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Ex Kathedra Alitalia: la liquidazione non sarebbe la fine

di nicola gennaioli e stefano rossi, 20 Luglio 2007 stampa
Da anni Alitalia versa in una in una crisi di gravissimo dissesto finanziario. La possibilità di risolvere tale crisi con la liquidazione di Alitalia è scartata sia dal Ministero del Tesoro che dai commentatori. È davvero una pessima idea?
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Come ricordato varie volte in questo sito, ed ancora pochi giorni orsono da Carlo Scarpa sulle pagine del sito "La Voce", Alitalia è in una crisi di gravissimo dissesto finanziario. Concettualmente, tali crisi possono essere risolte in due modi:  1) Mantenere in vita la compagnia vendendola al migliore offerente (tramite “asta”, o “vendita a seguito di trattativa privata”), o 2) Liquidare la compagnia, spezzettando le sue varie attività (le rotte, gli hangar, gli aerei) e vendendole separatamente a diversi potenziali compratori.  La prima procedura è ottimale se la società crea valore, cioè se il “tutto” vale più della “somma delle parti” – viceversa per la seconda procedura. Il Tesoro ha deciso di seguire la prima procedura, senza neppure considerare la seconda. Anche i commentatori, che dibattono sulle migliori condizioni per vendere la compagnia sul mercato, considerano la liquidazione di Alitalia una catastrofe da scongiurare. È questo necessariamente vero?  Gianluca Clementi, quasi un anno fa, aveva suggerito che liquidare Alitalia era la soluzione giusta, ma trattavasi di voce solitaria.

La giustificazione teorica, adottata dal governo e dalla quasi totalità dei commentatori, per mantenere in vita Alitalia è la salvaguardia dei suoi asset più pregiati, che perderebbero valore se la compagnia fosse liquidata. Ad esempio, la gestione operativa potrebbe essere sana e le perdite dovute soltanto agli elevati interessi passivi. Alternativamente, si potrebbe sostenere che il “capitale umano” di Alitalia, pur di elevato valore, non è riconosciuto nei bilanci. Nessuno di questi argomenti regge. In primo luogo, Alitalia subisce da anni enormi perdite operative, sintomo di una gestione industriale (non solo finanziaria) totalmente fallimentare. In secondo luogo, l’elevata conflittualità delle relazioni interne suggerisce che, anche se teoricamente disponibile, il “capitale umano” della compagnia non è facilmente utilizzabile. Queste osservazioni indicano che Alitalia distrugge valore: il tutto vale meno della somma delle parti.

I vantaggi della liquidazione

Una rapida procedura di liquidazione avrebbe invece l’immediato vantaggio di evitare nuovi aiuti di Stato e quindi salassi ai danni dei contribuenti.  Eliminare tali aiuti avrebbe anche il vantaggio di aumentare la possibilità per un'effettiva concorrenza sulle rotte italiane, con grandi benefici per i viaggiatori.  Gli aiuti di Stato ad Alitalia sono stati infatti considerevoli e ripetuti. Ad esempio, nel 2002 Alitalia ha ottenuto 1,43 miliardi di euro, nel 2004 altri 400 milioni, e all’inizio del 2006 altri 500 milioni sotto forma di prestito azionario. Durante tutto il periodo, nonostante i ripetuti interventi, le inefficienze gestionali di Alitalia sono aumentate, come sottolineato dalle ripetute e crescenti perdite operative. Appare ovvio che gli aiuti di Stato non sono serviti allo scopo di aiutare Alitalia a superare una crisi che evidentemente non è solo finanziaria. Questo anzi suggerisce che l'unico asset che separa Alitalia dal fallimento non è nient'altro che la sua capacità di ottenere aiuti di Stato. Una conferma indiretta di questo è il fatto che i pochi potenziali compratori stranieri (Aeroflot, e la cordata con Tpg e Matlin Patterson) si siano velocemente dileguati: verosimilmente Aeroflot e gli altri non hanno accesso agli stessi contatti politici che può avere il loro concorrente italiano AirOne. Lo stesso recente ritiro di AirOne sembra una manovra dilatoria per ottenere ulteriori concessioni dal Tesoro, riconoscendo implicitamente che il valore di Alitalia è politico, non industriale.

Vale dunque la pena aspettare ancora? I vantaggi di avere una compagnia aerea che operi da aeroporti italiani ed utilizzi i principali come hubs, garantendo collegamenti diretti con le principali città internazionali, sono indubbi sia per il turismo che per i collegamenti d'affari e per i consumatori più in generale. È molto dubbio però che sia Alitalia la compagnia in grado di raggiungere tale scopo. Quando la matassa si ingarbuglia, molto spesso è bene ripartire da capo.  Forse occorrerebbe considerare più seriamente la possibilità di condurre Alitalia attraverso una rapida procedura di liquidazione, magari seguendo le esperienze di Swissair e Sabena. Gli unici che avrebbero da ridire sarebbero i dipendenti di Alitalia, la cui opposizione avrebbe ricadute politiche nell’immediato. Ma non è chiaro perché il governo non dovrebbe accettare il costo politico di qualche giorno di sciopero in più, visto che se ne sono già contati a centinaia.  Per una compagnia che sperpera due milioni di euro al giorno, la maggiore catastrofe potrebbe essere aspettare ancora.

