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Qui è FLG Ancora su pubblico e privato.

di gianni de fraja,  6 Marzo 2007 stampa
Questa volta il mercato del lavoro. Con una domanda a chi potrebbe cambiare le cose. Perché il mercato di lavoro, in Italia, è così diverso tra il pubblico e il privato?

Secondo il Capo di Stato maggiore dell'Aeronautica, l'Italia ha 30/35 mila marescialli in esubero. Costerebbe meno, dice l'ufficiale, e non indebolirebbe la difesa del patrio suolo, dargli lo stipendio perché stiano a casa a girarsi i pollicioni. Chi ha fatto il militare e li ha visti all'opera, i marescialli, concorderà senz'altro; gli ingenui, come il sottoscritto, rimarranno però leggermente sbigottiti dal numero: 35 mila? Lo 0.1% della forza lavoro italiana? Tanti eh? L'informazione viene da Emilio Pierini, in una lettera sulla Voce che riferisce al sito del Senato (l'ho cercato per cinque minuti, senza trovare la fonte, e ho rinunciato, fidandomi di EP).

Continuo il preambolo riportando l'esperienza di mio cognato, che da tenente colonnello nell'esercito inglese è stato licenziato (insieme a molti altri), perché era, appunto, in esubero.

E vengo all mia domanda. Perché il mercato di lavoro, in Italia, è così diverso tra il pubblico e il privato?

Litigano a gran voce, gli efficientisti e i sindacalisti, sulle riforme del mercato del lavoro: ma proviamo a fare questa propostina:

"i diritti dei lavoratori privati non si toccano, e i diritti dei lavoratori del settore pubblico diventano uguali ed identici a quelli del settore privato (che, come detto sopra, non si toccano)".

Per farlo bisognerebbe eliminare il secondo comma dell'articolo 2077 del codice civile, ma non vedo altre difficoltà legali.

Immaginate il casino. I dipendenti pubblici, e non solo i fannulloni di Pietro Ichino, protesterebbero come matti. No surprise here. Ma i dipendenti privati e i loro sindacati che direbbero mai? Non ci pensano mai, la notte, i metalmeccanici, loro che devono sempre preoccuparsi della spada di damocle della cassa integrazione, che il giardiniere comunale, assunto a 18 anni, ha lo stipendio garantito per 520 mensilità (non scordate le 40 tredicesime), e poi la pensione finché campa? Ah, e niente trasferimenti, anche se il parco per cui è stato assunto viene asfaltato e trasformato in parcheggio o aeroporto? E c'è un altro bel parco cinque chilometri piu in là? Non hanno mai una briciolina di invidietta? E non pensano mai, i metalmeccanici, che parte delle loro sudate tasse servono solo a tener calde 35 mila sedie con i deretani di altrettanti marescialli? 35 mila. Mai? Really? Mai mai mai mai mai?

Quando, in UK, l'esercito riceve meno soldi dal contribuente, i generali sbuffano, ma poi smobilitano reggimenti centenari. Lo stesso avviene altrove nel settore pubblico: se si chiude un ospedale, i dipendenti sono licenziati, se due polizie provinciali si accorpano, i posti di lavoro si riducono. Esattamente come nel settore privato: se la BMW chiude un impianto gli operai devono cercare un altro lavoro. Ci sono, certo, scioperi e picchetti e proteste e contrattazioni e interpellanze parlamentari, e il datore di lavoro offre vari pre-pensionamenti e altri zuccherini per limitare la tensione e così via. E ciò non mi sembra poi così diverso da quello che succede in Italia nel settore privato: forse in Italia c'è più protezione; non so in Amerika, ma qui non si scherza come regole e rigidità, diritti dei lavoratori, e risarcimenti danni, e tribunali del lavoro, in media fortemente a favore dei lavoratori. Non dico che sia giusto o sbagliato (se volete proprio la mia opinione vi dirò che lo trovo più giusto che sbagliato), dico questo: c'è poca differenza tra dipendenti pubblici e privati in UK e dipendenti privati in Italia. Naturalmente, nel settore pubblico (alcuni) dipendenti hanno più potere contrattuale, e lo usano lo usano.

