Viene spesso proposto da editoriali pubblicati dai quotidiani italiani più influenti di "affidarsi al mercato" per risanare il sistema universitario italiano. Secondo questa proposta si dovrebbe abolire il valore legale dei titoli di studio, far pagare gli studi universitari agli studenti o alle loro famiglie (introducendo un sistema di prestiti per i più poveri), e lasciare alle singole università la piena autonomia nell'organizzazione dei corsi e nel reclutamento dei docenti.
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L’idea alla base di questa soluzione (si veda ad esempio questo articolo) è che una volta abolito il valore legale dei titoli di studio, la qualità degli studi e la loro spendibilità nel mercato motiverebbero le scelte degli studenti, i quali farebbero la fila per iscriversi alle migliori università, che sarebbero così premiate da una maggiore affluenza di studenti paganti. La competizione per aumentare gli studenti, e per attrarre gli studenti migliori, porterebbe tutto il sistema universitario a migliorare la propria offerta didattica, rendendola più vicina alle esigenze del mercato del lavoro. Il mercato, rappresentato dalla domanda di istruzione degli studenti, sarebbe anche in grado di stimolare un miglioramento del livello della ricerca, costringendo le università a scegliere i più meritevoli tra gli aspiranti ad una posizione di docente.
Il modello di riferimento per questa ricetta sarebbe il sistema universitario americano. Lasciamo da parte, per il momento, l’ipotesi di “abolire il valore legale dei titoli di studio”, sulla quale si sono già espressi su questo sito Andrea Moro ed i commenti che il suo articolo ha suscitato. Cerchiamo invece di capire quali effetti si avrebbero se l’istruzione universitaria fosse pagata per intero dagli studenti e le loro famiglie e non dai contribuenti.
Osserviamo intanto che il paradigma americano non si applica perfettamente all’ipotesi di università finanziate attraverso i contributi degli studenti. In tutte le grandi università di stato americane, i cittadini residenti possono ottenere un’ottima istruzione universitaria ad una frazione del suo costo.
Un esempio è l’Università di California a Berkeley, che è finanziata solo per il 13% dai contributi degli studenti. Questo dato proviene da uno studio del sistema universitario americano, a confronto con quello italiano, molto serio ed accurato, anche se un po’ datato, ad opera di Lorenzo Marrucci. In questo saggio Marrucci stima che le tasse universitarie rappresentino complessivamente il 28% delle entrate delle università americane (il 19 % di quelle pubbliche ed il 44% delle private.)
In effetti non esiste un paese in cui i costi dell’istruzione universitaria siano pagati solo dagli studenti e non dai contribuenti. Negli Stati Uniti ci sono anche istituzioni universitarie “for profit”, che raccolgono, però, solo il 5,8% del totale degli studenti [US Census Bureau The 2008 Statistical Abstract, Higher Education, table 271]. La stragrande maggioranza delle istituzioni universitarie sono “not for profit”, e tuttavia non mancano di competere tra loro in diversi ambiti: il reclutamento degli studenti “undegraduate” e delle “professional school”, il reclutamento degli studenti “graduate”, il reclutamento dei docenti, oltre alla competizione per i finanziamenti pubblici e privati. Ma solo la competizione per il reclutamento degli “undergraduate” ed in misura minore degli studenti delle “professional schools” è una competizione che ha conseguenze dirette sulle entrate, sotto forma di contributi degli studenti e di future donazioni degli ex alunni.
Inoltre il “campionato” entro il quale si svolge la competizione per gli studenti “undegraduate” è diverso da quello che riguarda il reclutamento dei “graduate students”. Ad esempio Amherst College, Darmouth College e Williams College competono per il reclutamento degli “undegraduates” con Harvard, Princeton, Yale e Stanford [Si veda ad esempio per la competizione nel reclutamento degli “undergraduates” il saggio di J. Karabel, “The Chosen”, Houghton Mifflin Company, New York, 2005]. Le prime tre istituzioni non possono nemmeno essere paragonate alle ultime quattro in termini di qualità e quantità della ricerca scientifica che vi si svolge. D’altra parte Harvard, Princeton, Yale e Stanford competono per il reclutamento dei migliori “graduate students” e dei docenti più produttivi nella ricerca con Berkeley e UCLA, cui possono essere paragonate sulla base della quantità e qualità della ricerca scientifica che vi si svolge. Quest’ultime istituzioni hanno criteri di ammissione degli “undegraduates” che, in generale, le collocano fuori dal “mercato” delle ammissioni nel quale operano, assieme alle grandi università private (Harvard, Princeton, Yale e Stanford), anche i migliori “Liberal Arts Colleges” (Amherst, Darmouth, Williams, e forse anche i Claremont Colleges in California).
Sono proprio i Liberal Arts Colleges, a fornire un esempio di un gruppo di istituzioni, in concorrenza tra loro, sul mercato della domanda di istruzione, impegnate a convincere gli studenti e le loro famiglie della superiorità della loro offerta di istruzione superiore, e dipendenti, in larga misura, dalle tasse universitarie e dalle donazioni degli ex alunni. In altri interventi, più polemici, ho sostenuto che i Liberal Arts Colleges vendono, a prezzi molto alti, la frequentazione di altri studenti ricchi, piuttosto che un’istruzione universitaria migliore di quella offerta dalle università pubbliche. Ma non è proprio così. La grande differenza di costo, per lo studente residente in California, tra la frequenza di Pomona College (il più noto college di Claremont) e Berkeley trova probabilmente una parziale spiegazione nel fatto che a Pomona College si frequentano studenti che con maggiore probabilità entreranno a far parte della classe dirigente economica e politica del paese. Ma è anche vero che i “Liberal Arts Colleges”, per tradizione e per interesse diretto, curano la didattica universitaria ed il singolo studente molto di più di quanto non si faccia nelle università statali. Per quanto sia difficile spiegare compiutamente il valore dell’istruzione impartita nei Liberal Arts Colleges, l’esistenza e floridezza economica di queste istituzioni, fondata in gran parte sui contributi degli studenti e le donazioni degli ex studenti, suggerisce che per avere successo nel mercato dell’istruzione non è necessario, e nemmeno forse utile, essere una sede importante per la ricerca scientifica.