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Rss dei commenti

  di enzo michelangeli, 21 Luglio 2007, 05:05 permalink rss

I vantaggi di avere una compagnia aerea che operi da aeroporti italiani ed utilizzi i principali come hubs, garantendo collegamenti diretti con le principali città internazionali, sono indubbi sia per il turismo che per i collegamenti d'affari e per i consumatori più in generale.

Dissento completamente su questo: sia i consumatori che i settori economici che dipendono dai viaggi aerei (turismo in primo luogo) necessitano di buon servizio e basse tariffe, ed entrambe sono solo assicurate dalla competizione: che e' meglio fornita dall'assenza di una compagnia di bandiera e da una politica (unilaterale, se necessario) di open skies. Gli unici che da questo arrangiamento ci andrebbero a rimettere sarebbero i politici che perdono la possibilita' di vendere patronage, e gli arroganti fannulloni dei cui interessi i sindacati unicamente si curano (e che al momento sono assai ben rappresentati nella compagnia di bandera italiana).

Per il bene del Paese, Alitalia va liquidata al piu' presto, e sulle sue rovine va sparso il sale.

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  di andrea moro, 21 Luglio 2007, 06:59 permalink rss
Non mi pare che si parli di compagnia di bandiera, e "una compagnia" va interpretato come "almeno una compagnia"
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  di enzo michelangeli, 21 Luglio 2007, 11:54 permalink rss

Non mi pare che si parli di compagnia di bandiera, e "una compagnia" va interpretato come "almeno una compagnia"

Be', ma in questo caso e' ovvio: a che servirebbero gli aeroporti, se nessuna compagnia ci facesse atterrare o decollare i propri aerei? E l'autore cita due casi (Sabena e Swissair) in cui alla liquidazione di compagnie di bandiera e' seguita la formazione di altre compagnie di bandiera: rispettivamente Swiss e Brussels Airlines.

(Vero e' che queste non sono di proprieta' dei rispettivi stati, ma come spiega quest'articolo di Wikipedia, questa non e' una condizione necessaria per essere considerate "di bandiera".)

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  di nicola gennaioli, 21 Luglio 2007, 12:14 permalink rss

Di bandiera o non di bandiera... Mi sembrano questioni di lana caprina.  La sostanza e': Alitalia va liquidata. Il che mi sembrerebbe già un enorme passo avanti rispetto allo status quo. Mi sembra poi altrettanto ovvio che occorrano una (o piu') compagnie che sostituiscano Alitalia nei collegamenti con l'estero, sopratutto nelle tratte intercontinentali. A questo proposito, avanzo due dubbi. 1) Pensate realmente che ci possa essere spazio per piu' di una compagnia? 2) Siete cosi' convinti che sarebbe un MALE se tale compagnia fosse Italiana? A nessuno di noi piacciono favoritismi clientelari, ma di qui a dire che sarebbe un male avere una compagnia Italiana efficiente ce ne corre...

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  di gian luca clementi, 21 Luglio 2007, 16:16 permalink rss

Mi sembra poi altrettanto ovvio che occorrano una (o piu') compagnie che sostituiscano Alitalia nei collegamenti con l'estero, sopratutto nelle tratte intercontinentali.

E' cosi' ovvio, che non vale la pena scriverlo. E' anche ovvio che il policy maker non se ne debba occupare. Ci pensara' il mercato, e in fretta. Non v'e' alcun dubbio che la liquidazione di Alitalia portera' ad un aumento del numero dei viaggiatori da e per aeroporti italiani. Innazitutto, preziosi slots sul FCO-LIN verrebbero messi a disposizione e, se aggiudicati ad asta, porterranno a minori prezzi sulla tratta piu' profittevole. Su altre tratte, la sparizione di retaliation threats dell'incumbent (alitalia, appunto), avranno effetti positivi in termini di entrata di nuovi vettori, e quindi minori prezzi. Le tratte intercontinentali sono il problema minore, visto che, ad occhio, Alitalia soddisfa non piu' del 20% della domanda sulle stesse. L'offerta di posti non cambierebbe, neanche nel brevissimo periodo.

1) Pensate realmente che ci possa essere spazio per piu' di una compagnia?

Non capisco proprio il significato di questa domanda. Come definisci il mercato?

Contrariamente a quanto preconizzato da Airbus, la airline industry si sta rimodulando da hub-and-spoke a city-to-city. Cio' e' evidente in particolare per i voli intra-europei. Per volare da Praga a Firenze, cosi' come da Bologna a Lisbona, non c'e' bisogno di transitare da alcun hub. Si vola diretto. L'entrata su ognuna di queste tratte non impone essenzialmente alcun costo fisso, tantomeno sunk. La rimodulazione dell'offerta di posti puo' avvenire in real time, sicche' non vedo alcuna evidenza di increasing returns. Qundi proprio non capisco la domanda.