Idem per le assunzioni: la Luxottica mica fa concorsi con tutte le manfrine delle buste chiuse e degli anonimati, con verbali infiniti e inutili, con le graduatorie in cui chi ha sei figli o è unico nipote maschio di nonna materna vedova (non scherzo) riceve punti in più: mette un annuncio sul giornale e/o su internet (non la gazzetta ufficiale, in che secolo viviamo?), fa una short list, chiede lettere di reference (che restano in archivio così chi scrive scemenze lascia le prove), fa un colloquio, in cui "come interagisce con i colleghi" è una domanda pertinente, esattamente come la mia scuola media locale.

Il mercato del lavoro in italia è duale, con una parte dei lavoratori (quelli pubblici) superprotetti, un'altra (quelli privati) meno protetti (in media, poi ci sono quelli sprotetti totalmente, ma quello e' un altro discorso ancora). Da economisti possiamo pensare alle conseguenze. Ne vedo subito un paio, oltre al moral hazard che è ovvio: adverse selection and rent-seeking. Traduco (in italiano e linguaggio non tecnico).

Il moral hazard è il fatto che se so di non poter essere licenziato, ho poco incentivo a rendermi indispensabile al mio datore di lavoro. Quindi lavorerò meno sodo che se fossi più incerto. Ciò ha un costo in termini di efficienza (ma questa è una conseguenza della rigidità, non della differenza in rigidità).

Adverse selection. Se so di essere un lavoratore poco capace/bravo/motivato/sano/etc preferisco lavorare da un datore di lavoro che magari mi paga meno, ma che mi assicura 520 buste paga, piuttosto che uno che mi premia se sono bravo e mi punisce se non lo sono. Ne segue, che, a parità di altre variabili, il settore pubblico finisce per attrarre lavoratori meno capaci/bravi/motivati/sani/etc della media e del settore privato: questo è un detrimento per il servizio pubblico, e dal punto di efficienza implica che alcuni lavoratori abbiano un posto non adatto alle loro abilità-qualifiche ma solo alle loro preferenze "fa-nulloniche", inutilmente incentivate dalla super-protezione pubblica.

Rent-seeking. Il posto pubblico è come un terno al lotto. Vincerlo ha valore ben superiore ai costi che si incorrono. Perciò se si può si cerca di fare attività che rendano più facile vincerlo. Alcune di queste attività, come il pagamento immediato di contante ai commissari di concorso, non avrebbero effetti di efficienza di per se, ma, essendo apertamente illegali, sono meno frequenti; altre, invece, come le decisioni che si prendono una volta che si ha il posto e che sono diverse da quelle che si prenderebbero se non ci si dovesse sdebitare con chi ci ha fatto vincere il concorso, hanno un costo sociale superiore al beneficio del ricevente, e quindi creano inefficienze. Siccome il beneficio è più alto per lavoratori meno capaci/bravi/motivati/sani/etc, saranno proprio questi ultimi a fare più rent-seeking. La magistratura può fare pochino, se gli incentivi restano tali, la gente risponderà agli incentivi.

Quindi, da un punto di vista sociale, il mercato del lavoro così duale tra publico e privato come in Italia, è inefficiente. Non è nemmeno ovvio che questa perdita di efficienza sia compensata da una maggiore equità, perché se è vero che quelli che occupano i posti pubblici sono meno capaci della media e pertanto più meritevoli di assistenza, questo aumento di benessere sociale è ridotto dal fatto che chi riceve le bustarelle o i favori non è ncessariamente più meritevole della media. E dal fatto che chi deve ricevere servizi non li riceve, e paga lo stesso.

Questi effetti non sono dati dalla rigidità del mercato del lavoro in generale ma dalla differenza tra settore pubblico e settore privato; date le preferenze di una nazione per un livello di rigidità nel mercato del lavoro, è subottimale avere livelli di rigidità così diversi nei vari settori. Forse, una campagna intelligente in cui si dice "i lavoratori pubblici fino ad oggi sono stati protetti più del necessario, a scapito sia dell'efficienza, sia dei lavoratori privati, da oggi in poi mettiamo i due mercati del lavoro allo stesso livello" potrebbe anche ottenere un po' di consenso, in parlamento e in alcune parti di società privata, da poter essere introdotta.