D’altra parte, usando il semplice buon senso, sarebbe difficile sostenere che l’insegnamento di “Calculus” o “Physics 1A” impartito da un eccellente insegnante, che non fa più ricerca scientifica da quando ha conseguito il dottorato, sia veramente di minor valore per lo studente medio, dell’insegnamento di queste stesse discipline impartito da un “Fields medalist” o un Premio Nobel per la Fisica, impegnati in ricerche di grande importanza scientifica. In prima approssimazione, la famiglia che investe i suoi soldi per consentire ad un figlio di studiare a Pomona College, anziché a Berkeley, dove spenderebbe per una frazione di quanto si spende a Pomona, non agisce irrazionalmente, e non solo perché a Pomona il figlio frequenterà altri figli di ricchi, ma anche, e soprattutto, perché potrà contare su un corpo docente, magari non più molto attivo nella ricerca, ma ben più attento alle esigenze degli studenti.
Ben diversa è invece la competizione per il reclutamento dei “graduate student”. Si deve osservare che nel caso di “graduate student” di materie scientifiche o di ingegneria, interessati ad un programma di dottorato, non solo non è previsto un contributo degli studenti, ma l’esenzione dalle tasse è accompagnata, in molti casi, da un finanziamento, o comunque un impiego come “teaching assistant” o “research assistant”, che copre le spese di vitto e alloggio per frequentare gli studi universitari. In questo caso le “graduate schools” competono duramente per il reclutamento dei migliori allievi, i quali sono molto bene informati, e direttamente interessati al livello della ricerca scientifica che si svolge nelle sedi per le quali fanno domanda.
Le informazioni provengono in generale dagli stessi docenti della sede in cui si sono laureati e che scrivono per loro le “reference letters”, necessarie per l’ammissione. Mentre il genitore che paga per l’istruzione universitaria del figlio non sa nemmeno che cosa sia un “Fields medalist”, e non ha ragione di ritenere che un “Fields medalist” sia un migliore insegnante di “Calculus” per suo figlio, il professore di matematica che suggerisce al suo allievo dove fare domanda e lo consiglia sull’accettazione delle offerte, di questa o quella “graduate school”, è aggiornato sulla fama e competenza dei matematici che si trovano nelle varie università. E’ ovvio che, in questo caso, Berkeley e UCLA si trovano a competere nello stesso campionato di Harvard, Princeton, Yale, e Stanford (ma anche Chicago, Columbia, MIT, ecc.).
Perfettamente analoga è la competizione delle università per il reclutamento dei migliori docenti. In altre parole il livello e la qualità della ricerca scientifica di una sede sono determinanti quando si compete per reclutare persone che vengono pagate (studenti del dottorato o docenti), mentre sembrano svolgere un ruolo secondario quando si reclutano studenti paganti. (Non sto tenendo conto qui del reclutamento degli studenti delle “professional schools” per le quali bisognerebbe svolgere un ragionamento a parte: si tratta di studenti paganti, ma, presumibilmente, più attenti delle matricole al livello scientifico della sede. Vorrei però osservare che le principali “professional schools” che sono Law e Medicine si riferiscono a professioni regolate, dove svolge un ruolo importante il “valore legale” dei titoli di studio.)
Torniamo ora alla questione che ci interessa. Cosa succederebbe in Italia se le università dipendessero per i loro finanziamenti esclusivamente dal “mercato” cioè dalla domanda di istruzione universitaria espressa dagli studenti e dalle loro famiglie? Sarebbe in grado questa domanda di spingere verso un miglioramento della ricerca scientifica? Sarebbe in grado di migliorare i criteri con i quali sono reclutati i docenti?
Naturalmente ogni risposta a queste domande ha carattere congetturale. Tuttavia dovremmo osservare che in un “mercato” che funziona come tale, alla spesa per l’istruzione universitaria da parte di una famiglia dovrebbe corrispondere un ricavo, almeno equivalente, in termini di prospettive di maggior guadagno. Ci sarà pure una minoranza di studenti pronti a considerare l’istruzione universitaria come un “consumo” per il quale si spende senza prospettive di guadagno. Per questi le spese per l’università sarebbero l’analogo delle spese per l’abbonamento al Teatro dell’Opera. Ma si tratterebbe di una minoranza. Se una laurea (triennale) costa 50.000 euro di tasse universitarie, oltre alle spese di mantenimento, o al mancato guadagno, la maggioranza degli studenti si aspetterà di ricavare una cifra superiore in futuri guadagni. Cercherà allora di intraprendere gli studi che si ritengono più remunerativi.
D’altra parte le università, mosse dall’esigenza di reclutare il maggior numero possibile di studenti (tutti paganti), cercherà di offrire il più possibile i corsi di studio che vengono ritenuti più premianti in termini di possibili futuri guadagni, e che costano meno in termini, ad esempio, di rapporto ragionevole docenti/studenti, spese per laboratori di ricerca, ecc. Questo già succede per le poche università non statali in Italia (che pure vivono in parte di finanziamenti statali). Nessuna di queste università, nemmeno quella direttamente dipendente dalla Confindustria, ha mai pensato di aprire corsi di studio in Fisica, in Matematica, in Chimica o Scienze dei Materiali, in Ingegneria Industriale, nonostante l’interesse di queste discipline per il sistema industriale del paese. I corsi di laurea in scienze ed ingegneria (con la possibile eccezione di ingegneria gestionale) sono, infatti, di limitata attrattiva per studenti paganti, e più costosi per l’università.