Stai forse auspicando che una major, cioe' una delle poche compagnie organizzate sul modello hub-and-spoke, mantenga un hub in Italia? Su questo posso essere d'accordo. Per l'economia italiana e' meglio che il viaggiatore rumeno che vola da New York a Timisoara lo faccia passando per Milano piuttosto che per Francoforte. Perche'? Causa costi di mobilita' del lavoro. Per l'investitore italiano, investire nella societa' che gestisce lo scalo di Francoforte non e' diverso dall'investire nella SEA, che gestisce Malpensa. Pero' il barista di Gallarate non e' indifferente tra un job a Malpensa e uno a Francoforte. La presenza di un hub sposta reddito da lavoro dagli altri Paesi all'Italia. Certo, l'analisi non finisce qui. I grandi vettori sono in una posizione negoziale di vantaggio nei confronti dei grandi aeroporti. Pertanto bisogna chiedersi quanto costi alle societa' di gestione convincere una compagnia a stabilirsi nel proprio aeroporto. E che parte di questo costo ricada sul tax payer...

2) Siete cosi' convinti che sarebbe un MALE se tale compagnia fosse Italiana? A nessuno di noi piacciono favoritismi clientelari, ma di qui a dire che sarebbe un male avere una compagnia Italiana efficiente ce ne corre...

Altra domanda mal posta. Prima di tutto: quali attributi qualificano una aerolinea come italiana? 1) Un certa quota di capitale azionario in mano a cittadini italiani? 2) Personale prevalentemente italiano? 3) Aerei registrati presso il registro aeronautico italiano? 4) Sede e/o hub sul territorio italiano? 5) La bandiera dipinta sulla fusoliera degli aerei?

Io concordo pienamente con Enzo. La nazionalita' del vettore, comunque definita, non ha alcun impatto sul benessere degli italiani, salvo il punto del hub, cui ho gia' accennato. Gli italiani, come tutti gli altri abitanti di questo mondo, vogliono che il numero maggiore di tratte sia servito, al prezzo piu' basso possibile. Il colore, accento, o nazionalita' di chi assicura questo servizio non ha alcun impatto sul loro benessere. Gli investitori italiani possono investire in compagnie straniere, e coloro che aspirano ad essere piloti o assistenti di volo, possono lavorare per aziende straniere.

Contrariamente a quanto asserisci tu, nessuno su questo sito ha argomentato che ci sarebbe qualcosa di male ad avere una compagnia italiana efficiente (direi che ce ne sono gia'). Tu e Stefano, invece, continuate a parlare di vantaggi che deriverebbero dalla presenza di tale compagnia, ma non ci dite quali. Non ci dite quali, perche' non ve ne sono.

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  di enzo michelangeli, 21 Luglio 2007, 16:37 permalink rss

Mi sembra poi altrettanto ovvio che occorrano una (o piu') compagnie che sostituiscano Alitalia nei collegamenti con l'estero, sopratutto nelle tratte intercontinentali.

Ma esistono gia': da Hong Kong ad esempio ho abbondanza di alternative: le mie favorite sono Cathay Pacific (che ha voli non-stop) e Singapore Airlines, ma anche Emirates non e' male (a parte gli orari poco favorevoli), e Qantas, e Swiss, e KLM/Air France, e Thai Airways... Semmai, quel che serve urgentemente e' piu' concorrenza sulle tratte interne, che sono molto lucrative per il duopolio Air One / Alitalia, il che significa che i passeggeri pagano piu' di quanto potrebbero pagare in un mercato piu' competitivo.

2) Siete cosi' convinti che sarebbe un MALE se tale compagnia fosse Italiana? A nessuno di noi piacciono favoritismi clientelari, ma di qui a dire che sarebbe un male avere una compagnia Italiana efficiente ce ne corre...

Perche'? Ti ricordo che l'Italia e' il paese di Antonveneta e BNL, nonche' quello dove Antoine Bernheim, presidente delle Generali, non si vergogna a dire al ministro dell'economia che dopo aver dato una mano a "tenere in Italia il controllo di Telecom" si aspetta che il governo dia una mano a lui a conservare il controllo sulle Generali...

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  di ilsaimon, 21 Luglio 2007, 13:35 permalink rss
Alitalia va messa in liquidazione. Tanto l'unica cosa che ha veramente valore lì dentro sono gli slot aeroportuali privilegiati in termini di posizione nell'hub e per le rotte. Svendessero Alitalia ad una cifra simbolica e con meno paletti per occupazione etc... d'altronde una società che è in crisi e che vede i suoi dipendenti scioperare un giorno sì e l'altro pure invece di rimboccarsi le maniche e dare disponibilità a collaborare per mantenere il posto di lavoro...
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  di nicola gennaioli, 21 Luglio 2007, 17:43 permalink rss

Alcune brevi puntualizzazioni sulle questioni sollevate da ginluca ed enzo:

Per Gianluca:

A. E' ovvio che e' ovvia la necessità di una compagnia che copra tratte internazionali dall'italia. Per questo e' giusto che quella compagni esista. E' anche ovvio che il policymaker non deve intromettersi in aspetti gestionali o industriali. Ma non mi e' ovvio cosa significhi che il policimaker non se ne debba occupare. E' una proposizione ovviamente troppo astratta per il suo livello di generalità.

B. "Stai forse auspicando che una major, cioe' una delle poche compagnie organizzate sul modello hub-and-spoke, mantenga un hub in Italia?": vedo che hai capito uno dei nostri punti.

