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Qui è FLG L’intervista di un genio

di michele boldrin, 16 Agosto 2008 permalink stampa
Il titolo, per una volta, non è ironico. L’intervista rilasciata ieri da Giulio Tremonti al Corriere prova che l’uomo un genio è: della mistificazione. Perché il vero regista di questo governo è lui, BS fa solo la parte più brillante in una trama scritta altrove.

Perché occuparsi di un’intervista fondamentalmente minore ed in cui l’intervistato non dice nulla di nuovo? Perché questa intervista è un capolavoro del MinCulPop – che è ciò che il Corriere è diventato da quando la scommessa su VW è andata buca e i padroni del vapore hanno ordinato a Mieli di lavorare per la Grosse Koalition e la stabilità a ogni prezzo – e permette di capire quale sia lo scheletro ideologico della sequenza di balle su cui le politiche economiche di questo governo si fondano, e si fonderanno.

L’intervista mi ha stuzzicato anche per una seconda ragione: sono in Italia da due mesi (non temete, in meno d’una settimana me ne vado) ed ho letto i giornali con attenzione; ultimamente ho anche cominciato a guardare le notizie alla televisione. L’impressione di un regime è fortissima, asfissiante. Questo vale soprattutto per i due principali canali RAI (con il TG3 che conferma la regola mettendo in onda solo veline del loft PD) visto che a tutti sembra ovvio che i canali Mediaset facciano propaganda per il loro proprietario (a Fede ho resistito solo 4 minuti, poi basta: ma come fate?). La parte piu grave, però, sono i grandi giornali cosidetti “indipendenti”: Corriere, Stampa e Sole in testa, con dietro Messaggero, Gazzettino, Mattino di Napoli, eccetera: il coro esegue polifonicamente lo stesso spartito, quindi meglio dare un’occhiata allo spartito.

Eccone l’impianto. Il capitalismo mondiale è in crisi e gli USA ne sono l’epicentro. Le cause della crisi sono da un lato la globalizzazione e dall’altro la speculazione mercatista, il libero mercato, la concorrenza. Sta agli stati, ai governi, rispondere a queste cause di crisi riacquistando un protagonismo fondamentale nella gestione dell’economia: libero mercato e concorrenza portano alla crisi, serve altro. Riscopriamo il corporativismo cristiano-europeo, al centro delle quali stanno governi forti e paternalisti che coordinano associazioni di produttori nazionali e ne difendono i mercati e le prerogative. Tale politica oggi non puo essere svolta solo a livello di nazione, va svolta a livello di Europa continentale (nella perfida Albione hanno sede alcuni dei nemici peggiori). Per ottenere tale risultato occorre la cooperazione di tutte le parti sociali e risulta quindi necessario, sulle questioni fondamentali della politica economica, superare la dicotomia governo/opposizione: esistono supremi interessi nazionali che vanno difesi dall’aggressione esterna, sia essa americana, cinese o della speculazione internazionale. In una situazione come questa, una situazione straordinaria con cause tutte esterne, diventano secondarie le cause nazionali di divisione. Vanno quindi accantonate la questione morale, anzitutto, ma anche l’evasione fiscale da un lato e l’oppressione fiscale dall’altro, la mancanza di crescita nei redditi effettivi di settori estesi della popolazione e della produttivita del lavoro in generale, l’assistenzialismo meridionale e l’illegalità che governa quella fetta di paese, lo sfasciarsi progressivo dell’apparato dello stato, l’accelerarsi della decadenza del sistema scolastico ...

Questo copione ha ovviamente vaste implicazioni che riguardano sia l’ordine pubblico, che il sistema di valori dominante, che la distribuzione del reddito e del potere politico, economico e mediatico all’interno del paese - sembrano essersene accorti persino a Famiglia Cristiana, seppur nel loro stile predicatorio-buonista - ma discutere questi aspetti ci porterebbe troppo lontano, ed è ancora troppo presto per dire dove si finirà esattamente. L’asse portante, in ogni caso, rimane quello economico come articolato nell’intervista in questione.

Il giornalista, tale Mario Sensini, offre imbeccate servil-strumentali che permettono al signor Ministro d’esibire la sua enorme sapienza. La quale non si fa desiderare: linguaggio ampolloso, latinorum a go-go, metafore ardite, affermazoni epocali sin dalla prima riga. L’intervista non si apre con una domanda ma con una sentenza: agosto, apparentemente, ha scalzato aprile ed è il più crudele dei mesi, quello nel quale esplodono le crisi. Il nostro ci ricorda che quella dei mutui si manifestò l’anno scorso di questi giorni ma si scorda di notare che lui, a quel tempo, prediceva il 1929 e l’imminente fine del mondo, mentre un anno dopo il mondo gode di decentissima salute. Fa niente.

La parte di politica internazionale fa tristezza, ed anche la voglia di dire cose troppo cattive, ma non è questo il punto. Il punto essendo che gli USA sono fuori gioco e sta alla ritrovata Europa giocare la partita con la ritrovata Russia imperiale: il quadro di riferimento è quello della seconda metà del XIX secolo.

Poi viene l’associazione chiave del Tremonti-pensiero a quello di Ratzinger. Di nuovo, tralasciamo la baggianata sui grandi passaggi epocali che la chiesa sa correttamente interpretare (il pensiero rinascimentale e poi scientifico, la rivoluzione francese, quella industriale, l’unità d’Italia, l’avvento dei fascismi europei ...) accontentiamoci di questa falsità: 

«L’aspetto orrendo della speculazione è sul grano, sul mais, sugli alimenti. Anche sul petrolio. Nel giro di sei mesi il prezzo è salito vertiginosamente e poi precipitato. E’ la prova che dietro c’era la speculazione. Da un lato questa ha divorato se stessa, causando recessione, dall’altro ha subito i colpi dell’azione forte di molti governi».