Sotto la spinta delle forze del “mercato”, è molto probabile che verrebbe accentuata la tendenza già in atto in tutto il sistema universitario occidentale ad abbandonare gli studi scientifici e tecnici. (Sul fenomeno del calo degli studenti nelle scienze ed ingegneria si veda, ad esempio, per la Gran Bretagna, la Roberts Review). Nessuno può credere che un laureato in Fisica, a parità di altre condizioni, possa guadagnare di più di un laureato in Economia Aziendale. Con qualche eccezione, gli studenti e le loro famiglie si orienterebbero per i corsi di studio meno costosi (ed anche molto più facili) e ritenuti più redditizi. Si moltiplicherebbero, come già avviene per i “master”, le facoltà ed i corsi di laurea che promettono, lauti guadagni, o che pretendono di formare operatori finanziari e “manager”.
Il costo della formazione di uno scienziato non è compensato dai suoi effettivi guadagni in nessun paese del mondo. In tutti i paesi il sostegno principale della ricerca scientifica nelle università e quindi il sostegno di un qualificato insegnamento scientifico proviene da fondi pubblici. Ancora più complesso è il problema della formazione degli insegnanti. In Italia la legge richiede che un insegnante abbia cinque anni di formazione universitaria, seguiti, per gli insegnanti della scuola secondaria, da due anni di specializzazione. Si tratta di una richiesta assurda. Mettiamo pure, però, che siano richiesti solo cinque anni, anche per gli insegnanti della scuola secondaria. Chi paga per questa formazione? L’insegnante con i suoi futuri guadagni? E chi paga per aumentare gli stipendi, a questo punto di tutti gli insegnanti, per far sì che la spesa sostenuta dagli studenti per l’istruzione universitaria sia compensata dai redditi futuri? Chi paga per la corsa agli aumenti stipendiali che si verificherebbe come conseguenza in tutto il pubblico impiego? Non converrebbe invece finanziare gli studi degli insegnanti e mantenere gli stipendi a livelli compatibili con le esigenze di contenimento delle spese?
Veniamo ora alla questione che forse sta più a cuore ai professori. Potrebbe il “mercato” influire positivamente sul reclutamento dei docenti? E’ ragionevole aspettarsi che la sede universitaria che recluta i migliori scienziati sia in grado per questo di attrarre maggiormente gli studenti? Certamente questo avviene negli Stati Uniti quando si parla di studenti del dottorato, che costituiscono un acquirente della didattica di alto livello molto bene informato. Ma è ragionevole aspettarsi che gli studenti dei corsi di laurea e le loro famiglie siano in grado di distinguere il livello scientifico, ad esempio, di due matematici, ambedue autori di articoli di difficile lettura, pubblicati su riviste “internazionali”, e scegliere di conseguenza la sede dove immatricolarsi per un corso di laurea in ingegneria? Facciamo un esempio concreto. E’ in grado un lettore di questo articolo che non sia un matematico di indicare una decina di nomi tra i 30 matematici italiani di maggior spicco? Presi due professori ordinari di algebra sarebbe in grado di stabilire chi è il più bravo? Io non sarei in grado di fare la stessa scelta per la Fisica, o per la Chimica, né saprei a chi rivolgermi per avere informazioni affidabili. Avrei qualche difficoltà anche a distinguere nel merito due professori di algebra, ma saprei come informarmi. E allora come si ritiene che un genitore mediamente meno informato del lettore di questo articolo possa (o voglia) indirizzare il proprio figlio a studiare ingegneria in una sede piuttosto che l’altra sulla base del fatto che in una delle sedi ci sono matematici veramente bravi, e nell’altra delle mezze calzette? Non sto parlando nemmeno del problema dei maggior costi legati a possibili spostamenti dalla sede di residenza ad una sede lontana, ritenuta migliore. Naturalmente, non avendo a disposizione casi concreti, non è possibile dimostrare che il mercato sarebbe inefficace nella determinazione delle scelte di reclutamento.
Tuttavia, negli Stati Uniti le scelte della domanda di istruzione, cioè, in qualche senso, del “mercato”, coincidono con le scelte in termini di “merito scientifico”, quando si tratta degli studi per il dottorato (almeno in ambito scientifico). In questo caso, cioè, gli studenti cercano di andare nelle istituzioni di miglior livello scientifico e le istituzioni cercano di attrarre gli studenti più promettenti, perché le scelte di una scuola di dottorato sono bene informate e consapevoli e perché dal livello della ricerca scientifica svolta in una sede dipende direttamente la capacità di offrire una buona formazione alla ricerca. Questa concorrenza tra le sedi non esiste, o esiste molto poco, in Italia, ma potrebbe facilmente essere introdotta, stabilendo che alcune, o molte, delle borse di dottorato, di importo adeguato, possano essere usufruite nella sede scelta dallo studente, e non siano quindi legate alla singola università. Non stiamo parlando in questo caso di “mercato”, ma di simulazione del mercato, attraverso un intervento dello Stato. E’ proprio su questo punto che vorrei insistere. Il sistema universitario italiano ha bisogno di maggiore concorrenza. La concorrenza può essere stimolata da interventi, anche modesti, di “simulazione” del mercato, e forse anche da interventi più ambiziosi e onnicomprensivi come quello che ha utilizzato, in Gran Bretagna, le valutazioni note come Research Assessment Exercises (RAE). Come è noto, in Gran Bretagna, il Governo, combinando poche modifiche normative con una decisa politica di discriminazione nei finanziamenti, ha introdotto un regime di forte concorrenza tra le diverse sedi universitarie, per il reclutamento di studiosi affermati di alto livello scientifico. Parlare, in Italia, di un controllo affidato ciecamente al mercato costituisce, a mio parere, un elemento di confusione, a scapito di provvedimenti che potrebbero introdurre una limitata concorrenza tra università diverse, o tra dipartimenti diversi. In attesa della soluzione miracolosa e definitiva, non vale la pena di predisporre strumenti ed incentivi per introdurre maggiore concorrenza. Il massimalismo anche in questo caso, è a scapito del riformismo.
