Benvenuto! Puoi oppure iscriverti al bollettino email settimanale
Connessione Salva password

Nuova registrazione Password dimenticata?

Ex Kathedra Debito pubblico: lasciatelo stare!

di michele boldrin, 15 Ottobre 2007 stampa
Non è utile e nemmeno necessario alzare le tasse per ridurre lo stock di debito pubblico. Occorre tagliare spese e tasse in parallelo, lasciando il debito dov'è.
Articoli collegati

... e altri 22 articoli

Collegamenti: democrazia (4) tasse (26)

Chiarimento preliminare. Vorrei evitare d'essere preso per un aderente in ritardo al confuso ed incoerente appello di economisti "marxisto-sraffian-keynesiani"  - ossia, "seguaci del barone-guru Luigi Pasinetti" - che gira da tempo per l'Italia. Gli allegri signori che hanno steso e firmato il suddetto appello sostengono, ad essere cortesi, che il debito va lasciato lì dove si trova non perchè s'hanno da ridurre le tasse ma perchè, al contrario, tutto quanto si possa ricavare dalla tassazione va assolutamente ed immediatamente speso, pena la caduta della famosa domanda effettiva. Se, scialando spesa pubblica a destra ed a manca, s'arriva a spender più di quanto VV tassi (per incredibile che possa sembrare, con certa gente è possibile pure questo) non preoccupiamoci. Per i pubblici intellettuali (nel senso di pubblicamente stipendiati a base di tasse pagate dai lavoratori del privato) che hanno firmato il suddetto appello, un bel deficit di bilancio non è mai stato né mai sarà una cosa grave. Come credo risulterà chiaro da quanto segue, nulla mi risulta più alieno della finta analisi economica che costoro predicano. Il fatto che, su uno specificissimo punto di politica economica, si possa arrivare alle medesime, anche se contingenti, conclusioni è dovuto a pura casualità.

L'argomento che vorrei svolgere consiste di tre parti. La prima si riferisce alla politica economica più immediata e spiega perchè non è una buona idea (per il cittadino italiano medio) che si cerchi di ridurre lo stock del debito pubblico esistente oggi in Italia. La seconda pate e' leggermente più generale: sostengo che la religione di Maastricht secondo cui qualsiasi rapporto debito/PIL superiore al 60% è un "male" mi risulta infondata e che, più in generale, non è possibile stabilire a-priori (ossia astraendo da situazioni concrete) quale debba essere il rapporto debito/PIL ideale. Nella terza parte, ancor più generale, indico quali siano i criteri da adottarsi per decidere, in ogni data situazione concreta, se vale la pena aumentare, ridurre o lasciare inalterato lo stock di debito pubblico.

Parte 1. L'analogia più semplice mi sembra quella del "buon" padre (madre) di famiglia. Quando conviene indebitarsi per investire o consumare? Conviene indebitarsi per investire o consumare quando il rendimento atteso dell'investimento (o del consumo, dove il rendimento del secondo va misurato in termini di utilità da esso prodotta) è superiore (o uguale, per i pignoli) al costo atteso del servizio del debito - dove per "servizio del debito" intendo i pagamenti di interessi e capitale richiesti sino alla scadenza del contratto di prestito. Si tende in genere ad aggiungere una seconda condizione alla precedente: che il debito così generato sia "sostenibile" - ossia che la famiglia in questione sia in grado, nel futuro, di "servirlo" in modo consistente con gli altri flussi di reddito e spesa programmati o attesi. Ma questa seconda condizione è, in realtà, una condizione imposta dal mercato, ossia dai creditori: i creditori si rifiuteranno di concedere prestiti qualora ritengano che il nuovo debito non sia compatibile con il vincolo di bilancio della famiglia, ossia non sia servibile. Quando tale evento si verifica, ossia quando il mercato ritiene che il debitore non sia in grado di servire il debito che richiede, si alzeranno i tassi d'interesse praticati allo stesso in misura proporzionale al rischio di non pagamento che si viene così a creare. Tecnicamente noi parliamo di "no Ponzi games" (NPG): il mercato si rifiuterà (e tale rifiuto si tradurrà in variazioni dei prezzi, ossia dei tassi d'interesse praticati) di concedere prestiti ad una famiglia che usi nuovo debito per servire il precedente e che non sia in grado, nell'orizzonte di tempo considerato, di servire il proprio stock di debito attraverso il reddito da essa generato. Quindi la prima condizione è l'unica che un buon padre di famiglia, e quindi un "buon governo" nel senso Einaudiano del termine, dovrebbe seguire nella gestione dello stock ESISTENTE di debito pubblico.

Nota tecnica: molte persone fanno confusione su questo punto - è stato fatto persino su nFA! - menzionando anche la cosidetta "condizione di trasversalità" (TC), la quale c'entra come i cavoli a merenda. La TC è una condizione (sufficiente di solito come provato da Mangasarian (1966), sotto certe ipotesi necessaria) per l'ottimalità di piani intertemporali di consumo-risparmio. Essa è banale con orizzonte finito e meno banale con orizzonte infinito, ma la TC impone che "al limite dell'orizzonte temporale" il soggetto massimizzante non detenga troppo capitale, non troppo debito! Insomma, la TC è esattamente l'opposto di quanto molti tendono a farle dire: qualsiasi consumatore razionale sarebbe felicissimo d'avere una quantità crescente con il tempo (e tendente all'infinito) di debito perchè così facendo potrebbe consumare a piacimento. Ciò che un consumatore razionale vuole evitare, invece, è di avere troppi risparmi inutilizzati nel punto limite del suo orizzonte temporale. E' dunque la condizione NPG che impedisce di accumulare troppo debito e, ripeto, la NPG la impone il mercato attraverso i prezzi (o, al più negando il debito tout court) non serve se la imponga il consumatore da solo. A meno che non sia masochista.

Chiarito questo punto, veniamo al presente. Lo stato italiano paga un premio al rischio sul proprio debito pubblico rispetto ad altri paesi, come per esempio la Germania o la Spagna, che hanno rapporti debito/PIL minori? L'evidenza dice persistentemente di no, come abbiamo chiarito, nel dibattito che trovate qui, Enzo Michelangeli ed il sottoscritto. Proprio non paghiamo nessun premio al rischio, quindi ridurre il rapporto debito/PIL dal 107% odierno al, per esempio, 37% della Spagna non ci farebbe risparmiare nulla da questo lato. Diranno alcuni: ma in questa maniera risparmiamo gli interessi! Sbagliato, perchè per risparmiare gli interessi occorre ripagare il capitale ed il valore del medesimo è esattamente uguale al valore presente atteso (scontato al tasso d'interesse di mercato) dei pagamenti d'interesse che così si risparmierebbero. Se pagando un po' di debito calano gli interessi perchè si riduce il premio al rischio potrebbe essere conveniente, ma nella situazione concreta questo caso non si dà. Le due quantità sono identiche proprio in forza del fatto che non stiamo pagando un premio al rischio! La riduzione del debito, dunque, non genera alcun vantaggio monetario e la prossima volta che qualcuno se ne esce a cena con la storia degli interessi che sono uguali a quello che il paese spende in educazione spiegategli/le che non ha capito nulla. Anche questo punto, alquanto banale invero, è stato chiarito nella discussione fra Enzo ed il sottoscritto indicata poc'anzi.

