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Ex Kathedra In primo piano Bisturi, Provette e Valigie di Cartone: l'immigrazione negli USA

di giorgio topa,  4 Maggio 2006 stampa
Negli ultimi mesi il dibattito sull’immigrazione negli USA si è fatto, a dir poco, arroventato. Oggetto del contendere è una serie di proposte per riformare le leggi sull’immigrazione che, se da un lato intende rafforzare i controlli alle frontiere, dall’altro mira a legalizzare gli immigrati clandestini attualmente su suolo americano, ad istituire un 'guest worker program' per lavoratori temporanei, e ad aumentare le quote di visti per residenza permanente (le famose green cards). Questo dibattito può forse essere istruttivo anche nel contesto italiano.
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Lunedi Primo maggio, mentre in buona parte del mondo i lavoratori festeggiavano, negli Stati Uniti centinaia di migliaia di immigrati manifestavano per esprimere il loro sostegno a una serie di iniziative legislative che dovrebbero legalizzare una buona parte degli attuali immigrati clandestini, e aumentare i flussi immigratori - sia di braccianti sia di astrofisici, medici, ingegneri, biologi - negli USA. Al tempo stesso, sul confine tra Texas e Messico, i "Minutemen" ergevano una barriera di filo spinato per dire che se non ci pensa il governo americano a fermare l'immigrazione dal Messico, ci penseranno i cittadini.

Ci sono oggi negli USA circa 36 milioni di immigrati, ovvero il 12% della popolazione complessiva. Di questi, quasi un terzo (circa 11 milioni) sono “unauthorized” o “undocumented”, insomma clandestini. Gli immigrati “regolari” rappresentano dunque circa l’8.5% della popolazione. In confronto, in Italia gli stranieri regolari sono quasi tre milioni, ovvero circa il 4.8% della popolazione. Ma si sa, gli Stati Uniti sono un paese di immigrati. E difatti l’attuale presenza non è un fatto nuovo: anzi, agli inizi del ventesimo secolo la percentuale di immigrati negli USA sfiorava il 15% della popolazione.

Se questo è lo stock, quali sono i flussi? Le stime più attendibili parlano di un afflusso annuo di 350,000 – 600,000 clandestini, e di 6 – 700,000 regolari. La maggioranza degli immigrati clandestini proviene dal Messico e, pur avendo livelli di educazione piuttosto bassi (uno su due non ha finito le scuole superiori), sono tuttavia “selezionati”: la percentuale di maschi messicani emigrati clandestinamente negli USA che ha almeno 9 anni di educazione è circa il 50%, mentre fra i maschi messicani residenti in Messico la percentuale è del 35%. Questa statistica, in sé, non dovrebbe sorprendere: visto che emigrare rappresenta comunque un costo (abbandonare la famiglia e gli amici del bar dell’angolo, pagare $2,000 al coyote che ti fa attraversare di nascosto la frontiera, trovare un lavoro e un posto per dormire, ecc.) è chiaro che chi emigra ha motivazioni, abilità, ambizione, livello di educazione superiori a chi non lo fa.

E quali sono i benefici dell’emigrare? Il differenziale medio di salario orario tra Messico e Stati Uniti, per un lavoratore (clandestino) di 27 anni che a malapena ha finito le elementari, viene stimato attorno ai 6-7 dollari. Il calcolo del valore attuale netto sull’arco dell’intera vita lavorativa della decisione di emigrare dal Messico agli Stati Uniti è complesso, e produce stime molto differenti a seconda delle ipotesi che si fanno sull'andamento futuro dei salari e sui tassi di sconto. Una stima rozza e approssimativa si aggira intorno ai 300.000 dollari. E questa è probabilmente una stima per difetto, visto che presumibilmente le opportunità di mobilità sociale negli Stati Uniti sono superiori a quelle in Messico.

Ma gli immigrati non sono solo i braccianti clandestini. Negli Stati Uniti arrivano anche i laureati, i medici, gli ingegneri, i biologi, i matematici, ecc. Tanto che la distribuzione per livelli di educazione della popolazione di immigrati e' bimodale (cioe' ha due picchi), come dimostra la figura qui sotto: se da un lato ci sono parecchi immigrati che non hanno neanche finito le superiori, dall'altro ci sono anche molti laureati o in possesso di Master e dottorati. E la percentuale di "cervelloni" fra gli immigrati e' addirittura piu' alta che fra i cittadini nati e cresciuti negli USA: 10.1% contro 7.5%.