L’università americana è un importante modello da studiare e, in parte, da imitare. In effetti la struttura delle grandi scuole di dottorato americane, in ambito scientifico è stata imitata con maggiore o minore successo da tutti i paesi europei, negli ultimi 50 anni. Più difficile è un confronto con l’istruzione degli “undergraduates”, che è molto meno uniforme negli Stati Uniti, ma che certamente vale la pena di studiare. Poiché noi partiamo da un sistema di università pubbliche, sembra più ragionevole cercare di studiare ed eventualmente imitare i migliori sistemi di istruzione superiore pubblica che si trovano negli Stati Uniti.
Qualche insegnamento si puo' trarre dal sistema della California. La California ha una popolazione inferiore a quella italiana, ma l’università si rivolge ad una popolazione di paragonabile numerosità. Secondo la citata pubblicazione dello US Census Bureau i diplomati della scuola secondaria (high school) in California, nel 2005, erano 355.700, mentre secondo le cifre fornite dal Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario( http://www.cnvsu.it/_library/downloadfile.asp?id=11624 )in Italia, erano 446.584 i “maturi” del 2005 e 324.184 gli immatricolati nelle università italiane. La percentuale di “high school graduates” della California che proseguono gli studi è 68,6%, non molto diversa dalla analoga percentuale in Italia, che è 72,6% (sempre secondo i dati del CNVSU, tabella 1.2). In California, come in Italia, prevalgono le università pubbliche. In effetti le istituzioni pubbliche accolgono circa l’84% degli studenti iscritti a università della California [Table 273 della citata pubblicazione dello US Census Bureau], e probabilmente una percentuale più alta degli studenti la cui famiglia risiede in California (anche se istituzioni private di fama nazionale, come Stanford University, i Claremont Colleges, la University of Southern California, e la facoltà medica di Loma Linda, si trovano in California). Diversamente dall’Italia, il sistema statale della California è articolato in tre “fasce”, di cui la più elevata, quella dei “campus” della “University of California”, raggiunge i livelli più alti della ricerca scientifica mondiale. Ma l’interazione tra istituzioni appartenenti alle diverse fasce è un importante elemento del sistema. In particolare i Community Colleges, semigratuiti e molto distribuiti sul territorio, contribuiscono in modo significativo al reclutamento degli studenti delle istituzioni di fascia più elevata.
In conclusione, a me sembra più ragionevole, per un sistema statale come quello italiano, cercare di confrontarsi con il sistema di istruzione superiore della California, piuttosto che con tutto il complesso sistema di istruzione superiore americano.
Nota: i commenti sono di proprieta' degli autori, che ne sono responsabili.
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Immagino, però, che alla fine il giudice ultimo sia il palato.Cosi' come se vado in una citta' che non conosco non ho proprio bisogno di conoscere il cv degli chef dei vari ristoranti per scegliere il ristorante che preferisco: mi compro la guida michelin, o quella del gambero rosso (o tutt'e due), e mi baso sui loro consigli
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bellissimo articolo. idem il pdf anche se è un po datato. per esempio molti corsi hanno introdotto ampie possibilità di scelta, anche se non è ancora abbastanza.
aggiungo che il problema numero uno italiano, da persona estranea ai fatti, mi sembra l'infeudamento a cui obbligatoriamente si devono sottoporre i ricercatori e gli studenti degli ultimi anni che mirano al dottorato. se poi questi dottorandi e ricercatori, perchè precari, sono esclusi dalle decisioni dell'università, del corso di laurea ecc negandogli il diritto di voto, risulta evidente come non sia possibile parlare di autonomia e indipendeza.
poi ci sono anche storie incredibili come questa: http://www.corriere.it/speciali/fugacervelli/storie.html#5 (ho trovato l'africa in uk)
ebbene quel professore è rientrato a Bologna, penso col programma di rientro dei cervelli.
gli è stato dato un contratto di un anno rinnovabile a piacere di non si sa chi. dopo anni due, quindi un rinnovo, è stato lasciato senza contratto. ora non so dove sia o cosa faccia. cose incredibili visto il livello del suo cv.
sempre a bologna si sa di gente che a 50 anni, ancora precaria e pagata miseramente a "corso" e con ritardi regolari di 6 mesi, è stata costretta ad emigrare a cambridge - non perchè cambridge fa schifo ovviamente, per considerazioni legate alla famiglia ecc ecc.
molto dovrebbe essere cambiato. dubito però che oggi giorno sussistano le condizioni politiche per farlo con profitto e razionalità. però si può ovviamente discuterne.
ora servirebbe un articolo simile a questo ma riguardante il sistema tedesco, francese, inglese e perchè no, olandese e finlandese. saluti
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Questo articolo è stato pubblicato anche se non completamente in sintonia con le idee della redazione di nfa allo scopo di sollecitare un dibattito su questo tema importante. Abbiamo qualche difficoltà a coordinarci per fornire una risposta comune, interveniamo dunque separatamente.
L'articolo di AFT sostiene che affidare l'università italiana al mercato non porterebbe ai risultati desiderati, e cioé ad un miglioramento della qualità e quantità del capitale umano disponibile nel nostro paese. L'articolo si sofferma in modo particolare sul finanziamento dell'istruzione, e sull'opportunità o meno di far pagare i costi dell'istruzione agli studenti.
Sono d'accordo con quanto sostenuto da Gianni de Fraja: "più o meno mercato" non significa "più o meno tasse universitarie". Aumentare la quota dei costi dell'istruzione a
carico degli studenti non aumenta né diminuisce la concorrenzialità
del sistema. In altra sede, io ed Alberto (e non siamo né i primi né i soli) abbiamo sostenuto che le modalità
di applicazione del diritto allo studio finiscono per attuare un
trasferimento di risorse dalle famiglie povere verso la classe media,
anche tenendo conto del fatto che il rendimento dell'investimento in istruzione
sembra essere, almeno in media, piuttosto alto, anche in Italia. Ma qui AFT si sofferma
non sul diritto allo studio, ma sugli effetti della concorrenza.