Sì: dice proprio così, ed il Sensini-Rigoletto non gli chiede di dare qualche esempio d’azione “forte” dei “molti governi” ma continua chiedendogli di parlare della crisi USA. Sì, di quella USA, non di quella italiana! GT racconta una balla grande come una casa ed il Sensini non riesce nemmeno a chiedergli: scusi, signor ministro, mi spiega come una variazione di un 20% nello spazio di sei mesi possa causare una recessione che negli USA ancora non c’è e che invece c’è in Italia, Germania e Francia dove, grazie all’apprezzamento dell’euro, il prezzo del petrolio è cresciuto molto meno e la speculazione finanziario-mercatista non s’è vista, come dice lei?

No, il nostro gli chiede degli USA, e GT ne approfitta per spiegarci che sono oramai allo sfascio, tutto per colpa della scienza economica triste fatta con le formule matematiche. La prova: i giudici hanno ordinato a due banche fraudolente di ricomprarsi i titoli piazzati con sporchi trucchi. In Italia, quando già governava lui, le varie Cirio, Parmalat e il sistema bancario nel complesso (buoni argentini) fregavano i piccoli risparmiatori con titoli di cacca senza che nessuno ordinasse loro di ricomprarseli. Morale: le crisi epocali si evitano lasciando che i banchieri nazionali truffino impuniti. Non scherzo: l’ingegneria finanziaria sporca era una passione del GT prima maniera, nonostante le prediche odierne.

Aggiunge poi, il vostro ministro, che invece in Europa la situazione è più equilibrata. Strano, oggi lo stesso giornale ci informa in prima pagina che l’area euro è già in recessione ... Ah le statistiche: prodotti del diavolo matematico e triste. Ma le perle vengono dopo: le pensioni italiane sono sicure e gli unici settori dell’industria italiana dove le cose non vanno bene sono quelli delle privatizzazioni sbagliate (esempi non dà, cosa intenda chi lo sa, ma di certo le privatizzazioni gli sembrano una jattura), e l’unico punto debole (come lo imbecca il Mario Rigoletto) sono i conti pubblici che GT ha messo in ordine con la finanziaria anticipata. E dentro i conti pubblici che lui ha messo in sicurezza trovano la medesima anche i risparmi delle famiglie. Cosa vuol dire? Non lo so, ma il giornalista deve aver capito perché non chiede chiarimenti. Qualcuno mi illumina? Mi illumino da solo: occorre far passare il messaggio che i conti dello stato e quelli delle famiglie sono la stessa cosa, la corazza dello stato paterno protegge (non dice “dentro” a caso) i risparmi delle famiglie. Competitività, produttività, crescita, concorrenza non servono a nulla, lo stato conta.

Poi viene tutta una parte in cui GT maramaldeggia spiegando ai sinistri cio che dovrebbero fare e non fanno. Cosa dovrebbero fare? Glielo suggerisce il Rigoletto, e lui felice condivide

La commissione Attali in Francia, il ruolo di Giuliano Amato nella consulta per Roma, dimostrano che c’è terreno per coltivare esperienze bipartisan.

«Ed è la via giusta. [...]».

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57 commenti
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Rss dei commenti

  di alberto bisin, 16 Agosto 2008, 10:42 permalink rss
Avevo notato anch'io l'intervista. Mi e' sembrata cosi' allucinante da farmi venir voglia di leggere il libretto di Tremonti che apparentemente tutti hanno letto questa primavera. Non so se l'hai visto. E' una cosa allucinante. Non e' leggibile (non e' vero che la gente lo ha letto; non puo' essere vero), e' barocco all'inverosimile, ed errato in ogni argomentazione di fondo. Adesso cerchero' ma non credo che abbia ricevuto recensioni oneste nella stampa (a parte Gianluca qui da noi , naturalmente).
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  di sandro brusco, 16 Agosto 2008, 11:04 permalink rss

Sulle recensioni, consiglio questo leggendario editoriale di Mieli.

Main highlight:

alla sinistra manca un Tremonti, cioè un politico di primo piano che produca analisi innovative in sintonia con quel che si dibatte nel resto del pianeta

Manca solo...

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  di johnny23021981, 16 Agosto 2008, 11:13 permalink rss
il problema non è le barzellette che raccontano adesso. il problema sono tutti quelli che credevano e credono ancora al corriere imparziale, indipendente e super partes. io Mieli lo ricordo ad Anno Zero mentre, confrontandosi con Travaglio (eh sempre lui!), non riusciva ad ammettere che Andreotti fosse stato "condannato" per associazione mafiosa ma prescritto. non riusciva proprio a dirlo, le parole si rifiutavano di uscirgli dalla bocca. incredibile quell'uomo.
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  di pippi, 16 Agosto 2008, 12:56 permalink rss

Sempre a proposito di quanto compare sulla stampa in questi giorni, "Newsweek" ha pubblicato un articolo intitolato "Miracle In 100 Days/ How Berlusconi brought order to chaotic Italy, and what comes next".
"Il Giornale" ha scritto che l'articolo é un grande successo.
In molti continuano a ripetere che l'articolo é un grande successo e "un riconoscimento internazionale".
Ma é proprio così? E' plausibile sostenere che l'articolo é "un riconoscimento internazionale"?

Di seguito alcune frasi estrapolate dall'articolo (e citate anche da coloro che considerano l'articolo un grande successo).
Il soggetto é Berlusconi:

"... he has also wasted little time in consolidating his authority. One of his first acts: pushing through a bill that gives the top four national officeholders, including the prime minister himself, immunity from prosecution while in office. The bill passed overwhelmingly last month, and put an end to outstanding criminal proceedings against Berlusconi (which he and supporters say were politically driven). That this new law was a possible conflict of interest did not go by unnoticed, but Italians are feeling too poor to pay it much attention...",

"Ever the showman, Berlusconi held cabinet meetings in Naples...",

"...he tackled the perception that violent crime is on the rise (despite data showing otherwise), and that foreigners are to blame for it...",

"Italians like him now, but what they really want is economic stability. Cleaning up trash and harassing immigrants won't be enough".



