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Markopolo 16 Aprile a Virginia Tech: quello che ho visto, sentito e pensato in un ufficio di Norris Hall

di edoardo nicoli, 20 Aprile 2007 permalink stampa
Tardi, estremamente tardi, tardissimo. Arrivo davvero tardi a descrivere i fatti di Blacksburg, un post di commenti è già stato scritto, ma mi sembra di capire che si sia allargato a temi socio-economici rispetto i quali avrei poco da dire (vi leggo sempre, ma ho studiato ingegneria meccanica e già quando iniziate a nominare Pareto mi spiazzate :-) ). Spero che la descrizione di chi ha vissuto i fatti da vicino possa essere un po' utile. O almeno non annoiarvi troppo.

Riceviamo da un nostro fedele lettore e volentieri pubblichiamo

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Dal Gennaio 2006 sono a Blacksburg, Virginia, a frequentare un dottorato presso il dipartimento di Engineering Science & Mechanics. Lunedi mattina prima delle nove ero nel mio ufficio, nella stanza 217 dell'ormai famosa Norris Hall.

Eravamo in quattro, qualcuno doveva ancora arrivare, un "fortunato" alle nove e qualcosa se ne esce per andare a lezione e rimaniamo in tre: uno studente americano, uno del Bangladesh ed io. Attorno alle 9.40 iniziamo a sentire dei forti rumori, che comunque non riconosciamo come spari (è da settimane che stanno facendo ristrutturazioni nel palazzo di fronte, e poi chi va a pensare a degli spari?). Questi rumori durano e si ripetono, io anche commento qualcosa del tipo "cosa è questo casino?", poi ad un tratto l'americano si alza dalla scrivania, spegne le luci e dice di non fare rumore. Qualche sguardo fuori dalla finestra e si nota non c'è nessuno in giro, strano per un campus attorno alle dieci del mattino. Sentiamo ogni tanto ancora questi rumori, a volte intervallati, a volte abbastanza ravvicinati, e anche grida. Spari e grida sono davvero vicini, ma dove?

Noi stiamo sempre in silenzio, cercando di capire cosa stia succedendo. Fortunatamente la porta dell’ufficio è chiusa (a volte la appoggiamo solo): per entrare serve una combinazione numerica, anche se in realtà con poco più di un soffio la si potrebbe sfondare, meglio non pensarci.

L'americano, che fino a quel momento era stato muto, ci dice che alla mattina presto c'era stata una sparatoria in un dormitorio e che una persona era morta (capirò poi che lui è stato il primo di noi tre a leggere l'e-mail che era stata spedita alle 9.26am con questa notizia… e aveva fatto 2+2 con i rumori che sentivamo).

Dalla finestra riusciamo a vedere gente che dalle porte del primo piano esce di corsa, con l'aiuto della polizia che intanto è arrivata. Si, la polizia è intanto tutt'attorno, rivolta verso il nostro edificio ed a quel punto non c'è più alcun dubbio che il "problema" sia proprio dentro a Norris Hall. Noi, sempre rimanendo dentro l'ufficio, ci spostiamo in un'altra stanza; questa ha finestre su due lati dell'edificio e ne spalanchiamo una, può essere utile per saltare giù, ci convinciamo che se necessario bisognerà saltare, anche se dal secondo piano. Io, rispetto gli altri due, sono abbastanza tranquillo: ho fiducia sfacciata nella porticina con combinazione numerica e con la polizia tutta attorno ho anche un discreto senso di sicurezza. Troviamo il tempo di telefonare al quarto studente, quello che alle nove se ne era uscito, e gli diciamo di non tornare. Gli spari sono sempre meno, ma secondo me durano fino a un po' dopo le dieci (datemi il beneficio di sbagliarmi sui tempi, però).

Non parliamo né telefoniamo più, non vogliamo fare alcun rumore, se non quando alle dieci e un quarto dalla finestra aperta chiediamo alla polizia se dobbiamo saltare o no: la risposta è che se la stanza è chiusa è meglio stare dentro. Stiamo quasi tutto il tempo seduti sul pavimento, a pensarci siamo un po' in trappola in questa stanza, che intanto è diventata freddissima (nevicava, noi eravamo in felpa), c'è la finestra che al primo rumore proveniente dalla porta dovremo imboccare senza esitazione, però non sappiamo davvero cosa stia succedendo. L’americano si fa il segno della croce, quello del Bangladesh cerca di fare qualche altra telefonata senza riuscirci ed io invece mi sono messo in tasca due cacciaviti, era l'unica cosa presente che avrei potuto usare come arma (lo so non ha molto senso a pensarci adesso); sinceramente, e non so perché, io ero ancora abbastanza calmo, ricordo anche che pensavo che era freddissimo e che per il giorno dopo avevo gli homework ancora da fare.

Da quel punto in poi è stato un continuo sbirciare dalle finestre e sotto la porta, che ad una distanza di sei-sette metri ci divideva dal corridoio. Forse alle dieci e tre quarti ci siamo accorti che una porta-finestra dentro la nostra stanza aveva un foro, cosi come l'armadio immediatamente dietro. Il buco non c'era il giorno prima, ma se era un proiettile da dove era entrato? Rapido controllo, sempre standocene seduti per terra, e trovammo un foro allineato a questi anche sulla porta che dà sul corridoio. Per qualche secondo ci siamo scambiati delle occhiate indescrivibili. Un proiettile aveva attraversato tutto l'ufficio, fermandosi dentro un armadio! Deve essere successo nelle prime fasi, probabilmente quando non pensavamo si trattasse di spari.