L'articolo
usa il modello americano come paradigma di riferimento. Giustamente,
viene osservato che anche negli USA le rette universitarie coprono una
percentuale minuscola, in molti casi, dei costi dell'istruzione. Questo
però non significa che manchino concorrenza e mercato, o che non
servano: donazioni private e trasferimenti di pubblici (le altre fonti
di sostentamento) sono strettamente legati ai risultati in termini di
qualità di insegnamento e ricerca. Una maggiore concorrenzialità del
sistema universitario implica disegnare istituzioni che competano per
donazioni e fondi pubblici. Quali sono i criteri che regolano i
trasferimenti alle università in Italia? Come migliorarli e renderli
maggiormente legati alla qualità e quantità dell'insegnamento e
della ricerca? Di questo occorrerebbe cominciare a discutere.
Sull'informazione da parte di Genitori e Studenti riguardo la qualità
della ricerca dei docenti si è già espresso, secondo me
correttamente, Gianni.
Occorre inoltre ricordare che Mercato non significa assenza di
intervento pubblico. Se ci sono settori per cui il ritorno privato è
inferiore alla spesa di istruzione (ma ce ne sono?), su questi non si
deve investire. Se il ritorno privato è inferiore a quello pubblico,
allora in quei settori la ricerca/istruzione di base va sussidiata
tramite erogazione di fondi in modo competitivo. Come vengono erogati i
fondi in Italia? Altro tema di discussione importante da affrontare.
Infine,
l'articolo suggerisce di usare come modello il sistema Californiano,
(un modello del resto simile a quello dell'istruzione universitaria
condiviso da molti altri stati americani). Occorre ricordare che questo
modello funziona in America perché perfettamente inserito nel contesto
concorrenziale dell'intero sistema universitario, e perché ne riflette
la diversificazione dell'offerta di istruzione e ricerca che manca in
Italia.
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Occorre ricordare che questo modello funziona in America perché perfettamente inserito nel contesto concorrenziale dell'intero sistema universitario, e perché ne riflette la diversificazione dell'offerta di istruzione e ricerca che manca in Italia.
Se non sbaglio in Italia ci sono una quindicina di universita' private. Qualcuno si sara' preso la briga di andare a vedere se i laureati che escono da li' sono piu' preparati e/o prendono salari piu' alti al primo impiego. Insomma, un po' di sperimentazione dovremmo averla. Non lo so quale sia l'idea che gli economisti hanno di luiss e bocconi ad esempio.
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No aspe' fammi capire che io sono naif. Esiste una universita' privata X che si finanzia solo con soldi di privati ed e' circondata e assediata da universita' statali che hanno finanziamenti infiniti (per semplicita' ma tanto e' piu' o meno cosi'). Se l'universita' privata riesce a rimanere viva e addiritura farsi un nome per 40 anni vuol dire che una certa competitivita' la dovra' pur tirare fuori da qualche parte altrimenti fallirebbe e punto. Capisco benissimo che una piccola alternativa di mercato fatta da pochissime universita' private non sia sufficiente per creare ripercussioni sulla qualita' delle universita' pubbliche, ma non viceversa, anzi.
[ ad ogni modo se dovessi tirare ad indovinare direi che i laureati nelle universita' private in Italia non sono necessariamente piu' preparati di quelli che si laureano nelle universita' pubbliche. Pero' avranno impieghi piu' prestigiosi e meglio retribuiti. Ma questa e' pura speculazione.]
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Ah ma allora vedi che e' una riflessione in realta' pertinente. E' un modo per rispondere alla domanda posta nell'articolo
Cosa succederebbe in Italia se le università dipendessero per i loro finanziamenti esclusivamente dal “mercato” cioè dalla domanda di istruzione universitaria espressa dagli studenti e dalle loro famiglie? Sarebbe in grado questa domanda di spingere verso un miglioramento della ricerca scientifica?
Quindi siamo d'accordo che ci sono troppe poche universita' private in italia per causare un aumento di qualita' indiretto (alle pubbliche) ma e' pur sempre legittimo chiedersi se la qualita' media dell'insegnamento e della ricerca all'interno delle private e' superiore o no.
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Proprio così. I criteri di distribuzione del Fondo di Finanziamento Ordinario sono, o dovrebbero essere il principale strumento di politica universitaria. Purtroppo talvolta nemmeno i ministri si rendono conto di avere a disposizione uno strumento potentissimo. Letizia Moratti ci ha messo più di due anni per capire il sistema di finanziamento delle università, la mia impressione è che il suo capo di gabinetto, che aveva mano libera su tutto, non l'abbia mai capito. In effetti, se i ministri avessero capito il problema e collaborato avremmo da tempo una "formula di finanziamento" applicabile all'intero FFO. Nella realtà si è partiti da una situazione storica (del 1994) assolutamente incredibile in cui per nessuna ragione apparente alcune sedi, prevalentemente del centro sud spendevano per le stesse cose molto più di altre, e si è cominciato a definire, a cura della commissione tecnica della spesa pubblica, una formula di finanziamento teorica che si applicava a percentuali minime della spesa, e che concorreva a formare la cosiddetta "quota di riequilibrio". Il "riequilibrio" avrebbe dovuto portare lentamente tutte le sedi universitarie ad un finanziamento basato su parametri identici, azzerando, ad esempio, l'enorme divario nelle spese tra università del nord e università del centro-sud. Successivamente il compito di definire la formula per la quota di riequilibrio, cioè la quota di finanziamento erogata sulla base di parametri uguali per tutti, è passato al CNVSU (Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario). La lentezza del processo è stata a tratti compensata dalla cosiddetta accelerazione del riequilibrio, che asssegnava parte dei finanziamenti aggiuntivi alle università (prevalentemente del nord) che risultavano in credito rispetto alla formula di finanziamento teorico. Credo (sono anni che non me ne interesso direttamente) che oggi sarebbe possibile passare direttamente al "formula funding" ignorando la situazione storica. Ci vuole per questo una volontà politica, che dovrebbe essere preceduta da una consapevolezza dell'importanza di una simile iniziativa. A confondere le cose c'è anche il problema delle facoltà di medicina, o ancor peggio dei policlinici universitari (interamente di proprietà delle università che pagano quindi anche gli stipendi di infermieri e portantini) che contribuiscono al sistema sanitario nazionale, spendendo quindi parte del FFO, per spese che altre università non debbono sostenere.Quali sono i criteri che regolano i trasferimenti alle università in Italia? Come migliorarli e renderli maggiormente legati alla qualità e quantità dell'insegnamento e della ricerca? Di questo occorrerebbe cominciare a discutere.