Aggiungerei un ulteriore fattore: per pagare 4 Euro di interessi occorre tassare il reddito o il consumo degli italiani per 4 Euro, mentre per pagare il capitale che genera quegli interessi occorre tassare il reddito degli italiani per 100 Euro. Nella misura in cui le tasse sono distorcenti, esse lo sono proporzionalmente di più all'aumentare del livello di tassazione per unità di tempo. Insomma, tassare 100 di un solo colpo fa un danno maggiore che non tassare 4 per 25 anni di seguito. Detto altrimenti: la funzione di perdita associata alla tassazione non è solo crescente, è anche convessa: quindi meglio pagare per sempre interessi con le tasse che non tassare per pagare immediatamente il capitale. Gli inglesi dei bei tempi andati, che gonzi non erano, questo fatto l'avevano capito molto bene: per questo amavano emettere "console debt" o "consols", che pagano interessi ma non si redimono mai. 

Rimane quindi un'ultima possibilità, la seguente: gli italiani che pagano le tasse sono dei gonzi. Mi spiego. Questa ipotesi dice che, con i soldi che gli italiani ora tengono in tasca propria ed investono/consumano e che si vorrebbe prelevare per pagare il debito in essere, con questi soldi dicevo gli italiani ci guadagnano meno del 4% circa che il debito pubblico paga come tasso d'interesse. Detto altrimenti: il rendimento atteso degli investimenti/consumi degli italiani è inferiore al costo del debito pubblico. Se questo è il caso allora, effettivamente, un governo benevolente vorrebbe "prendere a prestito" (via tassazione) quei soldi per "investirli" ripagando il debito pubblico. Attendo evidenza empirica che renda credibile tale ipotesi. Sono anche disposto a scommettere cifre con vari zeri che tale evidenza empirica non esista e non sia producibile. Nel frattempo continuo a ritenere un'inutile follia voler ripagare il debito in essere. Questo NON vuol dire farne di addizionale, che è tutto un altro discorso (vedi sotto, Parte 3). Sto solo sostenendo che l'ossessione TPS-Prodi-VV (alimentata dai confusi signori che governano da Bruxelles, Almunia poverino in testa) di ridurre il debito, ridurre il debito, ridurre il debito ... costituisce un'ossessione perniciosa per gli italiani. Tralascio l'ovvio aspetto polemico, ossia il fatto che l'enorme aumento di carico fiscale (40 miliardi secondo l'ottimo editoriale di Francesco) generato dalla Banda Bassotti appostata a via XX Settembre non è servito per ridurre il debito ma solo per regalare soldi alle lobbies che sostengono i partiti per cui i finti economisti dell'appello menzionato all'inizio votano e lavorano. Tout se tient.

Parte 2. Qui andiamo leggermente in un terreno tecnico, quindi provo a formulare la mia tesi in modo attento.

Sostengo che, se al tempo t esiste uno stock di debito X(t), a meno di circostanze particolari (vedi sotto) la politica fiscale ottima per il cittadino medio sia quella che lascia quel debito intatto, ossia tale che il processo stocastico del debito (condizionale su X(t) e l'informazione disponibile a t) è un cammino aleatorio. 

Per i pignoli, il camino aleatorio fa E[X(t+1)|I(t)] = X(t), dove E[.|I(t)] è l'operatore valore atteso condizionato dall'informazione I disponibile a t. La ragione è quella esposta nella Parte 1, solo formulata in modo leggermente più generale.

Il debito pre-esistente è, appunto, pre-esistente. In principio esso non influenza la politica fiscale e di spesa corrente né da un lato né dall'altro, a meno che non ci si trovi in uno di quei complicati mondi studiati (fra gli altri) da Lucas&Stokey, Persson&Svensson, eccetera, in cui il super-benevolente governo gioca dei giochi veramente complicati sia con i suoi concittadini che con se stesso per forzarsi a fare le cose ottime. Ma anche in questi mondi - al lato pratico, a mio avviso, del tutto irrilevanti: quasi tutta la letteratura su politiche fiscali ottime post-1980 mi sembra una gigantesca perdita di tempo, ma lasciamo stare altrimenti non finisco mai il post - il problema non si pone: poichè l'onniscente governo ha disposto la struttura a termine e la composizione del debito in maniera tale che solo la variazione ottima (ex ante) del medesimo risulta conveniente, non vi è nulla da temere, e nemmeno da scegliere e discutere. Tirem innanz ... Poichè il debito pre-esistente è quello che è, l'unica ragione per tassare il settore privato al fine di ridurlo dev'essere una di convenienza futura per i cittadini stessi. Ossia, i cittadini del paese in questione devono essere in una situazione tale per cui tassarsi oggi per pagare il debito li porta a condizioni economiche che sono migliori domani. Non solo sono migliori (questo sembra facile: non hanno più alcun debito da servire) ma sono tanto migliori da compensare per lo sforzo fatto per pagarlo il giorno precedente e la disutilità che ad esso consegue. 

Invito il lettore a soffermarsi per due attimi sull'affermazione precedente, la quale sembra (e forse è) alquanto banale ma contiene il principio base della gestione ottima del debito pubblico (e privato!) in essere.  Questa considerazione implica che conviene tassarsi oggi per pagare il debito se e solo se si verifica almeno una delle seguenti situazioni:

(a) il rendimento atteso degli investimenti/consumi privati è inferiore al costo del debito (la qual cosa richiede che una parte sostanziale del debito sia detenuta da cittadini di altri paesi, altrimenti il debito nazionale fa parte degli investimenti a disposizione dei cittadini);

(b) esiste un contratto intergenerazionale secondo cui parte del debito in essere, essendo stato speso per soddisfare consumi dei cittadini oggi in vita e che domani moriranno, non deve essere pagato dalle generazioni future ma da quelle che di tale debito si sono avvantaggiate. Questo potrebbe valere, sotto opportune ipotesi, per il debito implicito nel sistema di pensioni Pay-as-You-Go, e questo è forse il caso in Italia. Ma non è del debito pensionistico che oggi si discute, bensì del debito pubblico esplicito. Sulla questione debito pubblico da pensioni ritorneremo un'altra volta. Quindi occorre chiedersi se questo contratto intergenerazionale esiste, e cosa implichi. Fatto questo occorre anche rendersi conto che il dibattito si sposta dal terreno dell'efficienza economica a quello dell'equità intergenerazionale, che è cosa alquanto più complessa: richiede, fra l'altro, accordarsi su un criterio di giustizia intergenerazionale. Rawls, come ho dato a capire altrove, porta a soluzioni assurde mentre altri lo ritengono adeguato, vedasi qui. L'utilitarismo  diciamo "standard" e con generazioni "pesate uniformemente" elimina il problema (almeno quando vi sono trasferimenti privati positivi da generazioni vive alle future) in base al ragionamento di Ricardo, noto come "ricardian equivalence" dopo il lavoro di Barro del 1974. In ogni caso, trattasi di problema diverso da quello originale. 

(c) oscillazioni cicliche di natura stocastica possono giustificare ampliamenti/riduzioni del debito in essere. In generale (ma i casi speciali abbondano) sembra essere saggio tassare un pochino sopra la media nei periodi buoni e sotto la media in quelli cattivi, facendo l'opposto con la spesa. Nei periodi in cui le cose vanno bene e si tassa di più della media, spendendo sotto la stessa, il debito cala. Ma notate che questo non implica aumentare le tasse (men che meno permanentemente!); implica solo oscillazioni ciclicamente ottime della spesa e delle tasse. Per applicare tale criterio all'Italia del 2007 sarebbe necessario provare che in tali circostanze ci troviamo, il che non sembra visto che la Banda Bassotti aumenta la spesa molto allegramente ed in modo duraturo. Quindi, inferisco, dev'essere che le cose vanno male, quindi occorre ridurre anche le tasse e lasciar crecere il debito. La moglie ubriaca e la botte piena, nei ragionamenti coerenti, normalmente non si riesce ad averle. Peccato.