Ma chi la direbbe mai una tal semplice verità? Il cavaliere bianco? Un sindacalista intelligente? Forse Luciano Lama avrebbe potuto dirlo, ma oggi?

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Rss dei commenti

  di piergiuseppe fortunato, 07 Marzo 2007, 01:12 permalink rss

sinceramente mi risulta difficile immaginare epifani, anegeletti e bonanni che abbandonano le rispettive strutture di categoria in nome della disparita' pubblico/privato. o rinaldini che guida la fronda della FIOM contro i parassiti della CGIL-FP.

e non soltanto perche' i succitati non siano proprio un buon esempio di "sindacalisti intelligenti".

la forza e la specificita' delle confederazioni sindacali italiane e' la loro coesione across categorie differenti: sindacati di base pochi e molto uniti, non migliaia (come ad esempio in Francia), e strutture estremamente centralizzata. tra l'altro, il peso dei lavoratori del settore pubblico all'interno delle confederazioni e' tutt'altro che marginale (per la CGIL, circa il 10% degli iscritti).

in questo contesto, quali incentivi potrebbero spingere un "sindacalista intelligente" a farsi portavoce della battaglia contro il dualismo del mercato del lavoro italiano? provare a ripetere il 17 febbrario di luciano lama?

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  di piero, 07 Marzo 2007, 23:31 permalink rss

Da cosa evince che ai lavoratori nel settore pubblico siano garantiti più diritti rispetto ai lavoratori nel settore privato? Quale articolo del codice civile afferma questo principio? E il comma 2077 da lei citato, che cosa centra? Ad esempio, potrebbe sapere che oggi la maggioranza dei lavoratori nel settore pubblico sono assunti con  contratti a termine, così come nel settore privato.  

Una provocazione: la sua, come quelle di altri economisti in questo dibattito pubblico/privato, mi sembra tanto una posizione ideologica (per carità, nessun problema sulle posizioni ideologiche). Quale modello teorico sostiene che un'azienda pubblica debba funzionare necessariamente peggio di una privata?  Quanto all'evidenza empirica, va bene l'evidenza aneddotica, ma analisi un pò più sistematiche? E poi, sugli aneddoti, ma quante aziende private sono piene di lavoratori demotivati, stanchi, fannulloni e promossi per anzianità...io avrei diversi esempi.

 

 

  

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  di lorenzo, 08 Marzo 2007, 14:44 permalink rss

Gianni, una domanda: perché se un datore di lavoro "incapace" - per usare una parola tanto cara a Ichino & Co.-  si impegna ad assumermi a tempo indeterminato e ad un certo punto si accorge che non ha nulla da farmi fare dovrei essere licenziato? L'errore è tutto suo, non ti pare? 

Però, se non ho capito male, è proprio quello che tu auspichi.

Se l'esercito italiano sovrastima il fabbisogno di caporali non dovremmo forse mandare a casa il ministrodelladifesa o chi per lui?

Francamente questa parte del tuo discorso mi lascia un po' perplesso. Mi piacerebbe se potessi spiegarti meglio.

 

 

 

 

 

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  di sandro brusco, 08 Marzo 2007, 17:10 permalink rss

Le stime sul personale non possono sempre essere corrette, e la questione è cosa fare quando si ottiene nuova informazione che richiede un cambiamento negli organici.

Dopo la fine della guerra fredda gli amerikani hanno chiuso diverse basi e ridotto il numero di militari. Questo non significa che chi aveva assunto quei militari al tempo della guerra fredda fosse un incapace. Semplicemente, si era realizzata una nuova situazione geopolitica, che era impossibile prevedere nei dettagli 10 o vent'anni prima.

Allo stesso modo, se il comune assume un certo numero di spazzini per pulire con la ramazza e poi il progresso tecnologico inventa macchine per pulire molto più efficienti, allora il numero ottimo di spazzini diminuisce. Di nuovo, non c'è stata incapacità, semplicemente non è possibile prevedere tutte le contingenze possibili e in particolare l'evoluzione del progresso tecnico. Imporre che un qualunque impiego, sia nel settore pubblico sia in quello privato, debba durare comunque a vita è non solo irrealistico ma pericoloso. Da un lato ingessa la società, imponendo la conservazione di tecnologie inefficienti o di mestieri resi inutili, e dall'altro scoraggia i datori di lavoro dall'assumere.