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Situazioni "particolari" a parte (medicina), perché non riformare il finanziamento ministeriale traghettando queste risorse in voucher per studenti, accompagnando la mossa con liberalizzazione di rette e stipendi dei professori (nel senso di: ogni ateneo le fa pagare/li paga quanto e come meglio crede)?
Così non si pone più il problema della politica universitaria fatta dai capi di gabinetto!
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Per chiarire la questione del finanziamento e della concorrenza per i fondi pubblici tra le universita' italiane, segnalo un interessante documento della commissione tecnica per la finanza pubblica -- che molti di voi probabilmente gia' conoscono.
Il documento -- del luglio 2007 -- si intitola "Misure per il risanamento finanziario e l’incentivazione dell’efficacia e dell’efficienza del sistema universitario" e lo trovate qui.
Vale la pena leggerlo. Illustra alcune delle questioni cui si riferisce AFT nel commento a cui sto rispondendo, ma c'e' dell'altro. Riassumo e commento brevemente alcuni punti che mi sembrano rilevanti, e che mi fanno concludere che il modello di finanziamento delle universita' statali in Italia non e' dissimile -- e non a caso -- dal modello di finanziamento dell'Alitalia.
1. La tabella 1 del documento (che riporto sotto per comodita') mostra che il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) costituisce il 60% delle entrate per le universita' statali. Gli studenti contribuiscono per circa il 12%. La voce "altre entrate" e' corposa quanto misteriosa.
1a. Il valore iniziale del FFO -- come ci ha spiegato AFT -- fu stabilito per legge nel 1993 (articolo 5 legge 24.12.93 n. 537, governo Ciampi) e posto pari a quanto lo stato aveva trasferito a ciascuna universita' in quell'anno. Dopodiche' il FFO e' un processo autoregressivo altamente persistente: ogni anno, l'articolo 1 del "Decreto criteri di Ripartizione del Fondo di finanziamento ordinario" assegna a ciascuna universita' una quota pari al 100% o quasi del FFO dell'anno precedente. Le quote di riequilibrio sono quindi irrisorie, e la tabella 4 del documento della commissione tecnica lo dimostra: dopo 15 (quindici!) anni gli squilibri sono ancora evidenti: tutto e' legato alla spesa storica.
1b. Il FFO copre quasi esclusivamente (e spesso non basta) la spesa per il personale. Ecco perche' nel migliore dei casi sara' riequilibrato solo ad una velocita' non superiore a quella dei pensionamenti (se il governo non ha risorse addizionali).
Conclusione 1. La principale fonte di finanziamento delle universita' statali e' indipendente dalle attivita' di ricerca, didattica, o da qualunque altro indicatore di produttivita'.
2. Il contributo degli studenti non puo' superare il 20% del FFO. La tabella 1 mostra che questo e' esattamente il livello medio (60%x12% = 20%) quindi tutte le universita' raggiungono il tetto.
Conclusione 2. Le universita' statali sono vincolate: vorrebbero far pagare di piu' gli studenti ma non possono.
3. Il modello del CNSVU per la ripartizione della quota di riequilibrio (30% domanda da soddisfare,
30% crediti acquisiti dagli studenti, 30% risultati della ricerca, 10% misteriosi "incentivi speciali") non solo serve -- al momento -- a spartire le briciole ma puo' avere effetti perversi. Per esempio, per "risultati della ricerca" si intende la numerosita' del personale accademico (anche quelli che stanno a casa a fare l'orto anziche' fare ricerca), la partecipazione ai progetti PRIN (indipendentemente da cosa questi progetti hanno prodotto) e solo in parte della valutazione del CIVR, che e' l'unica seria valutazione della ricerca fatta in Italia dal dopoguerra in poi, che io sappia. D'altro canto, aumentare il numero di studenti permette di fare piu' soldi. Anticipando che questi criteri diventeranno nel tempo semore piu' importanti, molte universita' hanno moltiplicato negli ultimi anni le sedi periferiche, portando l'universita' sotto casa a migliaia di studenti solo per attingere ai bacini dei concorrenti.
Conclusione 3. Le universita' statali hanno incentivi perversi anche nella parte di finanziamento che dovrbbe essere legata alla produttivita': e' meglio aprire una sede periferica che assumere ricercatori in grado di pubblicare nelle migliori riviste internazionali.
4. Le universita' statali sono molto indebitate.
Conclusione 4. Lo stato dovra' prima o poi ripianare i debiti delle proprie universita' mediante finanziamenti straordinari.
Mettendo insieme le quattro conclusioni:
Panconclusione. Il finanziamento delle universita' statali avviene quasi esclusivamente in base alla spesa storica, non c'e' concorrenza per l'allocazione efficiente di risorse scarse, non si possono effettuare ristrutturazioni che razionalizzino la spesa e il prezzo del servizio, lo stato ogni tanto deve intervenire a ripianare i debiti. Cio' non e' dissimile dal modello Alitalia.