(d) situazioni di restrizione creditizia, ossia il mercato si rifiuta di prestare o anche solo di mantenere il livello esistente del debito. In questo caso, che si riduce alla questione del premio al rischio discussa nella Parte 1, risulta senza dubbio appropriato ridurre lo stock del debito. 

(e) minacce esterne come per esempio il rischio di una svalutazione della moneta. Ma abbiamo l'Euro, che non si svaluta a causa del debito italiano, sembra. Oppure situazioni stile Sargent&Wallace (1981) nelle quali lo stock di debito pubblico in essere è tanto alto da convincere i mercati che delle due almeno una: il governo si rifiuterà di servire il debito in un qualche periodo futuro con conseguente crescita del premio al rischio in questo periodo ed in tutti gli intermedi, oppure il governo inflazionerà eliminando il debito attraverso una crescita generalizzata del livello dei prezzi. Di nuovo, lascio ad altri l'onere di argomentare che tali circostanze si adattano all'Italia del 2007.

Altre ragioni non ne vedo, ma essendo notte tardi non escludo che la concentrazioni mi stia facendo qualche brutto scherzo. Se mi son sbagliato, mi sbeffeggerete!

Parte 3. Si fa tardi, e ci si fa anche sempre di più astratti, ma anche in questo caso il ragionamento può essere semplificato alquanto usando buon senso ed intuizione. A cosa serve il debito pubblico? Fondamentalmente dovrebbe servire, notate il "dovrebbe", a due cose se il governo fosse un governo che fa l'interesse dei cittadini: ad attenuare gli shocks ed a finanziare investimenti in conto capitale. Ci ritorno fra un attimo, prima consideriamo cosa succede se togliamo il "dovrebbe".

Siccome in genere i governi fanno gli interessi propri il debito serve anche e soprattutto per comprare voti spendendo oggi senza dover pagare, rinviando il pagamento a domani quando governa un altro o quando proprio non si può fare a meno di pagare. Ma questo problema - drammatico - ed ovviamente IL Problema di cui gli studiosi di finanza pubblica dovrebbero occuparsi invece di fare Ramsey Policies con tutte le varianti d'informazione incompleta ed asimmetrica che riescono ad inventarsi - non si risolve pagando il debito in essere! Questo problema si risolve solo con restrizioni costituzionali che impediscano l'uso del debito per comprare voti. Discussioni sopra il tipo di restrizioni costituzionali che potrebbero raggiungere l'obiettivo se ne sono fatte a palate, ed il risultato teorico è chiaro. Altrettanto chiaro il risultato empirico: in nessun paese europeo, o non che io sappia, esse sono state adottate. Personalmente non vedo altra soluzione credibile e sostenibile, quindi credo sia il caso di continuare a predicare nel deserto, sperando che un giorno cominci a fiorire e si comincino ad introdurre nella carta costituzionale restrizioni semplici e stringenti ai criteri di emissione del debito pubblico. Nel frattempo sono a favore di lasciare tutti i debiti in essere dove sono. Abbassarli vuol dire solo offrire ulteriore spazio ai governi non benevolenti, ossia a tutti i governi, per spendere ancor di più ed allegramente, facendo crescere il debito oggi e le tasse domani. Lasciando lo stock di debito dove sta, ossia opponendosi a qualsiasi incremento dell'imposizione fiscale che venga giustificato con l'obiettivo della riduzione del debito, si lascia ai governi male-olenti un'alternativa leggermente meno allegra. Se vogliono spendere devono tassare, e la gente se ne accorge. Oppure possono creare spazio per spese future solo riducendo le presenti, che è meglio d'uno sputo in un occhio. Quindi, fatte salve le circostanze eccezionali elencate nella Parte 2, a fronte di governi che fanno i loro interessi insistere perchè non si tassi il settore privato con la scusa di ridurre il debito pubblico mi sembra la politica più ragionevole.

Torniamo, in conclusione, al "dovrebbe", ossia alla domanda se vale la pena avere del debito pubblico. La risposta facile la sappiamo tutti e già l'ho menzionata: a fronte di shocks temporanei ed inattesi vale la pena usare il debito. Ma se usassimo il debito solo per queste ragioni, credo non avremmo mai un rapporto debito/PIL superiore al 10, forse 15 per cento. Non ho fatto i conti esatti, ma son certo che il 15% basta ed avanza anche per la grande depressione del 1930-39. Poi ci sono gli investimenti nei beni capitali pubblici. Qui, ovviamente, si apre un dibattito infinito perchè ognuno di noi ha un'opinione, ed una teoria, personali su cosa sia e cosa non sia un bene pubblico. Qualcuno vuole i ponti e le autostrade, altri i parchi ed i porti, alcuni i restauri degli edifici antichi ed i musei ben tenuti, altri l'ambiente e le coste, a qualcuno piace l'esercito, altri preferiscono le chiese da restaurare o l'educazione della gioventù. Non mi ci metto, ma sottolineo l'aspetto altamente intergenerazionale della faccenda: quasi tutti i beni capitali pubblici sono investimenti per il futuro, per le generazioni giovani o addirittura a venire. Questo implica che, o ben si riesce a provare che i beni pubblici e gli investimenti pubblici non esistono / non servono / possono essere tutti finanziati privatamente in modo efficiente, oppure occorre riconoscere ed accettare come 'efficiente' uno stock positivo di debito pubblico ed un rapporto debito/PIL anche sostanziale.

Personalmente propendo per un approccio empirico, ossia caso per caso. Il che implica anche "ear marked" taxation ed emissioni di debito "vincolate", ossia vincolate al finanziamento di questo o quell'altro bene pubblico durevole. La qual cosa, messa in una carta costituzionale, sarebbe un primo passo verso quella riforma che menzionavo poco sopra. Ma questo post è già lungo abbastanza.

Riassumendo: la prossima volta che un qualche primo ministro vi racconta che occorre alzare le tasse per ridurre il debito, spernacchiatelo tranquillamente. Sta quasi certamente raccontandovi una grande balla. 

Collegamenti con altri articoli:debito pubblico democrazia tasse
Condividi questo articolo su questi siti:
  • del.icio.us
  • Digg
  • Google bookmarks
  • OKNO
  • Reddit
  • Segnalo
  • Technorati
  • Yahoo MyWeb
  • ZicZac
(utilizzi qualche altro sito di social bookmarking? faccelo sapere)
Segnala questo articolo a:
- mittente: email del mittente:
49 commenti
Per commentare devi registrarti e connetterti

Nota: i commenti sono di proprieta' degli autori, che ne sono responsabili.

Legenda: Espandi/nascondi commento Espandi/nascondi risposte Permalink Rss delle risposte

Rss dei commenti

  di bossone, 15 Ottobre 2007, 16:44 permalink rss

...la tua ipotesi non e' realista. Dici bene all'inizio parte 3:

"A cosa serve il debito pubblico? Fondamentalmente dovrebbe servire, notate il "dovrebbe", a due cose se il governo fosse un governo che fa l'interesse dei cittadini..."

Il governo non fa l'interesse dei cittadini. Specialmente in Italia. Di qualunque colore sia. Non ho evidenze empiriche finali e incontrovertibili al riguardo ma credo che la lettura quotidiana dei giornali spinga verso un'ipotesi piu' realista: cioe' che il governo si faccia gli interessi suoi, no?

Allora meglio non pensare a un governo che fa il padre di famiglia ma a uno che vuole essere ri-eletto o appropriarsi di alcune rendite per capire come il governo si comporta nei confronti del debito pubblico come in questo bel paper (anche se e' una lettura tecnica e un po piu' per gli addetti ai lavori).

|  
  di sabino patruno, 15 Ottobre 2007, 18:19 permalink rss

conviene tassarsi oggi per pagare il debito se e solo se si verifica almeno una delle seguenti situazioni...

