritta empiricamente
in questi termini (una curva ad U invertita e molto asimmetrica che
lega diseguaglianza sull'asse orizzontale ad efficienza economica sul
verticale, con il massimo che si raggiunge quasi subito) e'
un'interessante spunto di ricerca sia teorica che empirica.
L'affermazione e' dunque che l'Italia e' inefficiente perche'
diseguale, ed e' diseguale perche' inefficiente a causa di monopoli e
statalismi e privilegi a go-go. A livello macroeconomico, se la misuri
con l'indice di Gini o cose simili, la disuguaglianza e' minore che
negli Stati Uniti, ma (in media) si sta peggio. Ma a livello micro
osservi il problema: ad essere avvantaggiati non sono i piu' bravi, ma
i piu' ammanicati, il che distorce gli incentivi. Quindi se per te la
ricetta e' aumentare equita' in Italia, non sono sicuro che sia una
soluzione semplice semplice, dipende da come lo fai. Devi aumentare
equita' facendo saltare i privilegi, ma i detentori dei privilegi sono
anche i detentori del potere economico, politico e sindacale ...
quindi? La proposta di finanziaria sembra riuscire nel difficile
intento di diminuire sia efficienza che equita', trasferendo risorse ai
ricchi evasori o elusori e togliendole ai produttori piu' bravi ed
efficienti. E le finanziarie precedenti non erano tanto meglio, anzi
nemmeno tentavano di ristabilire equita' ed efficienza. Ma se e' cosi', allora
Destra e Sinistra, per come intendo io questi concetti, sono etichette
senza molto significato. Nella mia definizione hanno senso solo se
efficienza ed equita' sono alternative.
Salviati.
Stupendo! Io son felicissimo di riconoscere che, quando
uno guarda i dati e le teorie economiche senza pregiudizi, non puo' non giungere alla
conclusione che la questione non e'
ideologica, ma pratica,
quantitativa: un
po' di disuguaglianza e liberta' d'iniziativa producono crescita ed
efficienza, troppa diseguaglianza puo' solo venire dall'inefficienza e dalla mancanza di crescita e tende a farle perseverare. Quanto sia "un po'" e quanto sia "troppa" sono domande empiriche difficili a cui la ricerca non ha ancora dato risposta ne', a mio avviso, prestato la giusta attenzione. Questa e' la questione tecnica che va chiarita, e che ne' noi ne' altri ha ancora affrontato di petto. Poi vediamo cosa puo' fare o non fare la politica per far
si' che ci sia il minimo di diseguaglianza necessaria all'efficienza
che si vuol ottenere e che, soprattutto, nel lungo periodo la
diseguaglianza non sia il prodotto di monopoli o posizioni acquisite e
parassitiche che uccidono competizione ed efficienza alle radici.
Sagredo. Si'
ma allora, destra e sinistra sono solo i portavoce di due coalizioni di gruppi
d'interesse diversi? E' a questa conclusione che siamo arrivati ed e'
da qui che vogliamo partire, al nostro ritorno da Mexico lindo? A
dormire, dunque.
FINE DELLA SECONDA SERATA
caro Salviati,
non e' tanto ardita, la tua ipotesi! (quella che, se misurata lungo il ciclo vitale, la disuguaglianza e' maggiore in italia che in usa)
Vedetevi Flinn, Christopher, "Labor Market Structure and Inequality: a Comparison of Italy and the US" Review of Economic Studies July 2002 (vol. 69, n. 3). Chris trova proprio che mentre la disuguaglianza misurata scattando una fotografia dei redditi in un dato momento e' piu' alta in USA, quando si guarda all'intero arco di vita non lo e'. Questo perche' nel mercato del lavoro americano ci sono piu' opportunita' di effettuare transizioni in su e in giu' all'interno della distribuzione dei redditi, mentre in italia e' tutto gessificato. Chi ha orecchie da intendere...