D'altronde il proprietario e' lo stesso, no?
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Giulio, completamente d'accordo. Vorrei aggiungere un punto. Oltre al numero di studenti, la quota di riequilibrio premiava una misura di "efficienza" della didattica: il numero di studenti equivalenti, definito come il rapporto fra il numero degli esami passati e il numero degli esami che gli studenti avrebbero dovuto passare in un anno accademico (oggi ci sono i crediti come scrivi tu, ma l'idea e' la stessa). L'effetto perverso di tale indicatore non dovrebbe sorprendere nessuno (soprattutto in assenza di una valutazione seria della didattica). Qui, insieme a due coautori, ho provato a fare due conti e ho trovato che il meccanismo premia le universita' piu' facili e scadenti.
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Molto interessante, Mauro.
Ulteriore prova, se ce ne fosse bisogno, che il mito statalista-dirigista secondo cui l'apparato burocratico dello stato può imitare il mercato e la concorrenza a colpi di commissioni, comitati, valutazioni, concorsi, classifiche, premi di merito ed altre corbellerie è, appunto, un mito. Un mito dannoso e duro a morire, ma mito contraddetto da fatti e teoria ad ogni pié sospinto. Ma tant'è, al prossimo giro si inventeranno un'altra diavoleria e continueranno così.
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3. Il modello del CNSVU per la ripartizione della quota di riequilibrio (30% domanda da soddisfare, 30% crediti acquisiti dagli studenti, 30% risultati della ricerca, 10% misteriosi "incentivi speciali") non solo serve -- al momento -- a spartire le briciole ma puo' avere effetti perversi. Per esempio, per "risultati della ricerca" si intende la numerosita' del personale accademico (anche quelli che stanno a casa a fare l'orto anziche' fare ricerca),Sono completamente d’accordo sul fatto che l’introduzione, nel 2004, nella formula per la quota di riequilibrio della conta dei potenziali “ricercatori”, per far finta di tener conto della ricerca, sia stata un grave errore. Come ebbi a scrivere allora, è l’equivalente di valutare il servizio ferroviario sulla base del numero dei ferrovieri impiegati, anziché sulla base del numero di passeggeri trasportati. Per capire come si è arrivati alla “nuova formula” del 2004, dobbiamo ricordare che questa formula consentì all’allora ministro dell’istruzione di presentarsi in televisione, a “porta a porta” assieme al presidente del consiglio per vantare il fatto che “d’ora in avanti” i finanziamenti dell’università sarebbero dipesi, per il 30% dalla valutazione della ricerca. Si dimenticò anche di dire che si trattava del 30% di meno del 2%, ma l’ambiguità ingannò molti commentatori, anche tra i più esperti che avrebbero dovuto riflettere sull’impossibilità di un cambiamento così radicale applicato all’intero fondo di finanziamento ordinario. Tuttavia, anche se da cinque anni, non seguo più l’evoluzione della “quota di riequilibrio” e dei finanziamenti, la mia congettura è che, nonostante tutto, l’effetto cumulativo della quota di riequilibrio e della cosiddetta “accelerazione del riequilibrio” praticata, quando possibile, almeno fino al 2004, non sia stato trascurabile. Ad esempio alla “Sapienza” (stiamo parlando dell'università più vicina al "potere" politico) ci si lamenta che dal 2000 al 2007 il finanziamento ordinario di questa università sia passato dal 9,01% dell’intero FFO all’8,02%, con un calo del finanziamento in termini reali. Credo che il calo sarebbe maggiore se calcolato dal 1995, e scommetterei invece che la percentuale di FFO incassata dal Politecnico di Milano sia aumentata negli stessi periodi. Farei infatti la seguente congettura (che non ho potuto verificare e che esprimerei con più forza per il periodo fino al 2004 prima dell’introduzione della formula che conta le teste): la percentuale di FFO delle università delle regioni settentrionali è aumentata a partire dal 1995, a scapito della percentuale delle università delle altre regioni. Da bieco statalista resto dell’idea che sia possibile governare il sistema universitario attraverso la leva finanziaria (come succede in GB). La “formula” di finanziamento dovrebbe tener conto “in primis” del numero degli studenti equivalenti a tempo pieno (Full time equivalent students) frequentanti corsi di studio in qualche modo accreditati (nel gergo italiano che soddisfano i requisiti minimi). Nessuno mi convincerà infatti che al ritardo negli studi universitari, corrisponda in Italia un maggiore approfondimento. Il ritardo riflette invece la strategia di studiare “un esame alla volta” dimenticando il più presto possibile quel che si è imparato per passare un esame. Negli SU si sostengono tutti gli esami di un semestre alla fine del corso, in genere in una sola settimana, come ho imparato, con sorpresa, ma anche con ammirazione per il sistema, alla fine del mio primo semestre da studente in America, nel gennaio del 1961.Penso che fingere di valutare la ricerca sia molto peggio che non valutarla, e che anche in Italia sia possibile una valutazione del tipo dei RAE, come ha dimostrato la VTR2003. Incentivi finanziari possono essere associati solo ad una vera valutazione, perché qualsiasi valutazione attraverso “proxy” è suscettibile di manipolazioni perverse.Per un effettivo governo attraverso la leva finanziaria bisognerebbe anche consentire alle università di aumentare le tasse, riformando il sistema di “assistenza” ai non abbienti. Bisognerebbe anche, a mio parere, istituire un numero limitato (5% dei laureati triennali?) di borse di studio di solo merito che consentano agli studenti di “votare con i piedi” per la scelta della laurea magistrale.Penso che i servizi sanitari erogati dalle facoltà di medicina debbano essere “venduti” alle regioni attraverso convenzioni simili a quelle in vigore con la sanità privata convenzionata.Mi fermo qui per non abusare della pazienza dei redattori e collaboratori abituali di NfA che ringrazio per avere ospitato nel loro sito, opinioni così radicalmente diverse dalle loro. Ormai è difficile pubblicare opinioni così biecamente stataliste, anche nella stampa “semiclandestina” (ad esempio “Il Riformista”) dove ancora scrivo occasionalmente. Naturalmente, mi aspetto che anche le opinioni espresse in queste righe siano debitamente confutate. Grazie ancora.