(d) situazioni di restrizione creditizia, ossia il mercato si rifiuta di prestare o anche solo di mantenere il livello esistente del debito. In questo caso, che si riduce alla questione del premio al rischio discussa nella Parte 1, risulta senza dubbio appropriato ridurre lo stock del debito. 

(e) minacce esterne come per esempio il rischio di una svalutazione della moneta. Ma abbiamo l'Euro, che non si svaluta a causa del debito italiano, sembra.

Senza voler entrare in questioni tecniche, per le quali non ho competenza, ma solo facendo appello alla mia memoria (storica), mi pare che al tempo della lira e per l'esattezza al tempo dell'uscita dell'Italia dallo SME il differenziale dei BTP sui bund tedeschi - da sempre termine di paragone del premio di rischio del nostro debito - era crescente, con concreto timore di rifiuto del mercato all'acquisto dei Titoli di Stato (ricordo che negli stessi giorni Bossi invitava effettivamente al boicottaggio dei BOT). In parallelo c'era il concreto pericolo della svalutazione, poi effettivamente e ripetutamente verificatasi.

In quella situazione storica c'è stato l'inzio delle politiche di lacrime, sangue e tassazione per la riduzione del deficit/debito, cosa che ha poi consentito all'Italia di entrare nell'euro e quindi di trovarci nella situazione più tranquilla che tu descrivi.

Ricordo però che l'ingresso nell'euro non fu automatico, ma negoziato, proprio a causa dello stock di debito esistente - fuori dei famosi parametri - sicchè l'Italia si dovette impegnare alla sua riduzione e conseguentemente a perseguire le politiche di riduzione che tu critichi. Mi sa che ci troviamo in una situazione di pacta servanda..

Vero è che la riduzione può avvenire per via fiscale (più tasse) o vendendosi l'argenteria, cosa in parte, ma non  sufficientemente  già fatta, come dimostra lo smantellamento delle partecipazioni sociali,  o riducendo le spese - cosa evidentemente non fatta a sufficienza.

|  
  di andrea moro, 15 Ottobre 2007, 21:00 permalink rss
C'e' un aspetto ulteriore su cui forse vale la pena soffermarsi: nella misura in cui il debito pubblico e' detenuto dai cittadini, da una parte e' ancora meno problematico tenerselo (quello che il governo prende con una mano, elargisce con l'altra sotto forma di interessi), dall'altra ha implicazioni redistributive che potrebbero essere indesiderate. Se qualcuno avesse qualche riferimento, sarebbe interessante conoscere entrambi i dati: la percentuale di debito detenuta internamente, e la sua distribuzione al variare del reddito dei detentori.
|  
  di michele boldrin, 15 Ottobre 2007, 21:36 permalink rss

Anche in un mondo con agenti eterogenei, trovo difficile provare a fare predizioni sul fatto che il debito (al contrario di che cosa? Le tasse? Quali?) abbia effetti redistributivi da un lato o dall'altro. Da un punto di vista positivo ha ovviamente effetti redistributivi, via spesa pubblica, a favore dei gruppi d'interesse che i politici vogliono foraggiare ed alimentare. Ma in generale, il debito per-se, perche' mai dovrebbe redistribuire?

Il puro fatto - meglio ipotesi perche' magari A, B e C sono la stessa persona - che A possa ricevere il bene pubblico, B detenga il debito per finanziarlo e riceva interessi, e che C paghi le tasse con cui si finanziano gli interessi sul debito, non vuol dire molto. Tieni conto che B, di per se', se i soldi da investire ce li ha (che ce li ha anche senza debito pubblico) puo' sempre comprarsi un altro titolo finanziario, con lo stesso rischio e lo stesso rendimento, o almeno con lo stesso Sharpe ratio. Quindi, a lui ke ie frega del debito? Mica ci guadagna nulla! In assenza del debito investe da un altro lato, e fine della storia. Insomma, in principio il detentore di debito e' indifferente al fatto che il bene pubblico si finanzi con debito o con tasse.

Anche se lui fosse C (ossia, se B=C="ricchi", mentre A="poveri" come nella balla nazionale che VV&TPS&Prodi raccontani ai loro elettori beoti) ed il sistema di tassazione fosse "progressivo", ossia con tassa media una funzione convessa del reddito, di nuovo non fa molta differenza. Se il bene lo finanziano direttamente con le tasse, queste le paga B (ossia C) in proporzione maggiore che A. Se lo finanziano con debito, il servizio del debito lo pagano lo stesso B (ossia C) in proporzione maggiore di A. Stessa cosa. La questione redistributiva, al piu', e' fra A che riceve la spesa e C che paga le tasse, che e' cosa vecchia e nella quale il debito non c'entra.

Bottom line, prima di guardare i dati per capire se il debito redistribuisce, bisognerebbe avere qualche ipotesi riguardo al meccanismo redistributivo che il debito alimenta, ed io a priori non lo vedo proprio.

 

|  
  di andrea moro, 15 Ottobre 2007, 21:37 permalink rss

Un aspetto positivo dei parametri di Maastricht e' quello di fornire un vincolo para-costituzionale alle restrizioni all'emissione del debito che Michele vorrebbe fossero messe nella costituzione. Non voglio nemmeno iniziare a discutere sulla capacita' della particolare scelta effettuata a garantire gli esiti desiderati. L'effetto-vincolo pero' sembra esserci. E non vale dire che il vincolo e' meno efficace di un emendamento costituzionale perche' l'adesione all'UE si puo' revocare: anche le costituzioni si possono cambiare, il punto e' qual e' il costo che si sopporta nel farlo. Mi pare che a suo tempo fosse piuttosto esplicito l'intento di aderire al trattato proprio per fornire un vincolo alle spese allegre dei governi italiani.

Interessante comunque notare come spesso decisioni di rilevanza costituzionale vengono prese dai governi in via extra-parlamentare.

|  
  di michele boldrin, 15 Ottobre 2007, 22:12 permalink rss

Oggi io ed Andrea non riusciamo a pensare una per andare d'accordo! A volte ci son giorni come questi, che ci possiamo fare? Discutiamo allora ...

La differenza fra Maastricht e quanto ho in mente io e' fondamentale.

Maastricht mette un numero a caso che, per quanto ne so, potrebbe essere troppo piccolo (magari se facciamo tantissimi investimenti in educazione, salute ed ambiente e' una buona idea avere un debito uguale al 150% del PIL) o che forse e' troppo grande (magari non facciamo investimenti pubblici e le oscillazioni da shock son sparite) ma che, per il puro fatto di esistere, funziona da punto di riferimento per i politici spendaccioni, i quali quindi spendono piu' del dovuto perche' tanto "siamo sotto il 60%".

La proposta che io ho in mente - che e' cosa vecchia per non dire vecchissima, roba austriaca di prima della guerra o public choice poco dopo, ma che segue banalmente estendendo l'argomento di Tiebout a un mondo con una location ma molti beni pubblici eterogenei (lui ha molte locations eterogenee ma un unico bene pubblico) - dice invece che per emettere debito deve esserci, a fronte, una spesa in conto capitale o una variazione ciclica del PIL, propriamente definita. Questa seconda parte, in effetti, in Maastricht ci sarebbe. Infatti il 3% di deficit non e' permesso tutti gli anni, ma solo quando va male ... anche se in Europa sembra andar male un anno si' e l'altro ancora ... Comunque, almeno teoricamente questa parte Maastricht la cattura. Visto? Abbiamo trovato una cosa su cui Andrea ed io siamo d'accordo! Ora basta perche' qualcuno mi ha appena detto che sembro in cocaina, e non e' bello sembrare in cocaina se non te la sei neanche fatta!