Non sarà che, a parlar di miracoli un giorno sì e l'altro pure, la cosa, indipendentemente dalla realtà, diventa patrimonio comune delle coscienze domiciliate sul suolo italico?

Infine vorrei chiedere il vostro parere su questa affermazione del giornalista di "Newsweek":

"Berlusconi has pledged to reduce spending (in contrast to his first term), but doing so will make it harder to fulfill a pledge to cut taxes or to stimulate growth".

Perché, se Berlusconi riducesse le spese, dovrebbe essergli più difficile abbassare le tasse?

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  di sandro brusco, 17 Agosto 2008, 12:23 permalink rss

Alcuni commenti all'intervento di pippi, che condivido in pieno.

1) Anch'io proprio non ho capito cosa intendesse dire il gioornalista con la frase sul taglio della spesa. Con molto sforzo posso immaginare che quando dice che ''it makes it harder to stimulate growth'' potrebbe avere in mente qualche arcaica nozione di crescita guidata dalla spesa pubblica. Ma perché mai dovrebbe essere difficile poi ridurre le tasse? Non riesco a immaginare nulla, se non che il giornalista ha preso una cantonata (difficile pernsare a un semplice errore di stampa, dato il contesto).

2) Sia la stampa pro-belusconiana citata da Pippi sia quella anti-berlusconiana (si veda qui e qui) danno per scontato che l'articolo segnali chissà quale cambio di linea editoriale di Newsweek se non dell'intera stampa americana o, perché no, mondiale. Non è così. Nei paesi civili non c'è il controllo ferreo della linea e dei contenuti di qualsiasi articolo. Spiace ricordarlo, ma l'Italia è per Newsweek un paese marginale. L'articolo è stato scritto da un giornalista italiano, Jacopo Barigazzi (tra parentesi: non sono riuscito a verificare se sia assunto in pianta stabile a Newsweek o se sia semplicemente un freelance; qualcuno lo sa?). Segnala quindi l'opinione di un giornalista italiano.

3) È un po' triste questa fregola proviciale con cui si cita la stampa estera, anche quando (come in questo caso) ospita semplicemente l'articolo di un giornalista italiano. È triste ma è razionale. I media italiani hanno un livello di indipendenza bassissimo dal potere politico, per cui qualunque cosa dicano ha credibilità vicina a zero. Logico quindi che si cerchi conferma sulla stampa estera. Il messaggio nenche tanto implicito è: ''a noi non potete credere perché siamo nelle tasche dei politici, ma guardate cosa dicono questi che sono fuori dall'Italia e quindi indipendenti...''

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  di DoktorFranz, 17 Agosto 2008, 17:47 permalink rss

È un po' triste questa fregola provinciale con cui si cita la stampa estera

Sì, ma è la norma, purtroppo. La cosa ancora più triste, però, è l'asserita o negata autorevolezza - relativa anche al medesimo giornale - a seconda che il parere espresso sia favorevole o contrario alla propria parte poltica. E, nell'ambito di un commento sgradito, uno sport ampiamente praticato - da ambo le parti - consiste nella ricerca spasmodica di un paragrafo, una mezza frase, un accenno, un appiglio qualsiasi da utilizzare per affermare che, in realtà, il significato vero è ben altro ..... :-)

Il messaggio nenche tanto implicito è: ''a noi non potete credere perché siamo nelle tasche dei politici, ma guardate cosa dicono questi che sono fuori dall'Italia e quindi indipendenti...''

Ecco, io di questo non sono tanto convinto: a mio parere la stampa italiana non ha tale percezione, anzi ritengo che le citazioni dall'estero siano considerate un modo di confermare la propria autorevolezza (sono io che dico il vero, non gli altri, come si può capire leggendo che cosa dicono oltralpe ....).

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  di michele boldrin, 16 Agosto 2008, 19:19 permalink rss

Confesso di averlo letto. Me lo mandò un caro lettore del nostro blog e direttore di giornale, chiedendomene una recensione. Non ci son riuscito, sembra scritto da una combinazione convessa di Lacan e Vattimo, con spruzzate di Cacciari. È un libro-buffonata, che prova tra l'altro l'inanità culturale dell'autore: vuole fare il grande uomo politico di centro-destra e scrive con lo stesso stile, lo stesso vocabolario, la stessa superficialità e la stessa logica dei peggiori filosofucci postmoderni comunist-cretinoidi.

Se riesci a farne una recensione comprensibile sei bravo, perché non ha alcun senso. Idem per il precedente, Rischi fatali: avevamo appena iniziato a fare il blog quando lo lessi e credo di avere delle note da qualche parte. Un'altra cosa allucinante, senza capo né coda. Ma La paura e la speranza è peggio, pura impostura pseudo-intellettuale. 

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  di alberto bisin, 16 Agosto 2008, 10:45 permalink rss
P.S. Per ragioni mie questa estate sto leggendo La Stampa oltre al Corriere. Non c'e' confronto in termini di quanto siano distesi. Il Sole non lo leggo e non lo so, ma il Corriere e' cosa allucinante.
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  di alberto bisin, 16 Agosto 2008, 12:38 permalink rss

Pero' forse mi sbaglio. Marco Boleo mi ha gentilmente mandato questa recensione del libro di Tremonti di Luca Rirolfi, apparsa su La Stampa. Mah,...