Sia come sia, la questione se punire i datori di lavoro che sbagliano nell'assumere oppure no esula dal tema del post. Il punto di Gianni è diverso. Dice semplicemente: perché mai dovremmo trattare diversamente i lavoratori del settore pubblico da quelli del settore privato? Questa è la domanda a cui rispondere. Io, francamente, non vedo nessuna buona ragione.

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  di luigi, 08 Marzo 2007, 19:58 permalink rss
sandro, le regole di licenziamento come le hai descritte tu sono sostanzialmente regole di risk-sharing, dove il rischio è rappresentato da uno shock sulla tecnologia. Ora, se si attribuisce il diritto di licenziamento no questions asked, ex-ante tutto il rischio  viene sopportato dal lavoratore, piuttosto che dall'impresa. Ci sembra questa una regola efficiente di risk-sharing? Ex-ante chi ha piu' possiblità di assicurarsi contro queste contingencies, il lavoratore o l'impresa? Chi è piu' risk-averse?
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  di sandro brusco, 09 Marzo 2007, 10:55 permalink rss

Di nuovo, stiamo andando fuori tema. Sono d'accordo che dare al datore di lavoro il potere di rescindere il contratto at will non è necessariamente ottimale, e pienamente d'accordo che l'impresa debba sopportare parte dei rischi che derivano dagli shocks tecnologici. Ci sono tanti strumenti legislativi per ripartire il rischio (assicurazione contro la disoccupazione, richiesta di giusta causa nei licenziamenti etc.) e non è qui il luogo dove iniziare la discussione, per affascinante e complicata che sia.

Il tema qui è: ha senso trattare in modo differente dal punto di vista normativo il dipendente pubblico e quello privato? Se veramente pensiamo che la (de facto se non de jure) illicenziabilità dei dipendenti pubblici sia ottimale allora dovremmo richiederla anche per i privati, no? E se non è ottimale, ed è invece opportuno chiudere aziende completamente decotte in cui il lavoro distrugge ricchezza anziché crearla, perché non applicare la stessa regola al settore pubblico?

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  di luigi, 10 Marzo 2007, 21:42 permalink rss

si era un'osservazione fuori tema, me ne scuso, pero' a me sembra che se in Italia si fosse impostato il dibattito in questi termini, invece di dividersi al solito tra  paladini della produttività e  paladini dei diritti dei lavoratori, forse a qualcuno sarebbe venuta in mente una riforma che da una parte rendesse più facile licenziare e dall'altra ripartisse il rischio tecnologico attraverso l'assicurazione contro la disoccupazione. (tra l'altro, c'è un bell'articolo di Blanchard-Tirole sul tema)

 Non ha senso, ovvio che non ha senso. Se vogliamo, attraverso l'illicenziabilità dei dipendenti pubblici lo stato fornisce quell'assicurazione di cui sopra, ovviamente in modo del tutto iniquo perché discrimina tra lavoratori pubblici e privati. 

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  di michele boldrin, 08 Marzo 2007, 17:12 permalink rss

Non sono Gianni, ma ci provo io a rispondere.

C'e' una risposta ovvia, che utilizza la stessa logica del tuo paradosso e lo rovescia. Ossia, perche' un lavoratore "incapace" che accetta un contratto di lavoro con un'azienda nella quale poi non ha nulla da fare dovrebbe essere premiato per lo sbaglio che ha fatto e continuare ad essere pagato? Se era meno incapace, si sceglieva un posto di lavoro utile invece che uno inutile. Come nel caso del divorzio, quando due si sposano tendono ad essere convinti che staranno assieme per sempre ... pero' poi scoprono che si sono sbagliati (entrambi), che le circostanze son cambiate, eccetera, e che il contratto va rescisso. Se possono divorziare (sia consensualmente che unilateralmente) marito e moglie, perche' non possono divorziare azienda ed impiegato?