 

educazione

 

Gli americani, però, non sono molto contenti di questa situazione. A parte il fatto che proprio non va loro giu’ l’idea che chi viola la legge riceva poi un’amnistia, a parte le loro preoccupazioni che gli immigrati non parlano inglese (vero, in parte) e poi aumentano il tasso di criminalita’ (falso: gli americani DOC compiono più atti criminosi degli immigrati), c’è la percezione che gli immigrati rubino il lavoro ai cittadini americani - qui si distingue tra “foreign born” e “natives”, il che fa un pò ridere perché di natives sono rimasti solo due indiani (pellerossa, tanto per capirci) nelle riserve - e deprimano i salari dei lavoratori americani, soprattutto quelli a bassi livelli di educazione. Per non parlare di tutti i servizi sociali (sanità, educazione, ecc.) che si sbafano gli immigrati clandestini senza pagare le tasse.

Ma cosa dicono gli economisti di tutto ciò? Per quanto riguarda l’impatto degli immigrati sulle opportunità di lavoro e i salari dei natives, la stragrande maggioranza degli studi empirici conclude che, sorpresa!, l’effetto è nullo, zero, zilch, nada. Questo risultato si ottiene sia paragonando fra loro diverse città americane con diversa intensità di immigrazione, sia esaminando episodi storici di un improvviso forte afflusso di immigrati in una certa regione degli USA (ad esempio, nella primavera del 1980 il Mariel boatlift da Cuba a Miami fece aumentare di colpo la forza lavoro di Miami del 7%! Anche in quel caso salari e l’occupazione dei residenti non ne risentirono).

Certo, questo risultato empirico sembra un po' strano. Ma una spiegazione (anzi, diverse) c’è. Primo, in un’economia aperta come quella statunitense, se l’afflusso di immigrati fa aumentare l’offerta di lavoro, il risultato è che cambiano i processi produttivi e il mix di beni e servizi prodotti, ma non cambiano i salari. Per fare un esempio, se a Los Angeles ci sono un sacco di immigrati dal Messico, il risultato è che l’industria tessile di magliette a buon mercato prospera (invece di finire tutta in Cina o in Vietnam), ma non che i salari dei natives ne risentono.

La seconda spiegazione possibile è che, anche per un’occupazione e un livello educativo dati, lavoratori immigrati e natives non sono esattamente intercambiabili, ma sono piuttosto complementari. L’immigrato porta idee, modi di lavorare, abilità specifiche diverse da quelle del native, e la produttività ne trae beneficio. E quindi i salari posso addirittura aumentare. Uno studio recente di Gianmarco Ottaviano e Giovanni Peri trova che un aumento di lavoratori immigrati pari al 6% della forza lavoro statunitense fa aumentare i salari medi del 2%, grazie a questo meccanismo.

Per quanto riguarda invece l’impatto sui bilanci fiscali degli stati, sul bilancio federale, e sulla fornitura di servizi sociali, le stime indicano effetti negativi dell’immigrazione sui bilanci locali e statali, positivi sul bilancio federale. Per esempio, siccome la popolazione di immigrati è in media più giovane di quella native, gli immigrati tendono ad influire positivamente sul bilancio della previdenza sociale. La grandezza di questi effetti, tuttavia, è molto piccola rispetto alle dimensioni del deficit pubblico (meno del 5%). Queste stime sono però abbastanza semplicistiche: non tengono conto per esempio, dei possibili cambiamenti di politica fiscale indotti dall’immigrazione, oppure - a livello locale - dell’effetto degli immigrati sui valori immobiliari e quindi sul gettito di tasse tipo ICI.

Ci sono infine gli effetti “intangibili” dell’immigrazione sul paese ospite. I nuovi arrivati portano con se nuove idee e nuove energie, innovazioni, nuove imprese e intraprese. E come dice un famoso storico (americano) di New York, Ken Jackson, New York City “…has been unusually successful for almost four centuries because of its heterogeneity, not in spite of it; because of its openness, not in spite of it; and because of its immigrants, not in spite of them. […] The constant infusion of new energy and ideas into the metropolis over the years enabled New York to meet economic and technological challenges that destroyed the prospects of competing cities.

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