Da pochi giorni in libreria, il nuovo libro di Tremonti - La paura e la speranza (Mondadori) - fa già discutere di sé. Ed è logico che sia così: non solo perché Tremonti ha spesso idee interessanti, ma perché è l'estensore del programma del Popolo della libertà e sarà il prossimo ministro dell'Economia se, come probabile, le prossime elezioni le vincerà il centro-destra. Alcune idee del libro non sono nuove, perché già esposte in lavori precedenti come Rischi fatali (2005), Il fantasma della povertà (1995), La riforma fiscale (1995). Tremonti, come la sinistra antagonista, ha una visione decisamente pessimistica dei processi di globalizzazione, di cui sottolinea gli effetti negativi sull'ambiente (a livello planetario), sulle condizioni di lavoro (nei paesi emergenti), sull'occupazione e il reddito (in Occidente), sullo stile di vita e la morale (consumismo). Una visione molto vicina a quella di uno dei più accorati e originali libri antiglobal di questi anni, il pamphlet dello scrittore Bruno Arpaia Per una sinistra reazionaria (Luanda 2007). Con l'importante differenza che, per Tremonti, il male non è il capitalismo in sé ma sono i tempi e i modi della globalizzazione, ovvero la rinuncia della politica europea a governare un processo che ha assunto un ritmo troppo rapido e disordinato.L'aspetto interessante, però, è che molte cose che ora appaiono evidenti - ad esempio il rischio di impoverimento di ampi strati delle popolazioni europee - Tremonti le diceva già dieci anni fa, quando l'euforia della crescita le faceva apparire eterodosse e stravaganti. Altre idee sono invece relativamente nuove, e stranamente poco discusse nella raffica di interventi e prese di posizione che si sono susseguiti in questi giorni, per lo più dominati dalla disputa su pregi e virtù della globalizzazione. Peccato, perché l'aspetto più interessante del libro di Tremonti non è la sua analisi dei costi sociali della globalizzazione, svolta nella prima parte del libro («La paura»), ma il ragionamento politico che sorregge la pars construens del suo discorso, svolta nella seconda parte («La speranza»). Ridotto all'osso il ragionamento di Tremonti mi pare questo. La domanda di Welfare è destinata a crescere. L'Europa non vuole e non può rinunciare al suo Welfare, ma per salvare e rafforzare lo Stato sociale ci vogliono riforme incisive. Le riforme, a loro volta, non possono che poggiare su due pilastri. Il primo pilastro è «più politica», ossia più democrazia e più forza dei governi (innanzitutto a livello europeo). Il secondo pilastro è meno Stato e più sussidiarietà, ossia più terzo settore, più volontariato, più istituzioni sociali, più comunità. Il problema è che entrambi i pilastri richiedono un consenso ampio, che non può che fondarsi su un capovolgimento della cultura del '68, e quindi sul ripristino di alcuni valori fondamentali: l'autorità, il senso di responsabilità individuale, la cultura dei doveri, la solidarietà comunitaria. Senza di essi, o meglio senza il sostegno convinto della gente a simili valori, anche i sogni del riformismo liberal sono destinati a infrangersi contro gli egoismi individuali, contro le resistenze delle corporazioni, contro la forza degli interessi organizzati. Perché l'intensità dei problemi che l'Europa continentale deve affrontare è enormemente cresciuta, e corrispondentemente è cresciuto «il quantum di consenso politico che è necessario per governare». Insomma Tremonti prova a dirci che la fiducia nelle virtù del mercato non fa i conti con l'immensa inerzia che le riforme devono vincere, e che senza un deciso ribaltamento della cultura dei diritti non andremo da nessuna parte. Perché i grandi cambiamenti non si fanno dall'alto, come credono i tecnocrati illuminati, ma richiedono il sostegno e l'adesione dei popoli. Un'analisi ardita, che susciterà critiche, perplessità e discussioni. Ma che non si può liquidare con il semplice richiamo ai luoghi comuni dell'ortodossia liberista.

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  di johnny23021981, 16 Agosto 2008, 10:48 permalink rss
l’impressione di un regime è fortissima, asfissiante
 un altro comunista! non è che tu compri famiglia cristiana e la usi per nasconderci il manifesto? :) buone vancanze
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  di paolo uliana, 16 Agosto 2008, 11:47 permalink rss

Molto indicativo l'uso che fai del termine "comunista"...

Tu cosa leggi, "Il Giornale"?

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  di giulio zanella, 16 Agosto 2008, 16:17 permalink rss

La scienza economica non è solo "triste", è anche falsa, se non si sviluppa nelle incertezze tipiche delle scienze sociali e pretende di modellare la realtà in formule matematiche.

Di "incertezze tipiche" ne trovo almeno due nell'intervista. Prima:

Nel giro di sei mesi il prezzo [del petrolio] è salito vertiginosamente e poi precipitato. E’ la prova che dietro c’era la speculazione.

Dai grafici nell'articolo di Andrea si vede che stiamo parlando di una variazione del 20%. Questo prova che c'e' una speculazione? Proviamo a utilizzare un pretenzioso modello di domanda e offerta, quello che (ricordo bene!) la maestra ci aveva spiegato in quarta o quinta elementare. I Sauditi a luglio hanno aumentato la produzione di greggio di circa il 10% (a circa 10 mln di barili al giorno dai circa 9 mln di fine primavera). E' irrealistico che questo, anche tenendo tutto il resto costante, abbia provocato la riduzione degli ultimi mesi? Dire di no: la domanda di greggio sara' pure un po' elastica. Non ho idea di quali siano i numeri rilevanti, ma di certo si puo' far di meglio che atteggiarsi a ieratici scienziati sociali e procedere a incertezze tipiche.