Piu' in generale: e' la nozione di contratto di lavoro a tempo "indeterminato" che e' insensata, perche' nessun contratto fra due parti puo' essere a tempo indeterminato in senso stretto. Altrimenti e' una schiavitú. Il contratto serve per formalizzare il fatto che X ed Y hanno una cosa da fare assieme e che X da a Y $$$ in cambio di ore di lavoro. Nessuno dei due e' magico ed onniscente: la cosa che fanno assieme e' utile oggi (ed X pensa che Y e' capace di farla) ma puo' essere che non sia piu' utile domani perche' il mondo cambia, o perche' Y smette di essere capace di farla, gli passa la voglia, oppure e' davvero imbranato ha mentito e non la sa fare. L'elenco di ragioni e' ovviamente infinito. Quindi e' ragionevole offrire la possibilita' di rescindere il contratto a fronte delle nuove circostanze. Nota che spesso la rescissione del contratto implica penali per l'una o l'altra parte, il che va benissimo: basta che i due si mettano d'accordo dall'inizio sulle penali da pagare ed in che caso le devono pagare, e fine della fiera.

Anche perche', nel settore privato, l'imprenditore "incapace" viene punito dal mercato in maniera molto semplice ma effettiva: fallendo e perdendo il suo investimento. Infatti, cio' che succede quando si impone all'imprenditore incapace di mantenere occupato il lavoratore incapace pagandolo anche se fa nulla o fa cose inutili e' che i veri puniti sono quelli che pagano le tasse. Perche' il sindacato impone allo stato di pagare una prebenda, altrimenti nota come sussidio, all'imprenditore incapace (per esempio, FIAT con i suoi belli esuberi pagati dal sistema di pensioni, ovvero dai contributi di chi continua a lavorare) il quale riceve soldi dalle tasse dei "non incapaci" per pagare se stesso ed i lavoratori "incapaci" mentre fanno l'assoluto nulla. Questa e', ovviamente, l'implicazione logica del mantenere il posto di lavoro finto per chi o non fa nulla o fa cose non utili: che qualcun altro che lavora e fa cose utili e' costretto a lavorare di piu' e ricevere di meno per mantenere gli incapaci.

Il tutto, ovviamente, si applica anche al caso dei sergenti e dei marescialli. Se il ministro della difesa fa le previsioni sbagliate, si tratta di renderlo pubblico e suggerire agli elettori di punirlo non votandolo. Nel contempo, poiche' anch'essi hanno fatto la scelta sbagliata e mantenerli a fare il nulla piu' assoluto (qualcosa fanno: chiunque abbia fatto il militare sa cosa fanno i marescialli, si portano a casa le forme di grana, la benzina, l'olio, la pasta, le risme di carta, le camicie e gli scarponi da rivendere al vicinato ... ossia, rubano) costringe qualcuno che fa un lavoro utile a lavorare di piu' e ricevere di meno, e' bene mandare a casa marescialli e tenenti in esubero. Cosi' la prossima volta, assieme a familiari ed amici tutti, votano contro il politico incapace e stanno piu' attenti sia ad eleggere parlamentari incapaci che a credere alle loro promesse. Due piccioni con una pietra.

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  di lorenzo, 08 Marzo 2007, 19:32 permalink rss

Forse è vero che stiamo andando fuori tema, però...

obiezione 1:

"...perche' un lavoratore "incapace" che accetta un contratto di lavoro con un'azienda nella quale poi non ha nulla da fare dovrebbe essere premiato per lo sbaglio che ha fatto e continuare ad essere pagato?"

l'eventuale "incapacità" di un individuo non c'entra molto con il diritto che questi ha di vedere rispettato un contratto, non trovi?

obiezione 2:

"Se possono divorziare (sia consensualmente che unilateralmente) marito e moglie, perche' non possono divorziare azienda ed impiegato?"

D'accordo al 100% ma se l'atto è unilaterale e senza giusta causa è corretto, come previsto dalla legge, un risarcimento anche per quel lavoratore incapace a cui però il datore di lavoro non affida mansione alcuna (es: i caporali di de fraja)!