C. "Quali attributi qualificano una aerolinea come italiana? 1) Un certa quota di capitale azionario in mano a cittadini italiani? 2) Personale prevalentemente italiano? 3) Aerei registrati presso il registro aeronautico italiano? 4) Sede e/o hub sul territorio italiano? 5) La bandiera dipinta sulla fusoliera degli aerei?": In parte, ognuno di essi. E ad ognuno esiste un potenziale vantaggio associato. Senza escludere che sarei anche personalmente contento. Invece di sparare sempre m... sul mio paese potrei aver qualcosa di cui essere orgoglioso. Semplice no?

Per Enzo:

"Ti ricordo che l'Italia e' il paese di Antonveneta e BNL, nonche' quello dove Antoine Bernheim, presidente delle Generali, non si vergogna a dire al ministro dell'economia che dopo aver dato una mano a "tenere in Italia il controllo di Telecom" si aspetta che il governo dia una mano a lui a conservare il controllo sulle Generali..." Non capisco questa frase. Se antropologamente gli Italiani sono corrotti, sei sicuro che il mercato possa funzionare meglio dello stato. Non sono certo un appassionato dell'interventismo, ma non vedo come la tua frase possa guidarmi nella scelta del male minore.

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  di enzo michelangeli, 22 Luglio 2007, 02:31 permalink rss

"Ti ricordo che l'Italia e' il paese di Antonveneta e BNL, nonche' quello dove Antoine Bernheim, presidente delle Generali, non si vergogna a dire al ministro dell'economia che dopo aver dato una mano a "tenere in Italia il controllo di Telecom" si aspetta che il governo dia una mano a lui a conservare il controllo sulle Generali..." Non capisco questa frase. Se antropologamente gli Italiani sono corrotti, sei sicuro che il mercato possa funzionare meglio dello stato.

Ma certo: guarda fuori dalla finestra (e non solo in Italia, anche se l'Italia e' un caso da manuale). I privati non operano comprandosi potere con i soldi dei contribuenti: semmai provano a comprarsi condizioni di monopolio dai politici, e su questo gli elettori possono vigilare richiedendo un mercato aperto e competitivo, e un governo che la smetta finalmente di far prevalere ogni vota gli interessi corporativi di qualche decina di migliaia di dipendenti su quelli di milioni di consumatori e contribuenti.

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  di michele boldrin, 21 Luglio 2007, 17:51 permalink rss

Che con Alitalia, tra l'altro, c'entra come i cavoli a merenda (supposedly, i cavoli a merenda non vanno bene ...).

Quindi provo con tre consigli:

1) Definire il problema della italianita' di una compagnia in maniera inter-soggettivamente comparabile aiuterebbe alquanto la discussione. In sostanza, cosa rende una compagnia italiana, oltre al fatto che fa x% (quanto grande dev'essere x?) del fatturato sul suolo italico?

2) Definire i rispettivi obiettivi, o funzioni di benestare sociale che dir si voglia. Cosi' si capisce quali siano i rispettivi metri di giudizio ... altrimenti e' una babele.

3) Fare attenzione alle fonti, specialmente se si usa MS-Word. Alternativamente, usare l'editor del sito e scrivere direttamente on line invece di fare cut&paste da un altro file. Altrimenti tutti quei commandi con le barrette rendono la lettura difficile. 

Buon divertimento.  

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  di nicola gennaioli, 21 Luglio 2007, 18:10 permalink rss

Michele, grazie per il consiglio sulle fonti. Non credo che importi molto definire rigorosamente il concetto di Italianita' ex-ante. Imbriglierebbe la discussione su un pessimo binario. Quello delle interminabili disquisizioni sul significato di un articolo del codice civile. 

Per fortuna qui non stiamo discutendo se concedere diritti/aiuti di stato ad una compagnia in base alla sua Italianita', almeno questo non era l'obiettivo di quella frase nell'atricolo che io e Stefano abbiamo scritto. Se quello fosse stato il caso, allora sarebbe stato importante definire in maniera stringente criteri e definizioni.

Credo invece che la questione fondamentale sorta nella conversazione e' se esista o meno una preclusione verso l'auspicio che si sviluppino attività produttive di prevalente denominazione nazionale. Il criterio puo' essere capitale, forza lavoro, locazione degli headquarters, volume d'affari o quant'altro. Mi e' parso di scorgere una certa generalizzata preclusione verso un tale auspicio. Non mi sembra una buona attitudine per lo stato in cui versa la nostra economia. Non e' che possiamo fare i consumatori felici senza produrre nulla...

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  di gian luca clementi, 21 Luglio 2007, 18:41 permalink rss

Dato che non siamo al baretto del bagnino 86, vorrei tanto che ti seguissi il consiglio di Michele e

1) prendessi uno dei tuoi criteri di "denominazione nazionale"

2) defininissi una social welfare function

3) ci dicessi perche' avere compagnie "nazionali" piuttosto che "estere", aumenterebbe il benessere degli italiani.

Altrimenti ce ne andiamo tutti al mare, al bagnino 86, a giocare a calcetto e a gustare una bella granita.

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  di nicola gennaioli, 21 Luglio 2007, 18:56 permalink rss

Facciamo l'opposto, caro Gianluca.  Spiegami tu perche' ti scaldi tanto sulla possibilita' di compagnie "nazionali" declinando a modo tuo i puntui 1), 2) e 3). 
Pero' per piacere non indicare come compagnie quelle corrotte, in mano ai politici, aiutate dalle stato Italiano: io al baretto del bagno 86 non ci sono mai stato purtroppo, ma sono sicuro che tra una bocciata e l'altra e' su queste compagnie che gli ometti discutono e si incazzano.