Seconda:

E’ più importante il potere d’acquisto o il posto di lavoro? La questione dei prezzi è drammatica dappertutto in Europa, ma la stabilizzazione del sistema è strategica. Questa è la scelta finora dominante in Europa. Una scelta di sicurezza e non di rischio, di lungo e non di breve periodo

Esiste un tradeoff tra potere d'acquisto e protezione dell'occupazione? Non lo so. Certo che se ci fosse preferirei vedere la mia produttivita' crescere e cambiare lavoro e luogo di residenza di tanto in tanto piuttosto che impoverirmi progressivamente nello stesso posto. Ma ci vogliono modelli per analizzare queste domande. I modelli, almeno, fanno vedere le cose chiaramente. Le incertezze tipiche sono in effetti comode perche' permettono invece di rendere tutto fumoso e dire oggi che f(X) e', ovviamente, crescente per poi dire domani che, ma come non lo vedete?, e' decrescente a scalini.

E una scelta di sicurezza del posto di lavoro sarebbe una scelta di lungo periodo e non di breve? Piuttosto il contrario, direi. Scelta dominante in Europa? E com'e' che il potere d'acquisto in Italia e' ormai sotto la media europea a 27? Mah!

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  di ne'elam, 16 Agosto 2008, 17:48 permalink rss
 

La storia della Russia è una storia imperiale. All’impero dello zar ha fatto seguito il social-imperialismo dell’Urss e ora la Russia, tornata Russia, prosegue con altri mezzi, con il gas e con il petroliola sua eterna politica.

Spiegazione: Adesso ci sono le olimpiadi e per fare un dispetto ai cinesi ricordo il compagno Mao con la fregnaccia del social-imperialismo. Poi per far vedere che sono istruito, strizzo l'occhio a von Clausevitz, fa sempre fine. Poi siccome ho incontrato il Papa che usa questa parola (eterno) sia al maschile con la maiuscola, che al femminile con la minuscola, la uso pure io. Al femminile, beninteso, se no appare troppo pretenzioso.

Vuole una previsione?

 Io qui, a costo di passare per maleducato, l’avrei interrotto e detto garbatamente ma fermamente no.

Petrolio per petrolio, il quadrante strategico dell’impero si sposterà da Sud verso i fondali marini e i ghiacci in scioglimento del Nord.

Il nostro capitan Nemo: Ancora più a Sud: i fondali marini! e che ti ha fatto il Perito Moreno? Perché escluderlo? Anche lui non se la passa bene.

La storia prosegue, l’avventura umana è ancora imperfetta e la pace è ancora "in experimentum".

Dai Giulio perché copi senza citare. Forse il tuo addetto stava sotto l'ombrellone, piuttosto che andare a memoria é andato sul sicuro. Sullo stesso giornale che ti intervista due giorni fa il profetico Augé aveva detto, "l’avventura umana è ancora imperfetta non è riuscita a eliminare la violenza, la guerra; non conosce una pace mondiale, meno che mai l'armonia universale, che è rimasta nei libri di filosofia."

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  di alberto lusiani, 16 Agosto 2008, 18:50 permalink rss
Il vero regista di questo governo è lui, BS fa solo la parte più brillante in una trama scritta altrove.

Non credo proprio che la trama di questo governo sia scritta altrove. Chi ha ricevuto i voti per ora e' in primo luogo Berlusconi, e li ha ricevuti con la forza delle sue TV e della sua organizzazione, non cerrto grazie all'appoggio di Agnelli, De Benedetti, Passera, Profumo, non certo grazie ai giornali (tranne quelli di proprieta' e ben poco altro) e nemmeno grazie della gran maggioranza delle elites culturali e politiche. Tremonti e' un collaboratore di Berlusconi certo piu' subordinato che in posizione relativa di comando. Tremonti e' efficace (come presa sul parco buoi elettorale italiano) sia nei dibattiti TV sia nelle interviste sui giornali come questa, e questo lo pone in posizione preminente sia in FI che nel PDL, ma non c'e' dubbio che chi ha veramente la forza in termini di capacita' di raccogliere e organizzare il consenso e' principalmente Berlusconi

La trama di questo governo pertanto deriva dai piani di Berlusconi con un modesto contributo da parte del suo partito, che rimane ampiamente succube, dai piani dei dirigenti di AN e dai piani dei dirigenti della Lega.  Tremonti da' contributi tecnici e contribuisce ad elaborare la trama, ma comunque in posizione subordinata.  E non vedo proprio nessun grande vecchio "altrove" che stia scrivendo alcunche'.

Il Corriere della Sera rimane quello di sempre, e' proprieta' delle elites confindustriali del Nord e degli Agnelli in primo luogo, quindi sostiene in primo luogo il PD (fordista e assistenzialista della grande impresa collusa con lo Stato), in secondo luogo AN e UDC, e avversa meglio che puo' Berlusconi e la Lega, come peraltro Mieli ha onestamente chiarito nel suo noto editoriale. Per il momento e' ancora forte il vento del consenso che ha portato al sucesso la presente maggioranza di centro-destra, e il Corriere della Sera - come sempre ha fatto in passato - china la testa (come raccomanda la nota massima mafiosa). Se ci sara' un accordo con gli Agnelli lo si vedra' se Berlusconi nomina ministro un loro fiduciario (come nel 2001) oppure se il governo approvera' le facilitazioni fiscali per la rottamazione auto (come ha fatto sia Prodi/1996 che Prodi/2006). E la prova di accordo potra' essere confermata solo quando il Corriere fara' campagna elettorale per il CD contro il CS, fatto mai successo e che non mi sembra possibile nel breve-medio periodo. IL Corriere potra' fare propaganda per il CD contro il CS solo se il CD non includesse FI e Lega e quindi fosse solo AN+UDC.

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  di michele boldrin, 16 Agosto 2008, 21:07 permalink rss

A volte scrivo anche io come un deconstrutto, e non mi faccio capire. Chiedo scusa e cerco di spiegarmi.