 

|  
  di andrea moro, 15 Ottobre 2007, 22:32 permalink rss
Non avevo sinceramente intenzione di scrivere niente in disaccordo di quanto sopra. E sicuramente, come ho scritto, non volevo mettermi a discutere sui numeri concordati e sulla loro capacita di risolvere i problemi di cui stiamo discutendo. Maastricht consegue alcuni scopi virtuosi solo indirettamente e, per forza, parzialmente. Per me il problema e' capire come mai e' piu' semplice ricorrere a strumenti indiretti che diretti.
|  
  di Marco Boleo, 15 Ottobre 2007, 22:33 permalink rss

Caro Michele visto che oggi sei felice per il Nobel ai tuoi amici, sperando in una maggiore comprensione per eventuali nonsense, ti ripropongo dei quesiti ai quali mi hanno già risposto Michelangeli e Format: 1) considerare solo il debito pubblico di una nazione e non il suo debito totale dato dalla somma di quello pubblico e di quello privato è sensato o no; 2) ha senso rapportare uno stock: il debito ad un flusso: il Pil; 3) ha senso calcolare il debito pubblico procapite di una nazione includendo nel calcolo lo stock di titoli detenuto dai residenti visto che Melon diceva che il debito interno di una nazione è il debito che la mano destra deve alla sinistra. E poi avrei bisogno di qualche esempio sui casi nei quali viene usata a sproposito la condizione di trasversalità. M 

|  
  di pietro X, 15 Ottobre 2007, 23:41 permalink rss

Il ragionamento di Michele Boldrin sul debito e' perfettamente sensato da un punto di vista economico finanziario. E' chiaro che in una logica attuariale e finanziaria non c'e' molto da aggiungere: c'e' un debito su cui paghi un premio al rischio zero? ottimo. mantienilo cosi e forget about the past.

Il ragionamento potrebbe finire qua tra economisti. Anzi. dovrebbe finire qua. Le questioni redistributive, infatti, non esistono. e anche se il debito avesse proprieta' redistributive in casi ad hoc, non credo proprio che non esista un sistema piu' efficiente di lump sum transfers e tasse per realizzare la stessa redistribuzione con costi minori.

Se si vuole continuare la discussione bisogna ragionare su altri aspetti.

1) Il problema non e' attuariale-finanziario. Semmai dobbiamo entrare nella political economy (extended). Quando studiavo economia 101, anche io ritenevo la regola del 60% una follia. perche' lo e' da un punto di vista economico. nonsense. Lo scrive anche De Grauwe nel suo libro del 1993. Ma la regola e' politica. L'idea e': devo costringere alcuni paesi che entreranno nell'euro a dimenticare le politiche spendaccione e irresponsabili degli anni 80. Il modo piu' facile e diretto e' togliere loro un grado di liberta'. Fai quello che vuoi con tasse e spesa, ma il saldo (deficit e debito) deve restare basso o si deve ridurre. Come ogni regola (anche costituzionale) si puo' indebolire. Ma va valutata per quello che e' nata per fare: aumentare la disciplina fiscale. Indipendentemente dagli incentive constraints che introduce o non introduce, lo ha fatto? Presto per dirlo. Ma negli ultimi dieci anni non ho visto provvedimenti che introducevano le baby pensioni (cosa che negli anni 70 ha avviato la spirale del debito). Ripeto, serviva una regola semplice, immediata, diretta con cui poter fare SOME MORAL SUASION su governi lassisti. Venne scelta la regola del 60% che qualcuno ha perfino cercato di giustificare economicamente. Economicamente non-sense. Politicamente? Forse il meglio che si poteva fare all'indomani delle tempeste del 1992/93.

2) Lasciando il campo politico e tornando a quello strettamente economico mi chiedo: ma davvero il debito pubblico e' una variabile cosi rilevante da giustificare una diatriba tra economisti su come e' meglio gestirlo? secondo me no. it's out of focus. Anzitutto, il debito esplicito conta davvero poco in termini assoluti. Cio' che e' piu' preoccupante e' quello implicito. Esempio facile facile: se qualcuno di questo blog mi dice che devo ridurre il debito pubblico io posso fare una operazione straordinaria: aumento di 10 punti i contributi previdenziali. forse me la vendo anche in campagna elettorale perche' dico a tutti che e' per dare loro pensioni piu' alte domani. con questo enorme extra-gettito il deficit va giu' e in qualche anno anche il debito va giu'. QUELLO ESPLICITO! Nel frattempo accumulo un debito implicito enorme.

Conclusione: il debito pubblico e' un concetto assolutamente non definibile (in maniera seria) e non vale la pena studiare teorie su optimal public debt. il requisito di Maastricht e' un tentativo POLITICO di dare ai Governi incentivi (vs elettorato) e ai controllori armi da moral suasion. se funziona, se determina un po' di disciplina fiscale bene. altrimenti da economista non me ne preoccupo (semmai passo le nottate a cercare di calcolare quello implicito in un sistema previdenziale da incubo).

Pietro

|  
  di nicola, 16 Ottobre 2007, 00:50 permalink rss

regola (di massima) vuole che le agenzie di rating non assegnino al debito di imprese nazionali un rating superiore a quello del paese in cui queste hanno sede. In tal caso, se l'Italia come paese non paga alcuno spread rispetto alla Germania e' probabile che molte imprese nazionali debbano finanziarsi a tassi superiori,  ceteris paribus.

 

Inoltre, forse bisognerebbe pensare al general equilibrium sul premium al rischio (debtio area euro), piuttosto che ad un partial equilibrium (debito italia). Siamo sicuri che una riduzione del debito italiano non riduca lo spread dell'intera area euro? In questo caso forse il problema e' che nella funzione di utilita' di molti economisti italiani non entra il beneficio (sociale) che la riduzione del debito italiano apporterebbe all'area Euro ..

|  
  di sandro brusco, 16 Ottobre 2007, 01:13 permalink rss

In verità nessuna delle due ragioni mi pare molto forte.

Se non c'è premio al rischio sul debito pubblico significa che il rischio paese non c'è. Non vi è quindi molto altro che si possa fare per ridurre il costo di finanziamento delle imprese nazionali. Se queste pagano un premio al rischio  è dovuto al tipo di attività d'impresa che svolgono, non al paese in cui hanno la sede (un discorso a parte meriterebbe la credibilità delle agenzie di rating, che al momento non è molto alta, e la ragionevolezza di assegnare a un'impresa un rating minore o uguale del paese che la ospita).

Per quanto riguarda gli effetti di equilibrio generale, sono ovviamente complicati ma in principio non mi è chiaro perché un aumento del premio al rischio sul debito pubblico italiano debba comportare un aumento del premio al rischio sui bund o sui titoli francesi, per dire, anche se sono denominati nella stessa valuta. Il premio al rischio valuta il rischio di insolvenza del debitore; se l'Italia aumenta tale rischio ma la Spagna continua a essere virtuosa non c'è nessuna ragione per cui la Spagna debba pagare un interesse più alto solo perché usa la stessa divisa dell'Italia.  Ai tempi della lira l'Argentina ha emesso debito denominato nella valuta nazionale italiana, senza che ovviamente questo avesse alcun effetto sul rating dell'Italia. Emissioni in dollari USA da parte di molti paesi sono anche comuni, senza che questo intacchi il rating del debito USA.

|  
  di nicola, 16 Ottobre 2007, 01:31 permalink rss

sul primo punto consiglio:http://rs.rgemonitor.com/latam-blog/337/the_credit_rating_agencies_and_the_sovereign_ceiling , e tieni presente che il fatto che non esista un premio al rischio rispetto ad un Bund non significa che il debito italiano abbia lo stesso rating di quello tedesco. Quindi il problema potrebbe essere (ipotesi da verificare) che a molte imprese italiane venga assegnato, ceteris paribus, un rating inferiore che a quelle tedesce perche' l'italia ha un rating inferiore. Di qui un costo del debito maggiore per le imprese italiane.