  

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  di gian luca clementi, 21 Luglio 2007, 19:43 permalink rss

La mia posizione e' articolata nel post delle 16:16. La ripropongo qui in altre parole. A meno che gli individui non abbiano preferenze definite direttamente sui set 1) delle nazionalita' del pilota dell'aereo (i.e. sono piu' contento se il pilota e' di Avellino piuttosto che di Bordeaux), 2) delle nazionalita' degli azionisti, 3) dei colori della fusoliera,... e' ovvio che qualsiasi vincolo su tali set imposto alla compagnia avra' effetti negativi sul benessere degli individui stessi. La ragione e' che tali vincoli ne impongono di altri sugli insiemi di scelta di consumo e produzione. Esempio: se la compagnia non puo' assumere piloti stranieri finira' col pagare maggiori salari ai piloti italiani e/o assumerne di peggiori. Con restrizioni all'entrata, cio' portera' ad un danno per il consumatore in forma di maggiori prezzi (Italia ieri). Senza restrizioni all'entrata, un tale vincolo portera' l'azienda ad uscire dal mercato (alitalia oggi).

Ergo: a meno che gli individui non abbiano preferenze definite direttamente sui set delle sedi delle aeorlinee, gli stessi saranno ugualmente contenti se dalla competizione tra vettori dovesse emergere vincente una compagnia con base a Bassano del Grappa piuttosto che una con sede a Dortmund.

E' la reiterazione di quanto ho scritto nello stesso post:

Contrariamente a quanto asserisci tu, nessuno su questo sito ha argomentato che ci sarebbe qualcosa di male ad avere una compagnia italiana efficiente (direi che ce ne sono gia'). Tu e Stefano, invece, continuate a parlare di vantaggi che deriverebbero dalla presenza di tale compagnia, ma non ci dite quali. Non ci dite quali, perche' non ve ne sono.

Rimango in attesa. Saluti.

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  di nicola gennaioli, 21 Luglio 2007, 20:35 permalink rss

Premesso che il la frase del nostro articolo parlava di compagnie nazionali efficienti ed era quindi un modo per dire che anche qualora si ritenesse questa una priorita' non era certo il motivo per cui Alitalia doveva essere tenuta in vita, potrei preferire:

1) Il pilota di Avellino perche' altrimenti tutti gli italiani col talento da pilota o i sogno di fare i pilota dovrebbero fare altri mestieri, magari male, anziche' fare i piloti per una compagnia Italiana (magari prendendo uno stipendio piu' basso)

2) Gli azionisti Italiani visto che li permetterebbe di investire in una attività profittevole (data la ben nota connotazione domestica degli investimenti finanziari).

3) Il colore della fusoliera. Beh, questo e' ovvio...vivia il tricolore!!

Nicola 

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  di Alessio, 21 Luglio 2007, 20:48 permalink rss

I piloti che finiscono a lavorare su aerei di linea avendo fatto semplicemente "corsi" da pilota sono veramente pochi, quindi non credo che la mancanza di compagnie italiane influenzi la "disoccupazione dei piloti italiani". Se sei bravo trovi lavoro su air france che in mancanza di alitalia fa roma-londra. E poi chi se ne frega se il pilota è di Avellino o di Parigi, l'importante è atterrare sani e salvi.

Gli investitori italiani investono in attività profittevoli e non in attività italiane. Essendo molte di queste ultime protette dallo stato, spesso e volentieri coincidono con quelle profittevoli. L'esempio della ferrari (sotto) ti è piaciuto? Beh, mi sembra che la ferrari sia della fiat, che di aiutini dallo stato qualcuno ne ha ricevuto.

Concludo con le esistenti compagnie italiane, supposte efficienti. La tratta che faccio di più è milano-cagliari. Essendo residente in sardegna pago, con una delle uniche due compagnie possibili (airone e meridiana) 130 euro andata e ritorno, la metà di quello che paga un non residente. Gli aerei sono sempre pieni e a volte ti tocca cambiare giorno di partenza perchè non trovi posto. Poi, guarda caso, faccio milano-madrid a 80/90 euro andata e ritorno... mi spieghi perchè dovrei essere contento ( o dovrebbe esserlo la mia ragazza che non è residente in sardegna..) di avere le "efficienti" compagnie nazionali sulle tratte che faccio di solito?

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  di enzo michelangeli, 22 Luglio 2007, 02:39 permalink rss

3) Il colore della fusoliera. Beh, questo e' ovvio...vivia il tricolore!!

Proposta patriottica: se dobbiamo tenerci una compagnia di bandiera, potremmo almeno cambiarne il nome da "Alitalia" in, che so, "Ruritanian Airlines" o "Pontevedro Airways"? Io sono un po' stufo di vedere il mio passaporto associato a un simile obbrobrio.

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  di stefano rossi, 22 Luglio 2007, 02:10 permalink rss

Intervengo, in ritardo, dal bagno 100 (giuro) di una località della riviera romagnola (da cui poco sorprendentemente i collegamenti internet sono difficoltosi) per puntualizzare ancora una volta quello che Nicola ha già bene ricordato qui sopra. 