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Vorrei segnalare a questo proposito il libro di Catalano, Sivestri ed altri "Chi paga per l'università?" pubblicato, mi sembra, nel 1994. Trovo sorprendente l'aumento pronunciato del divario tra reddito dei laureati e dei non laureati che risulta dai dati OCSE. In parte puo' dipendere dal fatto che alcune professioni che non richiedevano fino a qualche anno fa una formazione universitaria (ragioniere, infermiere, ecc.) oggi la richiedono. Certamente è anche la conseguenza della "svalutazione" dei diplomi di maturità, compresi i diplomi di maturità tecnica, che è seguita alle assurde riforme dell'esame di maturità. Queste riforme hanno inciso di meno nei licei, perché non c'è molta differenza sul piano culturale, tra una preparazione approfondita in poche materie (caso dei miei figli) ed una preparazione superficiale in molte materie (caso mio). Ma lo stesso non si può dire per le maturità professionali. Inoltre dobbiamo tener conto del fatto che la percentuale di "maturi" sui diciannovenni è aumentata moltissimo negli ultimi dieci anni (guardare le tabelle del rapporto del CNVSU che cito nel mio articolo).In altra sede, io ed Alberto (e non siamo né i primi né i soli) abbiamo sostenuto che le modalità di applicazione del diritto allo studio finiscono per attuare un trasferimento di risorse dalle famiglie povere verso la classe media, anche tenendo conto del fatto che il rendimento dell'investimento in istruzione sembra essere, almeno in media, piuttosto alto, anche in Italia.
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Se ci sono settori per cui il ritorno privato è inferiore alla spesa di istruzione (ma ce ne sono?), su questi non si deve investire. Se il ritorno privato è inferiore a quello pubblico, allora in quei settori la ricerca/istruzione di base va sussidiata tramite erogazione di fondi in modo competitivo
Non potrei essere più d'accordo. Ma è questo che è percepito dal pubblico che legge i giornali quando si parla di affidare l'università al mercato?
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1) abolire ilvalore legale, questo senza dubbio (per le aziende private e studi professionali è sempre stato così) una laurea a camerino non può valere come come una laurea alla normale di pisa
2) differenziare l'entità delle tasse universitarie a seconda della facoltà, cioè tasse inversamente proporzionali agli spocchi e necessità di mercato
chi studia antropologia culturale deve sapere che si sta concedendo un lusso
3) abolire i concorsi pubblici per professore universitario e regolamentare i rapporti solo mediante contratti a termine
basta con i concorsi farsa e le università cattedrali nel deserto create solo x assegnare cattedre e nepotismi/clientele varie
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chi studia antropologia culturale deve sapere che si sta concedendo un lusso
c'è chi direbbe: se è un lusso deve pagare. tu invece dici che non deve pagare niente se ho capito bene. giusto?
3) abolire i concorsi pubblici per professore universitario e regolamentare i rapporti solo mediante contratti a termine
cosa sono, slogan politici?
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un laureato costa allo stato 10 volte quello che ha dato in tasse universitarie
quindi chi frequenta facoltà con scarse possibilità di sbocco nel mercato del lavoro
secondo me dovrebbe pagare di +
quella dei professori universitari è una altra casta scandalosa
parlo di giurisprudenza:
professori che svolgono la professione privata e non pensano neppure lontanamente a dedicarsi esclusivamente solo all'
Anch'io, come Perotti, ho proposto di privatizzare l'universita' (qui e qui). Il problema che ho con quest'articolo e' che c'e' un po' di confusione tra fornitura e finanziamento:
privatizzare le universita' non significa necessariamente far pagare gli studenti. In tutto il mondo le strade e i ponti sono costruiti da imprese private e pagati dal contribuente. Se il contribuente/elettore ritiene socialmente utile costruire una strada o un ponte o aumentare il numero di laureati in fisica, paga un'impresa che lo faccia, o da' borse di studio a chi vuole studiare fisica. Chi vuole studiare fisica poi sceglie dove andare (in Italia o all'estero). Idem con patate per la ricerca: se il contribuente ritiene utile studiare la composizione delle galassie, o le opere di Gioacchino da Fiore, paga (research grant) e qualcuno che fa queste cose si trova; se vuole che ci sia gente che fa ricerca senza particolari direzioni, da' un fonod alle universita' (private) che ne facciano quel che vogliono. Cosi' come da' fondi ad associazioni sportive/culturali/musicali, etc. Mica devono pagare gli studenti.
Fornitura e finanziamento dei servizi sono concettalmente separati e separabili, e tutte le possibili combinazioni di privato/pubblico esistono in pratica: privato/privato: quasi tutto; privato/pubblico: strade, etc; pubblico/privato RAI; pubblico/pubblico: scuole.
Un'altra cosa che l'articolo fa e' ipotizzare che i sistemi informativi non rispondano ai meccanismii istituzionali (il modello superfisso).
verissimo. Ma non occorre proprio che lo sappia. Cosi' come se vado in una citta' che non conosco non ho proprio bisogno di conoscere il cv degli chef dei vari ristoranti per scegliere il ristorante che preferisco: mi compro la guida michelin, o quella del gambero rosso (o tutt'e due), e mi baso sui loro consigli. Esattamente, tra l'altro, cio' che fanno gli studenti cinesi/malesiani/coreani/etc che vengono a studiare in UK. Mica consultano le pubblicazioni dei professori di Leicester e di quelli di Poppleton e poi scelgono, piu' semplicemente guardano le varie classifiche pubblicate da chi ha tempo e voglia (e un incentivo economico) a stilare tali classifiche, e si basano su quelle.