Detto questo, ovviamente convengo con la tua (vostra) idea di fondo anche se cono convinto che la differenza tra lavoro pubblico e privato sia esclusivamente nel differente grado controllo da parte del datore di lavoro.

 

 

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  di michele boldrin, 08 Marzo 2007, 21:48 permalink rss

Ho l'impressione che stiamo girando in tondo. Proviamo quindi ad essere precisi. In particolare, non trovo utile citare un pezzettino del ragionamento omettendo il resto. Alle obiezioni che fai il mio commento ha gia' risposto. Comunque, ci riprovo.

Obiezione 1. La mia frase e' speculare alla tua sull'imprenditore incapace che ha fatto l'offerta di lavoro sbagliata. Hai scelto tu quella logica paradossale, non io. Io ho solo seguito la TUA logica per farti notare che taglia anche dall'altro lato. Un contratto di lavoro richiedo un atto volitivo delle due parti, ovvero e' una scelta di entrambi. Se il "match" fra i due non funziona vuol dire che entrambi hanno sbagliato (nel tuo linguaggio, sono "incapaci") non solo uno. E se non deve pagare uno per lo sbaglio dell'altro, vale anche il viceversa. Una legislazione che permetta il licenziamento per cause economiche fa sì che entrambi paghino per il loro errore: l'imprenditore paga perche' perde soldi e deve cercare un altro dipendente piu' adatto, il lavoratore paga perche' perde soldi e deve cercarsi un altro imprenditore piu' adatto.

Inoltre, e l'ho gia' scritto, un contratto di lavoro NON e' un contratto di reciproca schiavitu' a tempo indeterminato. Se non si capisce che "tempo indeterminato" non vuol dire "per sempre" ma vuol dire "questo contratto non ha un termine pre-determinato, ma si applica a tempo indeterminato" non so che dire. Indeterminato non vuol dire infinito, vuol dire non-determinato all'atto dell'estensione del contratto. Licenziare qualcuno NON corrisponde a violare un contratto ma, bensi', corrisponde all'applicazione di una delle clausole del contratto stesso che, come tutti i contratti, stabilisce le modalita' del suo scioglimento. Tali modalita' possono essere decise consensualmente dalle due parti (come dovrebbe essere, ma non è) o possono essere imposte per legge e attraverso il ricatto sindacale (come è, ma non dovrebbe essere). La seconda soluzione, vigente in Italia da circa 40 anni, porta a punire solo le imprese le cui circostanze economiche cambiano o che sbagliano previsioni ma non hanno santi politici e sindacali in paradiso, come invece hanno la FIAT e le altre "darling" del sistema politico-sindacale romano. Ovviamente tale situazione genera effetti sociali altamente dannosi.

Il che risponde all'Obiezione 2. Non sta scritto da nessuna parte che il contratto di lavoro non debba esplicitare le condizioni per il suo scioglimento e le eventuali compensazioni reciproche. Io di certo non l'ho mai detto ne' scritto. Quando tali condizioni, per effetto di potere politico e sindacale, vengono imposte dall'esterno e sono sempre ed eccessivamente favorevoli ad una delle due parti - come avviene in Italia, in particolare nel settore pubblico dove persino i dipendenti colti in flagrante e grave reato a danno dei cittadini e dello stato stesso hanno il diritto di mantenere il proprio posto di lavoro ed il relativo stipendio - allora la parte sistematicamente danneggiata, cerca di difendersi nelle maniere che le risultano possibili. Una di queste, come ben sappiamo, e' andarsene.

Finalmente, la differenza fra pubblico e privato puo' essere senz'altro ridotta, se proprio vuoi, a "differente grado di controllo da parte del datore di lavoro", ma questo non implica sia una cosa minore, ne' facilmente curabile con le regole attuali del gioco. Nel pubblico il "datore di lavoro" non ha, purtroppo, alcun incentivo ad esercitare alcun controllo, anzi. Ha tutti gli incentivi a lasciar fare ai dipendenti pubblici cio' che vogliono e continuare a pagarli profumatamente: continuano ad uscire statistiche che mostrano come da almeno trent'anni a questa parte il tasso di crescita dei salari medi dei dipendenti pubblici sia sistematicamente superiore a quello dei lavoratori del settore privato, mentre il loro numero continua a salire. Tutto questo serve per guadagnare voti, comprandoli con le tasse degli italiani che lavorano nel privato. Non credo che tutto questo si risolva a base di "maggiori controlli", come l'evidenza ampiamente dimostra.