 

sul secondo punto, ho proprio in mente possibili aspettative di deprezzamento dell'euro qualora il debito del sistema euro aumenti vertiginosamente. In tal caso, una politica poco virtuosa di un paese puo' avere effetto, attraverso il tasso di cambio, su un altro paese dell'area euro. L'esempio che citi dell'Argentina non e' calzante. Sono tanti i paesi che emettono in valuta, ma l'Italia ha membri nel bord della BCE ed un qualche, sebbene minimo, potere all'interno della Commissione .. 

 

ad ogni modo, e' chiaro che mi riferisco a possibili impatti di second'ordine .. 

|  
  di michele boldrin, 16 Ottobre 2007, 07:43 permalink rss

Scusami davvero, caro lettore: ti rendi conto che fai affermazioni incoerenti? Lo dico senza cattiveria, ma le affermazioni sono incoerenti.

Anzitutto, se sono impatti di second'ordine non si capisce perche' ne discutiamo, ma transeat.

Poi: se il debito dell'Italia (il cui PIL e' meno del 15% dell'aera Euro, e calante) cresce vertiginosamente la PRIMA cosa che succede e' l'aumento del premio al rischio sul debito italiano, non la svalutazione dell'Euro. La Cirio, e tante altre, hanno emesso obbligazioni che non sono state pagate: si e' per caso svalutata la lira di conseguenza? Scricchiola lo Yen?

Se l'ipotesi e' da verificare, andrebbe verificata prima d'essere avanzata, visto che verificabile nei dati e'. Ma transeat di nuovo. Chi se ne frega del rating, appunto? Cio' che conta e' il premio al rischio che il mercato pratica, e non c'e' nemmeno rispetto a paesi che hanno debito/PIL uguale ad un terzo del nostro.

Cosa c'entra l'articolo sul sovereign ceiling? Da dove viene il link tra alto debito italiano (ammesso che alto sia) e costo del credito per le imprese italiane, secondo l'articolo in questione? Ti rendi conto che parlano di paesi dell'America Latina e che, inoltre, in ognuno di qusti paesi esiste una moneta nazionale nella quale si emettono sia obbligazioni private che pubbliche? Ti rendi conto che default on debt in questi casi vuol dire sempre una svalutazione della moneta nazionale? Cosa avrebbe questo paper a che fare con l'Italia, scusa?

Cosa avete contro la realta'? Fastidio perche' non si adatta a schemi preconcetti? Successe lo stesso ai papi con il loro sole che doveva girare attorno alla terra ...

|  
  di calvin, 16 Ottobre 2007, 10:05 permalink rss

Anzitutto due precisazioni. (1) Non so a quale conclusione siate giunti tu ed Enzo, ma lo spread BTP-Bund esiste ancora, e sulla scadenza trentennale è pari a circa 35bps. Questo per un debito pubblico pari a 1500 billions fa 5.25billions all'anno, se sono tanti o pochi non lo so. Aggiungo, durante il casino settembrino ricordo che siamo arrivati in area 45, proprio perché in condizioni normali "si vabbé sempre govies di paesi occidentali sono", in condizioni di paura diffusa "meglio il Bund, rischio meno". (2) Il "rating cap" o come lo chiamano per gli emittenti di un paese non esiste più - mi pare - il caso era quello di Mediobanca rimasta Aa3 dopo il downgrading dell'Italia ad A1.

Due osservazioni più pregnanti le avrei su questi punti:

d) situazioni di restrizione creditizia, ossia il mercato si rifiuta di prestare o anche solo di mantenere il livello esistente del debito. In questo caso, che si riduce alla questione del premio al rischio discussa nella Parte 1, risulta senza dubbio appropriato ridurre lo stock del debito. 

Effettivamente dal 1998 ad oggi il premio al rischio per i titoli italiani è decisamente crollato. Il che sarebbe un buon motivo per sfruttare le condizioni di mercato "favorevoli" per abbassare il debito. L'equivalenza tra capitale e interessi pagati vale sotto ipotesi di yield curve piatta e stabile; se però ipotizzi un mondo in cui ad un certo punto nel futuro il premio al rischio dei BTP aumenta e c'è asimmetria informativa (altrimenti il tasso di mercato sconterebbe già questa variazione del risk premium) , il valore atteso di K è minore del present value degli interessi  e quindi può essere conveniente spendere 100 per risparmiare 101 di interessi. Insomma, ridurre il debito può essere una sorta di assicurazione contro shock finanziari, specie se il tuo balance sheet non è particolarmente brillante (come nel caso dell'Italia).

(e) minacce esterne come per esempio il rischio di una svalutazione della moneta. Ma abbiamo l'Euro, che non si svaluta a causa del debito italiano, sembra. Oppure situazioni stile Sargent&Wallace (1981) nelle quali lo stock di debito pubblico in essere è tanto alto da convincere i mercati che delle due almeno una: il governo si rifiuterà di servire il debito in un qualche periodo futuro con conseguente crescita del premio al rischio in questo periodo ed in tutti gli intermedi, oppure il governo inflazionerà eliminando il debito attraverso una crescita generalizzata del livello dei prezzi. Di nuovo, lascio ad altri l'onere di argomentare che tali circostanze si adattano all'Italia del 2007.
Questo è un punto per me tremendamente puzzling. Che succederebbe se l'Italia dichiarasse default? A parte il rischio concreto che essendo il 50% del debito in mano a investitori stranieri francesi e tedeschi vengano a smontarsi il Colosseo e la gli Uffizi e se li portino da loro, intendo. Beh i govies EMU sono utilizzabili d'ufficio nelle operazioni di mercato aperto con la BCE, quindi la BCE rischierebbe di trovarsi con un sacco di carta che non vale niente? Difficile, in caso di problemi COSI' grandi comincerebbero a rifiutare i BTP come collateral. Cos'altro? Una svalutazione dell'Euro dovuta alla massiccia vendita di titoli italiani? Mah, come giustamente detto il PIL italiano conta il 17% di quello europeo, il debito sarà sugli stessi livelli... Relativizzando le cifre non mi sembrano spaventose. Dico questo perché le regole di Maastricht nella loro stupidità erano giustificate da un concetto di fondo che non ho ancora visto espresso, e cioé impedire il moral hazard da parte dei paesi più indebitati che avrebbero potuto sfruttare una clausola implicita di salvataggio da parte del resto dell'Unione per indebitarsi a livelli crescenti. Quello che mi ha sempre convinto poco di questa teoria è: perché in caso di rischi di default sul debito italiano Francia e Germania dovrebbero prendersi la briga di intervenire? Qual è il passaggio che mi sfugge?
|  
  di enzo michelangeli, 16 Ottobre 2007, 14:51 permalink rss

Beh i govies EMU sono utilizzabili d'ufficio nelle operazioni di mercato aperto con la BCE, quindi la BCE rischierebbe di trovarsi con un sacco di carta che non vale niente? Difficile, in caso di problemi COSI' grandi comincerebbero a rifiutare i BTP come collateral.