Noi avanziamo una proposta, ed una sola: liquidare Alitalia.  Non siamo i primi, spero che non saremo gli ultimi.  Uno degli argomenti che usiamo è il seguente: se anche si pensa che i vantaggi di avere una compagnia nazionale siano molto elevati (e non c'è dubbio che tali vantaggi esistano: ricordiamoci che gli stessi inglesi "campioni del libero mercato" hanno difeso con le unghie e con i denti la loro British Airways - non certo in difficoltà finanziarie - dalle hostile bids di vari investitori esteri), questo non è un argomento sufficiente per non liquidare Alitalia - altri (e non necessariamente AirOne) possono fare più e meglio, se ci riescono.

Per chiudere, confermo che durante l'odierna partita di bocce si parlava espressamente di liquidare Alitalia.  Erano tutti d'accordo, con gli argomenti più vari.  Ma, complici la vis polemica dei romagnoli, il sole a picco e il fatto che le granite erano calde perchè il barrista aveva finito il ghiaccio, da fuori sembrava veramente un gran c...  

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  di gian luca clementi, 22 Luglio 2007, 07:16 permalink rss

se anche si pensa che i vantaggi di avere una compagnia nazionale siano molto elevati (e non c'è dubbio che tali vantaggi esistano: ricordiamoci che gli stessi inglesi "campioni del libero mercato" hanno difeso con le unghie e con i denti la loro British Airways - non certo in difficoltà finanziarie - dalle hostile bids di vari investitori esteri)

Questo e' un nuovo argument: siccome gli Inglesi "hanno difeso con le unghie e con i denti la lora BA", devono esserci dei vantaggi ad avere una compagnia nazionale.

Ma cerchiamo di essere seri, per favore. What next? Perche' non asserire: "se il governo americano sussidia il cotone, deve esserci un buon motivo. Perche' non ci mettiamo a sussidiare le castagne? (sono sicuro che gia' lo facciamo). Oppure: "se la Gobba ruba gli scudetti, deve esserci un buon motivo. Perche' non lo facciamo anche noi?" E cosi' via. Ripeto: un po' di serieta' intellettuale.

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  di nicola gennaioli, 22 Luglio 2007, 10:55 permalink rss

Nela caso non lo sapessi, una posizione del tipo "se gli americani sussidiano il cotone, deve esserci un buon motivo" l'ha assunta George Stigler. Detta da uno dei maggiori economisti del XX secolo, mi sembra abbia un discreto pedigree intelletuale. La posizione di Stigler era influenzata da Ronald Coase, quello che spingeva gli economisti ad andare oltre il paradigma dei mercati perfetti.  

Due mostri sacri, per giunta padri fondatori della Chicago School, amici incondizionati dei sussidi? No.  Perche' loro non volevano sostenere che cio' che osserviamo e' first best - il first best (quello mi sembra tu abbia in mente), non e' raggiungibile comunque.  Volevano solo suggerire che nel mondo si osserva un enorme scopo ed una tremenda varieta' di forme di regolamentazione ed intervento pubblico. Non e' intellettualmente ne' corretto ne' sano accantonarle pregiudizialmente come congiure ai danni dei cittadini o dell'efficienza.

Questo per puntualizzare un aspetto.  Per quanto riguarda il caso della compagnia nazionale, credo tu abbia mal interpretato Stefano. Nella sua risposta lui non sostiene che occorre sussidiare la formazione di tale compagnia in Italia. Il suo argomento, logicamente simmetrico a quello che proponiamo nel nostro articolo, era che se il governo inglese - spesso celebrato per il suo commitment a free markets - concede supporto ad una compagnia aerea nazionale, sorge almeno il dubbio che esistano dei benefici sociali legati a tali compagnie. Io resto convinto che tali benefici esistano, anche se non ho certo avvocato sussidi o aiuti di stato. Piu' in generale, il punto della risposta di Stefano come delle posizioni che ho assunto in questa discussione e' che spesso, in questioni cosi' complicate, un dubbio e' migliore di una certezza. Ed anche intellettualmente piu' onesto.

 

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  di giorgio topa, 21 Luglio 2007, 18:45 permalink rss

Nicola,

scusa la franchezza, ma temo che tu non abbia proprio capito.  

la questione fondamentale sorta nella conversazione e' se esista o meno una preclusione verso l'auspicio che si sviluppino attività produttive di prevalente denominazione nazionale. [...] Mi e' parso di scorgere una certa generalizzata preclusione verso un tale auspicio.

Parlo a titolo personale, ovviamente, ma ti faccio un esempio specifico. Sono tifoso della Ferrari da quando ero bambino. Niki Lauda, Regazzoni, l'indimenticabile Gilles Villeneuve. Da adulto in Amerika, sono diventato ancora piu' tifoso della Ferrari, anche perche' mi da una gioia infinita vedere un'azienda italiana, in uno sport a cosi' elevato contenuto tecnologico ed ingegneristico, battere regolarmente colossi come Mercedes, BMW, Renault, Honda, Toyota. Una goduria immensa. Un orgoglio infinito che esista una "realta' produttiva italiana" di tale qualita'. Quindi (e di nuovo, perdona il linguaggio) ...ma che minchia mi stai a dire?