Questo si risolve solo licenziando e, soprattutto, privatizzando decine di funzioni ora svolte da aziende pubbliche ed entita' ministeriali. Dalle poste ai treni, dalla sanita' a larghi settori dell'educazione, dai servizi pubblici locali a vari enti assicurativo-previdenziali. Nota che questi dipendenti pubblici non sono super-pagati, sono semplicemente troppi rispetto a cio' che devono produrre. Sono troppi perchè, per le ragioni dette sopra, sindacati e politici hanno avuto l'incentivo a far crescere l'occupazione pubblica il piu' possibile perche' cosi' crescevano i contributi sindacali, il loro potere ed i loro voti. Se ne sono, ovviamente, fregati sia di far sì che costoro lavorassero e producessero qualcosa di utile, sia di far sì che coloro i quali lavoravano venissero premiati adeguatamente. Questo NON è nell'interesse del politico e del sindacalista, quindi non lo fa ed è inutile e dannoso, come continuano a fare Ichino ed altri ben intenzionati, continuare a far finta che è da politici e sindacalisti che verranno le misure per esercitare un controllo sull'operosità dei dipendenti pubblici: non gli conviene! Fra di loro, cioé fra i dipendenti pubblici di massa che producono servizi privatizzabili, parecchie persone lavorano duro, ed una grande percentuale fa l'assoluto nulla. Ovviamente la percentuale di nullafacenti è cresciuta nel tempo, visto che a lavorare non ci si guadagna nulla! Privatizzando si potrebbero mantenere i primi (magari pagandoli anche un po' di piu') e lasciare a casa i secondi. Solo quando avremo fatto questo e così sfoltito la foresta dell'impiego pubblico "massivo" sara' piu' facile vedere che al centro della stessa foresta siede da sempre, e ben celato dalla coltre fumogena del "dipendente pubblico massa", un "nocciolo duro" di super-privilegiati (direi 100mila persone, forse meno) che sono i veri e scandalosi super-parassiti d'Italia. Parlo dei ministeriali "centrali" ossia piazzati negli uffici dei ministeri in quel di Roma, dei dipendenti di vari organi costituzionali, delle alte dirigenze di questo e quell'altro ente pubblico, della pletora di generali e colonnelli di cui e' ripieno il nostro esercito, di alti magristrati piazzati in ministeri e vari organi di "controllo" romani, ed altri pochi gruppi di aristocrazia funzionariale. Senza i piccoli alberelli che li coprono, i privilegi di costoro diventerebbero visibili e la loro natura scandalosa salterebbe finalmente all'occhio del popolo che lavora e paga le tasse. Ed allora, finalmente, si potranno licenziare anche i signori commessi della Camera e del Senato, o togliere le pensioni vitalizie agli ex parlamentari, o impedire che gli alti dirigenti del Tesoro siedano in dozzine di consigli di amministrazione, percependo per ognuno di essi lauti quanto inutili prebende e gettoni. Anche per questo, oltre che per farle funzionare, e' necessario privatizzare davvero poste e ferrovie ...

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  di lorenzo, 09 Marzo 2007, 10:00 permalink rss

Ho citato solo un "pezzettino" per brevità e senza secondi fini! La stessa brevità che mi ha portato ad usare il termine "controllo" in modo poco chiaro, e me ne scuso.

Per il resto, grazie del tuo chiarimento. 

 

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  di michele boldrin, 09 Marzo 2007, 07:14 permalink rss

Sembra che i super-privilegiati parassiti siano molti di piu' di quanto io stimavo nel commento precedente. Guarda caso, ho incontrato sull'International Herald Tribune un articolo (la fimataria del quale sembra essere giornalista italiana) in cui qualcuno ha fatto i conti dello scandaloso spreco piu' accuratamente di me. I numeri fanno rabbrividire persino uno come me.