Non ho dubbi che le elezioni le abbia vinte BS, e non ho dubbio che GT sia solo un suo dipendente. E non credo vi sia alcun grande vecchio.

Questo non toglie che, a mio avviso, l'unico piano di BS consista nell'usare il potere politico acquisito per risolvere i propri guai giudiziari, fare qualche ulteriore affare e "godersi" quel tipo di popolarità che a lui piace e riempie la vita: i bagni di folla, le collaboratrici graziose e soprattutto gentili, i paparazzi che lo fotografano per Novella2000 con la famiglia e la signorona, i giornali che parlano di lui, insomma l'osanna mediatico dell'italietta che vede in lui tutto ciò che avrebbe voluto essere. Ora, come nel 1994 e nel 2001, BS non ha nessun altro "piano" in mente, nessuna visione del paese e del suo futuro, nessuna idea di riforma strutturale o roba del genere. Vuole governare, essere osannato, fare affari e far finta di risolvere problemi (e.g. l'immondizia di Napoli, dove l'operazione al momento sembra riuscita, o Alitalia, dove invece sta fallendo miseramente). Per BS l'Italia è un principato che l'osanna e dove lui acquista ville; altri problemi non ne vede.

Il fatto è che un governo deve anche "governare", cioé fare delle cose che vadano aldilà della propaganda populista tipo l'abolizione dell'ICE (guarda caso, giusto oggi han cominciato a rendersi conto del danno che han fatto persino ai loro stessi comuni), la detassazione degli straordinari o i bei soldatini a presidiare i punti più visibili e meno a rischio dei centri città. Questo è particolarmente vero in un paese in grave crisi strutturale come l'Italia, un paese in declino, un paese dove le contraddizioni socio-economiche crescono e continueranno a crescere con l'ulteriore rallentamento dell'economia. Chiunque guardi ad un orizzonte un pelino più lungo di quello di BS (che, nel suo narcisismo, all'orizzonte vede solo il Quirinale) si rende conto di dover fare una politica economico-sociale ed offrire delle risposte a quella parte del paese che non s'accontenta delle imbarazzanti esibizioni del presidente-spazzino. A questa Italia, che alla fine è l'Italia che conta economicamente anche se non necessariamente sul piano elettorale, le risposte le stanno dando solo Tremonti e Maroni. Dato che le relazioni sociali, il livello intellettuale e la capacità di elaborazione del secondo sono quelle che sono, GT emerge come la testa pensante di questo governo. Ruolo che svolge con grande passione ed entusiasmo, da accademico frustrato quale egli è - questa è una cosa che i lettori di nFA dovrebbero apprezzare, visto che esempi ne abbiamo avuti anche qua: l'accademico frustrato è un personaggio pericoloso, che non riesce ad accettare il fatto di "non arrivarci" e ci riprova continuamente, ed a volte anche ossessivamente, ad elaborare grandi teorie sociali alternative a quelle accettate dalla maledetta accademia che non l'ha voluto nelle sue schiere ...

Ma non vi è solo questo. Per le sue origini politico-culturali e (diciamo così) socio-ambientali, all'interno di questo governo il commercialista da Sondrio è l'unico referente credibile per i padroni del vapore che operano sull'asse MITO e per le loro appendici. Non scordiamoci da dove viene il commercialista: anzitutto le relazioni che la sua attività di fiscalista hanno generato nell'arco di trent'anni, la sua lunga collaborazione con il Corriere della Sera, il suo ruolo nei ministeri socialisti degli anni '80 ed inizio anni '90. Anche se l'uomo - a riprova della sua genialità mistificatoria - si vende come la voce delle partite IVA, della piccola e media impresa, dell'imprenditoria artigianale del Nord e Centro, egli è in realtà un punto di riferimento solido (anche se controverso) per la grande industria del Nord, le banche e le fondazioni bancarie (che devono al medesimo la loro attuale esistenza e l'insalubre potere di cui godono). Letta Sr. svolge lo stesso ruolo rispetto agli antichi poteri romani, ma questi non godono di un potere economico autonomo comparabile a quello dei precedenti. Da qui l'allineamento naturale fra il nostro eroe e gli organi d'informazione controllati da questi poteri medesimi.

Su questo aspetto, e sul Corriere in particolare, permettimi Alberto (Lusiani) di criticare la tua analisi che soffre, diciamo così, di staticità. La MITO che conta (quando dico "MITO" includo Treviso, Genova, eccetera, capiamoci) non ha mai avuto nessuna appartenenza ideologica ma ha sempre e solo seguito la saggia regola del plus ca change, plus c'est la meme chose: i governi sono autobus su cui si sale e si scende, si paga il biglietto, ci si fa trasportare dove si deve; al più, ci si tura il naso se il conduttore puzza. Con il PD di VW hanno fatto una scommessa, che è andata molto buca: poiché sanno di averli in tasca hanno sperato vincessero, chiudendo la partita. Hanno sbagliato, e si son trovati in una brutta situazione che ora devono aggiustare. Non è cosa facile anche perché da quasi due decenni le elites MITO, che in Italia in realtà non vivono, continuano ad ignorare e disprezzare il fenomeno leghista e, soprattutto, l'emergenza di una piccola imprenditoria del centro-nord che è a loro totalmente aliena.

Proprio per questo la loro posizione attuale è quella di spingere la Grosse Koalition, la cooperazione in nome della governabilità e degli interessi nazonali (loro), il taglio delle ali estreme (nelle quali, sia chiaro, sta anche l'IdV e chiunque chieda il rispetto della legge ed il ripristino della moralità pubblica: avete dato un'occhiata a come Corriere, Stampa e Sole hanno trattato sia i vari lodi pro-BS che il caso Del Turco?), una politica economica attiva a difesa degli interessi "nazionali". A queste elites il programma di politica economica peronista - perché tutti continuano ad associarla a Colbert? Colbert non c'entra nulla con quanto GT dice: quanto GT dice è Peron puro e duro! - che Tremonti va proponendo, elaborando ed eseguendo non può non andare perfettamente bene. Non scordiamoci che queste elites economico-finanziarie si sono sviluppate ed hanno raggiunto lo condizione di supremazia che ancora mantengono durante il ventennio.  