Poi è stata lunga attesa, fuori c'era sempre polizia nascosta dietro auto o muretti, tre o quattro volte il telefono dell'ufficio è squillato ed alla nostra risposta la linea cadeva, forse è sistema automatico per capire quale stanza ha gente ancora dentro. Abbiamo intravisto una ambulanza arrivare in un'altra uscita di Norris Hall e poi ripartire, ad un certo punto è successa cosa stranissima: dalla finestra abbiamo visto passare tre poliziotti, senza particolari protezioni, stavano praticamente passeggiando. Dai megafoni però continuavano a dire di stare dentro le proprie stanze e lontani dalle finestre. Questa non l'ho proprio capita, a dire il vero, anche dopo questo momento i poliziotti attorno allo stabile continuavano a rimanere dietro le auto e con le armi in pugno. Nel corridoio del dipartimento invece non è passato nessuno fino alle undici e mezza almeno.

Sarà stato quasi mezzogiorno quando le persone che passavano per il corridoio erano diventate più numerose. Sembrava che si sarebbe usciti di li a poco, finché hanno bussato con decisione. “Is that the police?” è stata la nostra domanda, che non ha avuto subito risposta. Ad una seconda richiesta c'è stata una loro frase secca del tipo “Open the door!” che non ho neanche capito bene. Qui io non avrei fatto niente senza aver prima chiesto altre informazioni, ma l'americano si è precipitato ad aprire.

A porta aperta ricordo di aver sentito che ci dicevano di mettere le mani sopra la testa e ci chiedevano quanti eravamo. Erano una decina di poliziotti, i due o tre davanti erano ovviamente ben attrezzati e ci guardavano dal mirino, ma ci hanno passato subito a quelli dietro che ci hanno immobilizzati per un attimo, giusto il tempo di sapere se c'era altra gente dentro. Poi velocemente ci hanno portato fuori, non dalla parte delle aule ma da quella degli uffici. Mi tenevano strettissimo da dietro e non riuscivo a muovere la testa, però notavo che tutti gli uffici erano spalancati, non c'era nessuno dentro e non c'erano scene orribili, questo in qualche modo mi rassicurava.

Appena fuori ci hanno messo contro un muro e domandandoci le generalità ci hanno perquisiti per almeno 5 minuti: hanno rivoltato le tasche, controllato dentro le scarpe, tolto cinture; io non avevo nessun documento con me ma avevo andora i due cacciaviti in tasca, non senza un po' di ansietà. Alla fine ci hanno ammanettato e chiesto cosa facevamo dentro Norris Hall. Poi ci hanno portato a una cinquantina di metri dall'edificio, dove c'erano molti poliziotti che sembravano tiratori scelti ma che erano tutto sommato in relax.

Li ci hanno ancora perquisito (volevo fare presente che era la seconda volta, ma ho deciso di soprassedere, ho fatto bene?) e chiesto se avevamo documenti. In questa confusione un poliziotto mi ha chiesto se avessi bisogno di cure mediche, io ho solo fatto presente il gran freddo e la mia felpina.

Poi un poliziotto in borghese all'apparenza importante ci ha interrogati singolarmente (da quando ci avevano liberati non avevamo più avuto modo di parlare tra noi tre). Ricordo che questo poliziotto ha esordito dicendo che dovevo essere estremamente sincero, la qual cosa mi ha colpito, poi ha fatto domande incrociate, anche rispetto gli altri due. I cacciaviti sono stati l'argomento principe della discussione.

Infine ci hanno tolto le manette e ridato quanto avevamo in tasca. Mi sono allacciato le scarpe e messo la cintura utilizzando un solo passante dei jeans, volevo proprio andarmene; ancora accompagnati fino alla zona transennata, ci hanno infine detto di andare a casa e ci hanno indicato le uniche strade percorribili. Gli altri due ragazzi abitano da tutt'altra parte della città, io non ho perso molto tempo, ho a malapena detto bye e ho preso la mia strada.

Era forse mezzogiorno e mezzo, a piedi e senza giubbetto ho attraversato il centro, volevo essere veloce e quasi correvo. Passando di fronte un ristorante ho visto un'amica e sono entrato, la sensazione era stranissima perché io uscivo da due ore così e lei aveva un piatto di insalata di pollo davanti; comunque è stata gentilissima e mi ha spiegato dell’evacuazione di tutto in campus e di qualcuno che aveva sparato a Norris Hall.

Quando sono arrivato a casa, dopo un quarto d'ora, non c'era nessuno. La tv dava 20 morti e lì ho capito che: 1) era stata davvero una carneficina, 2) l'avrebbero detto anche in Italia. Non avevo né la agenda con tutti i numeri di telefono, né la scheda per le telefonate internazionali, quindi non potevo comunicare praticamente con nessuno.

Questo in tutta sincerità è stato il peggior quarto d'ora della giornata, stare bene e non poterlo comunicare. Per fortuna un amico dall’Italia ha telefonato dopo avere visto la notizia al televideo, con il suo aiuto ho avuto la telefonata della mia famiglia prima dei telegiornali della sera.

Con questo la mia mattinata del 16 Aprile a Blacksburg era terminata.

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