L'articolo contiene una serie di dati relativi al trattamento economico dei parlamentari italiani e li compara con i loro omologhi europei. I legislatori italiani ricevono un assegno mensile di circa 16.000 euro (pari a 21.000 dollari, precisa l'articolista) a fronte dei circa 7.000 euro (scarsi) percepiti da un membro dell'Assemblea nazionale francese o dei 5.000 di un deputato svedese. Inoltre, le remunerazioni molto elevate non riguardano soltanto i 945 membri delle due Camere, i 78 deputati italiani al Parlamento europeo (gli spagnoli, il cui reddito pro-capite e' oramai pari al nostro, guadagnano tra un quarto ed un quinto, gli altri pure son tutti dietro, i lituani guadagnano un decimo) e i rappresentanti delle amministrazioni locali ai vari livelli (regionale, provinciale e municipale) ma anche un esercito di loro collaboratori, altrimenti noti come portaborse, amanti, e similia.

Non mi sorprende. Durante le vacanze invernali ho scoperto che a Venezia, una citta' di 270mila abitanti, il comune ha creato delle "municipalita'", credo siano 5 o 6, ognuna delle quali ha una specie di "minisindaco" (lautamente stipendiato a circa 3000 euro netti al mese) e vari "assessori" e consiglieri, anch'essi lautamente stipendiati, e con segretarie ed assistenti. Ovviamente, sono tutti imbucati dei partiti, dementi vari (si da il caso che alcuni li conosco, e non so come altro definire gente con IQ palesemente in due cifre) e portaborse della peggior specie. In una cittadina di meno di 300mila persone, la sola amministrazione comunale spreca stipendi su almeno un centinaio di inutili "amministratori" (oltre ai membri del consiglio comunale e della giunta "ufficiali") che non sono in realta' altro che dei parassiti. Se lo rapportate a scala nazionale (in Italia ci sono circa 60 milioni di persone ed il comune medio e' piu' piccolo di quello di Venezia) ottenete 20mila parassiti solo dalle amministrazioni comunali. Parassiti puri, per cosi' dire, perche' non servono assolutamente a nulla. Cosa devono amministrare costoro? Nulla, visto che alcuni gestiscono un territorio i cui abitanti corrispondono, piu' o meno, a una decina di palazzi di Manhattan. Insomma, amministratori condominiali che il popolo paga a botte di 3000 euro al mese!

L'articolo dell'IHT, che si basa sui dati contenuti nel libro 'Il costo della democrazia' dei parlamentari Cesare Salvi e Massimo Villone, indica in quasi 150.000 il numero dei dipendenti statali che lavorano nel settore legislativo pubblico, ma tale numero sale a circa 450.000 se si comprendono anche i collaboratori e consulenti collegati a diverso titolo ai parlamentari. Tutti costoro rappresentano per lo stato una spesa di circa 2 miliardi di euro.

Meditate, gente, meditate.

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  di mario morino, 09 Marzo 2007, 10:59 permalink rss

Effettivamente il mercato del lavoro pubblico-privato è molto diverso. Perchè non introdurre anche nel settore pubblico ammortizzatori sociali ampiamente utilizzati nel settore privato? Ad esempio la Cassa Integrazione Guadagni.

Nell'esempio di Gianni, il giardiniere assunto per curare l'aiuola nel fattempo diventata parcheggio asfaltato, che venga messo in CIG, magari anche straordinaria, per 2 anni. L'amministrazione pubblica nel suo complesso comincia a risparmiare qualcosa (straordinari,indennità, piccola riduzione della retribuzione), e magari il lavoratore si ingegna per trovare una attività alternativa.

Stabilire la possibilità di trasferimenti di funzioni (magari nell'ambito del territorio provinciale, ma anche tra diversi Enti territoriali) potrebbe essere considerato accettabile anche dai Sindacati.

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  di alberto bisin, 09 Marzo 2007, 15:53 permalink rss
Visto che siamo fuori tema nella discussione, vorrei far notare un bell'articolo di Roberto Perotti dal Sole in cui discute del triste stato delle procedure di  nomina nelle authorities pubbliche, l'anti-trust nel caso specifico. E' qui .
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