Commento fin troppo lungo, chiedo scusa.  

 

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  di sabino patruno, 16 Agosto 2008, 21:37 permalink rss

Se posso permettermi di interpretare il pensiero di Michele, credo che Tremonti possa essere considerato l'amministratore dlegato del governo, laddove SB è l'azionista di maggioranza che incassa i dividendi e controlla l'operato del suo amministratore.

Il tutto, poi, va anche considerato senza perdere di vista l'orizzonte temporale delle prossime elezioni tra quattro anni e mezzo. Dando per scontato che il governo duri per tutta la durata della legislatura, Silvio non potrà essere nuovamente il candidato premier dato che avrebbe circa 78 anni, ergo si pone la necessità di avere per allora un delfino designato. Fini mi pare fuori dal gioco, con un grande avvenire ditero le spalle ed oggi ingabbiato nel ruolo istituzionale, mentre GT è indubbiamente in prima fila e non è improbabile che sarà sempre più lui ad assumere le posizioni di primo piano e più appariscenti nel governo, senpre che, naturalmente, la congiuntura economica non lo bruci come già avvenne durante lo scorso goveno Berlusconi, quando però Fini e Casini avevano molto più peso.

 

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  di alberto lusiani, 17 Agosto 2008, 01:00 permalink rss
la MITO che conta [...] non ha mai avuto nessuna appartenenza ideologica

Certamente il loro supporto preferenziale al PD non ha nulla di ideologico. La sola connotazione ideologica che hanno e' una predilezione per il laicismo di probabile derivazione massonica. Tuttavia nel presente e nel breve medio termine le forze politiche che dirotteranno risorse statali verso le grandi imprese assistite di Confindustria "per il bene del Paese" sono nell'ordine il PD, AN, l'UDC. Per il PD in particolare dirottare risorse nella grande industria e' questione di vita o di morte altrimenti dal Nord transpadano scompaiono, senza gli operai delle grandi imprese di Torino e di Marghera. L'asse e' tra statalisti e grande industria assistita. FI e Lega tendono a rappresentare, in particolare nel Nord transpadano, imprenditori e dipendenti della piccola-media impresa che non ha bisogno dello Stato anzi per la quale lo Stato (e le grandi imprese di Confindustira) sono solo un peso e un freno. Questo asse tra statalisti e grande impresa non e' ideologico ma basato su interessi di soldi e di potere, quindi in era post-ideologica ancora piu' saldo che se fosse ideologico. Il sistema risale ai famosi dazi sul grano e sui prodotti industriali del 1880, poi si e' stabilizzato col Fascismo ed ha prosperato con l'IRI, la Cassa del Mezzogiorno e via via fino alle rottamazioni dei governi Prodi.

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  di luigi pisano, 16 Agosto 2008, 19:03 permalink rss

Maria Laura Rodota' lancia la sfida dalle pagine del suo forum:

Grazia Sabato, 16 Agosto 2008 
Tristezza
Oh, il corriere non si puó più leggere.
 


Rodotà Sabato, 16 Agosto 2008 
Se non vi piace ditelo. Emailate in massa alla direziome. Siate brevissimi, segnalate cose vi fa orrore e cosa vi piacerenne leggere. Sarà un utilissimo miel-a-thon- Poi verrò licenziata.
 

 

Per chi ci crede...
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  di ne'elam, 16 Agosto 2008, 19:31 permalink rss

 

Con lo stesso zelo con cui prima diceva che tutto il bene era nell’Urss, adesso dice che tutto il male è nel governo di Silvio Berlusconi. Il governo vara un piano casa? E’ un regalo ai costruttori. Il governo tassa i petrolieri? E’ un danno ai consumatori.

Nel 1967 Giulio, allora ventenne, coltivava interessi nazional popolari e non disdegnava il festival di Sanremo. E' di quell'anno la canzone che ne segnò irreversibilmente l'immaginario. Si parla, per i più giovani, dell'indimenticabile Pietre di Pieretti-Gianco, il cui sublime attacco é una vera e propria Weltanschauung che ha lasciato su Giulio indelebili e ben visibili tracce

Tu sei buono e ti tirano le pietre.
Sei cattivo e ti tirano le pietre.
Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai,
sempre pietre in faccia prenderai.

 

 

 

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  di sandro brusco, 17 Agosto 2008, 11:46 permalink rss
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  di luigi pisano, 17 Agosto 2008, 19:07 permalink rss
  di michele boldrin, 17 Agosto 2008, 20:13 permalink rss

Io applaudo per il titolo!

Ecco, appunto. Perché il contenuto lascia a desiderare. Dopo aver letto l'articolo per due volte credo di poter sostenere che quanto FG vorrebbe argomentare sia condivisibile, ma che il modo in cui lo sostiene e l'argomento logico che svolge ne stravolgano il senso.

In sintesi: FG dice che è necessario tagliare drasticamente sia le tasse sul reddito da lavoro che la spesa pubblica corrente. Questa tesi di fondo - ci mancherebbe altro! - mi sembra perfettamente condivisibile. Ma per articolare questa tesi Francesco sceglie un argomento alquanto opinabile.

Anzi, oserei dire (persino uno sfacciato come me ha una certa riverenza per gli antichi maestri) che FG svolge un argomento poco coerente. Da un lato sembra voler dire che occorre imitare le politiche economiche USA del 2007-08, ossia che occorre attuare politiche fiscali di sostegno dei consumi. Dall'altro lato sembra voler dire che occorre tagliare le tasse sui redditi da lavoro (cosa che ovviamente condivido senza riserve). Io credo che le due cose non siano necessariamente coerenti l'una con l'altra e che, nelle circostanze concrete dell'Italia del 2008-2011 (orizzonte della Legge Finanziaria), esse possano costituire obiettivi fra di loro contradittori.