L'auspicio va benissimo, ma non quando si scontra con la realta'. Nello specifico, se avere "attivita' produttive di prevalente denominazione nazionale" implica perdite di efficienza, e quindi di benestare per i consumatori italiani (che' anche quelli ci stanno a cuore), con collegate distorsioni dovute alle maggiori tasse che si rendono necessarie per puntellare tali inefficienti e traballanti attivita' produttive, e quindi ulteriori perdite di benessere, ecc ecc, beh allora di tali attivita' ne faccio volentieri a meno.

Era ben per questo che Michele suggeriva di definire bene la funzione di benestare sociale. Perche' se tale funzione da peso uno al benestare dei manager ed impiegati di tali imprese inefficienti (nonche' a quello dei politici che intercedono per salvataggi vari), e zero al benestare dei consumatori, allora il discorso cambia. Ma basta intendersi.

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  di nicola gennaioli, 21 Luglio 2007, 18:59 permalink rss
Sono d'accordo, basta intendersi. E certo non metto nella funzione di benessere sociali ne' quei manager ne' quegli impiegati che dici tu. Mi piace molto l'esempio della Ferrari. 
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  di Marcello Urbani, 21 Luglio 2007, 20:25 permalink rss

Personalmente identifico l' idea di una compagnia italiana con la cessione di Alitalia (o dei suoi migliori asset in caso di liquidazione) ad Air One.Questa ipotesi, che mi sembra più che probabile, mi fa venire l' orticaria per vari motivi:

  1. La nuova compagnia sarebbe monopolista su molte tratte interne
  2. Air One non ha soldi, prima di rivalutare alcuni asset aveva un patrimonio netto negativo
  3. Il vantaggio competitivo di Air One rispetto ad altri acquirenti è che conta sui politici per garantirsi i monopoli di cui al punto 1, senza i quali non sarebbe in grado di ripagare i debiti accesi per finanziare l'acquisto

Alla fine ci ritroveremmo con un monopolista privato con coperture politiche, prezzi alle stelle, e chissà quali rapporti incestuosi tra politica e compagnia.

Certo, se stessimo parlando di una public company o di un' imprenditore italiano non politicizzato (quale?) sarebbe un' altro discorso.

P.S. non ho nulla contro Air One, solo non mi sembra il caso di regalargli il (semi) monopolio del traffico interno

P.S.2 I politici tengono all' italianità della compagnia perchè sanno di non aver quasi nessuna presa su entità come TPG o Aereoflot o Airfrance, e questo è il primo motivo per cui spero in un compratore straniero 

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  di sandro brusco, 22 Luglio 2007, 16:24 permalink rss

Grazie a Marcello che riporta la questione in termini comprensibili. Mi sembra perfettamente inutile discutere del disegnino che ci piacerebbe di più vedere sulla fusoliera degli aerei. Per alcuni è il tricolore, per altri il nerazzurro, il leone di San Marco, la madunina, la "A" di anarchia, le stelle e striscie o qualche altra cosa. De gustibus...

L'unica cosa interessante è quali provvedimenti effettivi di politica economica lo stato italiano dovrebbe intraprendere per garantire che un disegnino piuttosto che un altro appaia sulle fusoliere. L'articolo di Nicola e Stefano mi sembra abbbastanza chiaro sul fatto che nessun sussidio dovrebbe essere erogato, così come nella denuncia delle manovre di Air One. In effetti, se si segue il loro suggerimento e si vendono gli assets di Alitalia a diversi acquirenti la questione dell'italianità sparisce come neve al sole, visto che sparirebbe la compagnia stessa (finalmente, aggiungo io insieme a molti altri).

Fin qui mi sembra che l'accordo sia generale. A dir la verità io non so (non ho fatto i conti e non li ho visti fare) se sia meglio spezzettare Alitalia o venderla intera, magari facendola prima fallire, ma mi sembra un questione tecnica su cui, ripeto, possiamo provare a fare due conti.

Dove mi sono perso è la discussione successiva. Cosa abbia in mente Gianluca mi sembra abbastanza chiaro e, se mi si perdona l'arroganza, provo a riassumerlo io: dopo la vendita di Alitalia, a pezzi o intera, lo stato italiano non dovrebbe intervenire in alcun modo per influenzare la nazionalità degli assetti proprietari della nuova compagnia, o delle nuove compagnie, che potrebbero nascere dall'operazione. Questo in nessun modo implica che si veda con sfavore la proprietà italiana, semplicemente che la proprietà italiana non viene considerata un bene da perseguire a costo di sussidi (ossia, nuove tasse per i contribuenti) o prezzi più alti per i consumatori. Ruolo dello stato è quello di favorire al massimo la concorrenza e l'entrata di nuove compagnie, in modo che, come accuratamente segnalava Alessio, il Milano-Cagliari costi come il Milano-Madrid. In questo come in tanti altri mercati. Fine della questione.

La posizione di Nicola e Stefano invece a questo punto mi è meno chiara. L'articolo sembra indicare contrarietà a nuovi sussidi o a trattamenti di favore verso Air One (che sembra essere l'unica seria possibilità di mantenere l'italianità di Alitalia). Nei commenti invece si suggerisce, se ho capito bene, che l'italianità provvede vantaggi, in particolare per gli aspiranti piloti e per gli investitori che sentono in maniera forte l'home bias. Assumendo (e non concedendo) che questo sia vero la mia domanda è: quali sono, esattamente, i provvedimenti di politica economica che si suggeriscono?