A proposito, non aveva la BCE annunciato nel 2005 che non avrebbe piu' accettato titoli di rating inferiore ad A- come collateral per i repo? E' sempre valida quella decisione?

|  
  di michele boldrin, 17 Ottobre 2007, 07:05 permalink rss

(1) Spread. Certo, "zero" era da intendersi (lo aveva chiarito anche Enzo) come un'approssimazione. Stavo giusto cercando di vedere in linea la distribuzione degli spreads italiani e spagnoli rispetto ai titoli tedeschi, a seconda delle maturita'. Poiche' non tutto il debito e' a trent'anni, anzi, il calcolo giusto richiede una specie di integrale pesato da un mese a trent'anni. Il dato che dai, a naso, mi sembra un'upper bound. Mi sbaglio? Ho provato a costruirmi le serie per confrontare lo spread italiano con lo spagnolo, ma mentre El Banco de Espana i rendimenti dei titoli pubblici li mette praticamente in prima pagina, sul sito della Banca d'Italia li nascondono bene e non son riuscito a trovarli! Moodys vuole i miei soldi per darmeli (sono a casa) .... insomma, mi son scocciato e lascio fare a qualcun altro.

A naso, usando il tuo upper bound, direi che lo spread sul Bund ci costa 2 Mld all'anno, ma se facciamo il confronto con Letras ed altre cose spagnole finiamo a pari, niente spread nel complesso (rispetto alla Spagna, voglio dire). Siccome Spagna ha il debito a 40% del PIL e calante, questo mi suggerisce che ridurre il nostro debito di un 50% del PIL (mica male, no?) non ci farebbe risparmiare nulla di significativo.

Ma la parte interessante del tuo intervento, come tu dici, viene dopo. Scrivi

Effettivamente dal 1998 ad oggi il premio al rischio per i titoli italiani è decisamente crollato. Il che sarebbe un buon motivo per sfruttare le condizioni di mercato "favorevoli" per abbassare il debito. L'equivalenza tra capitale e interessi pagati vale sotto ipotesi di yield curve piatta e stabile; se però ipotizzi un mondo in cui ad un certo punto nel futuro il premio al rischio dei BTP aumenta e c'è asimmetria informativa (altrimenti il tasso di mercato sconterebbe già questa variazione del risk premium), il valore atteso di K è minore del present value degli interessi  e quindi può essere conveniente spendere 100 per risparmiare 101 di interessi. Insomma, ridurre il debito può essere una sorta di assicurazione contro shock finanziari, specie se il tuo balance sheet non è particolarmente brillante (come nel caso dell'Italia).

Il premio al rischio e' crollato, ed il rapporto debito/PIL non e' mutato ... non e' ovvia l'inferenza? Il rapporto debito/PIL, ai livelli a cui sta, non sembra far molto effetto ai mercati. Nota che io non sto proponendo di elevarlo al 130%, anzi io sto suggerendo di non toccare il valore NOMINALE del debito. Basta far pareggi, punto e basta. E per far pareggi basta tagliare le spese.

In che senso le condizioni di mercato sono "favorevoli" ad un abbassamento del debito? Per farlo occorrerebbe comunque tassare (o tagliare drasticamente la spesa e NON ridurre le imposte), e non mi sembra che il momento sia favorevole per un ulteriore inasprimento delle imposte. 

Sull'ipotesi che fai per rendere K < NPV(interessi): tutto vero, pero' ...  Capisci anche tu che se la curva si muove dalla parte opposta (ossia, l'economia magari sorprendentemente cresce perche' tagliano tasse e spesa pubblica) ti viene il risultato inverso e K > NPV(interessi). In questo caso conviene tenersi il debito e tagliare tasse e spese, no?

A questo punto si tratta di chiedersi: quale dei due scenari e' piu' attraente? Non ci possiamo chiedere quale sia piu' probabile, per la semplice ragione che la probabilita' di una curva (premio al rischio) che schizza su o giu' e' endogena e determinata dai nostri atti. Se si continua a far deficit, a non crescere, a spendere ed a tassare al massimo possibile, il premio al rischio crescera'. Se si comincia a crescere e si smette di far deficits e spendere a vanvera, calera'. Quindi occorre chiedersi quale politica sia piu' attraente, e fare una "scommessa" sul fatto che una certa politica puo' o non puo' causare crescita, riducendo il rischio del salto in alto del premio al rischio. In uno scenario/politica ci tassiamo a sangue per ridurre il debito nell'aspettativa, o timore, che 10 anni da oggi qualche governo impazzito faccia deficit enormi e che l'economia comunque non cresca. Nell'altro scenario/politica tagliamo tasse e spese lasciando il debito intatto sia ora che nel futuro, convinti che tagliando tasse e spese il paese dovrebbe ricominciare a crescere e quindi il rischio di default svanire. 

Sull'ultimo punto: hai ragione da vendere. La mia opinione, per niente humble, e' che non ti sfugge proprio nulla. Il passaggio, nell'argomento pro-regole di Maastricht, non c'e' e non c'e' mai stato. Era ed e' un ragionamento teoricamente incoerente ed empiricamente infondato. La qual cosa non dovrebbe sorprendere nessuno, visto che uno dei "pensatori" che elaboro' l'incoerente argomento era Tommaso Padoa Schioppa. 

|  
  di calvin, 17 Ottobre 2007, 09:12 permalink rss

(1) Assolutamente, si trattava di un upper bound.

(2) I buy your point. Nel senso, l'argomento endogeno rende circolare tutto il ragionamento. Se sfrutti il basso premio al rischio per ridurre il debito automaticamente ti poni in una condizione in cui K > NPV(i) dal momento che il tuo premio al rischio continua a scendere. Però tu dici di lasciarlo invariato a livello nominale. Questo vuol dire che l'inflazione se ne mangia circa un 2% per anno, quindi in pratica stai suggerendo un percorso di riduzione graduale. Oppure ho capito male io?

Sull'ultima nota, sono rimasto abbastanza scioccato, visto che su quel punto avevo praticamente svolto la mia tesi! Ho sempre avuto il dubbio, ma non mi sono permesso di esprimerlo dal momento che il punto sul moral hazard mi sembrava una cosa data per scontata - non a livello di atto di fede però!

|  
  di michele boldrin, 17 Ottobre 2007, 09:24 permalink rss

Hai capito perfettamente Calvin, sono altri che non vogliono capire.

Sul rischio morale, cosa vuoi che ti dica? Troppe volte il "consenso economico" consiste in una razionalizzazione ex-post di decisioni che i politici o i banchieri centrali vogliono vengano prese per ragioni che nulla hanno a che fare con il benessere sociale ed economico della gente, e molto a che fare con il loro perseguimento di obiettivi di potere politico e financo personale. Il grande mito del patto di stabilita' oramai dura da quasi vent'anni, non credo sia facilmente sradicabile specialmente finche' nelle universita' europee si continuera' ad insegnare macro "keynesian-mundelliana", ossia confusione ed incoerenza logica. A te il dubbio era venuto, ed ora l'hai razionalizzato. Noi continuiamo a dirlo, magari il numero d'infedeli cresce con il tempo ...

|  
  di enzo michelangeli, 17 Ottobre 2007, 15:28 permalink rss

Sul rischio morale, cosa vuoi che ti dica? Troppe volte il "consenso economico" consiste in una razionalizzazione ex-post di decisioni che i politici o i banchieri centrali vogliono vengano prese per ragioni che nulla hanno a che fare con il benessere sociale ed economico della gente, e molto a che fare con il loro perseguimento di obiettivi di potere politico e financo personale.