Cominciamo da un dato apparentemente secondario: l'elenco delle "cause delle crisi" USA che FG offre all'inizio del suo articolo mi sembra molto discutibile. Nel 1974-75 la crisi ebbe poco a che fare con il Watergate e molto con il prezzo del petrolio, prima, e con le politiche inflazionistiche e di "sostegno della domanda" poi. Queste ultime politiche - d'ispirazione "keynesiana" e simili a quelle attuate dalla Fed nel 2001/04 e dalla Fed&Congress nel 2007/08 - generarono quasi un decennio di "stagflazione". Questo è un fatto fuori discussione e di cui molti sembrano già essersi scordati. La crisi del 2002 (ma non era 2000-2001?) oltre che all'esaurimento quasi naturale di un ciclo di crescita, mi sembra chiaramente dovuta alla fine delle follie dot-com supportate dall'allegra (eufemismo) politica monetaria di Greenspan. Insomma, se vi è stata una "causa evitabile" della crisi 2000-2001 essa consiste nella politica monetaria di Greenspan, del tutto identica a quella che poi ha causato anche la crisi attuale. Enron e gli altri scandali finanziari di allora e di oggi furono e sono solo un effetto secondario di tali politiche, oltre che il sintomo di un virus che ancora seriamente infetta Wall Street e paraggi. Certo non causarono la crisi.

FG omette questi evidenti fatti: riconoscerli sarebbe equivalente ad inficiare ex-ante (una parte del)la tesi che intende sostenere, ossia che abbiamo bisogno (non si intende se solo in Italia o nel complesso dell'area Euro) di politiche fiscali (e monetarie?) di sostegno alla domanda di consumi. Evocare per l'Italia le stesse politiche che hanno causato tre delle quattro serie crisi economiche USA (la crisi seria che fa eccezione fu quella del 1982 quando, per bloccare la spirale inflazionistica creata dalle politiche keynesiane precedenti, Volcker generò una stretta creditizia di dimensioni storiche) non sarebbe, evidentemente, un argomento molto convincente. Infatti - fra le altre cose perché i fatti che ho appena ricordato fatti sono - quello che proponi non è un argomento convincente, Francesco.

Cosa dice l'argomento? Sembra dire quattro cose che io non riesco a mettere insieme: (i) che occorre apprendere dalla lezione USA, ossia attuare politiche fiscali di espansioni dei consumi; (ii) che occorre ridurre le tasse sul reddito da lavoro; (iii) che i tagli alla spesa pubblica che Tremonti ha inserito in finanziaria non sono sufficienti e che tagli più drastici sono opportuni; (iv) che occorre non preoccuparsi del pareggio di bilancio.

Di fronte a questi suggerimenti, la mia reazione è la seguente.

(iv) è irrilevante, quindi scordiamocelo. Il problema non è proprio se c'è o non c'è pareggio di bilancio quest'anno o il prossimo. L'unico problema è quello della sostenibilità del rapporto debito/PIL e del fatto che questo venga o non venga percepito dai mercati come rischioso. Su questo parametro economico fondamentale, e non sugli artificiali ed insensati numeretti di Maastricht- Bruxelles, vanno misurate le politiche fiscali.

(i) è erroneo, quindi scordiamocelo per davvero. Tutta l'evidenza storica indica che queste politiche fanno danno. Quella recente degli USA mostra che o fanno danno o servono a nulla. Perdippiù, punto FONDAMENTALE, la recessione italiana c'entra pochissimo con quella USA (non ancora avvenuta) o con quelle di Francia e Germania. La recessione italiana non è altro che la continuazione della stagnazione italiana che dura da un decennio e che il piccolo blip del 2006-07 non ha certo modificato: meno 0.3% o più 0.5%, che differenza fa? Il problema italiano è tutto fuorché un problema di scarsa domanda interna, come andiamo predicando e dimostrando da sempre. Come tutti continuano a ripetere, incluso FG, il problema italiano è un problema STRUTTURALE, quindi scordiamoci le oscillazioni cicliche dei consumi, che sono minime, e concentriamoci sul problema di fondo, per favore.

(ii) e (iii) sono le cose da fare, ma non CONGIUNTURALMENTE, come FG sembra suggerire, ma STRUTTURALMENTE. Occorre radicalmente tagliare tasse e spesa pubblica corrente, anno dopo anno, sistematicamente ed incessantemente. Per quanto tempo? Sino a che non abbiamo limato 10 punti percentuali di PIL di spesa ed 8 punti percentuali di PIL di tasse (cosicché il bilancio pubblico sia in pareggio nel lungo periodo). Questo governo non lo sta facendo né ha alcuna intenzione di farlo, cosa ch'era d'altra parte vera anche per il precedente.

Ho la quasi certezza che FG condivida quanto sta scritto nell'ultimo paragrafo, anzi sono certo che sia quanto il suo editoriale vuole sostenere. Ma allora, mi chiedo, perché non lo dici esplicitamente ed in questi termini, Francesco, invece di fare degli strani giri logici attorno al sostegno dei consumi e della domanda, Herbert Hoover e l'Amerika dalle politiche economiche della quale, per una volta, non abbiamo nulla da imparare?

Ora che ci penso, ho sbagliato io all'inizio di questo commento. È il titolo dell'articolo di FG che è sbagliato: non vi è nessuna lezione amerikana da apprendere in questo momento.

Il titolo avrebbe dovuto essere: Tagliare le spese correnti. Ridurre le tasse sul reddito da lavoro.

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