Se la risposta è 'nessuno' allora mi sembra che la posizione di Nicola e Stefano sia uguale a quella di Gianluca; si può continuare a discutere su cosa volesse dire Stigler riguardo ai sussidi al cotone (siamo accademici e le discussioni astratte ci piacciono), ma questo ha poco a che vedere con Alitalia.

Se invece la risposta è diversa allora mi piacerebbe che Nicola e Stefano spiegassero con chiarezza quali interventi reputano opportuni per favorire l'italianità. Condizioni di favore rispetto agli altri nella vendita degli assets a Air One? Sussidi alla formazione di una nuova compagnia a capitale italiano? Trattamento di favore dell'antitrust riguardo al possibile monopolio sulla tratta Roma-Milano in caso di acquisizione AirOne? None of the above?

Ribadisco che è solo sui provvedimenti concreti di politica economica che ha senso discutere e su cui possiamo sperare, se non di raggiungere un accordo, almeno di rendere chiari i punti di disaccordo. La discussione sull'estetica del colore delle fusoliere la lascerei a qualcun altro più capace di noi. Magari el sindaco de Venexia, che a ste robe de estetica el sé apasioná.

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  di nicola gennaioli, 22 Luglio 2007, 18:26 permalink rss

Sandro, grazie per l'intervento che chiarifica i termini della questione.  Il nostro atricolo voleva esporre i motivi ch ci inducono a pensare alla liquidazione come la soluzione migliore per Alitalia.

Per qualche motivo pero', una parte totalmente secondaria dell'articolo nella quale auspicavamo la presenza di un operatore Italiano di successo e' stata messa in dubbio al cospetto della convinzione che nessuna differenza esista tra una compagnia Italiana ed una straniera. Ripeto quello che mi sembra ovvio: preferirei, a partià di efficienza, che la compagnia fosse Italiana per varie potenziali esternalità positive. Tuttavia, non e' obiettivo ne' dell'articolo (ne' mio o di Stefano) proporre alcuna misura di politica economica atta a favorire questo esito. E' immediato e realistico pensare ad usi distorti di tale politica. Pertanto e' probabile che la politica ottima sia proprio quella di non fare nulla.       

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  di sandro brusco, 22 Luglio 2007, 22:09 permalink rss

Completamente d'accordo. Indipendentemente dal fatto che ci piaccia o meno la presenza di compagnie italiane nel trasporto aereo è evidente che qualunque tentativo in questa situazione di favorire la proprietà italiana ha costi che superano di gran lunga i benefici. Chiudiamo la discussione e occupiamoci d'altro, vigilando che non si facciamo altre porcherie come purtroppo appare probabile. 

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  di Antonio Mele (rabbi), 22 Luglio 2007, 21:49 permalink rss
Qui .
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  di alberto bisin, 23 Luglio 2007, 00:19 permalink rss

il dibattito qui sopra sulla italianita' di Alitalia e' naturalmente acceso. e' un punto importante, naturalmente, perche' la ricerca di italianita' ha caratterizzato e caratterizza la politica industriale di questo governo. ricordate la fondamentale discussione sulla rete Telecom? che doveva restare pubblica in quanto esternalita'? adesso che Telecom non e' finita in mano Amerikana, si e' meravigliosamente dissolta l'esternalita'. dico questo perche' credo che questo sia il punto di alcuni dei commenti, dietro l'italianita' si nasconde una politica industriale scellerata, e quindi al sentir parlare di italianita' si mette mano alla pistola.

ma lasciamo stare il senso nascosto della italianita'. io vorrei brevemente argomentare che l'italianita' e' un male. cioe' rispondere positivamente e un po' provocatoriamente alla appropriata domanda di Nicola. 

io credo banalmente che l'italianita'della compagnia aerea sia un male, a causa dell'incapacita' dimostrata delle istituzione italiane (e da questo governo in particolare, oserei dire) di restare fuori dalle decisioni delle imprese di una certa dimensione. Una compagnia (o piu', ancora meglio) straniera sarebbe il modo in cui il governo si  auto-vincola a non toccare (a toccare meno) la politica industriale della compagnia aerea, a non difenderne il capitale umano indifendibile, a non riempirla di aiuti come se piovesse pronto-cassa.  Per gli economisti, se non sei in grado di fare commitment a stare fuori con le mani in mano, allora legati le mani.

Non e' infatti molto diverso il punto da quello che dice Nicola stesso piu' su', 

 .... preferirei, a partià di efficienza, che la compagnia fosse Italiana per varie potenziali esternalità positive. Tuttavia, non e' obiettivo ne' dell'articolo (ne' mio o di Stefano) proporre alcuna misura di politica economica atta a favorire questo esito. E' immediato e realistico pensare ad usi distorti di tale politica. Pertanto e' probabile che la politica ottima sia proprio quella di non fare nulla. 

 Sto solo spingendo la logica, tirando l'elastico: concordo che "E' immediato e realistico pensare ad usi distorti di tale politica," e' sul "pertanto"  che sto tirando -- vediamo tutti usi distorti di tale politica (aiuti all'italianita'), allora invece di non fare nulla, facciamo qualcosa che renda l'uso distorto di tale politica improbabile in futuro, e ..... andiamo francese/russo/turcomanno.

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