Se ben ricordo, sul patto di stabilita' avevano particolarmente insistito i tedeschi. Non credo avesse a che fare con salvataggi dall'insolvenza di certi paesi da parte di altri, ma semmai con la paura che la costituenda BCE avrebbe avuto una posizione molto piu' soffice della Bundesbank in materia di monetizzazione del debito, e in genere di indipendenza dai vari governi nazionali (in particolare, da quelli spendaccioni).

|  
  di marco, 16 Ottobre 2007, 11:25 permalink rss

Concordo con Calvin. Il motivo di fondo che giustifica l'introduzione del Patto di Stabilità e Crescita (PSC) è garantire un certo grado di coordinamento delle politiche fiscali da parte dei paesi appartenenti all'aerea dell'euro e  impedire il moral hazard da parte dei paesi più indebitati. Infatti, in un contesto di premio al rischio calante, paesi maggiormente indebitati avrebbero avuto incentivi crescenti a finanziare le proprie politiche fiscali in deficit (e quindi aumentando il debito). In caso di default, tali paesi avrebbero potuto usufruire di una implicita clausola di salvataggio non da parte degli altri paesi dell'unione ma, eventualmente, da parte della BCE. il patto di stabilità, percio', serve  a garantire il coordinamento delle 13 (a partire dal 2007, 15) politiche fiscali dei paesi dell'area dell'euro e a preservare l'indipendenza della politica monetaria della BCE.

Riguardo alla regola del 3% di deficit/PIL e 60% di debito/PIL, occorre fare alcune distinzioni.

Primo, il vero focus del patto di stabilità è il raggiungimento del pareggio di bilancio (o medium term objective - MTO, secondo la nuova formulazione del PSC riformato nel 2005). Paesi che presentano deficit corretti per l'effetto del ciclo economico in pareggio (o al MTO) possono lasciare i loro stabilizzatori automatici liberi di operare secondo le dinamiche contingenti del ciclo economico. Percio', il deficit nominale crescerà (al di sotto del 3%) in periodi di recessione e si ridurrà automaticamente in periodi di espansione.

Secondo, il numeretto 3% deficit/PIL è, appunto, solo un numero. Serve a discriminare tra la parte propositiva del PSC (quella descritta al punto Primo) e la parte punitiva. Paesi che, ingiustificatamente, superano il 3% del deficit/PIL incorrono nelle procedure di Deficit eccessivo. Un complesso sistema di peer pressure esercitato dai governi degli altri paesi membri dell'area dell'euro e da parte della commissione europea, spinge i paesi in deficit eccessivo a dichiarare preventivamente e ad impegnarsi per applicare le politiche fiscali da adottare per riportare il paese al di sotto del 3% e convergere al MTO (o al pareggio di bilancio) entro un certo numero di anni. Se il governo del paese in deficit eccessivo non corregge scattano delle multe abbastanza pesanti. il 3% del deficit/PIL, percio', è in pratica equivalente a un limite di velocità sulle autostrade.

Riguardo al debito, il PSC richiede solamente che questo converga al 60% per i paesi che intendono entrare a far parte dell'area dell'euro. Per paesi che fanno già parte dell'area dell'euro, la riduzione del debito dovrebbe essere automatica in funzione del fatto che il PSC richiede il raggiungimento del pareggio di bilancio.

altro discorso, è poi quello degli effetti dell'invecchiamento della popolazione sulla sostenibilità di lungo periodo del debito pubblico e della politica fiscale.

Concludo con una domanda. Come si fa ad ipotizzare che il processo stocastico che governa l'andamento del debito sia un random walk? In presenza di un avanzo primario nullo e in assenza di privatizzazioni, il livello del debito pubblico al tempo t dipende dal cosiddetto "snow ball effect" esercitato dal debito del tempo t-1. Ossia lo stock di debito/PIL al tempo t è pari allo stock di debito al tempo t-1 diviso per il PIL al tempo t tutto moltiplicato per la differenza tra tasso di interesse e tasso di crescita nominale. In altre parole, il debito al tempo t cala solo se la crescita nominale è superiore al tasso di interesse implicito. Nel caso dell'italia, questa condizione non si è mai realizzata negli ultimi 12 anni. Forse bisognerebbe ipotizzare che lo stock di debito sia almeno un processo autoregressivo di ordine 1.

Saluti

Marco   

|  
  di michele boldrin, 17 Ottobre 2007, 07:27 permalink rss

Da quando in qua' un Random Walk NON e' un AR(1)? Cosa c'entra il fatto che, per l'Italia, il coefficiente di autocorrelazione sia stato, dal 1995, sempre maggiore ad uno? Io ho fatto un'affermazione NORMATIVA, mica ho descritto le cretinate fatte dai nostri governanti. Mah ...

Sul resto che scrivi, solo una domanda. Tu segui il dibattito che facciamo e cerchi di considerarne gli argomenti, o ti dedichi esclusivamente a fare cut and paste dal manuale della giovane marmotta di Bruxelles? In particolare, ti sei letto il commento di Calvin con il quale dichiari di essere in accordo? Dice il contrario di quanto sostieni, ossia dice che la storia del moral hazard e' incoerente. Incoerente, capisci? Mah ...

Perche' mai bisognerebbe coordinare le politiche fiscali? Forse che in Belgio o in Svizzera le grandi multinazionali li' basate coordinano le loro politiche finanziarie e d'investimento per evitare il moral hazard reciproco? Chi ha detto che se il Belgio o la Slovenia, o anche l'Italia, fanno default la Germania e l'Euro dovrebbero risentirne? Dov'e' l'evidenza storica e teorica a sostegno di questa predizione? Perche' mai la Francia dovrebbe fare il salvataggio del Portogallo? In particolare, a fronte di dozzine di violazioni del cosidetto PSC dal 2000 ad oggi, che conseguenze drammatiche si sono avverate? E che credibilita' ha un patto che tutti violano ogni volta che vogliono? Mah ...

 

|  
  di marco, 18 Ottobre 2007, 16:14 permalink rss

hai ragione, un random walk è un tipo particolare di processo AR(1), in cui il coefficiente della variabile ritardata è uguale a 1. la caratteristica principale di questo processo è che è integrato di ordine 1 e stazionario in differenze. Tuttavia, un processo AR(1) con coefficiente di autocorrelazione >1 (anche leggermente al di sopra di 1 tipo 1,01) non è un random walk, bensi' un processo a memoria lunga, in cui gli effetti del passato non svaniscono e si autolimentano.

In italia, il coefficiente di autocorrelazione del debito, ossia lo snow ball effect, è stato dal 1995, sempre considerevolmente al di sopra di 1. In Europa lo stesso è accaduto per molti altri paesi che presentano livelli di debito ben al di sotto di quelli italiani ( i dati li trovi a questo link  http://ec.europa.eu/economy_finance/indicators/general_government_data/2007/ggd01_052007en.pdf ).

tu dici che la tua affermazione è normativa. secondo il tuo modello è anche ottimale. non contesto assolutamente questo. dico solamente che è molto difficile riscontrare questo comportamento ottimale nei dati.

Lo snow ball effect del debito, poi, è una variabile che dipende dal tasso di interesse e dalla crescita nominale del PIL. queste variabili normalmente non sono controllate dai governi. nella funzione del debito, i governi controllano la dinamica dell'avanzo primario e lo stock flow adjustment (ossia le privatizzazioni). assumere che il debito debba essere costante, significa avere un avanzo primario che varia in funzione dello snow ball effect.

Riguardo al moral hazard, beh, mi dispiace, mi sono espresso male. ..io penso che il patto di stabilità serva a prevenire eventuali situazioni di default e a preservare la credibilità della politica monetaria della BCE. In assenza di premio al rischio, paesi altamente indebitati possono continuare ad emettere allegramente debito vist